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venerdì 31 dicembre 2010

Woody (2)

Lumière: You Will Meet a Tall Dark Stranger, (Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni, Usa-Spagna 2010) di Woody Allen: molto divertente, sarcastico e amaro, un mix tra Match point e Whatever works. Racconto morale sulla vanità dell'agire umano, teso alla felicità ma in balia costante del caso, "tutto un equilibrio sopra la follia". Si ride delle sventure dei protagonisti, che sono un po' quelle quotidiane. Si parla di noi, insomma... qui sta la catarsi... come ultimo film dell'anno non c'è male!

lunedì 27 dicembre 2010

Woody (1)

Tra Lumière e dvd due piacevolissime seconde (o terze) visioni di Woody Allen: Io e Annie (Annie Hall, Usa 1977) e Manhattan (Usa 1979). Commedie simili e molto diverse, la prima dolceamara con decisa prevalenza del comico (le battute antologizzate non si contano), la seconda più equilibrata, tra elegia (cartoline newyorkesi con sottofondo di Gershwin, l'inizio che sembra una fine, richiamata appunto nell'ultima panormaica) e comicità (con alcune gustose citazioni, come la corsa finale che richiama quella di Buster Keaton in The cameraman). Psicanalisi, caso, intrecci d'amore, graffiante autoironia: tutti ingredienti mescolati alla perfezione.

domenica 19 dicembre 2010

Zusammenfassung (3)

...sempre peggio...

8.12.2010, Lumière: Giungla d'asfalto (The asphalt jungle, Usa 1950) di John Huston. Straordinario noir, che sembra riecheggiato da molti film successivi (da Le doulos a The touch of evil a The killing), uomini distrutti ciascuno dal proprio vizio ("ma un bravo poliziotto / che sa fare il suo mestiere / sa che ogni uomo ha un vizio / che lo farà cadere" scrive un poeta e un altro canta) e dal caso, che domina e rege le vite umane. Da segnalare una giovanissima Marylin, amante di un anziano uomo ricco e ormai fallito.

11.12.2010, Lumière: The social network (Usa 2010) di David Fincher: coinvolgente, nevrotico, incalzante fin dal primo scambio di battute tra il protagonista e la ragazza che inseguirà ossessivamente nella sua giovan vita, in attesa di un'amicizia, seppur virtuale (ma più reale del reale, secondo la sua visione del mondo). Vorticosi il montaggio e i dialoghi, efficaci il sonoro e la colonna sonora, altrettanto ossessiva. Ritratto spietato e veritiero della società di oggi.

12.12.2010, Reggio Emilia, Teatro Valli: Die Dreigroschenoper di Brecht, regia di Bob Wilson (ricorda molto il suo Giorni felici). Entusiasmante versione (quasi) integrale (mancano nel terzo atto l'incontro tra Polly e Lucy, la preparazione al funerale di Polly e più brevi sono i colloqui con Mackie incrcerato), eccellentemente interpretata dal Berliner Ensemble, che merita ampiamente il quarto d'ora di applausi finali. Scenografia molto efficace nella stilizzazione e nell'uso delle luci. Appassionante.

domenica 21 novembre 2010

salvezza francese

Dopo il deludentissimo Sunset limited - spettacolo di Andrea Adriatico tratto dal testo (interessante dialogo 'socratico') di Cormac McCarthy visto sabato all'Arena del Sole (avrebbe bisogno di altri 6 mesi di studio e preparazione, dato che i monocordi attori Stefano Dionisi e Mambaye Diop non ricordano le battute e si sbagliano più volte; poco chiaro l'interno scenografato come esterno con foglie secche sulla banchina della metro) - François Ozon è venuto in nostro soccorso: Potiche (Francia 2010), visto in v.o. al Lumière, è una boccata di ossigeno. Nel complesso esile, è una commedia molto divertente nella sua semplicità, che vive della bella prova della Deneuve, donna-soprammobile (dal passato ricco di uomini) che prende in mano la propria vita con determinazione. Ambientata nel 1977/8, parla in realtà della società contemporanea, affrontando con molta ironia il ruolo della donna sul lavoro e nella famiglia, tra pregiudizi atavici e giuste rivendicazioni tuttora ingiustamente frustrate. Come mi fai notare, l'uso delle canzoni ricorda il teorema di Truffaut.

venerdì 19 novembre 2010

Zusammenfassung (2)

Domenica 7, Teatro Comunale di Ferrara: Donna Rosita nubile di F. Garcia Lorca, adattamento e regia Lluís Pasqual: testo datato (poco digeribile lo stile del grande letterato spagnolo sulla scena contemporanea), messa in scena tradizionale, incongruente il ruolo di Andrea Jonasson (per niente adatto a lei).

Mercoledì 10, Europa cinema: Gorbaciof (Italia 2010) di Stefano Incerti. Film dignitoso (ma nulla di più) costruito attorno a Toni Servillo; trama (non molto solida), regia e montaggio ricalcano Le conseguenze dell'amore.

Sabato 13, Arena del Sole: Il malato immaginario, regia di Gabriele Lavia, ist eine einzige Katastrophe! La prima volta che si fugge da teatro all'intervallo (ma già dopo la prima mezz'ora gli istinti fuggiaschi erano forti). Inconsistente e vanamente fastidioso. E gli inserti beckettiani che senso hanno? E la recitazione? Io con Lavia ho chiuso (dopo il Macbeth e le Memorie dal sottosuolo, che pure qualcosa di buono lo avevano...).

Domenica 14, Teatro Regio di Parma: Tutto su mia madre, regia di Leo Muscato, con Elisabetta Pozzi (Manuela), Alvia Reale (Huma Rojo), Eva Robin's (Agrado), Paola Di Meglio (madre di Rosa, Alicia, Isabel), Alberto Fasoli (dottore, Mario del Toro, Alex), Silvia Giulia Mendola (Suor Rosa), Giovanna Mangiù (Nina Cruz), Alberto Onofrietti (Esteban). Opera corale meravigliosa, ben orchestrata, coinvolgente, emozionante, regge il confronto con lo splendido film di Almodovar grazie all'utilizzo di un linguaggio diverso. Da rivedere ad ogni costo!



Martedì 16, Lumière: Noi credevamo (Italia 2010) di Mario Martone. Deludente, poco coinvolgente (a tratti noiosetto e comunque migliore il 4° episodio; barbaramente tagliato specie nel 1°), con alcuni voluti anacronismi non del tutto giustificati (se servono a rimarcare i probblemi contemporanei legati all'unità, beh, si poteva fare di meglio...).

Avrò dimenticato qualcosa?

Sì: Contracorriente di Javier Fuentes-León (Perù-Colombia-Francia-Germania 2009): sembra una soap, autogettizzante, orrendo.

giovedì 28 ottobre 2010

semplice ed efficace

Descriverei così il documentario Parole sante (Italia 2007) di Ascanio Celestini; al di là di alcuni dettagli tecnici su cui si può sorvolare, il documentario racconta la storia del collettivo PrecariAtesia e, più in generale, fotografa un momento storico del lavoro precario in Italia. La storia è in un certo senso piccola (non nel senso delle donne e degli uomini coinvolti, ma nel senso che si tratta di una sola azienda), ma le conclusioni (drammatiche) non possono che valere in generale, come sintetizza giustamente la duplice versione dell'apologo recitato dal medesimo Celestini in incipit ed explicit:

domenica 24 ottobre 2010

delusioni e conferme

Des hommes et des dieux (Francia 2010) di Xavier Beauvois è una sorpresa in negativo (e ridicolo il titolo italiano Gli uomini di dio): debole, agiografico fino alla nausea, pessimo uso del sonoro, orrenda l'ultima cena con sottofondo del lago dei cigni e la scena dell'elicottero, storia poco comprensibile per un non francese o conoscitore dell'argomento. Almeno era in lingua (Lumière)...

Ma oggi, per fortuna, la sofficiosa Ponyo, necessaria conferma: aggiungo il sottofondo ecologista, che domina la prima parte; la seconda può perciò essere letta metaforicamente come ribellione della natura sull'uomo, che riprende i propri spazi (anche con gli animali preistorici che usano le strade sott'acqua). Magico nella sua semplicità e nei disegni a mano.

sabato 23 ottobre 2010

Zusammenfassung

Vienna: Kunsthistorisches Museum, Leopold Museum (collezione permanente, Cézanne, Picasso, Giacometti. Meisterwerke der Fondation Beyeler, Dauerleihgaben aus der Sammlung Thyssen-Bornemisza), Albertina (collezione permanente, Picasso: Frieden und Freiheit e Michelangelo: Zeichnungen eines Genies).

Bologna, 12.10.10, teatro San Martino (tristemente chiuso fino all'estate): Noosfera Lucignolo di e con Roberto Latini. Bello spettacolo, tipica drammaturgia del regista-attore, emozionante lavoro vocale-ossessivo prima (hai/ahi!) e fisico poi (in una mini-piscina, a cappio caduto), apparenti lunghezze costruttive e sceniche necessarie per arrivare a creare immagini forti e persistenti, specialmente nella seconda parte (la morte di lucignolo sdoppiata e rivissuta, prima come uomo e poi come asino), luci ben utilizzate (rosse per evocare il sangue e i neon geometrici ai lati).

19.10.2010, Lumière, Diario di una donna perduta (Das Tagebuch einer Verlorenen (Germania 1929) di Georg W. Pabst: rivisto dopo anni, appassionante, memorabili le scene nel bordello (i piedi delle due donne che ballano), nobiltà nella rovina, borghesia bigotta (la difesa dell'onorabilità e degli affari della famiglia, carità posticcia), suicidi (per la vergogna e per debolezza di carattere).

venerdì 1 ottobre 2010

pitagorismo contemporaneo

Tutto avrei immaginato, fuorché assistere ad un'opera dall'impianto pitagorico: è capitato con Le quattro volte (Italia-Svizzera-Germania 2010) di Michelangelo Frammartino, non un finto documentario, ma un film vero e proprio (pregevole), densamente sceneggiato e pensato secondo un impianto molto rigoroso. Un breve prologo sul lavoro dei carbonai calabresi precede le quattro volte del titolo: la vita di un pastore di capre e la sua morte; la nascita di una capretta, la sua breve vita, il suo smarrirsi nel bosco e la sua morte sotto un alto pino; la vita del pino, tagliato, usato come albero della cuccagna e, finita la festa, fatto a pezzi e portato dai carbonai; il lavoro dei carbonai, la nascita del carbone e la sua distribuzione in paese. Il fumo che esce da un camino (presente già in un'inquadratura della prima volta) conclude il film, circolarmente. Tutto ciò secondo la più classica teoria della metempsicosi del pitagorismo antico.

Film giocato sul montaggio, sull'uso di camera fissa (spesso in campo lungo), oppure mossa sul proprio asse, come nell'articolato pianosequenza che segna il passaggio dalla prima alla seconda volta, dalla processione pasquale che svuota il paesino, con l'incidente al furgone causato dal cane che causa la liberazione del gregge: l'invasione caprina del paese e la 'veglia' al pastore morente costituisce il preludio al primo snodo. Altrettanto importante il sonoro, come fa notare il regista presente in sala: proviene sempre da dietro lo schermo, tranne nelle dissolvenze in nero (che segnano il passaggio da una volta all'altra), quando è utilizzato il dolby 5:1.

Altre annotazioni: la sequenza dell'albero della cuccagna ricorre anche nel celebre documentario di Vittorio De Seta; da ricordare l'usanza arcaica della polvere di chiesa da assumere come farmaco (il pastore muore proprio in seguito alla sua mancata assunzione); gli aneddoti raccontati dal regista nel dibattito seguito alla proiezione (la direzione della troupe in dialetto calabrese; la durata delle riprese - 5 anni; il cane, la vera star del film; l'accoglienza ricevuta; le usanze dei pastori).

sabato 25 settembre 2010

ballad for a drowning man

Lumière, 21.9, Vivere! (Giappone 1952) di Akira Kurosawa (peccato che sia stata proiettata la versione in dvd più breve di 30'...): molti sono i temi che si intrecciano - anche grazie allo splendido montaggio tutt'altro che lineare - e si rincorrono, primo fra tutti quale sia il senso di una vita. Un uomo, meglio un grigio burocrate municipale invischiato e appiattito nella passività quotitiana del lavoro banausico d'ufficio, scopre (dopo lo spettatore, che ne è informato fin dal primo agghiacciante fotogramma) di avere un cancro incurabile allo stomaco (eccellente è la sequenza della sala d'aspetto, dove uno sconosciuto gli fornisce la chiave per decodificare il messaggio del medico). L'uomo, in preda alla disperazione, si assenta dal posto di lavoro per la prima volta dopo quasi 30 anni senza mai un'assenza, come nella barzelletta raccontata da una giovane collega ("perché non voleva sapere di non essere indispensabile"): dopo vani tentativi di porre fine alla propria esistenza (cui si allude soltanto), egli affoga la propria disperazione nell'alcol, prima di essere portato sulla via dello svago dissoluto da un giovane scrittore (il "suo mefistofele"). Cercherà poi di sentirsi nuovamente giovane e vivo perseguendo l'amore impossibile della giovane collega, per votarsi repentinamente - quasi una folgorazione dopo il secco rifiuto alle sue disperate avances - ad una causa giusta: accogliere le proteste di un gruppo di donne disperate per il degrado del proprio quartiere (rimpallate all'inizio del film da un ufficio comunale all'altro, senza ottenere nulla) e avviare la realizzazione di un parco, riqualificando l'area.

La seconda parte del film (artatamente bipartito) inizia con il funerale dell'uomo, dove per successivi racconti, punti di vista e flashbacks (un po' come in Rashomon) si cerca di ricostruire la verità sulla vicenda: emerge qui il rapporto controverso tra potere politico e cittadini, e soprattutto il contrasto tra iniziativa personale, riconoscimento pubblico e l'appropriazione a fini elettorali di un opera di un singolo, il cui nome è persino quasi cancellato, se non fosse per l'opera delle donne del quartiere risanato.

Un altro tema minore è il rapporto genitori-figli, cui si lega strettamente quello dell'educazione dei figli e la rinuncia ad una vita propria per il loro bene, ricambiato però da un interesse meramente materiale e legato a probelmi di eredità.

Fotografia meravigliosa (come nelle sequenze sul ponte, con il protagonista ridotto a mera silhouette). Un capolavoro, purtroppo non visto nella versione integrale.

venerdì 10 settembre 2010

d'amore e di guerra

A proposito di due film al Lumière: L'amore buio (Italia 2010) di Antonio Capuano (fuori concorso a Venezia) è un film decisamente imperfetto e sbilanciato: se il prologo è ben girato (con sovraesposizione notturna della pellicola e ellissi sulla violenza) e la parte sulla vita carceraria è molto interessante (con certo alcune banalità e cadute di stile), non altrettano può dirsi del coté femminile, troppo tendente ad una fiction di bassa qualità e con voragini di sceneggatura (ma la sorella, che fine ha fatto?). Inutili le citazioni cinematografiche sparse (Respiro, forse causa Golino?, Amarcord, und und und). Si può perdere.

I sette samurai (Schichinin no samurai, Giappone 1954) di Akira Kurosawa era uno di quei must che mi mancava: epico (e perciò saccheggiato dai registi di western) e grandioso, dilatato nelle attese e dettagliatissimo nella descrizione delle battaglie e della loro preparazione. Conflitto tra tre categorie, banditi, contadini e samurai. Solo questi ultimi sono perfettamente consapevoli di essere sempre gli sconfitti, pur sopravvivendo "anche a questa battaglia". Film di vita, morte, amicizia e amore (impossibile tra caste diverse). Inutile dirlo, ma ogni inquadratura ha una profondità di campo tipica di un maestro del cinema.

lunedì 31 maggio 2010

ma come ho fatto...

Mi sembra di aver bisogno anch'io di un'agenzia simile a P(alle) R(oventi) di Clerici per starmi dietro... ma andiamo con ordine...

Giovedì, Lumière, Fellini, (Italia 1963): mi chiedo come abbia fatto a vivere sino a quel giorno senza averlo visto... un film molto maschile, anche psicanalitico, sul mestiere di creatori di qualcosa, soprattutto (ma non solo) in senso artistico e poetico (nel senso più astratto del termine poiesis). L'onirico che si mescola e fonde con il reale (anch'esso fantastico), con le fantasie e le ossessioni di Fellini riversate su pellicola e interpretate da Mastroianni, regista dongiovanni in crisi creativa (e geniali i momenti in cui è alle prese con la troupe e i produttori). Il film è anche una storia d'amore tormentato con la moglie, prima assente e poi novella Beatrice, cui solo alla fine riesce a pacificarsi dandole la mano e danzando con lei nel girotondo finale. Sequenze clownesche, angosciose nel sogno e nel ricordo, specie nei provini per il film autobiografico, ambigui gli ambienti (la casa dove da bambino aveva fatto il bagno nel vino diventa il luogo del proprio harem). Da rivedere una volta all'anno, almeno.

Sabato sera, Lumière, Non è ancora domani (la pivellina) (Italia-Austria 2009) di Tizza Covi e Rainer Frimmel: spaccato di un mondo di circensi precari, che vivono in roulottes e container nella borgata romana ai margini e paralleli alla vita che si giudica 'normale': il ritrovamento della piccola A(s)ia, temporaneamente abbandonata dalla madre, cambia la vita di una donna e di chi vive con lei, il marito e il figlio (avuto da un altro uomo). Atmosfere che ricordano quelle di La bocca del lupo sia per la sensibilità e la delicatezza del racconto, che per il modo in cui è narrata una storia piccola, grazie a cui è possibile conoscere un mondo di cui si ignora quasi l'esistenza. Personaggi ben costruiti grazie alle immagini e alle loro parole. Un gioiellino.

lunedì 24 maggio 2010

late

Quando si dice ritardo... recupero in fretta: la mostra su Fellini al MAMbo è stupenda e istruttiva (e i musei aperti di sera sono una benedizione...); senza dimenticare l'affascinante installazione di Matej Krén, Scanner, vertigine illusionistica in un claustrofobico cilindro costruito con più di 90.000 libri.



Quanto poi a Je vous salue, Marie (Svizzera-Francia-GB 1984) di Jean-Luc Godard (visto domenica 16 con a seguire l'incontro con la protagonista Myriem Roussel, c'è poco da dire: che il regista abbia scritto il film durante la lavorazione si vede, considerando la delirante confusione narrativa. Belle alcune immagini e sequenze (la scena mistica sul letto della protagonista nuda, ad esempio), ma si dimentica in fretta... e poi la mistica non è nelle mie corde. Molto meglio il corto della Mieville che lo precede (Il libro di Maria), un film lacustre sull'infanzia di una Maria contemporanea (con citazione esplicita de Le mépris).

venerdì 7 maggio 2010

prove tecniche di cinema

J.L. Godard, Prénom: Carmen (Francia 1983): film lungamente inseguito, la visione al Lumière è stata essenziale per apprezzare il formato (4:3) e il cartello finale per commemorare questo formato demodé ("in memoriam small films". Storie parallele montate parallelamente, quella di Carmen e Joseph e quella della colonna sonora, un quartetto d'archi alle prese con Beethoven, che si riuniscono nella sequenza finale (durante le riprese pretesto per tentativo di rapimento).



(Cela s'appelle l'aurore, titolo di un film di Bunuel del 1955 (Gli amanti di domani e battuta conclusiva dell'Elettra di J. Giraudoux: non a caso Carmen è soprannominata dallo zio 'piccola Elettra', proprio quando le pone la medesima domanda che lei fa al cameriere.)

Affine a Sauve qui peut sia nella riflessione sul linguaggio cinematografico e sull'uso della colonna sonora (l'habanera di Bizet è solo fischiettata un paio di volte per caso), il film è ancora una volta una prova tecnica. Della storia di Carmen Godard - che interpreta il ruolo dello zio pazzo ed ex-regista ossessionato (ricorda Il nipote di Wittgenstein - amplia una parte trascurata, la passione esplosiva e distruttiva tra i due protagonisti. Il loro rapporto è fin dal primo incontro durante la rapina alla banca (Joseph è una guardia giurata) oscilla continuamente tra passione (esplicitamente erotica) e violenza verbale e fisica: ci sono echi di Vivre sa vie (Carmen parla senza il sonoro) e soprattutto di Le mépris, specie nella sequenza accompagnata da Ruby's arms:



Alcune chicche: i tulipani nella stanza di ospedale ricordano quelli di Domicile coniugal di Truffaut; le scene erotiche tra Carmen e Joseph nella casa spoglia ricordano quelle di Bertolucci; la donna delle pulizie che dopo la sparatoria nella banca lava (male) il sangue sa di Bunuel, come molti altri piccoli dettagli: critica cinematografica sparsa, più che vero film, ma tant'è.

Poche parole, invece, merita il film di Soldini, Cosa voglio di più (Italia-Svizzera 2010): così così, il solito film italiano sulla crisi della famiglia, questioni di corna e sogni infranti, coraggio poco e impocrisia tanta. Troppo appiattito sul quotidiano. Già visto e sentito. Sbadiglio.

sabato 24 aprile 2010

documentario e un classico (al Lumière)

Mercoledì, necessità di diluire la tristezza di una previsione con qualcos'altro: il documentario La faccia della terra (Italia-USA 2009) di Gianfranco Firriolo. Non è un semplice back-stage dell'ultimo splendido album Da solo di Capossela, ma qualcosa di più. Parte come un documentario agiografico nella casa milanese del cantautore, impegnato a comporre la narrazione della propria voce over su una macchina da scrivere, per procedere nella ricerca e scoperta di alcuni degli strumenti più strani di cui l'album si sostanzia (come gli strumenti inconsistenti e il pianoforte Tallone sull'isola di San Giulio), per finire poi con tournée statunitense (geniale la versione folk della canzone popolare La rondinella, con coppie grassissime che balllano in quella che si direbbe una balera). Alle riflessioni di Capossela, si accompagnano abbozzi e stralci di canzoni (meravigliosa la versione di Piccoli soldati, con grande risalto al violoncello di Brunello), e soprattutto la genesi on the road del brano che dà il titolo al documentaro, tratto dai racconti Winesburg, Ohio di Sherwood Anderson. E poi l'incontro con Wonder e un minitour per la provincia americana (lunapark con fiera degli orrori) e i suoi motel. Si apre e si chiude, soavemente, con Sante Nicola. A seguire l'incontro con il regista (laconico), Paolo Nori, Alessandro Bergonzoni, Vinicio Capossela e il mago Wonder (con una sua breve esibizione, mentre Vinicio improvvisa al pianoforte su tema di Una giornata perfetta).

Ieri sera, Lo sceicco bianco (Italia 1952) di Federico Fellini, preceduto da una splendida lezione di Tatti Sanguineti sui tagli e rimaneggiamenti dello stesso Fellini, ad introdurre i materiali ritrovati(e proiettati in appendice). Storia drammatica ma in tono da sogno e comico, con la giovane sposa che senza accorgersene 'scappa' dal marito (e dai suoi onnipresenti zii) il primo gionro della luna di miele per inseguire il suo sceicco bianco (Alberto Sordi), che appare come in sogno su un'altissima altalena. Tragicomico nella scena del tentato suicidio della sposina, e nel marito consolato quella stessa notte da una prostituta giunonica (accompagnata dalla Masina nel ruolo di Cabiria, alla sua prima comparsa). Irriverente e attualissimo il rapporto di idolatria di un poersonaggio di provincia nei confronti di un divo dei fotoromanzi, un mondo di cartapesta che Fellini racconta divertito.

domenica 18 aprile 2010

dunque

Mercoledì, Lumière: Sauve qui peut (la vie) (Francia-Svizzera 1980), preceduto da Quelques remarques sur la realization et la production du film Sauve qui peut (la vie) (Svizzera 1980) di Godard. Molto interessante il secondo, un blob godardiano di introduzione al film, con un flusso di coscienza sull'uso della musica e dei rallentati nel film (per esplorare una diversa percezione e fruizione dell'immagine e della narrazione); molto poetico (in senso godardiano) il finale, con la sovrapposizione di un'ipotetica immagine finale del film, con dissolvenze incrociate su un prato verde e un'orchestra durante un concerto, con la musica che chiude il film e riporta noi spettatori "dans l'enfer" che ci circonda.

Lo stesso vale per il film vero e proprio, che ha più la forza di un esperimento, di un saggio sull'immagine e la narrazione cinematografica. Esiste una trama, ma è svuotata e ininfluente, ciò che conta sono la riflessione sul tempo (con i ralenti), sulla musica in opere cinematografiche (i personaggi che si domandano da dove venga la musica che sentono, che costituisce la colonna sonora; nel finale un'orchestra di violini suona nel vicolo dove passano madre e figlio, come già nel finale del corto precedente), sui rapporti umani, sulla condizione femminile (la prostituta Huppert) e sulla pornografizzazione-mercificazione inarrestabile della contemporaneità. Momenti bunueliani alla stazione ferroviaria: la macchina di formula uno col pilota che scende, imbuca una lettera e riparte; il treno che passa e copre le voci dei protagonisti.

Giovedì, Rialto: Il profeta di Jacques Audriard (Francia-Italia 2009). Film eccellente, coinvolgente e di denuncia della condizione carceraria (siamo in Francia, ma potrebbbe essere l'Italia). Malik El Djebena, ragazzo 19enne, arabo-francese cresciuto in orfanotrofio, scala la malavita francese servendosi prima della malavita còrsa (il cui boss Luciani lo sfrutta violentemente): un'"educazione sentimentale" che lo porta ad uscire di prigione atteso dalla sua nuova compagna ('ereditata' da un suo amico di carcere morto di tumore) e scortato da tre macchine di scagnozzi (una scena stupenda che mi ricorda il finale di Mystic River). Scene violentissime e agghiaccianti (penso alla cella d'isolamento), fotografia giustamente livida e cupa, istanti di vita carceraria, dove chi ha potere lo mantiene tramite la corruzione e l'esercizio quotidiano della forza. Peccato solo non averlo visto in lingua.

domenica 11 aprile 2010

0 su 2

E anche Simon Konianski (Belgio-Francia-Canada/2009) di Micha Wald si può dimenticare... umorismo grossolano, alcuni momenti divertenti, ma troppo, troppo debole di trama (e alcuni evidenti errori di montaggio). Un po' sit com sugli ebrei e l'olocausto. Ecco, ricorda per idiozia di situazioni The reader, altro obbrobrio cinematografico, specie quando padre e figlio si aggirano per il campo di concentramento del nonno ormai morto (per non parlare delle sue apparizioni come fantasma).

martedì 23 marzo 2010

borghesia

Riassunto delle puntate precedenti: dei due Godard - Weekend (Francia-Italia 1967) e Made in U.S.A. (Francia 1966) - c'è ben poco da dire, specie sul secondo, nominalmente un noir alla francese con Anna Karina come protagonista, "un film alla Walt Disney con del sangue" che scivola inevitabilmente nel politico (oggi molto stantio e superato); la seconda visione di Weekend invece mi ha fatto notare che ricordavo solo il primo quarto d'ora (peraltro nella versione tagliata, quindi privo del pornografico racconto-sogno di lei al marito, come in Doppio sogno). In effetti, proprio il primo quarto d'ora è l'unica parte oggi salvabile del film (il resto è quasi indigeribile, specie il finale nella foresta: si sente l'assenza di una vera sceneggiatura, che porta all'improvvisazione più totale): il cinismo assoluto della coppia (e quindi della società) borghese, la lunga carrellata di incidenti stradali (con gag sparsi alla Tati - è del resto l'anno di Playtime), la morte e il sangue parte integrante della vita quotidiana, l'urlo disperato della donna per aver perso nell'incidente la propria borsetta firmata. Il pamphlet politico (cioè quasi tutto il resto del film) è invece indigesta, specie nella forma (caotica).

Teatro: La badante (testo e regia Cesare Lievi) è uno spettacolo riuscito (unica nota negativa la luci, il cui uso è discutibile e non sempre giustificato); testo impegnato in tre quadri (il secondo non in ordine cronologico), con alternanza di momenti divertenti che si sovrappongono ad una situazione molto triste. L'anziana ricca signora, interpretata dalla bravissima Ludovica Modugno, cambia il proprio atteggiamento nei confronti della propria badante dell'est europeo, inizialemtne ostile fino a decidere di destinarle tutto il suo immenso capitale, invece che ai due propri figli che detesta (e di cui nel terzo quadro prevede la reazione che abbiamo visto nel secondo): il suo però non è il riscatto morale di una vita gretta (figlia di un gerarca fascista, ha vissuto a Salò per tutta la sua vita), solo una vendetta (un po' alla Dürrenmatt). Molto bravi anche gli altri attori (primo figlio: Leonardo De Colle; secondo figlio: Emanuele Carucci Viterbi; Inge: Paola Di Meglio; Ludmilla: Giuseppina Turra); stupendo il primo quadro, con il dialogo tra la signora e il primo figlio.

sabato 13 marzo 2010

politica e rugby

Dopo una lunga parentesi anglopiemontese un po' di cinema: Invictus (Usa 2009, 133') è un distillato della poetica dell'ultimo Clint Eastwood. Un gran film, che racconta (in modo talvolta troppo retorico, specie nel finale) la storia di Nelson Mandela e del suo Sudafrica tra il 1994 e il 1995, tra la sua elezione a presidente della repubblica e conseguente fine dell'apartheid e la vittoria della nazionale di rugby ai mondiali. La costruzione di una nazione, che Mandela (interpretato da uno straordinario Morgan Freeman) riesce a ricompattare grazie allo sport, evitando la guerra civile. Nel far ciò ha bisogno della collaborazione del suo omologo sportivo, il capitano della nazionale, interpretato da un altrettanto bravo Matt Damon. La preparazione al mondiale della squadra non sarà squisitamente fatta di spot, ma di visite alle bidonville e al carcere dei prigionieri politici, mentre in parallelo la scorta del presidente diviene per sua volontà mista, composta cioè anche da afrikaneer un tempo aguzzini dei neri. Solo dalla pacificazione e dal perdono (mai facile e scontato da parte di chi ha sofferto) può scaturire una nuova nazione: e l'epica eastwoodiana riesce in pieno nell'intento didattico-celebrativo. Il racconto di un sogno, voluto e realizzato da un uomo e dalla sua volontà. Almeno per un momento.

mercoledì 3 marzo 2010

teatro e Godard

Un po' d'ordine, prima di una partenza: venerdì scorso al Duse un pessimo spettacolo: La caccia di e con Luigi Lo Cascio. Che sia liberamente ispirato alle Baccanti di Euripide non è certo un titolo d'onore per il tragico greco: lo spettacolo è povero di contenuti e inutile. L'identificazione di Dioniso e del dionisismo con il consumismo attuale (come suggeriscono anche i tre spot televisivi) è arbitrario e poco convincente (semmai si può pensare all'edonismo imperante, ma il discorso sarebbe troppo lungo e non ne vale davvero la pena). Grottesca la fine del saccente critico-bambino (che ripete interpretazioni fuorvianti), sbranato prima di rivelare "il vero e unico significato della tragedia" come negli Uccelli di Hitchcock. Da dimenticare. Ed era il terzo spettacolo orrendo consecutivo.

Sabato, invece, pace fatta con Dioniso: Filumena Marturano visto all'Arena interpretato da Lina Sastri e Luca De Filippo (regia di Francesco Rosi) è puro piacere taatrale. Ben orchestrato e ritmato, lo spettacolo è retto interamente dai due bravissimi protagonisti (al di là del testo meraviglioso), ben sostenuti dai personaggi minori (ad eccezione di uno). Tradizionale, ma molto ben fatto.

Ieri sera, Lumière: Le bel indifférent (Francia 1957) di Jacques Demy, tratto da una pièce di Cocteau, ricorda molto La besita umana (hai ragione): un kammerspiel con atmosfere alla Almodovar prima maniera (pareti della camera d'albergo rossissime, telefono, donna monologante sull'orlo di una crisi di nervi e di gelosia). Piacevole.

A seguire Bande à part (Francia 1964) di Jean-Luc Cinéma Godard (come si firma nei titoli di testa): divertentissimo rivisto la terza volta (e ad ogni visione si colgono nuove citazioni: stavolta la danza dei panini di Chaplin). Una scanzonata e disimpegnata parodia dei b-movies, una storia esile e traballante in cui sono inserite continue citazioni e allusioni da critico e amante del cinema. Un triangolo amoroso l'anno precedente di Jules et Jim, un po' meno tragico (e molto più comico). Sempre geniali il minuto di silenzio interrotto, la vista lampo al Louvre, il ballo dei tre nel bar con voce over che introduce la seconda parentesi, il riassunto di ciò che è successo nei primi 5 minuti di film per gli spettatori ritardatari. La prossima volta che lo vedo mi prometto di essere meno stanco!