mercoledì 31 dicembre 2008
Riunione di famiglia
Rachel sta per sposarsi (Rachel getting married, di Jonathan Demme, USA 2008, 114') è un film particolare, bello, imperfetto e carico di sofferenza. Bello perché emoziona, ma imperfetto perché certi momenti sono un po' troppo dilatati (come le danze alla festa di nozze, o certi dialoghi, forse a causa del doppiaggio?). Regia nervosa e personaggi complessi: ad esempio, Rachel, il cui rapporto con la sorella ex tossicomane Kym non è mai lineare, ma altalenante di situazione in situazione. Carico di sofferenza per la tossicodipendenza di Kym e la sua colpa (il suo peccato originale) di aver ucciso il proprio fratello piccolo, i difficili rapporti con la sorella (come quando Rachel annuncia alla famiglia di essere incinta durante una lite con lei) e con i genitori separati (il pugno della madre e lo schiaffo della figlia). Tutto questo immerso in un'atmosfera di matrimonio americano in stile Hawaii ("in nome dei poteri conferitimi dallo stato del Connecticut e da Neil Young vi dichiaro marito e moglie"), con (tremenda) prova generale, preparativi vari, cibo e lavastoviglie da caricare (con gara annessa), danze, amori fugaci. E bel finale elegiaco sui titoli di coda, con la novella sposa che guarda seduta in veranda il marito e due amici che suonano nel prato.
riassunto dei film delle feste
24 dicembre: A. Hitchcock, La finestra sul cortile (TSI 2)
26 dicembre: Gli aristogatti (Raitre)
27 dicembre: P. Sorrentino, Il divo (dvd)
29 dicembre: W. Wyler, Ombre malesi (tit.or. The letter, dallo splendido racconto di S. Maugham) (dvd)
26 dicembre: Gli aristogatti (Raitre)
27 dicembre: P. Sorrentino, Il divo (dvd)
29 dicembre: W. Wyler, Ombre malesi (tit.or. The letter, dallo splendido racconto di S. Maugham) (dvd)
sabato 27 dicembre 2008
lunedì 22 dicembre 2008
cattivi pensieri (di Mura)
Una sola domanda, adesso che Beckham è arrivato con tutto il contorno e il rituale dovuti: quando parte? [...] Non nello sport, ma altrove emerge la tolleranza zero. Nel caso di Eluana Englaro e del ministro Sacconi, che va contro una sentenza della Cassazione manco fosse uno zar, che minaccia apertamente una struttura sanitaria, che si prenderebbe il suo 0 perché a Natale siamo tutti più buoni (colossale balla), però a Natale manca qualche giorno e quindi Sacconi -5. E di riflesso 9 a Claudio Riccobon, amministratore delegato della clinica Città di Udine. Poteva cavarsela con frasi di circostanza e invece ha detto quello che andava detto: «Siamo stati paragonati ai nazisti e ai loro metodi di sterminio. Siamo stati accusati delle nefandezze più inaudite, da chi si trincera dietro il vessillo della carità cristiana. Siamo stati coperti di insulti. E' una situazione in cui è morta anche la pietà». Sì, e non è la sola. Ed è automatico avere nostalgia di altre stagioni. Tanto più, ho letto su Repubblica, che gli studi condotti a Southampton dal professor Sedikides, rivalutano la nostalgia: "Ha un effetto terapeutico sulla salute mentale ed è fonte di positività". Con nostalgia, quindi, oggi che l'Uisp festeggia i 60 anni di vita, penso a Gianmario Missaglia detto Mix (9), il miglior dirigente sportivo che abbia mai incontrato, uno che sapeva incollare sogni e progetti, realismo e utopia, allegria e pensiero, uno per cui la definizione (logorata, ormai) di bella persona veniva automatica. Oggi l'Uisp (7,5) ha 1.200.000 tesserati e lo sport per tutti resta la sua bandiera. Spazio sui giornali, sempre poco. Se non c' è Beckham ci sarà qualcun altro. Ma qualche riga, giusto per ricordare che c' è un' altra Italia e un altro sport, volevo scriverla. [...]
Gianni Mura
(La Repubblica, 21 dicembre 2008)
terzo appunto sul cinema di Meliville
Bob il giocatore (Bob le flambeur, Francia 1956, 98') di Jean-Pierre Melville, va detto subito, è un signor noir, a cui si mescola nella prima parte (la migliore) una dichiarazione d'amore per Montmartre, fotografata in un bianco e nero da intenditori. Il film è costruito attorno a Bob (Roger Duchesne), un ex delinquente e giocatore incallito (tanto da avere in casa una slot machine personale, a cui gioca ogni volta che rientra) che si trova a fare quotidianamente i conti con la Sorte, sa vieille maîtresse, sia ai tavoli da gioco che nei rapporti umani. Superflua solo la voce over di un narratore esterno nell'incipit e al momento del colpo, ma è un difetto lieve. Proprio del genere è il rapporto del protagonista con gli amici, tra cui anche un commissario di polizia, e con le donne, la barista e una giovane Isabelle Corey; rimane il senso melvilliano di lotta di ciascun personaggio con il proprio destino ed il ruolo che ciascuno ha (o si è scelto) nel mondo.
domenica 21 dicembre 2008
Allegre.com
Venerdì, dopo un piacevole brindisi con Barbera e Nebbiolo, abbiamo visto al teatro San Martino lo spettacolo teatrale Allegre.com, tratto da Le allegre comari di Windsor di Shakespeare nella messa in scena del Gruppo Libero; questo il cast: Anne Page: Alessandra Chieli; Comare Page: Tiziana Di Masi; Comare Ford: Alessandra Cortesi; Comare Quickly: Angela Malfitano (sostituita da ???, mi ricordassi il nome, accidenti a me...); Sir John Falstaff: Renzo Morselli; Robin: Luca Comastri; Bardolph: Davide Del Ninno; Mastro Slender: Sergio Bagnato; Parroco Evans/Mastro Page: Davide Lora; Dottor Caio (Cajus): Filippo Pagotto; regia di Renzo Morselli; costumi: Roberta Barraja; disegno luci: Matteo Nanni; trucco; Alessandra Santanera; scenografia ideata da Paolo Conti (menzioni meritatissime). Due ore molto piacevoli e divertenti, spettacolo ben costruito (a parte il finale decisamente posticcio e molto slegato dal resto della pièce), che richiama moltissimo lo stupendo Così è, se vi pare di Massimo Castri, sia per la recitazione, che per la scenografia e per le situazioni (il girotondo, per dirne una). Tra le scene da ricordare la ricerca di Falstaff nascosto nella cassa dei panni sporchi a ritmo di musica, il duetto tra comare Page e comare Ford quando si accorgono di aver ricevuto da Falstaff la stessa lettera; tutto l'inizio del secondo atto, con una splendida Alessandra Cortesi ("molto cinematografica").
Che Dioniso sia sempre propizio!
Che Dioniso sia sempre propizio!
Racconto di Natale
Racconto di Natale, di Arnaud Desplechin con Catherine Deneuve, Jean-Paul Roussillon, Mathieu Amalric, Emile Berling, Françoise Bertin, Laurent Capelluto, Anne Consigny, Emmanuelle Devos, David Frenkel, Hippolyte Girardot, Romain Goupil, Samir Guesmi, Azize Kabouche, Chiara Mastroianni, Melvil Poupaud, Miglen Mirtchev, Clément Obled, Thomas Obled; Francia 2008, 150'.
Necesario questo elenco degli attori principali di questo stupendo film corale (visto giovedì scorso al Rialto). Si tratta di un'opera semplice e complessa, drammatica e comica, leggera e profonda, in una miscela sapiente e ben studiata, valorizzata anche da un montaggio per nulla scontato e convenzionale. L'unico peccato è averlo visto doppiato, per quanto ben fatto, però... che il Lumière sia propizio, lo rivedrei (rivedremmo) anche domani! Tra i tanti pregi vorrei ricordarmi della ricchezza di emozioni diverse che trasmette, talvolta anche in un semplice campo e controcampo, e dei ricordi cinematografici che risveglia nei cinefili doc (ma che non pregiudicano la comprensione o il godimento del film per chi non è così ferrato in materia), come Magnolia e Coeurs, ma anche echi letterari (molto personali, sia chiaro), come L'amore ai tempi del colera per la bellissima dichiarazione di amore assoluto del cugino pittore ("non riuscirei ad alzarmi dal letto ogni mattina senza il pensiero di te") e Ultimo amore di Capossela per il fratello cattivo. Intanto basti questo, ma ne scriverò ancora.
Necesario questo elenco degli attori principali di questo stupendo film corale (visto giovedì scorso al Rialto). Si tratta di un'opera semplice e complessa, drammatica e comica, leggera e profonda, in una miscela sapiente e ben studiata, valorizzata anche da un montaggio per nulla scontato e convenzionale. L'unico peccato è averlo visto doppiato, per quanto ben fatto, però... che il Lumière sia propizio, lo rivedrei (rivedremmo) anche domani! Tra i tanti pregi vorrei ricordarmi della ricchezza di emozioni diverse che trasmette, talvolta anche in un semplice campo e controcampo, e dei ricordi cinematografici che risveglia nei cinefili doc (ma che non pregiudicano la comprensione o il godimento del film per chi non è così ferrato in materia), come Magnolia e Coeurs, ma anche echi letterari (molto personali, sia chiaro), come L'amore ai tempi del colera per la bellissima dichiarazione di amore assoluto del cugino pittore ("non riuscirei ad alzarmi dal letto ogni mattina senza il pensiero di te") e Ultimo amore di Capossela per il fratello cattivo. Intanto basti questo, ma ne scriverò ancora.
mercoledì 17 dicembre 2008
"Io con Mike Leigh ho chiuso!"
... il tuo lapidario commento (che condivido in pieno) dopo la visione di La felicità porta fortuna (Happy go lucky, Gran Bretagna 2008, 118'): raramente divertente, inconsistente, noioso, brutto! E non si dica altro!
lunedì 15 dicembre 2008
articolo 9 della Costituzione italiana
La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
Questo l'esergo che campeggiava dietro ai musicisti e coristi del Teatro Manzoni di Bologna, sabato 13 dicembre, in occasione del concerto gratuito straordinario "Contro i tagli al FUS" previsti.
G. Rossini, La gazza ladra, sinfonia
G. Verdi, I Lombardi alla prima Crociata, coro O Signore dal tetto natio
G. Donizetti, La Favorita, sinfonia
G. Verdi, Machbeth, coro di profughi scozzesi Patria oppressa; Nabucco, sinfonia e coro Gli arredi festivi; I vespri siciliani, sinfonia; bis: Va pensiero.
Serata necessaria: come diceva R. Chiaberge nel suo Contrappunto di domenica 7 dicembre (il domenicale de Il sole 24 ore)
un popolo che diserta le sale da concerto, i musei, i templi, non è un popolo moderno o laico, è solo un popolo senz'anima, che si sta imbarbarendo.
sabato 13 dicembre 2008
amleto sofista
Così una mia amica ha definito a ragione lo spettacolo Examleto, monologo di Roberto Herlitzka (che avevo già visto qualche anno fa all'Itc di San Lazzaro): dico a ragione perché è uno spettacolo molto cerebrale, dove ogni parola ed inflessione è studiatissima (ai limiti della capziosità) e richiede una necessaria rimeditazione. A suo modo è uno spettacolo freddo e difficile da seguire (e hai certo ragione anche tu), ma per me affascinante. Al di là dell'ammirazione per l'attore che riesce a tenere a mente un testo così difficile, dove sono condensate in un'ora e mezza le battute del solo Amleto con pochi inserti degli altri personaggi (e proprio qui risiede la difficoltà maggiore per lo spettatore, se non ricorda bene il testo di Shakespeare), la recitazione è impostata su un registro comico (in senso lato, come "àdula, o adùla"), dominata da una sorta di invasata ma razionalmente studiata pazzia di Amleto, che può a volte sconcertare, producendo effetti in qualche modo stranianti rispetto alle letture più consuete del dramma. Qui risiede, secondo me, il fascino particolare dello spettacolo, che mantiene ancora lati oscuri e problematici. E mi darà ancora da pensare.
(Sempre stupendo è la pantomima dello spettacolo degli attori che inscenano la morte del padre di Amleto, e il dialogo con Ofelia e col becchino).
(Sempre stupendo è la pantomima dello spettacolo degli attori che inscenano la morte del padre di Amleto, e il dialogo con Ofelia e col becchino).
giovedì 11 dicembre 2008
il mare in discesa
mercoledì 10 dicembre 2008
secondo appunto sul cinema di Melville
Un signor noir Lo spione (Le Doulos, Francia-Italia, 1962, 108'), chapeau! Ottimamente giocato sulle musiche e sulle luci che definiscono atmosfere cupe e inquietanti, il film, brillante nel suo essere di genere, è sorretto (e vive attorno) al mefistofelico personaggio di Jena-Paul Belmondo, Silien, sul cui volto è quasi sempre stampato un ghigno diabolico e seducente, che porta alla rovina chi lo circonda. Tiene fede all'epigrafe di Céline (da Viaggio al termine della notte) che apre il film:
(ACHTUNG: RIVELERÒ IL FINALE DEL FILM)
Un criminale per i criminali, uno Iago che muore quasi per sbaglio, per mano di un killer che credeva di aver ucciso, come in un horror di serie z (sembra quasi uno stratagemma per chiudere il film): appunto, il suo fascino maligno seduce lo spettatore, che si trova a fare il tifo per lui. Memorabile è la telefonata prima di spirare che fa alla sua donna, dicendole solo "stasera non vengo".
Da ricordare anche un giovanissimo Michel Piccoli, molto bravo nella parte di chi capisce di essere condannato, la scena dell'interrogatorio con il lungo pianosequenza, alcune inquadrature di volti allo specchio.
il faut choisir, mourir ou mentir(Melville ha però tagliato il seguito: "Moi, je vis", quanto a me, io vivo). A questa massima si adegua il delatore Silien: non conosciamo tuttavia i motivi che lo abbiano indirizzato a questa 'professione', a cui si dedica totalmente.
(bisogna scegliere, morire o mentire).
(ACHTUNG: RIVELERÒ IL FINALE DEL FILM)
Un criminale per i criminali, uno Iago che muore quasi per sbaglio, per mano di un killer che credeva di aver ucciso, come in un horror di serie z (sembra quasi uno stratagemma per chiudere il film): appunto, il suo fascino maligno seduce lo spettatore, che si trova a fare il tifo per lui. Memorabile è la telefonata prima di spirare che fa alla sua donna, dicendole solo "stasera non vengo".
Da ricordare anche un giovanissimo Michel Piccoli, molto bravo nella parte di chi capisce di essere condannato, la scena dell'interrogatorio con il lungo pianosequenza, alcune inquadrature di volti allo specchio.
lunedì 8 dicembre 2008
risposta: sì!
Tornando a casa, ieri sera, sotto i portici di via Irnerio, canticchiavi "scivola, scivola vai via, non te ne andare ...": "Ecco, questa canzone l'avevo dimenticata nel post precedente!" (II tempo, per la cronaca)
Tornando a casa dal Lumière, dopo la proiezione di Stella (di Sylvie Verheyde, Francia 2008, 102'), un bel film francese in tutto e per tutto: per l'atmosfera, la sensibilità e la delicatezza nel trattare situazioni familiari e personali molto difficoltose. Il grande pregio di questo film consiste nella scelta di girare tutto ad altezza protagonista, cioè ad altezza di bambina (molto espressiva la giovanissima Leora Barbara): e proprio sotto questo angolo di osservazione la regista sceglie di raccontare solo la sua sfida quotidiana alla vita e all'ambiente (non certo positivo) che la circonda. I problemi (e la crisi) di coppia vissuti dai suoi genitori, le difficoltà di vivere dentro e al piano di sopra del caffè gestito da loro, il rapporto con gli avventori (tra cui anche un inequivocabile 'orco'), tutto questo non è volutamente approfondito, drammatizzato, ma osservato, vissuto e raccontato attraverso gli occhi e i pensieri di Stella, ingenui e profondi allo stesso tempo. Ad esempio, quando si sta recando per la prima volta a casa della sua amica-compagna di banco Gladys (dal viso tondo e buffo), riflette sulla sua diversità (citazione a memoria con inevitabili omissioni): "so tutto del campionato di calcio, so come si scopa o come si fa un bambino, so tutto del biliardo e delle carte, ma nulla delle cose che contano nella vita". Stella si riferisce alla diversa estrazione culturale rispetto all'amica, a differenza della quale non conosce Fontainbleaux, Balzac o Cocteau, ma che per emulazione e curiosità decide di cominciare a frequentare, appassionandosi alla lettura (e attirandosi gli sguardi e le perplessità della madre, che vedendola leggere e rifiutare un giro di shopping le chiede se sia per caso innamorata). La critica non ha sbagliato a parlare di questo film come de I quattrocento colpi al femminile (aggiungendo anche il confronto con Il tempo delle mele): la differenza sta forse nel tocco ancora più leggero e femminile della regista, che lo distingue dal grande Truffaut e fa sì che non ne sia una copia in qualche modo attualizzata. E tanti sono i momenti da ricordare, come il dialogo tra madre e figlia dopo la convocazione in presidenza ("è a lei che bisognerebbe spaccare la faccia contro il termosifone"), al rapporto tra Stella e l'amica di campagna, il momento in cui Stella imbraccia il fucile e intima all'amante della madre di andarsene, le prime mestruazioni di Stella, la corsa all'uscita della libreria dopo l'acquisto di un libro di Cocteau ...
Insomma, un film che vorrei rivedere tra qualche anno, quando lo avrò quasi dimenticato: uno dei complimenti migliori per qualsiasi opera d'arte.
Tornando a casa dal Lumière, dopo la proiezione di Stella (di Sylvie Verheyde, Francia 2008, 102'), un bel film francese in tutto e per tutto: per l'atmosfera, la sensibilità e la delicatezza nel trattare situazioni familiari e personali molto difficoltose. Il grande pregio di questo film consiste nella scelta di girare tutto ad altezza protagonista, cioè ad altezza di bambina (molto espressiva la giovanissima Leora Barbara): e proprio sotto questo angolo di osservazione la regista sceglie di raccontare solo la sua sfida quotidiana alla vita e all'ambiente (non certo positivo) che la circonda. I problemi (e la crisi) di coppia vissuti dai suoi genitori, le difficoltà di vivere dentro e al piano di sopra del caffè gestito da loro, il rapporto con gli avventori (tra cui anche un inequivocabile 'orco'), tutto questo non è volutamente approfondito, drammatizzato, ma osservato, vissuto e raccontato attraverso gli occhi e i pensieri di Stella, ingenui e profondi allo stesso tempo. Ad esempio, quando si sta recando per la prima volta a casa della sua amica-compagna di banco Gladys (dal viso tondo e buffo), riflette sulla sua diversità (citazione a memoria con inevitabili omissioni): "so tutto del campionato di calcio, so come si scopa o come si fa un bambino, so tutto del biliardo e delle carte, ma nulla delle cose che contano nella vita". Stella si riferisce alla diversa estrazione culturale rispetto all'amica, a differenza della quale non conosce Fontainbleaux, Balzac o Cocteau, ma che per emulazione e curiosità decide di cominciare a frequentare, appassionandosi alla lettura (e attirandosi gli sguardi e le perplessità della madre, che vedendola leggere e rifiutare un giro di shopping le chiede se sia per caso innamorata). La critica non ha sbagliato a parlare di questo film come de I quattrocento colpi al femminile (aggiungendo anche il confronto con Il tempo delle mele): la differenza sta forse nel tocco ancora più leggero e femminile della regista, che lo distingue dal grande Truffaut e fa sì che non ne sia una copia in qualche modo attualizzata. E tanti sono i momenti da ricordare, come il dialogo tra madre e figlia dopo la convocazione in presidenza ("è a lei che bisognerebbe spaccare la faccia contro il termosifone"), al rapporto tra Stella e l'amica di campagna, il momento in cui Stella imbraccia il fucile e intima all'amante della madre di andarsene, le prime mestruazioni di Stella, la corsa all'uscita della libreria dopo l'acquisto di un libro di Cocteau ...
Insomma, un film che vorrei rivedere tra qualche anno, quando lo avrò quasi dimenticato: uno dei complimenti migliori per qualsiasi opera d'arte.
domenica 7 dicembre 2008
Un'altra volta, bionda ...
Concerto-spettacolo teatrale da urlo quello di Vinicio Capossela ieri al Teatro Duse (Solo show): più di due ore di musica travolgente (con cammeo di Bergonzoni nel finale) e non solo (lui è sempre più un'animale (un minotauro?) da palcoscenico, accompagnato da musicisti impeccabili e dal mago Christopher Wonder (la human pignatta).
I tempo, o "parte spirituale del concerto": Il gigante e il mago, In clandestinità (eseguita più veloce che nell'album), Parla piano, Una giornata perfetta, Il paradiso dei calzini (eseguita su un pianofortino per bambini; introdotta dalla storia dei guantini), Orfani ora, Vetri appannati d'America, Dall'altra parte della sera, La faccia della terra, Non c'è disaccordo nel cielo.
intervallo: intrattiene il mago Wonder
II tempo, o "parte corporale del concerto" (se ricordo bene): Bardamù (travolgente), Con una rosa, Marajà (hors categorie, inarrivabile, da far venire giù il teatro, con Vinicio in gabbia), Medusa cha cha, Canzone a manovella (con annesso palombaro, dedicata a chi si è perso per il Pratello, e con Vinicio che esce di scena con coda da sirena), medley con La marcia del camposanto e Pena de l'alma ad introdurre l'Uomo vivo accompagnato dal numero della human pignatta, chiusa da una strofa di Al colosseo, Brucia troia (ancora con Vinicio in gabbia e con l'ormai usuale maschera da minotaruro; alla fine discesa tra il pubblico della platea per prelevare due "ostaggi" da chiudere in gabbia).
III tempo, o appendice delle confidenze, al piano da saloon, fronte al pubblico: Sante Nicola, Case (in memoria della casa di via Centotrecento), All'1 e 35 circa (con presentazione della band) e chiusura con una strofa de Il gigante e il mago.
Dimentico nulla?
I tempo, o "parte spirituale del concerto": Il gigante e il mago, In clandestinità (eseguita più veloce che nell'album), Parla piano, Una giornata perfetta, Il paradiso dei calzini (eseguita su un pianofortino per bambini; introdotta dalla storia dei guantini), Orfani ora, Vetri appannati d'America, Dall'altra parte della sera, La faccia della terra, Non c'è disaccordo nel cielo.
intervallo: intrattiene il mago Wonder
II tempo, o "parte corporale del concerto" (se ricordo bene): Bardamù (travolgente), Con una rosa, Marajà (hors categorie, inarrivabile, da far venire giù il teatro, con Vinicio in gabbia), Medusa cha cha, Canzone a manovella (con annesso palombaro, dedicata a chi si è perso per il Pratello, e con Vinicio che esce di scena con coda da sirena), medley con La marcia del camposanto e Pena de l'alma ad introdurre l'Uomo vivo accompagnato dal numero della human pignatta, chiusa da una strofa di Al colosseo, Brucia troia (ancora con Vinicio in gabbia e con l'ormai usuale maschera da minotaruro; alla fine discesa tra il pubblico della platea per prelevare due "ostaggi" da chiudere in gabbia).
III tempo, o appendice delle confidenze, al piano da saloon, fronte al pubblico: Sante Nicola, Case (in memoria della casa di via Centotrecento), All'1 e 35 circa (con presentazione della band) e chiusura con una strofa de Il gigante e il mago.
Dimentico nulla?
sabato 6 dicembre 2008
primo appunto sul cinema di Melville
Ieri sera in Cineteca proiezione di Tutte le ore feriscono l'ultima uccide! di Jean-Pierre Melville (Le deuxième souffle, Francia, 1966, 144'), considerato dalla critica uno dei suoi migliori polar (policier + noir). Il film comincia dove era terminato Un condannato a morte è fuggito di Bresson (1956), quasi una citazione-omaggio: dalla fuga dal carcere gli eventi si dipanano in modo rapidissimo (con flashback e forward), secondo un ritmo calante dalla metà in poi. Ogni personaggio ha una propria sfumatura, tanto positiva quanto negativa, ma resta sempre fedele al proprio ruolo/destino, che non può, o vuole, cambiare. Fotografia 'affilata', regia nervosa e frequente uso dello zoom, trama a volte confusa (soprattutto nel ricollegare nomi a volti), piacevolmente chandleriano.
mercoledì 3 dicembre 2008
Provaci ancora, Clint!
Changeling
(di Clint Eastwood, con Angelina Jolie, John Malkovich, Jeffrey Donovan; Usa 2008, '140)
Il buon vecchio Clint si merita la sufficienza, ma solo perché è lui (fosse stato un altro, lo ammetto, il voto sarebbe diverso). Rispetto allo stile essenziale dei precedenti Mystic River e Million Dollar Baby il film è caratterizzato da uno stile troppo pieno e 'americano' (nel senso peggiore, cioè ridondante ed enfatico): gli esempi non mancano, a partire dal ralenti della cenere di sigaretta, passando per il colloquio in cella tra madre e assassino, "alle scene nell'ospedale psichiatrico". Ricorda un po' lo stile di Mezzanotte nel giardino del bene e nel male, anch'esso a mio avviso imperfetto. E non giova il mescolare troppi stili, come nella prima scena al ranch, dove si passa dal poliziesco, al western, al noir in un batter di ciglia. È un peccato, perché la storia è davvero degna di essere raccontata: il dolore di una madre e le umiliazioni e discriminazioni subite, la lotta titanica contro un potere corrotto, lo sfruttamento di un caso personale per scopi politici, la ricerca e l'esigenza di giustizia, la pena di morte. Da ricordare, in poche scene, la luce che taglia il volto della Jolie.
Addendum al post precedente: nella fretta mi sono dimenticato di aggiungere (a futura memoria) che la rievocazione della sorte di un vecchio cacciato da una farm e costretto a peregrinare con la famiglia al seguito mi ha rievocato Furore, sempre però in un mood più leggero. E il racconto iniziale della vita di fabbrica il grande Paolini degli Album.
(di Clint Eastwood, con Angelina Jolie, John Malkovich, Jeffrey Donovan; Usa 2008, '140)
Il buon vecchio Clint si merita la sufficienza, ma solo perché è lui (fosse stato un altro, lo ammetto, il voto sarebbe diverso). Rispetto allo stile essenziale dei precedenti Mystic River e Million Dollar Baby il film è caratterizzato da uno stile troppo pieno e 'americano' (nel senso peggiore, cioè ridondante ed enfatico): gli esempi non mancano, a partire dal ralenti della cenere di sigaretta, passando per il colloquio in cella tra madre e assassino, "alle scene nell'ospedale psichiatrico". Ricorda un po' lo stile di Mezzanotte nel giardino del bene e nel male, anch'esso a mio avviso imperfetto. E non giova il mescolare troppi stili, come nella prima scena al ranch, dove si passa dal poliziesco, al western, al noir in un batter di ciglia. È un peccato, perché la storia è davvero degna di essere raccontata: il dolore di una madre e le umiliazioni e discriminazioni subite, la lotta titanica contro un potere corrotto, lo sfruttamento di un caso personale per scopi politici, la ricerca e l'esigenza di giustizia, la pena di morte. Da ricordare, in poche scene, la luce che taglia il volto della Jolie.
Addendum al post precedente: nella fretta mi sono dimenticato di aggiungere (a futura memoria) che la rievocazione della sorte di un vecchio cacciato da una farm e costretto a peregrinare con la famiglia al seguito mi ha rievocato Furore, sempre però in un mood più leggero. E il racconto iniziale della vita di fabbrica il grande Paolini degli Album.
lunedì 1 dicembre 2008
Una tragicommedia sudafricana (quasi un blues)
C.I.C.T/ Thèatre des Bouffes du Nord
Sizwe Banzi est mort
di Athol Fugard, John Kani e Winston Ntshona; adattamento in francese di Marie Hélène Estienne; regia Peter Brook; con Habib Dembélé, Pitcho Womba Konga
Brook mette in scena con estrema intelligenza una tragicommedia di una township sudafricana del tempo dell'apartheid, che potrebbe essere tranquillamente una periferia di una qualsiasi città europea: il dramma degli invisibili (e perciò sempre sfruttati) è però narrato e agito con un registro comico e 'leggero', che diverte e coinvolge, grazie soprattutto all'estrema bravura dei due attori.
Il riso si rivela il solo modo per reagire ad una vita di sfruttati: in tal senso il racconto iniziale della visita alla fabbrica della Ford sudafricana da parte del proprietario americano è da antologia. Stupendo è anche il momento di training 'educativo' per appropriarsi dell'identità del defunto Robert Zwelinzima, cancellando il vecchio Sizwe, cui la polizia ha dato quello che da noi sarebbe il foglio di via. Scena spoglia, pochi oggetti, ma molto funzionale. Grandi applausi, meritati.
Sizwe Banzi est mort
di Athol Fugard, John Kani e Winston Ntshona; adattamento in francese di Marie Hélène Estienne; regia Peter Brook; con Habib Dembélé, Pitcho Womba Konga
Brook mette in scena con estrema intelligenza una tragicommedia di una township sudafricana del tempo dell'apartheid, che potrebbe essere tranquillamente una periferia di una qualsiasi città europea: il dramma degli invisibili (e perciò sempre sfruttati) è però narrato e agito con un registro comico e 'leggero', che diverte e coinvolge, grazie soprattutto all'estrema bravura dei due attori.
Il riso si rivela il solo modo per reagire ad una vita di sfruttati: in tal senso il racconto iniziale della visita alla fabbrica della Ford sudafricana da parte del proprietario americano è da antologia. Stupendo è anche il momento di training 'educativo' per appropriarsi dell'identità del defunto Robert Zwelinzima, cancellando il vecchio Sizwe, cui la polizia ha dato quello che da noi sarebbe il foglio di via. Scena spoglia, pochi oggetti, ma molto funzionale. Grandi applausi, meritati.
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