Ciò che più colpisce nel bel film di Philippe Claudel Ti amerò sempre (Il y a longtemps que je t'aime, Francia-Germania 2008, 115') è la prova della protagonista Kristin Scott Thomas, capace di interpretare il suo personaggio in modo assente: non sembra mai essere in scena, ma sempre altrove, in un altro mondo con il suo figlio perduto. E il rovesciamento si questa lontananza arriva proprio alla fine, dopo la confessione alla sorella (Elsa Zylberstein, anche lei notevole) di ciò che accadde più di 15 anni prima: "Je suis là" segna forse il suo ritorno alla vita, ad un nuovo amore e a "nuove cose".
Per il resto, a parte il doppiaggio che senza dubbio penalizza quest'opera di attrici e attori, il film è ben costruito, con alcune battute molto divertenti e con personaggi costruiti con coerenza (ciascuno ha dei difetti, come è normale che sia). Da rivedere in lingua.
venerdì 27 febbraio 2009
mercoledì 25 febbraio 2009
delusione
Ho provato a lasciar passare qualche giorno di meditazione prima di scrivere dello spettacolo visto sabato all'Arena del Sole, il Macbeth con la regia di Gabriele Lavia (con lo stesso Lavia e Giovanna Di Rauso nel ruolo di Lady Macbeth), per poterci riflettere un po' di più, ma il giudizio non è cambiato rispetto a quello a caldo: la messa in scena è affascinante nella sua complessità e profondità: l'azione si articola su quattro distinti piani (platea, scena spesso bipartita tramite un secondo sipario, le quinte) e sono molti i momenti emozionanti (l'impiccagione di Lady Macbeth, le streghe che escono da sotto al letto dei coniugi). Continuo però a non condividere l'idea di fondo dello spettacolo: il tono grottesco e buffonesco (da attore, come sottolinea lo stesso Lavia) non mi pare si addica a Macbeth, ne sminuisce la grandezza e debolezza; tale scelta mi pare inoltre attenuare il ruolo della sua sposa (la brava Giovanna Di Rauso) e finisce per trasformare il testo in una denuncia sul potere (soprattutto sottolineando l'ignoranza e grossolanità dei governanti). Operazione certo legittima e apprezzabile, ma non troppo efficace.
giovedì 19 febbraio 2009
affaires de femmes (et d'hommes)
Si parla di donne, di sessualità, di contraccezione e, necessariamente, di uomini e di relazioni (più o meno) amorose nel bel film di Claire Simon Les bureaux de dieu (Belgio-Francia 2008, 122'): se ne parla con una libertà e una frachezza oggi impensabili in Italia (che pare Medioevo al confronto), tanto che il film ad oggi non ha una distribuzione nel nostro paese. Bisogna perciò ringraziare la Cineteca di Bologna e il festival Officinema per aver dato spazio a questo evento.
Il film è ambientato in un consultorio parigino, dove la macchina da presa cerca di filmare con grande umanità le esperienze, i dubbi e le paure delle donne (e dei pochi uomini, quasi figuranti) che vi fanno visita: sono storie individuali che si fanno universali e riguardano tutti. E in questo senso ottime mi sembrano due idee: l'utilizzo di una pluralità linguistica, tramite la caratterizzazione di ciascun personaggio con un determinato registro linguistico e dialettale (intraducibile in un eventuale doppiaggio), e l'impiego di attrici professioniste nel ruolo dele operatrici del consultorio e di dilettanti per le donne che vengono a chiedere aiuto (e le attrici sono tutte da segnalare per la prova complessiva). Ottima anche la sceneggiatura (non c'è improvvisazione, come spiega la regista nell'incontro seguente la proiezione) e la regia, che utilizza con frequenza e sensibilità il pianosequenza (molto avvolgente e coinvolgente); da segnalare anche l'uso della musica in presa diretta, un jazz con sola tromba come variazione di un tema di Bach (che chiude il film).
Il film è ambientato in un consultorio parigino, dove la macchina da presa cerca di filmare con grande umanità le esperienze, i dubbi e le paure delle donne (e dei pochi uomini, quasi figuranti) che vi fanno visita: sono storie individuali che si fanno universali e riguardano tutti. E in questo senso ottime mi sembrano due idee: l'utilizzo di una pluralità linguistica, tramite la caratterizzazione di ciascun personaggio con un determinato registro linguistico e dialettale (intraducibile in un eventuale doppiaggio), e l'impiego di attrici professioniste nel ruolo dele operatrici del consultorio e di dilettanti per le donne che vengono a chiedere aiuto (e le attrici sono tutte da segnalare per la prova complessiva). Ottima anche la sceneggiatura (non c'è improvvisazione, come spiega la regista nell'incontro seguente la proiezione) e la regia, che utilizza con frequenza e sensibilità il pianosequenza (molto avvolgente e coinvolgente); da segnalare anche l'uso della musica in presa diretta, un jazz con sola tromba come variazione di un tema di Bach (che chiude il film).
martedì 17 febbraio 2009
pugilato a parole
Frost/Nixon di Ron Howard (Usa 2008, 122') è tutto incentrato sulle interviste del conduttore televisivo al discusso presidente americano: una sfida di parole, un incontro di boxe, come spesso si sente dire tra gli staff dei due duellanti. Film forse troppo lungo e criptico per chi non ha vissuto quegli anni (speravamo di imparare qualcosa, invece...): mi è perciò venuto naturale la sostituzione di Nixon con un qualsiasi uomo politico contemporaneo. Concordo con te circa la mancanza di un forte snodo narrativo - l'incrinatura di Nixon prima del crollo/confessione/ammissione di colpa - dato che la telefonata notturna (rimossa poi da Nixon) non pare sufficiente.
lunedì 16 febbraio 2009
Ascanio a San Lazzaro
Celestini si conferma un grande affabulatore, che si starebbe ad ascoltare per ore (e l'ora e mezza di spettacolo passa in un lampo), come nel suo storico spettacolo Radio clandestina, visto sabato sera all'Itc di San Lazzaro. La ricostruzione-rievocazione-racconto della strage delle Fosse Ardeatine è eccellente, ma la parte migliore è la paziente opera di confutazione di tutte le voci recenti e faziose che tendono a screditare il ruolo dei partigiani e della guerra di liberazione: un esercizio quotidiano nel nostro triste paese, dove la memoria non è mai condivisa e va difesa senza posa.
Spettacolo semplicissimo anche nella scenografia: una sedia, tre assi di legno che formano una struttura, appese una lampada e tre lampadine (e particolari sono i giochi di luce operati dallo stesso autore: va detto che alla fine è lui stesso a smontare tutto!).
Spettacolo semplicissimo anche nella scenografia: una sedia, tre assi di legno che formano una struttura, appese una lampada e tre lampadine (e particolari sono i giochi di luce operati dallo stesso autore: va detto che alla fine è lui stesso a smontare tutto!).
sabato 14 febbraio 2009
Tutti vogliono essere la signora Margherita!
Tralascio di scrivere dell'inutile ed insignificante Home di Ursula Meier (Svizzera-Francia-Belgio 2008, visto giovedì al Cinema Rialto) per passare invece al coinvolgente (in tutti i sensi) spettacolo teatrale La signora Margherita (di Roberto Athayde, regia Emiliano Bulgaria, con Marina Pitta ), visto ieri sera alle Moline. Si entra nel teatro al suono di una campanella e con la stratosferica Marina Pitta ad accogliere noi, scolari al primo giorno di scuola. Da questo momento il teatro-scuola inizia a diventare una prigione, con il pubblico in balìa della signora Margherita: all'inizio il divertimento è massimo, ma pian piano si fa strada una certa inquietudine, quando la maestra incomincia ad interrogare qualcuno del pubblico, lo fa andare alla lavagna, lo mette a disagio (e grandi sono le sue doti di improvvisazione: alla fine, in ogni caso ringrazia le sue 'cavie'). Sul fondo c'è un'altra classe, con altri problemi e altre storie, mentre nella nostra si ride per ciò che succede e si teme per sé. Il cuore dello spettacolo è certo il potere e l'obbedienza, una riflesisone sulla prevaricazione e sul terrore che annichilisce chi lo subisce, a cui non viene neppure in mente di rifiutare di eseguire quanto gli sia ordinato, sebbene chi comanda non abbia alcuno strumento coercitivo al di fuori della propria voce. Ciò che rimane è proprio l'angoscia di non riuscire a sottrarsi a questa paura e, coe pubblico, a pensare "meglio a lui che a me": provare questa sensazione in maniera consapevole è qualcosa che non può non far riflettere anche sul nostro comportamento quotidiano. Quando si dice teatro civile... basterebbe questo spettacolo più di cento discorsi!
In ogni caso, tra i momenti da ricordare resta senza dubbio il monologo finale in un crescendo forsennato (a propsito di possibilità fisiche e linguistiche), ma, nel complesso, tutta la monumentale prova della Pitta.
In ogni caso, tra i momenti da ricordare resta senza dubbio il monologo finale in un crescendo forsennato (a propsito di possibilità fisiche e linguistiche), ma, nel complesso, tutta la monumentale prova della Pitta.
giovedì 12 febbraio 2009
Hedda e la sua noia
"Cosa rimane di questo testo? Cosa ha voluto comunicare Ibsen con Hedda Gabler?": queste sono le tue domande (più o meno). Lo spettacolo visto al Teatro Testoni di Casalecchio ieri sera (progetto, elaborazione drammaturgica e regia di Elena Bucci e Marco Sgrosso; con Elena Bucci, Maurizio Cardillo, Roberto Marinelli, Marco Sgrosso, Elisabetta Vergani, Giovanna Randi, Salvatore Ragusa; CTB Teatro Stabile di Brescia) pone in effetti queste e altre questioni. Inanzi tutto si impone l'idea della noia di Hedda, una donna senza qualità dell'alta borghesia, che si lascia vivere e non sceglie neppure il proprio matrimonio, subito passivamente come conseguenza di una frase detta per rompere il silenzio; una donna che è solo capace di osservare la vita, che vorrebbe avere tra le mani il destino di qualcuno, ma che al momento di agire rinuncia o delega (come per uccidere il suo vecchio amore Lovborg: in passato aveva avuto l'intenzione di sparargli, senza però averne avuto il coraggio; ora gli consegna la stessa pistola di allora affinché si suicidi con quella). Solo alla fine Hedda decide di uccidersi, ma più che atto di libera scelta sembra piuttosto l'ennesima fuga dalla realtà che la circonda (la sua nuova schiavitù all'assessore-amante ed la contemporanea ricostituzione del legame del marito con la sua vecchia amante).
Inoltre, hai ragione a dire che il personaggio di Hedda è presentato (e visto dagli altri) in modo dissonante rispetto alla sua vera natura: dalle parole altrui infatti ci si aspetterebbe una persona brillante, viva ed affascinante, mentre la sua natura è l'esatto contrario (e per giunta intrisa di cattiveria, specie nel suo desiderio di distruggere col fuoco - capelli o manoscritti).
Bravi gli attori, e stupenda la scena (molto cinematografica grazie al'uso delle luci) dei pensieri notturni della protagonista, che si muove agitando il corpo e le braccia come una tarantolata in cerchio attorno agli altri personaggi, che sono raggiruppati al centro del palcoscenico e recitano ciascuno alcune delle proprie battute. Carino anche l'effetto sonoro del manoscritto che brucia. Altre cose meno, come la messa in scena dell'ultimo atto, o certi movimenti non giustificati, ma nel complesso uno spettacolo valido.
Inoltre, hai ragione a dire che il personaggio di Hedda è presentato (e visto dagli altri) in modo dissonante rispetto alla sua vera natura: dalle parole altrui infatti ci si aspetterebbe una persona brillante, viva ed affascinante, mentre la sua natura è l'esatto contrario (e per giunta intrisa di cattiveria, specie nel suo desiderio di distruggere col fuoco - capelli o manoscritti).
Bravi gli attori, e stupenda la scena (molto cinematografica grazie al'uso delle luci) dei pensieri notturni della protagonista, che si muove agitando il corpo e le braccia come una tarantolata in cerchio attorno agli altri personaggi, che sono raggiruppati al centro del palcoscenico e recitano ciascuno alcune delle proprie battute. Carino anche l'effetto sonoro del manoscritto che brucia. Altre cose meno, come la messa in scena dell'ultimo atto, o certi movimenti non giustificati, ma nel complesso uno spettacolo valido.
parole sante
Chiedete scusa a Beppino Englaro
di Roberto Saviano
(© 2009 by Roberto Saviano. Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency. Repubblica, 12.2.09)
di Roberto Saviano
Da italiano sento solo la necessità di sperare che il mio paese chieda scusa a Beppino Englaro. Scusa perché si è dimostrato, agli occhi del mondo, un paese crudele, incapace di capire la sofferenza di un uomo e di una donna malata. Scusa perché si è messo a urlare, e accusare, facendo il tifo per una parte e per l'altra, senza che vi fossero parti da difendere.
Qui non si tratta di essere per la vita o per la morte. Non è così. Beppino Englaro non certo tifava per la morte di Eluana, persino il suo sguardo porta i tratti del dolore di un padre che ha perso ogni speranza di felicità - e persino di bellezza - attraverso la sofferenza di sua figlia. Beppino andava e va assolutamente rispettato come uomo e come cittadino anche e soprattutto se non si condividono le sue idee. Perché si è rivolto alle istituzioni e combattendo all'interno delle istituzioni e con le istituzioni, ha solo chiesto che la sentenza della Suprema Corte venisse rispettata.
Senza dubbio chi non condivide la posizione di Beppino (e quella che Eluana innegabilmente aveva espresso in vita) aveva il diritto e, imposto dalla propria coscienza, il dovere di manifestare la contrarietà a interrompere un'alimentazione e un'idratazione che per anni sono avvenute attraverso un sondino. Ma la battaglia doveva essere fatta sulla coscienza e non cercando in ogni modo di interferire con una decisione sulla quale la magistratura si stava interrogando da tempo.
Beppino ha chiesto alla legge e la legge, dopo anni di appelli e ricorsi, gli ha confermato che ciò che chiedeva era un suo diritto. È bastato questo per innescare rabbia e odio nei suoi confronti? Ma la carità cristiana è quella che lo fa chiamare assassino? Dalla storia cristiana ho imparato ha riconoscere il dolore altrui prima d'ogni cosa. E a capirlo e sentirlo nella propria carne. E invece qualcuno che nulla sa del dolore per una figlia immobile in un letto, paragona Beppino al "Conte Ugolino" che per fame divora i propri figli? E osano dire queste porcherie in nome di un credo religioso. Ma non è così. Io conosco una chiesa che è l'unica a operare nei territori più difficili, vicina alle situazioni più disperate, unica che dà dignità di vita ai migranti, a chi è ignorato dalle istituzioni, a chi non riesce a galleggiare in questa crisi. Unica nel dare cibo e nell'essere presente verso chi da nessuno troverebbe ascolto. I padri comboniani e la comunità di sant'Egidio, il cardinale Crescenzio Sepe e il cardinale Carlo Maria Martini, sono ordini, associazioni, personalità cristiane fondamentali per la sopravvivenza della dignità del nostro Paese.
Conosco questa storia cristiana. Non quella dell'accusa a un padre inerme che dalla sua ha solo l'arma del diritto. Beppino per rispetto a sua figlia ha diffuso foto di Eluana sorridente e bellissima, proprio per ricordarla in vita, ma poteva mostrare il viso deformato - smunto? Gonfio? - le orecchie divenute callose e la bava che cola, un corpo senza espressione e senza capelli. Ma non voleva vincere con la forza del ricatto dell'immagine, gli bastava la forza di quel diritto che permette all'essere umano, in quanto tale, di poter decidere del proprio destino. A chi pretende di crearsi credito con la chiesa ostentando vicinanza a Eluana chiedo, dov'era quando la chiesa tuonava contro la guerra in Iraq? E dov'è quando la chiesa chiede umanità e rispetto per i migranti stipati tra Lampedusa e gli abissi del Mediterraneo. Dove, quando la chiesa in certi territori, unica voce di resistenza, pretende un intervento decisivo per il Sud e contro le mafie.
Sarebbe bello poter chiedere ai cristiani di tutta Italia di non credere a chi soltanto si sente di speculare su dibattiti dove non si deve dimostrare nulla nei fatti, ma solo parteggiare. Quello che in questi giorni è mancato, come sempre, è stata la capacità di percepire il dolore. Il dolore di un padre. Il dolore di una famiglia. Il "dolore" di una donna immobile da anni e in una condizione irreversibile, che aveva lasciato a suo padre una volontà. E persone che neanche la conoscevano e che non conoscono Beppino, ora, quella volontà mettono in dubbio. E poco o nullo rispetto del diritto. Anche quando questo diritto non lo si considera condiviso dalla propria morale, e proprio perché è un diritto lo si può esercitare o meno. È questa la meraviglia della democrazia. Capisco la volontà di spingere le persone o di cercare di convincerle a non usufruire di quel diritto, ma non a negare il diritto stesso. Lo spettacolo che di sé ha dato l'Italia nel mondo è quello di un paese che ha speculato sull'ennesima vicenda.
Molti politici hanno, ancora una volta, usato il caso Englaro per cercare di aggregare consenso e distrarre l'opinione pubblica, in un paese che è messo in ginocchio dalla crisi, e dove la crisi sta permettendo ai capitali criminali di divorare le banche, dove gli stipendi sono bloccati e non sembra esserci soluzione. Ma questa è un'altra storia. E proprio in un momento di crisi, di frasi scontate, di poco rispetto, Beppino Englaro ha dato forza e senso alle istituzioni italiane e alla possibilità che un cittadino del nostro Paese, nonostante tutto, possa ancora sperare nelle leggi e nella giustizia. Sarebbe bello se l'epilogo di questa storia dolorosa potesse essere che in Italia, domani, grazie alla battaglia pacifica di Beppino Englaro, ciascuno potesse decidere se, in caso di stato neurovegetativo, farsi tenere in vita per decenni dalle macchine o scegliere la propria fine senza emigrare. È questa l'Italia del diritto e dell'empatia - di cui si è già parlato - che permette di rispettare e comprendere anche scelte diverse dalle proprie, un'Italia in cui sarebbe bellissimo riconoscersi.
(© 2009 by Roberto Saviano. Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency. Repubblica, 12.2.09)
domenica 8 febbraio 2009
che doppietta!
Ce ne fossero di week end come questi! Un monologo e un balletto da togliere il fiato e da far spellare le mani dagli applausi: che bellezza! Ma andiamo con ordine.
Sabato sera all'Itc di San Lazzaro Elisabetta Pozzi ha dato il meglio di sé in un suo spettacolo storico, Max Gericke (di Manfred Karge, regia di Walter Le Moli): testo complesso, che racconta la vita 'conformista' di Ella Gericke, tedesca, che attraversa tutto il Novecento, dalla Repubblica di Weimar, al nazismo, al comunismo della Germania Est. Per sopravvivere 'ha detto sì a tutti' (come nella canzone di Brecht-Weil, La ballata di chi vuol stare bene al mondo), è diventata suo marito Max morto di cancro, seppellendo sé stessa, per poter lavorare al suo posto come gruista; poi è ritornata donna per sfuggire alla leva sotto il nazismo, entrando nelle SA (come la madre di Lasciami andare, madre!, e non ci si può non ricordare della grande prova di Roberto Herlitzka in quello spettacolo di qualche ano fa, anche per la situazione); infine diviene nuovamente suo marito per riprendere il lavoro precedente. Tutto questo è rivissuto dalla Pozzi sulla scena, che richiama un interno di una povera casa di pensionati, con una poltrona, una sedi, un tavolino, un piccolo armadio (che funge da scarno ma efficace guardaroba), su cui sta una televisione, che trasmette solo un'unica canzone, Youkali tango (di Kurt Weil, appunto). Nel corso dello spettacolo dismette progressivamente i panni maschili per assumere quelli femminili, finendo a camminare su tacchi a spillo improponibili, e finendo con la citazione del'inizio della favola di Biancaneve (specchio, specchio delle mie brame...) seduta sulla poltrona in bilico sul palcoscenico, con il volto stravolto da una smorfia che dà i brividi. E lo stravolgimento della voce (anche in alcune cantilene, come "che brava questa bambina"), il camuffare se stessi, il proclamarsi tedeschi all'osteria dopo una serata a birra, ramino, schnaps e stinco di porco sono tutti segni del conformismo. Questo è, mi pare, il cuore dello spettacolo, che permette di leggere una storia individuale su un piano metaforico, anzi, allegorico, che permette di sentirla universale. Ma tutto questo non si potrebbe cogliere senza la straordinaria bravura della Pozzi. (Appuntamento a Siracusa?)
Oggi pomeriggio, invece, al Teatro Duse il balletto Bolero, serata d'autore del Balletto di Roma (Ente Nazionale del Balletto; coreografie Mauro Bigonzetti, Eugenio Scigliano, Milena Zullo, Fabrizio Monteverde; direzione artistica Walter Zappolini). Uno spettacolo emozionante, il primo di danza conteporanea che mi abbia davvero dato i brividi. Più che le parole, come promemoria futuro, allego questo video:
Sabato sera all'Itc di San Lazzaro Elisabetta Pozzi ha dato il meglio di sé in un suo spettacolo storico, Max Gericke (di Manfred Karge, regia di Walter Le Moli): testo complesso, che racconta la vita 'conformista' di Ella Gericke, tedesca, che attraversa tutto il Novecento, dalla Repubblica di Weimar, al nazismo, al comunismo della Germania Est. Per sopravvivere 'ha detto sì a tutti' (come nella canzone di Brecht-Weil, La ballata di chi vuol stare bene al mondo), è diventata suo marito Max morto di cancro, seppellendo sé stessa, per poter lavorare al suo posto come gruista; poi è ritornata donna per sfuggire alla leva sotto il nazismo, entrando nelle SA (come la madre di Lasciami andare, madre!, e non ci si può non ricordare della grande prova di Roberto Herlitzka in quello spettacolo di qualche ano fa, anche per la situazione); infine diviene nuovamente suo marito per riprendere il lavoro precedente. Tutto questo è rivissuto dalla Pozzi sulla scena, che richiama un interno di una povera casa di pensionati, con una poltrona, una sedi, un tavolino, un piccolo armadio (che funge da scarno ma efficace guardaroba), su cui sta una televisione, che trasmette solo un'unica canzone, Youkali tango (di Kurt Weil, appunto). Nel corso dello spettacolo dismette progressivamente i panni maschili per assumere quelli femminili, finendo a camminare su tacchi a spillo improponibili, e finendo con la citazione del'inizio della favola di Biancaneve (specchio, specchio delle mie brame...) seduta sulla poltrona in bilico sul palcoscenico, con il volto stravolto da una smorfia che dà i brividi. E lo stravolgimento della voce (anche in alcune cantilene, come "che brava questa bambina"), il camuffare se stessi, il proclamarsi tedeschi all'osteria dopo una serata a birra, ramino, schnaps e stinco di porco sono tutti segni del conformismo. Questo è, mi pare, il cuore dello spettacolo, che permette di leggere una storia individuale su un piano metaforico, anzi, allegorico, che permette di sentirla universale. Ma tutto questo non si potrebbe cogliere senza la straordinaria bravura della Pozzi. (Appuntamento a Siracusa?)
Oggi pomeriggio, invece, al Teatro Duse il balletto Bolero, serata d'autore del Balletto di Roma (Ente Nazionale del Balletto; coreografie Mauro Bigonzetti, Eugenio Scigliano, Milena Zullo, Fabrizio Monteverde; direzione artistica Walter Zappolini). Uno spettacolo emozionante, il primo di danza conteporanea che mi abbia davvero dato i brividi. Più che le parole, come promemoria futuro, allego questo video:
sabato 7 febbraio 2009
The Millionaire (Slumdog Millionaire, Gran Bretagna-Usa 2008, 120') di Danny Boyle è un film unico nel suo genere, ben costruito, girato e montato e originale nella sceneggiatura: l'idea di recuperare le difficoltà vissute dal protagonista fin da bambino nella poverissima Mumbai tramite le risposte di un fortunato quiz televisivo è efficace (anche se nel finale si sfilaccia un po'). In effetti, uno dei pregi maggiori del film mi pare proprio la rievocazione della vita del protagonista (interrogato dalla polizia, per il sospetto di aver vinto barando): le tensioni politiche, il racket subito dai bambini di strada, la squallida vita delle baraccopoli costituiscono lo sfondo (certo edulcorato) della storia. Molto bella la prima parte, più semplice la seconda (dopo l'ingresso nella casa del gangster, quando il film svolta decisamente sul tema amoroso). E coinvolgente il ballo bolliwoodyano sui titoli di coda!
P.s.: vergognoso l'errore di doppiaggio:
P.s.: vergognoso l'errore di doppiaggio:
Nell'edizione italiana una donna urla: "Sono musulmani, scappiamo". Nell'originale si tratta di un uomo, un hindu, che urla: "They're muslims, get them", "Sono musulmani, prendeteli". Meditate.(Il sole 24 ore - domenicale, 8.2.09)
lunedì 2 febbraio 2009
dimenticanza
Nel turbillon della scorsa settimana quasi mi dimenticavo di appuntarmi la mia 'prima volta' in milonga (con te e grazie a te)! (E, tra l'altro, non avrei mai pensato di ballare - più o meno - Modì di Capossela...) Un otro tango, por favor!
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