giovedì 30 luglio 2009
storie di migranti
Molto emozionante e intenso lo spettacolo Italiani cìncali di Nicola Bonazzi e Mario Perrotta, monologato da quest'ultimo, visto ieri nel parco antistante al Museo della memoria. Teatro civile, sulla scia di Paolini e Celestini, per raccontare un passato italiano remoto e attuale, l'emigrazione di Stato organizzata nel secondo dopoguerra verso altri Paesi europei, in particolare verso le miniere della 'Belgique', fino al ricordo della strage di Marcinelle dell’8 agosto del 1956. Alle vogi registrate che leggono la corrispondenza dei minatori si sovrappone Perrotta, ora come narratore, ora nei panni del postino che a suo tempo in un bar di un paesino del Salento gli ha narrato la storia per la prima volta. Tra parentesi più leggere come il ricordo della mansione di consolatore di vedove svolta dal postino, lo spettacolo rievoca anche il razzismo che colpì gli emigranti, e che ora si riflette sui migranti di oggi ("chi è stato schiavo, una volta libero, vorrà schiavizzare a sua volta", come rispose un ragazzo tunisino-italiano all'attore).
mercoledì 29 luglio 2009
lettura d'autore
Intensa, avvincente ed emozionante la lettura di Sandro Lombardi nel Chiostro di S. Martino: non del tutto convincente l'inizio del leopardiano Canto notturno di un pastore errante (colpa forse degli aerei?), ma applausi per Lettera al padre di Kafka e Cavallina storna di Pascoli, lette/recitate con una sapiente pluralità di toni e registri. Chapeau.
martedì 28 luglio 2009
ancora su Melville
La piazza permette di rivedere Le doulos di Melville, già visto poco tempo fa: aggiungerei a quanto scritto allora una doverosa menzione ai sapienti giochi di luci e ombre, che uniti all'espressività degli sguardi aggiungono moltissimo alla narrazione e all'atmosfera.
lunedì 27 luglio 2009
in fuga dalla propria fanciullezza
Anche stavolta puro piacere cinefilo (e, come tradizione il venerdì sera, assonnati): Les mistons (Francia 1957; I cinnazzi è un'ottima traduzione proposta da Silvia Albertazzi!) e Les 400 coups (Francia 1959) di François Truffaut. Una riscoperta dopo anni di lontananza.
Ma Fellini in Amarcord, oltre ai propri ricordi ginnasiali, ha voluto omaggare anche Truffaut (emarpsamen vs father)?
Ma Fellini in Amarcord, oltre ai propri ricordi ginnasiali, ha voluto omaggare anche Truffaut (emarpsamen vs father)?
venerdì 24 luglio 2009
la memoria della bnf
Carino e (un po' troppo) retorico il documentario Toute la memoire du monde di Alain Resnais (Francia 1957, 18'), anche se consatare che il sito Richelieu della Bnf non è cambiata quasi di una virgola (sala manoscritti compresa!). Il motivo dell'accumulo di tutti i libri e di tutta la produzione a stampa moderna e contemporanea: la ricerca umana (come singoli e collettività) della felicità (bonheur). E poi, dopo le prime strazianti inquadrature dei due corpi abbracciati e cosparsi di sabbia/cenere/acqua di Hiroshima, mon amour, I went away...
giovedì 23 luglio 2009
old times
Nostalgico e divertente il Woody Allen di Radio days (Usa 1987), ma molto meno del bellissimo seguito ideale, Radio America di Altman. Dialoghi brillanti, colonna sonora eccellente, poche note stonate: piacevole e rilassante.
Post scriptum al film di Coppola: l'ostinazione del protagonista ricorda da vicino Blow up di Antonioni.
Post scriptum al film di Coppola: l'ostinazione del protagonista ricorda da vicino Blow up di Antonioni.
mercoledì 22 luglio 2009
private investigation
Piccole soddisfazioni da cinefili: (ri)vedere The conversation (La conversazione, Usa 1974, 113') di Francis Ford Coppola e scoprire una fonte di ispirazione per Shining (l'incubo del protagonista che si trova di fronte alla camera 773, la apre e scopre l'omicidio; il sangue che sgorga copioso dal water).
Un piacere anche la (riscoperta) colonna sonora, tutta rumori (esperimenti sonori) e jazz (con un gran tema di Duke Ellington) e la migliore comprensione del ritmo narrativo, per tre quarti lento e di tensioni soffocate che espodono nella mezz'ora (e nel colpo di scena) finale. E impagabile è l'inquadratura 'meccanica' che ospita i titoli di coda, che si muove da destra a sinistra e ritorno come una videocamera di sorveglianza, per sottolineare che la paranoia di Henry Caul (Gene Hackman) non passerà neppure dopo aver demolito la propria abitazione. In effetti, egli da dominatore della tecnologia quale era all'inizio finisce prorgessivamente per esserne dominato e perseguitato: i primi germi della caduta (soprattutto psicologica) sono già nelle prime scene, al suo ritorno a casa dopo l'intercettazione iniziale, quando scopre che non è il solo a possedere le (tre) chiavi della propria abitazione; le sue certezze subiscono un ulteriore scacco con la biro-microfono messagli nel taschino dal rivale alla fiera e si accrescono con la sua allucinazione-ricordo costante dell'audio incriminato. E la sua paranoia, che ha la sua vera esplosione con la distruzione della statuetta della Madonna (la perdita della fede di un personaggio religiossissimo, quasi bigotto che si infuria alle bestemmie altrui), è forse confermata dalla fotografia cupa (o è colpa della copia?).
Un piacere anche la (riscoperta) colonna sonora, tutta rumori (esperimenti sonori) e jazz (con un gran tema di Duke Ellington) e la migliore comprensione del ritmo narrativo, per tre quarti lento e di tensioni soffocate che espodono nella mezz'ora (e nel colpo di scena) finale. E impagabile è l'inquadratura 'meccanica' che ospita i titoli di coda, che si muove da destra a sinistra e ritorno come una videocamera di sorveglianza, per sottolineare che la paranoia di Henry Caul (Gene Hackman) non passerà neppure dopo aver demolito la propria abitazione. In effetti, egli da dominatore della tecnologia quale era all'inizio finisce prorgessivamente per esserne dominato e perseguitato: i primi germi della caduta (soprattutto psicologica) sono già nelle prime scene, al suo ritorno a casa dopo l'intercettazione iniziale, quando scopre che non è il solo a possedere le (tre) chiavi della propria abitazione; le sue certezze subiscono un ulteriore scacco con la biro-microfono messagli nel taschino dal rivale alla fiera e si accrescono con la sua allucinazione-ricordo costante dell'audio incriminato. E la sua paranoia, che ha la sua vera esplosione con la distruzione della statuetta della Madonna (la perdita della fede di un personaggio religiossissimo, quasi bigotto che si infuria alle bestemmie altrui), è forse confermata dalla fotografia cupa (o è colpa della copia?).
lunedì 20 luglio 2009
riassunto delle puntate precedenti
Gianni Clerici utilizzerebbe l'Agenzia Palle Roventi: io dovrei coniare un'Ansa cineteatrale...
Giovedì: in piazza l'immenso My darling Clementine (Sfida infernale, Usa 1946) di John Ford. Mai visto su grande schermo (che soddisfazione!), copia eccellente (tranne alcuni punti in cui il restaturo non ha potuto, come nell'inseguimento di Earp a cavallo su Doc Holiday in diligenza), un'occasione per lasciarsi appassionare dalla storia e riassaporare la complessa mescolanza di registri narrativi - western, commedia, teatro (Shakespeare a Tombstone), amicizia, vendetta familiare, giustizia, futuro per i giovani, romance - che ha permesso alla critica di interpretare il film in mille modi diversi.
Venerdì: decisione improvvisa e Citizen Kane (Quarto potere, Usa 1941) di Orson Wells: nonostante la stanchezza anche in questo caso il grande schermo è puro piacere visivo, che rende giustizia allo sperimentalismo del regista. Troppo attuale per essere vero: non sarà un'ossessione? (E fai notare giustamente che nella copia vista sembra mancare un'inquadratura sull'addio a Rosebud).
Sabato: Chiostro di San Martino con Ermanna Montanari in Rosvita (seguito dall'incomprensibile corto basato sullo spettacolo Museum historiae ubuniversalis): emozionante la sperimentazione vocale dell'attrice (già vista in Leben), accattivante la scelta dei testi letti, brave le tre coriste nello sfondo musicale (un Kyrie eccellente), stupendo il chiostro colorato di rosso!
Giovedì: in piazza l'immenso My darling Clementine (Sfida infernale, Usa 1946) di John Ford. Mai visto su grande schermo (che soddisfazione!), copia eccellente (tranne alcuni punti in cui il restaturo non ha potuto, come nell'inseguimento di Earp a cavallo su Doc Holiday in diligenza), un'occasione per lasciarsi appassionare dalla storia e riassaporare la complessa mescolanza di registri narrativi - western, commedia, teatro (Shakespeare a Tombstone), amicizia, vendetta familiare, giustizia, futuro per i giovani, romance - che ha permesso alla critica di interpretare il film in mille modi diversi.
Venerdì: decisione improvvisa e Citizen Kane (Quarto potere, Usa 1941) di Orson Wells: nonostante la stanchezza anche in questo caso il grande schermo è puro piacere visivo, che rende giustizia allo sperimentalismo del regista. Troppo attuale per essere vero: non sarà un'ossessione? (E fai notare giustamente che nella copia vista sembra mancare un'inquadratura sull'addio a Rosebud).
Sabato: Chiostro di San Martino con Ermanna Montanari in Rosvita (seguito dall'incomprensibile corto basato sullo spettacolo Museum historiae ubuniversalis): emozionante la sperimentazione vocale dell'attrice (già vista in Leben), accattivante la scelta dei testi letti, brave le tre coriste nello sfondo musicale (un Kyrie eccellente), stupendo il chiostro colorato di rosso!
giovedì 16 luglio 2009
troppo assonnato
La stanchezza accumulata mi impedisce di valutare equamente Il bandito della Casbah (Pépé le Moko, Francia 1937, 93') di Julien Duvivier con Jean Gabin: divertente in molte battute (- e prima dei gioielli? - sognavo i gioielli), ben fatto, ma non travolgente (colpa del sonno? Chissà).
mercoledì 15 luglio 2009
a little bit late
Venerdì scorso in piazza (che freddo!) La sposa turca (Gegen die Wande, Germania 2004) di Fatih Akin, finalmente in lingua originale rispetto alla prima volta al cinema: finalmente perché si può apprezzare il complesso mélange linguistico turco-tedesco e inglese a Istambul. Curioso che mi ricordassi un finale diverso, ma molte emozioni, forse più della prima visione; grande colonna sonora.
giovedì 9 luglio 2009
Sergio Leone: terza puntata
Che freddo! Va bene che il vento di ieri ha offerto una magnifica luna (come la sera precedente), ma avremmo goduto ugualmente C'era una volta il west (Once upon a time in the west, Italia 1968, 162'). Il mostro-treno con la sua avanzata sancisce la fine di un'epoca e di un'epopea, guardata con più disincanto che nostalgia per il bel mondo antico, incarnato dai tre pistoleri protagonisti: Cheyenne (Jason Robards) che muore per un colpo 'sbagliato' di Morton, il boss della ferrovia, Bronson, alla ricerca della sua vendetta contro Frank (Henry Fonda), un cattivo che si sta lasciando corrompere dal denaro e che trova la sua punizione e redenzione dal male (i dollari) con la morte. Tre uomini, pronti ad essere sostituiti dagli uomini d'affari, incarnati da Morton, un uomo dalle ossa 'marce', anch'esso un ingranaggio della macchina più grande governata dal denaro, tanto che se ne prevede l'immediata sostituzione dopo la sua morte con un altro che completi la ferrovia. E bellissima Claudia Cardinale, in un ruolo ambiguo e affascinante!
mercoledì 8 luglio 2009
Sergio Leone: seconda puntata
Dopo il piacevolissimo frammento di Brustlein di Davide Rizzo e Pierluigi De Nonno, seconda puntata del west di Leone con Per un pugno di dollari (Italia 1964, 95'). Un puro godimento cinematografico! Ma ne scriverò più avanti, visto che ora, da piemontese di Bologna (finalmente!), sono cotto.
domenica 5 luglio 2009
Sergio Leone: prima puntata
Per chiudere il festival del Cinema ritrovato di quest'anno la versione restaurata di 175' di Il buono, il brutto e il cattivo (Italia-Spagna-Rft 1966), prima puntata della retrospettiva in piazza su Sergio Leone. Sesta o settima visione, come se fosse la prima, e piazza Maggiore aggiunge sempre qualcosa. Sullo sgretolamento del mito americano (fondato sulla sanguinaria guerra di secessione, che per il regista riassume prima e seconda guerra mondiale, tra trincee, ponti da difendere e campi di concentramento con torture efferate) galleggiano i tre protagonisti senza scrupoli né morale, 'persone' o maschere mosse dal solo desiderio del denaro (come in Non è un paese per vecchi, hai ragione!). E su tutto la maestria di un grande narratore e regista, che avvince e incatena allo schermo ed alla storia narrata, tra ironia caustica e barlumi di sentimenti umani, siano essi interessati o gratuiti (come il sigaro donato dal Clint a Tuco dopo la partenza dal monastero). Questo west di Leone (tutto italiano), divide il mondo in due, come ricorda il refrain che si rinfacciano modificando Eli Wallach e Clint Eastwood: chi ha la corda attorno al collo e chi spara, chi entra dalla porta con gli speroni e chi entra dalla finestra, chi ha la pistola e chi scava. E modi spicci: vado, l'ammazzo e torno!
sabato 4 luglio 2009
una serata particolare
Grazie a Elisabetta Pozzi per averci regalato una serata di emozioni, divertimento e grande teatro nel Chiostro di San Martino. Una serata particolare, diversa da un reading tradizionale, quasi una chiacchierata, una conversazione inframezzata dai suoi monologhi, cominciando con quelli della Medea euripidea (da Siracusa con amore), inframezzati dalla spiegazione di ciò che nel frattempo accade. Molto belli anche i quattro monologhi tratti da Medea. Voci di Christa Wolf (la voce di Giasone ricordava quella di Max Gericke; delizioso l'aneddoto su Carmelo Bene e una stagista sempre piangente durante le prove di Adelchi: - "ma il teatro è la mia vita" - "e allora muori!") e il finale della Fedra di Ritsos (visto nel caldo agosto 2003 e mai dimenticato); e ancora alcune letture: tre poesie di poeti africani e Tutto in un punto dalle Cosmicomiche di Calvino, per finire con il finale del V canto dell'Inferno, recitato (quasi cantato) con una vivacità nuova, rispetto alle letture 'tradizionali'. E merito anche al marito, Daniele D'Angelo, autore dell'accompagnamento musicale. Grazie davvero.
venerdì 3 luglio 2009
sfida necessaria?
Si pone la domanda di come possano essere paragonati e paragonabili Chaplin e Keaton: se è impossibile il confronto nella loro evoluzione sonora successiva, quando Chaplin ha creato e lasciato all'umanità capolavori assoluti, mentre Keaton si è fermato sul viale del tramonto, altrettanto forse può dirsi anche per il loro primo periodo, quando le rispettive comicità sono radicalmente differenti. Ciò emerge dal semplice confronto tra due opere minori chapliniane, Sunnyside (Usa 1919, 20') e A day's pleasure (Usa 1919, 33'), chiari esempi di slapstick delle origini (ma una spanna sopra tutti gli altri come quelli di Fatty Arbrucke), ed il keatoniano One week (Usa 1919, 22'): basta vedere le inquadrature, che esprimono il diverso rapporto con il mondo circostante (e che portano ad esiti diversi di comicità). Se ci si limita a questi tre film, vince Keaton, ma, ripeto, è ancora necessario il paragone?
giovedì 2 luglio 2009
cronaca ordinaria
Caro presidente Napolitano, chi le scrive è una non più giovane ricercatrice precaria che ha deciso di andarsene dal suo Paese portando con sé tre figli nella speranza che un’altra nazione possa garantire loro una vita migliore di quanto lo Stato italiano abbia garantito alla loro madre. Vado via con rabbia, con la sensazione che la mia abnegazione e la mia dedizione non siano servite a nulla. Vado via con l’intento di chiedere la cittadinanza dello Stato che vorrà ospitarmi, rinunciando ad essere italiana.
Signor presidente, la ricerca in questo Paese è ammalata. La cronaca parla chiaro, ma oltre alla cronaca ci sono tantissime realtà che non vengono denunciate per paura di ritorsione perché, spesso, chi fa ricerca da precario, se denuncia è automaticamente espulso dal «sistema » indipendentemente dai risultati ottenuti. Chi fa ricerca da precario non può «solo» contare sui risultati che ottiene, poiché in Italia la benevolenza dei propri referenti è una variabile indipendente dalla qualità del lavoro. Chi fa ricerca da precario deve fare i conti con il rinnovo della borsa o del contratto che gli consentirà di mantenersi senza pesare sulla propria famiglia. Non può permettersi ricorsi costosi e che molto spesso finiscono nel nulla. E poi, perché dovrebbe adire le vie legali se docenti dichiarati colpevoli sino all’ultimo grado di giudizio per aver condotto concorsi universitari violando le norme non sono mai stati rimossi e hanno continuato a essere eletti (dai loro colleghi!) commissari in nuovi concorsi?
Io, laureata nel 1990 in Medicina e Chirurgia all’Università di Pavia, con due specialità, in Pediatria e in Genetica medica, conseguite nella medesima Università, nel 2004 ho avuto l’onore di pubblicare con primo nome un articolo sul New England Journal of Medicine i risultati della mia scoperta e cioè che alcune forme di linfoma maligno possono avere un’origine genetica e che è dunque possibile ereditare dai genitori la predisposizione a sviluppare questa forma tumorale. Tale scoperta è stata fatta oggetto di brevetto poi lasciato decadere non essendo stato ritenuto abbastanza interessante dalle istituzioni presso cui lavoravo. Di contro, illustri gruppi di ricerca stranieri hanno confermato la mia tesi che è diventata ora parte integrante dei loro progetti: ma, si sa, nemo propheta in Patria.
Ottenere questi risultati mi è costato impegno e sacrifici: mettevo i bambini a dormire e di notte tornavo in laboratorio, non c’erano sabati o domeniche...
Lavoravo, come tutti i precari, senza versamenti pensionistici, ferie, malattia. Ho avuto contratti di tutti i tipi: borse di studio, co-co-co, contratti di consulenza... Come ultimo un contratto a progetto presso l’Istituto di Genetica medica dell’Università di Pavia, finanziato dal Policlinico San Matteo di Pavia.
Sia chiaro: nessuno mi imponeva questi orari. Ero spinta dal mio senso del dovere e dalla forte motivazione di aiutare chi era ammalato. Nel febbraio 2005 mi sono vista costretta a interrompere la ricerca: mi era stato detto che non avrei avuto un futuro. Ho interrotto una ricerca che molti hanno giudicato promettente, e che avrebbe potuto aggiungere una tessera al puzzle che in tutto il mondo si sta cercando di completare e che potrebbe aiutarci a sconfiggere il cancro.
Desidero evidenziare proprio questo: il sistema antimeritocratico danneggia non solo il singolo ricercatore precario, ma soprattutto le persone che vivono in questa Nazione. Una «buona ricerca» può solo aiutare a crescere; per questo motivo numerosi Stati europei ed extraeuropei, pur in periodo di profonda crisi economica, hanno ritenuto di aumentare i finanziamenti per la ricerca.
È sufficiente, anche in Italia, incrementare gli stanziamenti? Purtroppo no. Se il malcostume non verrà interrotto, se chi è colpevole non sarà rimosso, se non si faranno emergere i migliori, gli onesti, dare più soldi avrebbe come unica conseguenza quella di potenziare le lobby che usano le Università e gli enti di ricerca come feudo privato e che così facendo distruggono la ricerca.
Con molta amarezza, signor presidente, la saluto.
Rita Clementi
(Il corriere della sera, 29 giugno 2009)
restauri colorati e no
Ieri due ottimi restauri: Drums along the Mohawk (La più grande avventura, Usa, 1939, 103') di John Ford, il suo primo technicolor, e Les vacances de Monsieur Hulot (Francia 1953, 96') di Jacques Tati. Se quest'ultimo è una vecchia conoscenza (sempre divertente anche alla quinta visione, sia nei singoli gag che nella sua sommessa e caustica satira di costume), il western di Ford è una scoperta. Come ha detto Jean Douchet che ha introdotto il film, "chi non apprezza questo film non può dire di amare il cinema". Eccellenti alcuni momenti, come la partenza dei soldati, con la moglie di Henry Fonda che lo segue e rincorre a distanza, sperando di essere vista, o le inquadrature (tipicamente fordiane) dei personaggi sullo sfondo del tramonto (come durante la fuga di Fonda dal forte assediato con inseguimento indiano - un po' inverosimile, va detto).
mercoledì 1 luglio 2009
perché verde?
Per solidarietà con il popolo iraniano, che lotta e soffre. Non credo di poter fare altro per loro, e mi dispiace.
un jazz per la folla
Mi è proprio piaciuto The crowd di King Vidor (Usa 1927, 103'), muto con accompagnamento live con musiche composte da Henrik Otto Donner e performate da Juhani Aaltonen, Jukka Orma, Henrik Otto Donner, Tero Tuovinen, Mika Rintala e Esa Santonen (a volte troppo invadenti, ma nel complesso ben fatto e davvero unico). Molto interessante la mescolanza di generi diversi, dato che il film inizia in tono leggero, come una commedia sul conformismo dei colletti bianchi newyorkesi (divertenti sono le sequenze del viaggio di nozze e del ménage familiare), per trasformarsi lentamente in un dramma privato (e contemporaneamente sociale): le difficoltà della famiglia, la morte di una figlia (e ben fatta è la rappresentazione visiva del rovello che impedisce a John Sims di concentrarsi sul lavoro dopo la morte della figlia, con numeri e immagini sovraimpressi sulla fronte), la perdita e la ricerca di un lavoro, la competitività esasperata della società capitalista. Anzi, proprio l'evoluzione finale permette di interpretare la prima come un prologo necessariamente pessimista.
Molte le scene da ricordare, tra cui quelle della folla: stupendo e agghiacciante è il finale a teatro, dove si ride 'democraticamente' e il protagonista riceve i 'meritati' complimenti per aver coniato uno slogan per un detersivo; subito dopo la mdp allarga progressivamente il campo, annullando l'individualità della famiglia nella massa, con un movimento inverso a quello visto all'inizio del film, quando invece essa scelie tra la massa indifferenziata degli operai intenti alle rispettive scrivanie il protagonista, come se il regista estraesse a sorte. Il risultato sarebbe stato identico, se la scelta fosse caduta su un altro: questo tipo di società produce questi effetti.
Molte le scene da ricordare, tra cui quelle della folla: stupendo e agghiacciante è il finale a teatro, dove si ride 'democraticamente' e il protagonista riceve i 'meritati' complimenti per aver coniato uno slogan per un detersivo; subito dopo la mdp allarga progressivamente il campo, annullando l'individualità della famiglia nella massa, con un movimento inverso a quello visto all'inizio del film, quando invece essa scelie tra la massa indifferenziata degli operai intenti alle rispettive scrivanie il protagonista, come se il regista estraesse a sorte. Il risultato sarebbe stato identico, se la scelta fosse caduta su un altro: questo tipo di società produce questi effetti.
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