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sabato 2 gennaio 2010

regali di capodanno

In forte astinenza da tango, ci si consola con un eccellente Ascanio Celestini di qualche anno fa: Scemo di guerra (in dvd). Con il suo stile inconfondibile, caratterizzato dalla formularità narrativa che ricorda la tecnica rapsodica dei poemi omerici, rievoca e ricrea il racconto del padre sugli eventi vissuti nel 1944 a Roma. Si tratta di una storia piccola, individuale, fatta di lotta quotidiana per sopravvivere (rischiando anche la vita per una cipolla), che merita di essere raccontata e trasmessa per non essere dimenticata. Ricorda molto da vicino, per trama, ambientazione e scenografia semplicissima (sedia e lampadina) un altro suo stupendo spettacolo: Radio clandestina. E c'è molta verità nell'ammettere che una storia, quando si comincia il racconto, è vera; più si procede e più si altera, introducendo varianti e personalizzazioni, finanche invenzioni, come la resurrezione, la mosca che parla e la liberazione di Roma da parte dell'Armata rossa. L'importante è appassionare e tramandare la memoria. Stupendo!




Il primo dell'anno, poi, gita sotto la pioggia a Ferrara per la mostra di Boldini a Palazzo dei Diamanti: davvero nienete male, specie le ultime due sale, con i ritratti femminili più famosi, come Donna in nero che guarda il "Pastello della signora Emiliana Concha de Ossa", Cléo de Mérode, Gertrude Elizabeth, Lady Colin Campbell e Ritratto di Madame Charles Max. Ma il pregio della mostra coniste anche nel far conoscere opere mionori, come le vedute en plein air, le influenze con gli impressionisti (Degas in particolare); più in generale, si nota la ricerca inesausta della pennellata precisa fin nei dettagli (i fiori di un mazzo, ad esempio) e della voluta incompiutezza di alcune parti di quadro, al fine di dare maggiore risalto ad un ritratto. Un pittore borghese e affarista, avvicinabile a quello svolto prima di lui da Rubens (con committenza differente).

mercoledì 5 agosto 2009

"raccontava tante storie, ma..."

L'impressione di falsità assoluta è troppo forte e fastidiosa, impedisce di applaudire, irrita: in Racconti di giugno (visto stasera al Chiostro di San Martino) Pippo Delbono svelerebbe masochisticamente se stesso ("omosessuale, sieropositivo e buddista"), ma lo fa in un modo del tutto cinico e (auto)celbrativamente grottesco, da trasmettere per contrasto l'assoluta falsità di quanto (si) mette in scena. Premesso: non so nulla della sua storia personale, né della sua vita privata (non che la cosa mi interessi particolarmente, sia chiaro). Se quanto racconta (in maniera nebulosa e meccanicistica è vero, qual è il messaggio? Boh. Ma tutto sembra troppo finto. Non si può fingere di citare l'Enrico IV di Pirandello recitando un brano inventato: meglio, se si fa così non posso che mettere in dubbio la veridicità di tutto quanto sto ascoltando. O lo stesso per la pseudoricreazione alla maniera di Sarah Kane. La falsificazione della parola (e della memoria poetica), la contaminazione-ricerazione di citazioni e spettacoli già performati (in uno spettacolo-contenitore-pastiche indigeribile) non fa altro che gettare un'ombra di falsità sull'intera narrazione. Sia pure vera, ma non convince: su un palcoscenico la realtà 'quotidiana' non esiste, il racconto la trasforma e la deforma: questo spettacolo manca di credibilità. Quanto alla bravura recitativa, poi, ho molti dubbi: ho sentito Delbono leggere anni fa al Museo della memoria con la stessa intonazione e monotona modulazione di voce di tutte le cose lette stasera.