Mi sembra di aver bisogno anch'io di un'agenzia simile a P(alle) R(oventi) di Clerici per starmi dietro... ma andiamo con ordine...
Giovedì, Lumière, Fellini, 8½ (Italia 1963): mi chiedo come abbia fatto a vivere sino a quel giorno senza averlo visto... un film molto maschile, anche psicanalitico, sul mestiere di creatori di qualcosa, soprattutto (ma non solo) in senso artistico e poetico (nel senso più astratto del termine poiesis). L'onirico che si mescola e fonde con il reale (anch'esso fantastico), con le fantasie e le ossessioni di Fellini riversate su pellicola e interpretate da Mastroianni, regista dongiovanni in crisi creativa (e geniali i momenti in cui è alle prese con la troupe e i produttori). Il film è anche una storia d'amore tormentato con la moglie, prima assente e poi novella Beatrice, cui solo alla fine riesce a pacificarsi dandole la mano e danzando con lei nel girotondo finale. Sequenze clownesche, angosciose nel sogno e nel ricordo, specie nei provini per il film autobiografico, ambigui gli ambienti (la casa dove da bambino aveva fatto il bagno nel vino diventa il luogo del proprio harem). Da rivedere una volta all'anno, almeno.
Sabato sera, Lumière, Non è ancora domani (la pivellina) (Italia-Austria 2009) di Tizza Covi e Rainer Frimmel: spaccato di un mondo di circensi precari, che vivono in roulottes e container nella borgata romana ai margini e paralleli alla vita che si giudica 'normale': il ritrovamento della piccola A(s)ia, temporaneamente abbandonata dalla madre, cambia la vita di una donna e di chi vive con lei, il marito e il figlio (avuto da un altro uomo). Atmosfere che ricordano quelle di La bocca del lupo sia per la sensibilità e la delicatezza del racconto, che per il modo in cui è narrata una storia piccola, grazie a cui è possibile conoscere un mondo di cui si ignora quasi l'esistenza. Personaggi ben costruiti grazie alle immagini e alle loro parole. Un gioiellino.
lunedì 31 maggio 2010
lunedì 24 maggio 2010
late
Quando si dice ritardo... recupero in fretta: la mostra su Fellini al MAMbo è stupenda e istruttiva (e i musei aperti di sera sono una benedizione...); senza dimenticare l'affascinante installazione di Matej Krén, Scanner, vertigine illusionistica in un claustrofobico cilindro costruito con più di 90.000 libri.Quanto poi a Je vous salue, Marie (Svizzera-Francia-GB 1984) di Jean-Luc Godard (visto domenica 16 con a seguire l'incontro con la protagonista Myriem Roussel, c'è poco da dire: che il regista abbia scritto il film durante la lavorazione si vede, considerando la delirante confusione narrativa. Belle alcune immagini e sequenze (la scena mistica sul letto della protagonista nuda, ad esempio), ma si dimentica in fretta... e poi la mistica non è nelle mie corde. Molto meglio il corto della Mieville che lo precede (Il libro di Maria), un film lacustre sull'infanzia di una Maria contemporanea (con citazione esplicita de Le mépris).
sabato 15 maggio 2010
prima del crollo
Draquila (Italia 2010) di Sabina Guzzanti è un documentario ben fatto, ispirato allo stile del miglior Michael Moore (geniali le animazioni, specie quella del lettone). Desolante e veritiera indagine sull'Italia contemporanea che ruota attorno alla dolorosissima vicenda del terremoto aquilano e alla gestione affaristica della ricostruzione/decostruzione del territorio e del tessuto sociale. Dopo l'iniziale passeggiata notturna del sindaco per e vie deserte de L'Aquila, preda dell'erba e dell'incuria, con le luci di alcune case ancora accese, la narrazione indaga prima la condizione militarizzata dei campi (impossibilità di fare assemblee e di bere caffè o coca cola), la solitudine di chi ha resistito al tentativo violento di essere strappato alla propria casa, al senso di solitudine e smarrimento di chi è stato trasferito negli alberghi sulla costa; poi - o, meglio, contemporaneamente - il discorso si fa politico, come è naturale e giusto: come è stata gestita, (non) prevenuta e sfruttata l'emergenza per altri fini. Film preveggente sulla questione degli scandali della protezione civile e delle emergenze/grandi opere, strumento per fare affari aggirando ogni legge dello stato. Film sulla salute della democrazia in Italia (che nelle case consegnate - da restituire intatte alla fine della permanenza - le televisioni siano sintonizzate solo su raiuno o canale 5 è certo ricercato dalla Guzzanti, ma è il giusto sottofondo alle parole dei loro abitanti), sull'assenza di un'opposizione decente, sulla sfacciata mancanza di ogni scrupolo morale e edilizio. Un film civile, insomma. Molte cose sono ben note a chi legge e si informa ("lo so, lo so, lo so, questo no, lo so..."), ma sconosciute ai più: fuori dal cinema c'è chi parlando al telefono dice "sto andando a vedere un film sull'Aquila" o chi alla fine "pensavo di vedere un film sul terremoto, non un film contro...". Ma ormai non mi sorprende più (quasi) nulla... Si sente una sola mancanza (ma forse sono troppo debitore in questo dell'ottima puntata di Presadiretta sull'argomento: avrei gradito le didascalie per le immagini di telegiornali e altri documenti televisivi (almeno le date): semplicemente per maggiore chiarezza.
domenica 9 maggio 2010
grazie, Fiorella!
Meraviglioso concerto i Fiorella Mannoia ieri sera al teatro Manzoni: molte canzoni dell'ultimo album, con alcuni arrangiamenti nuovi (Cercami), alcune più vecchie (Che sarà, Lunaspina, Clandestino, con il finale "la giustizia è clandestina, il g8 illegal"!), alcuni must (Sally, Quello che le donne non dicono, Che sarà, il travolgente bis Il cielo d'Irlanda) e alcune gustosissime sorprese, come Sempre e per sempre di De Gregori con accompagnameto di archi, Il pescatore di Bertoli (memorabile), ma su tutto, una meravigliosa versione di Via con me di Paolo Conte:
Che voce stupenda, e che personalità sul palcoscenico: grandi tutti i musicisti.
Che voce stupenda, e che personalità sul palcoscenico: grandi tutti i musicisti.
venerdì 7 maggio 2010
prove tecniche di cinema
J.L. Godard, Prénom: Carmen (Francia 1983): film lungamente inseguito, la visione al Lumière è stata essenziale per apprezzare il formato (4:3) e il cartello finale per commemorare questo formato demodé ("in memoriam small films". Storie parallele montate parallelamente, quella di Carmen e Joseph e quella della colonna sonora, un quartetto d'archi alle prese con Beethoven, che si riuniscono nella sequenza finale (durante le riprese pretesto per tentativo di rapimento).
(Cela s'appelle l'aurore, titolo di un film di Bunuel del 1955 (Gli amanti di domani e battuta conclusiva dell'Elettra di J. Giraudoux: non a caso Carmen è soprannominata dallo zio 'piccola Elettra', proprio quando le pone la medesima domanda che lei fa al cameriere.)
Affine a Sauve qui peut sia nella riflessione sul linguaggio cinematografico e sull'uso della colonna sonora (l'habanera di Bizet è solo fischiettata un paio di volte per caso), il film è ancora una volta una prova tecnica. Della storia di Carmen Godard - che interpreta il ruolo dello zio pazzo ed ex-regista ossessionato (ricorda Il nipote di Wittgenstein - amplia una parte trascurata, la passione esplosiva e distruttiva tra i due protagonisti. Il loro rapporto è fin dal primo incontro durante la rapina alla banca (Joseph è una guardia giurata) oscilla continuamente tra passione (esplicitamente erotica) e violenza verbale e fisica: ci sono echi di Vivre sa vie (Carmen parla senza il sonoro) e soprattutto di Le mépris, specie nella sequenza accompagnata da Ruby's arms:
Alcune chicche: i tulipani nella stanza di ospedale ricordano quelli di Domicile coniugal di Truffaut; le scene erotiche tra Carmen e Joseph nella casa spoglia ricordano quelle di Bertolucci; la donna delle pulizie che dopo la sparatoria nella banca lava (male) il sangue sa di Bunuel, come molti altri piccoli dettagli: critica cinematografica sparsa, più che vero film, ma tant'è.
Poche parole, invece, merita il film di Soldini, Cosa voglio di più (Italia-Svizzera 2010): così così, il solito film italiano sulla crisi della famiglia, questioni di corna e sogni infranti, coraggio poco e impocrisia tanta. Troppo appiattito sul quotidiano. Già visto e sentito. Sbadiglio.
(Cela s'appelle l'aurore, titolo di un film di Bunuel del 1955 (Gli amanti di domani e battuta conclusiva dell'Elettra di J. Giraudoux: non a caso Carmen è soprannominata dallo zio 'piccola Elettra', proprio quando le pone la medesima domanda che lei fa al cameriere.)
Affine a Sauve qui peut sia nella riflessione sul linguaggio cinematografico e sull'uso della colonna sonora (l'habanera di Bizet è solo fischiettata un paio di volte per caso), il film è ancora una volta una prova tecnica. Della storia di Carmen Godard - che interpreta il ruolo dello zio pazzo ed ex-regista ossessionato (ricorda Il nipote di Wittgenstein - amplia una parte trascurata, la passione esplosiva e distruttiva tra i due protagonisti. Il loro rapporto è fin dal primo incontro durante la rapina alla banca (Joseph è una guardia giurata) oscilla continuamente tra passione (esplicitamente erotica) e violenza verbale e fisica: ci sono echi di Vivre sa vie (Carmen parla senza il sonoro) e soprattutto di Le mépris, specie nella sequenza accompagnata da Ruby's arms:
Alcune chicche: i tulipani nella stanza di ospedale ricordano quelli di Domicile coniugal di Truffaut; le scene erotiche tra Carmen e Joseph nella casa spoglia ricordano quelle di Bertolucci; la donna delle pulizie che dopo la sparatoria nella banca lava (male) il sangue sa di Bunuel, come molti altri piccoli dettagli: critica cinematografica sparsa, più che vero film, ma tant'è.
Poche parole, invece, merita il film di Soldini, Cosa voglio di più (Italia-Svizzera 2010): così così, il solito film italiano sulla crisi della famiglia, questioni di corna e sogni infranti, coraggio poco e impocrisia tanta. Troppo appiattito sul quotidiano. Già visto e sentito. Sbadiglio.
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