venerdì 31 dicembre 2010

Woody (2)

Lumière: You Will Meet a Tall Dark Stranger, (Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni, Usa-Spagna 2010) di Woody Allen: molto divertente, sarcastico e amaro, un mix tra Match point e Whatever works. Racconto morale sulla vanità dell'agire umano, teso alla felicità ma in balia costante del caso, "tutto un equilibrio sopra la follia". Si ride delle sventure dei protagonisti, che sono un po' quelle quotidiane. Si parla di noi, insomma... qui sta la catarsi... come ultimo film dell'anno non c'è male!

arte

Da una ricca gita a Milano:

- Palazzo Reale, Dalì. Il sogno si avvicina: allestimento molto deludente (mancano persino i titoli originali delle opere nelle didascalie...), poco coerente la collocazione del Salotto di Mae West, organizzazione interna delle sale apparentemente tematica ma molto discutibile (la scelta di analizzare l'uso del paesaggio nell'autore spagnolo a seconda di 'vuoti' e 'pieni' risulta debole). Notevole l'ultima sala su Destino, con la proiezione del corto e l'esposizione di alcuni disegni preparatori.

- Palazzo Marino, Donna allo Specchio di Tiziano: eccellente allestimento, semplice ma efficace (e buone le sintetiche ma accurate spiegazioni fornite da giovani studiose).

- Palazzo dell'Arengario, Museo del Novecento: ottimo allestimento, con in limine il Quarto stato. Quattro piani densi e ben organizzati, stupenda la struttura e il panorama dai piani alti su Milano e piazza Duomo.

lunedì 27 dicembre 2010

Woody (1)

Tra Lumière e dvd due piacevolissime seconde (o terze) visioni di Woody Allen: Io e Annie (Annie Hall, Usa 1977) e Manhattan (Usa 1979). Commedie simili e molto diverse, la prima dolceamara con decisa prevalenza del comico (le battute antologizzate non si contano), la seconda più equilibrata, tra elegia (cartoline newyorkesi con sottofondo di Gershwin, l'inizio che sembra una fine, richiamata appunto nell'ultima panormaica) e comicità (con alcune gustose citazioni, come la corsa finale che richiama quella di Buster Keaton in The cameraman). Psicanalisi, caso, intrecci d'amore, graffiante autoironia: tutti ingredienti mescolati alla perfezione.

domenica 19 dicembre 2010

Zusammenfassung (3)

...sempre peggio...

8.12.2010, Lumière: Giungla d'asfalto (The asphalt jungle, Usa 1950) di John Huston. Straordinario noir, che sembra riecheggiato da molti film successivi (da Le doulos a The touch of evil a The killing), uomini distrutti ciascuno dal proprio vizio ("ma un bravo poliziotto / che sa fare il suo mestiere / sa che ogni uomo ha un vizio / che lo farà cadere" scrive un poeta e un altro canta) e dal caso, che domina e rege le vite umane. Da segnalare una giovanissima Marylin, amante di un anziano uomo ricco e ormai fallito.

11.12.2010, Lumière: The social network (Usa 2010) di David Fincher: coinvolgente, nevrotico, incalzante fin dal primo scambio di battute tra il protagonista e la ragazza che inseguirà ossessivamente nella sua giovan vita, in attesa di un'amicizia, seppur virtuale (ma più reale del reale, secondo la sua visione del mondo). Vorticosi il montaggio e i dialoghi, efficaci il sonoro e la colonna sonora, altrettanto ossessiva. Ritratto spietato e veritiero della società di oggi.

12.12.2010, Reggio Emilia, Teatro Valli: Die Dreigroschenoper di Brecht, regia di Bob Wilson (ricorda molto il suo Giorni felici). Entusiasmante versione (quasi) integrale (mancano nel terzo atto l'incontro tra Polly e Lucy, la preparazione al funerale di Polly e più brevi sono i colloqui con Mackie incrcerato), eccellentemente interpretata dal Berliner Ensemble, che merita ampiamente il quarto d'ora di applausi finali. Scenografia molto efficace nella stilizzazione e nell'uso delle luci. Appassionante.

mercoledì 1 dicembre 2010

neve per il Duse

Una fitta nevicata ha accompagnato la riapertura per una sola sera del Teatro Duse, affittato dall'Itc Teatro di San Lazzaro per lo spettacolo di Ascanio Celestini, Il razzismo è una brutta storia: si tratta di satura, nel senso più etimologico del termine: una serie di monologhi (molti dei quali già conosciuti grazie a Parla con me) collegati da alcuni fili conduttori (razzismo, orrori contemporanei della società italiana, precariato, conformismo, politica), con l'accompagnamento musicale di una chitarra (il bravo Matteo D’Agostino). Geniale il momento 'americano', quando l'attore incarna un italiano medio, apparentemente di destra e razzista non con le parole, ma coi fatti. Necessario.

martedì 23 novembre 2010

"meglio porci"

E anche questa volta, con Porco Rosso (Giappone 1992), Miyazaki ci incanta. Meno magia del solito (ad eccezione della misteriosa metamorfosi del protagonista), disegni (apparentemente) più semplici, ma storia avvincente, densa di passione e ironia, del tutto in linea con l'immagine che si ha della fine degli anni '20 (la storia è ambientata nel 1929 in sul mare Adriatico che ricorda molto l'Oceano Pacifico). Un epoca in cui i 'baroni rossi' ed i loro valori sono sul viale del tramonto: la prima Guerra Mondiale si è portata via gran parte di loro, le cui anime sono perennemente in volo con i loro aerei in una Via Lattea degli aviatori (sequenza splendida).



Il nostro eroe è un cavaliere antico (la scazzottata dopo il duello aereo per onore e per salvare la ragazza da un matrimonio), che non si piega alla modernità (la riparazione del vecchio aereo da guerra), al fascismo e all'amore (ma il finale aperto lascia aperta ogni possibile interpretazione). Poesia pura!

domenica 21 novembre 2010

salvezza francese

Dopo il deludentissimo Sunset limited - spettacolo di Andrea Adriatico tratto dal testo (interessante dialogo 'socratico') di Cormac McCarthy visto sabato all'Arena del Sole (avrebbe bisogno di altri 6 mesi di studio e preparazione, dato che i monocordi attori Stefano Dionisi e Mambaye Diop non ricordano le battute e si sbagliano più volte; poco chiaro l'interno scenografato come esterno con foglie secche sulla banchina della metro) - François Ozon è venuto in nostro soccorso: Potiche (Francia 2010), visto in v.o. al Lumière, è una boccata di ossigeno. Nel complesso esile, è una commedia molto divertente nella sua semplicità, che vive della bella prova della Deneuve, donna-soprammobile (dal passato ricco di uomini) che prende in mano la propria vita con determinazione. Ambientata nel 1977/8, parla in realtà della società contemporanea, affrontando con molta ironia il ruolo della donna sul lavoro e nella famiglia, tra pregiudizi atavici e giuste rivendicazioni tuttora ingiustamente frustrate. Come mi fai notare, l'uso delle canzoni ricorda il teorema di Truffaut.

venerdì 19 novembre 2010

Zusammenfassung (2)

Domenica 7, Teatro Comunale di Ferrara: Donna Rosita nubile di F. Garcia Lorca, adattamento e regia Lluís Pasqual: testo datato (poco digeribile lo stile del grande letterato spagnolo sulla scena contemporanea), messa in scena tradizionale, incongruente il ruolo di Andrea Jonasson (per niente adatto a lei).

Mercoledì 10, Europa cinema: Gorbaciof (Italia 2010) di Stefano Incerti. Film dignitoso (ma nulla di più) costruito attorno a Toni Servillo; trama (non molto solida), regia e montaggio ricalcano Le conseguenze dell'amore.

Sabato 13, Arena del Sole: Il malato immaginario, regia di Gabriele Lavia, ist eine einzige Katastrophe! La prima volta che si fugge da teatro all'intervallo (ma già dopo la prima mezz'ora gli istinti fuggiaschi erano forti). Inconsistente e vanamente fastidioso. E gli inserti beckettiani che senso hanno? E la recitazione? Io con Lavia ho chiuso (dopo il Macbeth e le Memorie dal sottosuolo, che pure qualcosa di buono lo avevano...).

Domenica 14, Teatro Regio di Parma: Tutto su mia madre, regia di Leo Muscato, con Elisabetta Pozzi (Manuela), Alvia Reale (Huma Rojo), Eva Robin's (Agrado), Paola Di Meglio (madre di Rosa, Alicia, Isabel), Alberto Fasoli (dottore, Mario del Toro, Alex), Silvia Giulia Mendola (Suor Rosa), Giovanna Mangiù (Nina Cruz), Alberto Onofrietti (Esteban). Opera corale meravigliosa, ben orchestrata, coinvolgente, emozionante, regge il confronto con lo splendido film di Almodovar grazie all'utilizzo di un linguaggio diverso. Da rivedere ad ogni costo!



Martedì 16, Lumière: Noi credevamo (Italia 2010) di Mario Martone. Deludente, poco coinvolgente (a tratti noiosetto e comunque migliore il 4° episodio; barbaramente tagliato specie nel 1°), con alcuni voluti anacronismi non del tutto giustificati (se servono a rimarcare i probblemi contemporanei legati all'unità, beh, si poteva fare di meglio...).

Avrò dimenticato qualcosa?

Sì: Contracorriente di Javier Fuentes-León (Perù-Colombia-Francia-Germania 2009): sembra una soap, autogettizzante, orrendo.

sabato 6 novembre 2010

Tati è di nuovo tra noi

Da una sceneggiatura di Jacques Tati mai portata sullo schermo nasce L'illusionista (L'illusioniste, UK-Francia 2010) di Sylvain Chomet, già autore del meraviglioso Appuntamento a Belleville. Non poteva che essere il disegno l'unico modo per mettere in scena questa storia tanto triste, che ha in sé tutti gli elementi della poetica e della comicità del grande comico francese: la fine di un mondo e di un determinato tipo di comicità di fronte all'avanzare inesorabile di una modernità senza umanità, maghi e clown votati al fallimento, alla solitudine e alla strada, senza che nessuno li possa salvare (come non ricordarsi di Memorie di un clown?). Il consumismo (della ragazzina) che contagia ogni strato della società; l'alienazione della vita da ufficio (il mago è un pesce fuor d'acqua) o in officina.

Film meraviglioso con molte sequenze da ricordare, tra cui l'inizio, con l'ingresso sul palcoscenico della dinoccolata cantante subito dopo l'esibizione di Tatischeff (il vero cognome di Tati) che cerca di recuperare lo scorbutico (e ribelle) coniglio; i numerosi gag, come tutta la sequenza nell'officina, la zuppa cucinata dalla ragazzina (di coniglio?) o la nevicata (di piume); il mago che entra al cinema durante la proiezione di Mon oncle.

giovedì 28 ottobre 2010

semplice ed efficace

Descriverei così il documentario Parole sante (Italia 2007) di Ascanio Celestini; al di là di alcuni dettagli tecnici su cui si può sorvolare, il documentario racconta la storia del collettivo PrecariAtesia e, più in generale, fotografa un momento storico del lavoro precario in Italia. La storia è in un certo senso piccola (non nel senso delle donne e degli uomini coinvolti, ma nel senso che si tratta di una sola azienda), ma le conclusioni (drammatiche) non possono che valere in generale, come sintetizza giustamente la duplice versione dell'apologo recitato dal medesimo Celestini in incipit ed explicit:

domenica 24 ottobre 2010

delusioni e conferme

Des hommes et des dieux (Francia 2010) di Xavier Beauvois è una sorpresa in negativo (e ridicolo il titolo italiano Gli uomini di dio): debole, agiografico fino alla nausea, pessimo uso del sonoro, orrenda l'ultima cena con sottofondo del lago dei cigni e la scena dell'elicottero, storia poco comprensibile per un non francese o conoscitore dell'argomento. Almeno era in lingua (Lumière)...

Ma oggi, per fortuna, la sofficiosa Ponyo, necessaria conferma: aggiungo il sottofondo ecologista, che domina la prima parte; la seconda può perciò essere letta metaforicamente come ribellione della natura sull'uomo, che riprende i propri spazi (anche con gli animali preistorici che usano le strade sott'acqua). Magico nella sua semplicità e nei disegni a mano.

sabato 23 ottobre 2010

Zusammenfassung

Vienna: Kunsthistorisches Museum, Leopold Museum (collezione permanente, Cézanne, Picasso, Giacometti. Meisterwerke der Fondation Beyeler, Dauerleihgaben aus der Sammlung Thyssen-Bornemisza), Albertina (collezione permanente, Picasso: Frieden und Freiheit e Michelangelo: Zeichnungen eines Genies).

Bologna, 12.10.10, teatro San Martino (tristemente chiuso fino all'estate): Noosfera Lucignolo di e con Roberto Latini. Bello spettacolo, tipica drammaturgia del regista-attore, emozionante lavoro vocale-ossessivo prima (hai/ahi!) e fisico poi (in una mini-piscina, a cappio caduto), apparenti lunghezze costruttive e sceniche necessarie per arrivare a creare immagini forti e persistenti, specialmente nella seconda parte (la morte di lucignolo sdoppiata e rivissuta, prima come uomo e poi come asino), luci ben utilizzate (rosse per evocare il sangue e i neon geometrici ai lati).

19.10.2010, Lumière, Diario di una donna perduta (Das Tagebuch einer Verlorenen (Germania 1929) di Georg W. Pabst: rivisto dopo anni, appassionante, memorabili le scene nel bordello (i piedi delle due donne che ballano), nobiltà nella rovina, borghesia bigotta (la difesa dell'onorabilità e degli affari della famiglia, carità posticcia), suicidi (per la vergogna e per debolezza di carattere).

venerdì 1 ottobre 2010

pitagorismo contemporaneo

Tutto avrei immaginato, fuorché assistere ad un'opera dall'impianto pitagorico: è capitato con Le quattro volte (Italia-Svizzera-Germania 2010) di Michelangelo Frammartino, non un finto documentario, ma un film vero e proprio (pregevole), densamente sceneggiato e pensato secondo un impianto molto rigoroso. Un breve prologo sul lavoro dei carbonai calabresi precede le quattro volte del titolo: la vita di un pastore di capre e la sua morte; la nascita di una capretta, la sua breve vita, il suo smarrirsi nel bosco e la sua morte sotto un alto pino; la vita del pino, tagliato, usato come albero della cuccagna e, finita la festa, fatto a pezzi e portato dai carbonai; il lavoro dei carbonai, la nascita del carbone e la sua distribuzione in paese. Il fumo che esce da un camino (presente già in un'inquadratura della prima volta) conclude il film, circolarmente. Tutto ciò secondo la più classica teoria della metempsicosi del pitagorismo antico.

Film giocato sul montaggio, sull'uso di camera fissa (spesso in campo lungo), oppure mossa sul proprio asse, come nell'articolato pianosequenza che segna il passaggio dalla prima alla seconda volta, dalla processione pasquale che svuota il paesino, con l'incidente al furgone causato dal cane che causa la liberazione del gregge: l'invasione caprina del paese e la 'veglia' al pastore morente costituisce il preludio al primo snodo. Altrettanto importante il sonoro, come fa notare il regista presente in sala: proviene sempre da dietro lo schermo, tranne nelle dissolvenze in nero (che segnano il passaggio da una volta all'altra), quando è utilizzato il dolby 5:1.

Altre annotazioni: la sequenza dell'albero della cuccagna ricorre anche nel celebre documentario di Vittorio De Seta; da ricordare l'usanza arcaica della polvere di chiesa da assumere come farmaco (il pastore muore proprio in seguito alla sua mancata assunzione); gli aneddoti raccontati dal regista nel dibattito seguito alla proiezione (la direzione della troupe in dialetto calabrese; la durata delle riprese - 5 anni; il cane, la vera star del film; l'accoglienza ricevuta; le usanze dei pastori).

martedì 28 settembre 2010

"il peggio del manicomio è il manicomio"

Dopo aver visto negli anni passati il suo spettacolo e aver finito di leggere pochi giorni fa il relativo libro, mancava solo il film (presentato allo scorso Festival del cinema di Venezia), visto ieri sera al Rialto: La pecora nera di Ascanio Celestini (presente alla proiezione in anteprima e al dibattito successivo), va detto subito, è un film eccellente. Riadattando il testo teatrale ed il libro, frutto di anni di indagine sui manicomi italiani, il film è comunque un passo ulteriore, che aggiunge ben "22 pagine di sceneggiatura scritte vedendo le immagini montate". Proprio queste sono la parte migliore dell'opera dell'artista romano, che contribuiscono in misura decisiva a trasmettere nello spettatore la percezione della schizofrenia di Nicola, della separazione tra il mondo che ha nella testa e quello esterno (specie nella scena del supermercato). Differente rispetto ai lavori precedenti, al di là di singoli dettagli, è il montaggio dei blocchi narrativi, qui amalgamati in un sussegursi di presente e passato.

Celestini ha scelto di raccogliere e raccontare solamente le storie più verisimili che gli sono state raccontate durante le sue indagini, evitando quelle che sarebbero potute sembrare false: è così riuscito a costruire un film decisamente equilibrato e sensibile, che coinvolge ed emoziona, senza eccessi ideologici. (Nel dibattito, invece, la discussione si allarga: tuttavia, come mi si fa notare, La pars destruens nei confronti dell'istituzione-manicomio, assimilabile ad un lager o carcere e conseguentemente mero strumento repressivo-distruttivo che deve essere abolito senza se e senza ma, difetta però di una pars construens; non condivisibili le opinioni sulla scuola come mezzo di inculcare violentemente l'idea di autorità, ma il discorso sarebbe troppo lungo e 'fuori tema': si dovrebbe riflettere sulla differenza tra educazione e istruzione, ad esempio.)

La narrazione, come afferma Celestini, vuole essere "evocativa" e non passiva: lo spettatore (anche chi conosce già la trama) entra progressivamente nel manicomio insieme a Nicola, quasi senza accorgersene, ma ne subisce gli eventi, specie quelli più drammatici (il termosifone, ad esempio). Tra i momenti migliori ricordo quelli nel supermercato, dove la pazzia di Nicola è opposta a quella indotta dal consumismo sfrenato, e si riflette nella scena della dispensa: l'ordine all'interno del manicomio - sostiene Celestini - è analogo a quello di un supermercato. Ciascuno tragga le proprie conclusioni.

sabato 25 settembre 2010

ballad for a drowning man

Lumière, 21.9, Vivere! (Giappone 1952) di Akira Kurosawa (peccato che sia stata proiettata la versione in dvd più breve di 30'...): molti sono i temi che si intrecciano - anche grazie allo splendido montaggio tutt'altro che lineare - e si rincorrono, primo fra tutti quale sia il senso di una vita. Un uomo, meglio un grigio burocrate municipale invischiato e appiattito nella passività quotitiana del lavoro banausico d'ufficio, scopre (dopo lo spettatore, che ne è informato fin dal primo agghiacciante fotogramma) di avere un cancro incurabile allo stomaco (eccellente è la sequenza della sala d'aspetto, dove uno sconosciuto gli fornisce la chiave per decodificare il messaggio del medico). L'uomo, in preda alla disperazione, si assenta dal posto di lavoro per la prima volta dopo quasi 30 anni senza mai un'assenza, come nella barzelletta raccontata da una giovane collega ("perché non voleva sapere di non essere indispensabile"): dopo vani tentativi di porre fine alla propria esistenza (cui si allude soltanto), egli affoga la propria disperazione nell'alcol, prima di essere portato sulla via dello svago dissoluto da un giovane scrittore (il "suo mefistofele"). Cercherà poi di sentirsi nuovamente giovane e vivo perseguendo l'amore impossibile della giovane collega, per votarsi repentinamente - quasi una folgorazione dopo il secco rifiuto alle sue disperate avances - ad una causa giusta: accogliere le proteste di un gruppo di donne disperate per il degrado del proprio quartiere (rimpallate all'inizio del film da un ufficio comunale all'altro, senza ottenere nulla) e avviare la realizzazione di un parco, riqualificando l'area.

La seconda parte del film (artatamente bipartito) inizia con il funerale dell'uomo, dove per successivi racconti, punti di vista e flashbacks (un po' come in Rashomon) si cerca di ricostruire la verità sulla vicenda: emerge qui il rapporto controverso tra potere politico e cittadini, e soprattutto il contrasto tra iniziativa personale, riconoscimento pubblico e l'appropriazione a fini elettorali di un opera di un singolo, il cui nome è persino quasi cancellato, se non fosse per l'opera delle donne del quartiere risanato.

Un altro tema minore è il rapporto genitori-figli, cui si lega strettamente quello dell'educazione dei figli e la rinuncia ad una vita propria per il loro bene, ricambiato però da un interesse meramente materiale e legato a probelmi di eredità.

Fotografia meravigliosa (come nelle sequenze sul ponte, con il protagonista ridotto a mera silhouette). Un capolavoro, purtroppo non visto nella versione integrale.

venerdì 17 settembre 2010

finzione/realtà

A proposito di due film visti al Lumière: Il Cassanova di Federico Fellini (Italia 1976) non mi è piaciuto per nulla, va detto subito. Non so se ciò sia dovuto al suo essere invecchiato troppo in fretta, superato dalla contemporaneità televisiva e pornografica, alla dichiarata e programmatica finzione della scenografia (il mare, la Venezia iniziale), al tono eccessivamente e volutamente grottesco o a qualcos'altro che non so spiegare. La meccanicità del sesso (sottolineata da quella specie di cucù e dalla musica), la gara durante la festa romana (che ricorda molto Roma e il Satyricon), il generale vuoto d'amore dominante che produce disgregazione sociale sono, mi pare, i temi portanti, ripetuti in modo esasperato come in una catena di montaggio: proprio questo è l'aspetto più invecchiato del film (non meno attuale, comunque). Il finale, con Casanova invecchiato (di cui sono inquadrati in primissimo piano gli occhi - ricordo di alcune scene di Kubrik?) che sogna il robot-prostituta è a suo modo profetico, ma non emoziona (mea quidem sententia).

Focaccia blues (Italia 2009) di Nico Cirasola è una piacevole docufiction (con alcune ingenuità e esialranti interviste, arricchito da alcune comparsate: Banfi e Arbore in cucina, Vendola come maschera, Placido come proiezionista): il racconto ex post di come una corporation sia stata sconfitta da una radicata cultura del mangiare bene e sano, legato ai prodotti tipici della propria terra (madre, tanto per citare). Stupenda nella sua semplicità il gesto sprezzante e schifato di togliere i pomodorini dalla focaccia, poi mangiata con diffidenza e disgusto.

sabato 11 settembre 2010

bis

Anno ricco, "doppio bis, Ute Lemper e Fiorella Mannoia". Il bis del live di quest'ultima ieri sera alla festa dell'Unità: sempre coinvolgente e travolgente, specie con Il pescatore, Lunaspina e Via con me. Alcune variazioni rispetto al concerto del Manzoni, con in aggiunta Posso dire la mia sugli uomini e Belle speranze. E grandioso il mini fan-club alle nostre spalle!

venerdì 10 settembre 2010

d'amore e di guerra

A proposito di due film al Lumière: L'amore buio (Italia 2010) di Antonio Capuano (fuori concorso a Venezia) è un film decisamente imperfetto e sbilanciato: se il prologo è ben girato (con sovraesposizione notturna della pellicola e ellissi sulla violenza) e la parte sulla vita carceraria è molto interessante (con certo alcune banalità e cadute di stile), non altrettano può dirsi del coté femminile, troppo tendente ad una fiction di bassa qualità e con voragini di sceneggatura (ma la sorella, che fine ha fatto?). Inutili le citazioni cinematografiche sparse (Respiro, forse causa Golino?, Amarcord, und und und). Si può perdere.

I sette samurai (Schichinin no samurai, Giappone 1954) di Akira Kurosawa era uno di quei must che mi mancava: epico (e perciò saccheggiato dai registi di western) e grandioso, dilatato nelle attese e dettagliatissimo nella descrizione delle battaglie e della loro preparazione. Conflitto tra tre categorie, banditi, contadini e samurai. Solo questi ultimi sono perfettamente consapevoli di essere sempre gli sconfitti, pur sopravvivendo "anche a questa battaglia". Film di vita, morte, amicizia e amore (impossibile tra caste diverse). Inutile dirlo, ma ogni inquadratura ha una profondità di campo tipica di un maestro del cinema.

venerdì 3 settembre 2010

uff

Ennesimo film al di sotto delle aspettative: Le père de mes enfants (Il padre dei miei figli (Francia-Germania 2009) di Mia Hansen-Løve, ispirato ad una storia vera, "non decolla" mai, costruito com'è per giustapposizioni di blocchi narrativi successivi, concentrati sui diversi personaggi del film. Struttura complessiva bipartita (ante e post mortem), doppiaggio inascoltabile, musiche non sempre appropriate, uno dei pochi pregi è l'argomento, una casa di produzione cinematografica in crisi finanziaria (quasi un unicum). Per il resto ben poco.

mercoledì 1 settembre 2010

uno più uno più uno

Due film casalinghi nel weekend e uno al cinema (3 spettatori!) ieri:

1. Il diavolo è femmina ( Sylvia Scarlett, Usa 1935) di Cukor: grandi aspettative, ma deboluccio e molto, molto invecchiato. Ringraziamo la lingua originale del dvd, perché il doppiaggio italiano è ridicolo. Commedia di travestimenti, un po' menandrea con happy end inevitabile.

2. A proposito di tutte queste signore (Svezia 1964) di Ingmar Bergman è una piacevolissima seconda visione: leggero, iconoclasta, sarcastico nei confronti della critica, ispirato allo slapstik puro con gag semplici e da non sovrainterpretare, come spiega un cartello. Anche qui il doppiaggio italiano è ridicolo (la prima frase da "così diverso, eppure così uguale" è diventata "così genio, eppure così vivo").

3. Il Rifugio (Le refuge, Francia 2009) di François Ozon, certamente ovinato dal doppiaggio, è invece troppo fredo e privo di emozioni: da una morte ad una nuova vita donata alla famiglia che ha subito il lutto (con voce over finale orrenda e superflua). Passione passata e riversata su un presente fratello gay del defunto (la sceneggiatura è banalotta, i dialoghi pure). Da dimenticare.

giovedì 26 agosto 2010

ombre e arte da strada

The Ghost Writer di Roman Polanski (L'uomo nell'ombra, USA-Germania-Francia 2010) è ben girato e montato, ma molto debole nella trama e assurdo nel finale (perché camminare in mezzo alla strada? L'essere sconvolti davvero non basta).

Il Ferrara Buskers Festival, invece, è degno della massima considerazione: atmosfera particolarissima e sorprese ad ogni angolo. Da rifare!

venerdì 20 agosto 2010

Kammerspiel sessantottino

(Achtung: trama e finale)

Ultimo atto di questa parentesi piemontese: Fuoco! di Gian Vittorio Baldi (Italia 1968): racconto in medias res e in soggettiva di una follia domestica di un uomo che ha perso il lavoro e perciò si asserraglia in casa, uccide la suocera, spara deturpando la statua della Madonna durante la processione del paese, sopporta l'assedio dei carabinieri fino al dramma finale (omicidio della moglie incinta, ma salvataggio della figlia piccola). Tra neorealismo, provocazione, culto delle armi, disperazione lavorativa, povertà (lo stato della casa lo dichiara, e la presenza immancabile della tv lo conferma), il film - figlio del suo tempo - è caratterizzato da un rigoroso bianco e nero e da lunghi pianosequenza, che contribuiscono a comunicare un senso d'angoscia e di ineluttabilità. Le uniche parole sono per lo più quelle dei carabinieri (in particolare dell'appuntato, improvvisato psicologo) e di una giornalista che cerca lo scoop. Una piacevole scoperta.

sabato 14 agosto 2010

passeggiate al chiuso (tra musica e cinema)

Tra temporali e scrosci (quasi continui) di pioggia sono riuscito a fare qualcosa: ieri sera, prima edizione delle Passeggiate musicali. Festival internazionale di musica antica a Mergozzo: primo tempo con Ayako Matsunaga (violino) e Takashi Kaketa (violoncello) ad eseguire le sonate k 46d e 46e e il duo in do maggiore k 423 di Mozart (interessante, nonostante il fastidioso brusio del pubblico, quasi un basso continuo nella chiesa di santa Maria Assunta); secondo tempo con Avi Avital al mandolino - la vera scoperta della serata - che ha eseguito la terza partita in do maggiore di Filippo Sauli, un'eccellente trascrizione della ciaccona della seconda sonata in re minore per violino solo di Bach e tre travolgenti canzoni tradizionali sefardite (Etra la suerta, Como la rosa e Moranica); terzo con Alessandro Tampieri (violino barocco) e Giorgio Dellarole (fisarmonica '415') su musiche di compositori italiani di fine Cinquecento-inizio Seicento (Cima, Castello, Frescobaldi, Rognoni e Merula) decisamente noioso.

Oggi Locarno! Pietro (Italia 2010) di Daniele Gaglianone è un ottimo film: violenza genera violenza, che lo spettatore subisce sia quando è perpetrata ai danni del protagonista, sia quando è il ragazzo 'handicappato' (così si definisce egli stesso) ad esercitarla sugli altri. Ottimo l'uso dei suoni e del montaggio (ad esempio la scena sotto i portici di Torino con suonatore di fisarmonica), con gli stacchi al nero che corrispondono in situazioni differenti a quelli del sonoro. Storia scandita in brevi capitoli (che prendono il titolo da frasi pronunciate nel corso di essi), poi condensati e ripercorsi dal monologo finale di Pietro, che ha la medesima struttura impressionistica del film nel rievocare la propria nascita e passato scolastico. Le angherie inflittegli dai compagni, dal fratello (tossicomane) e dagli amici di questo nel corso di anni e serate al pub esplodono dopo il tentativo di violenza alla sua 'fidanzata' ("se arriva a millecinque..."): la redenzione non può fare parte di questo mondo di emarginati. Ciò nonostante (o proprio per questo), è un'opera di grande umanità.

A seguire il meraviglioso Ich will doch nur, dass ihr mich liebt (Germania 1976) di Rainer Werner Fassbinder, in versione restaurata: agghiacciante apologo sul rapporto genitori-figli unito all'idea capitalista "produci, consuma, crepa": tentativo (destinato alla catastrofe) di un muratore di farsi amare dalla propria famiglia e di essere degno della loro attenzione, anche a costo di una rovinosa gara di emulazione nel raggiungimento di uno standard altoborghese di benessere e comfort. Il (troppo) lavoro non nobilita, ma spersonalizza, mentre il modello di sociatà lo costringe subliminalmente a acquistare elettrodomestici per la moglie indebitandosi fino al collo. Lapidari i cartelli (che illustrano il rapporto genitori-figlio) e il titolo finale, quasi un cartello godardiano.

giovedì 12 agosto 2010

terra e acqua (in alto)

Ricordo un lago (vero: Mergozzo), con sole, libri e cigno; di una cascata meravigliosa, che non vedevo da quando ero bambino (del Toce), di sole che va e viene sul sentiero per un altro lago (artificiale: del Morasco) seguito da una pausa tecnica e per torta ossolana (di pane con poco cacao e mela, notevole).



Ricordo uno spettacolo in dvd (Marco Paolini, I-Tigi a Gibellina: affascinante con coreografia naturale di furibondo temporale agostano, un racconto antidiluviano - prima dei voli low cost, dei cellulari e della tecnologia di oggi - di guerra fredda, di insabbiamenti, di 81 persone morte perchè si trovavano "nel posto sbagliato, nel momento peggiore"); ricordo pranzi, cene, pasticcini, tante parole e un treno che parte.

domenica 8 agosto 2010

understatement piemontese

Ottimo prologo quello di ieri sera nel Chiostro di S. Martino: Camillo Olivetti. Alle radici di un sogno, scritto da Laura Curino e Gabriele Vacis. Articolato in epilogo, prima parte, seconda parte e prologo (in questo ordine) la Curino racconta in un divertente e divertito (bollito) misto di voci, personaggi e situazioni la saga familiare dell'irrequieto e geniale fondatore della Olivetti, in una sapiente mescolanza di spettacolo e educazione (con anche il momento di interrogazione al pubblico sui nomi degli inventori, come fece anche Paolini in Io e Margaret Thatcher. Concentrato di piemontesità e di idee di sinistra, o meglio di incivilimento e progresso sociale (teatro come lavoro, lavoro come parte integrante e indispensabile della vita di un uomo, puché sia a sua misura e non causa di alienazione). Sono ricordi di viaggi in America, di educazione laica dei figli (il fienile-chiesa, l'edicazione casalinga), di una mente irrequieta e tesa ad accompagnare l'umanità nel progresso materiale e spirituale, frutto di un'educazione 'femminile', priva di una minacciosa figura paterna, come ben si ricorda nel finale di questo spettacolo accuratissimo specialmente sotto il profilo storico. E la ricetta del bollito misto (accompagnato dal bagnetto) è da antologia!

venerdì 6 agosto 2010

quiete

Sembrano quasi strane due giornate di quiete, tra riposo, letture sul divano e (finalmente) il documentario sul Caimano, quasi da archeologia politica (che come tale ha tutta la sua attualità), con le riprese della Nicchiarelli (di Cosmonauta, che giustamente mi ricordavi per lo spettacolo dell'altro ieri).

giovedì 5 agosto 2010

due buone idee non rendono bello uno spettacolo

È bello vivere liberi di Marta Cuscunà non mi è piaciuto, non certo per la storia raccontata, quella di Ondina Peteani, poco conosciuta e giustamente da diffondere come imprescindibile testimonianza civile di un passato d'orrore tra guerra e lager alla luce di un presente di pericolosissimo e colpevole oblio. Le ragioni sono meramente tecnico-artistiche: la voce dell'attrice, innanzitutto (fattore quantomai soggettivo ma ineliminabile), l'azione scenica troppo insistentemente cinematografica (rigordi il bello From Medea e le mie riserve proprio allo stesso riguardo?), l'uso del sonoro e delle musiche (la colonna sonora di 007 è uno dei peggiori oltraggi che si possano immaginare alla storia e alla cultura partigiana), il gesto scenico ammiccante (che non coinvolge), il complessivo tono scanzonato e svagato della prima metà dello spettacolo. Le due buone idee sono l'uso delle marionette per rievocare l'assassinio della spia nazista e l'uso dei pupazzi (in stile Sposa cadavere di Tim Burton) per il campo di concentramento.

(visto ieri sera al Parco della Zucca, museo della Memoria)

venerdì 30 luglio 2010

musica in atto

Tre giorni che hanno come denominatore comune la musica, in tre diverse forme: martedì, Chiostro di San Martino (all'interno di MusicaInsieme), la prima delle tre serate di Cristina Zavalloni, Folk Songs, accompagnata dall'Ensemble Sentieri Selvaggi (Paola Fre, flauto; Mirco Ghirardini, clarinetto; Francesca Tirale, arpa; Andrea Dulbecco e Luca Gusella, percussioni; Paolo Fumagalli, viola; Giorgio Casati, violoncello; Andrea Rebaudengo, pianoforte; Carlo Boccadoro, direzione). Programma tutto novecentesco e molto suggestivo:

G. Ligeti, da Musica Ricercata per pianoforte solo (II. Mesto rigido e cerimoniale [quello di Eyes wide shut]; III. Allegro con spirito; IV. Tempo di valse (à l'orgue de Barbarie); VII. Cantabile, molto legato; VIII. Vivace. Energico)

X. Monstalvatage, Cinco Canciones Negras per voce e pianoforte (Cuba dentro de un piano; Punto de habanera; Chévere; Canciòn de cuna para dormir a un negrito; Canto negro)

W. Lutoslawski, Preludia Taneczne (Dance Preludes) per clarinetto e pianoforte

L. Berio, Folk Songs per flauto, clarinetto, arpa, viola, violoncello e due percussionisti [meraviglioso].

***

Mercoledì, parco della Zucca, Ballarini - studio (da trilogia degli occhiali, cap. III) di Emma Dante, con Manuela Lo Sicco e Sabino Civilleri: un'anteprima di uno spettacolo in costruzione, e il primo cui assistiamo della regista siciliana. Ottima impressione, sporattutto bravissimi gli attori nella loro fisicità scenica. L'impianto ricorda alla lontana 5 x 2 di Ozon: una coppia di anziani (molto grotteschi, forse un po' troppo, per quanto sia uno dei temi di tutta l'azione scenica) si prepara a festeggiare il capodanno, con coriandoli, una trombetta e un misero petardo, lei porge a lui quello che dev'essere l'abito migliore, si amano in piedi e estraggono dai due bauli in scena alcuni oggetti: una bottiglia di spumante, il velo da sposa, un carillon, che lei comincia a suonare. Si ode solo qualcosa, poi pian piano la musica sale, sono canzoni celeberrime e pop anni '50-'70. La coppia comincia a ballare, spogliandosi delle maschere e progressivamente di tutti i vestiti in una corsa all'indietro nel tempo, una storia d'amore lunga una vita rivissuta ballando ad un ritmo frenetico (e in margine ai testi delle canzoni, non si può non ricordare la frase di Fanny Ardant in La femme d'à côté): un figlio, il matrimonio, un capodanno passato, la richiesta di matrimonio, i giochi fatti da bambini. Sempre vorticosamente il passato svanisce, torna il triste presente, con la morte di lui, che la donna percepisce quando il suo gesto consueto di mostrare al marito il fazzoletto dopo un accesso di starnuti si perde nella sua assenza. Intenso e molto promettente.

***

Ieri sera, auditorium DMS (causa diluvio), terza puntata della Zavalloni, Per caso Aznavour, accompagnata da eccellenti strumentisti: Stefano De Bonis, pianoforte; Antonio Borghini, basso elettrico; Cristiano Calcagnile, batteria e percussioni. Tra musiche di Charles Aznavour e Cristina Zavalloni. Entusiasmante, specie il brano Solidago, la ricetta di una medicina omeopatica con incastonata all'interno il rembetico Kaigomai, kaigomai.

martedì 27 luglio 2010

1 e 1/2

Domenica, piazza Maggiore, Cous cous (La Graine et le Mulet, Francia 2007) di Abdellatif Kechiche: film interessante, ma faticosissima la regia, ossessiva nella ricerca dei primi piani (volutamente sgradevoli quelli del teso pranzo della domenica, con movenze che ricordano l'incipit di Giù la testa); scontato finale drammatico su una danza di morte (nell'intramontabile accoppiata con il sesso, rappresentato dall'estenuante scena della danza del ventre in montaggio parallelo con il vano inseguimento di Slimane al proprio motorino preda di tre monelli). Film decisamente bipartito, meglio comunque la prima parte, in cui si racconta di una famiglia da incubo ma apparentemente a posto, di amori fragili, di licenziamenti e questioni operaie.

Ieri sera, passaggio veloce per Waltz with Bashir (Israele-Francia-Germania 2008) di Ari Folman: poco da aggiungere, ma meritava una seconda visione (per le musiche, la lingua originale e alcune scene: l'emersione dal mare dei soldati a Beirut, l'inizio dell'invasione israeliana, la licenza del protagonista).

domenica 25 luglio 2010

Zusammenfassung

...sempre peggio... quasi scandaloso nel ritardo...

Venerdì 16, piazza Maggiore: L'armata Brancaleone (Italia-Francia-Spagna 1966) di Mario Monicelli: divertentissima commedia, geniale pastiche (meta)linguistico, le avventure di una sgangherata compagnia in un fantastico medioevo contemporaneo, tra bizantine sadomaso, file longobarde, pestilenze, duelli esilaranti, orse concubine, assalti di pirati e profeti di crociate in Terra Santa. Non molto diverso dall'oggi...

Sabato 17, piazza Maggiore: Sedotta e abbandonata (Italia-Francia 1963) di Pietro Germi: da una commedia grottesca ad una tragicommedia, dove si ride moltissimo di un'Italia dalla mentalità arcaica nei rapporti amorosi (ma così tanto?). Una giovanissima Stefania Sandrelli è oggetto e soggetto di desiderio, difeso e ostentato dal padre-padrone Vincenzo Ascalone, sulla cui lapide, alla fine, campeggerà la scritta "Onore e famiglia", che ben riassume la lotta spietata per le apparenze e convenienze di paese. Questioni d'onore ferito, finti rapimenti, matrimoni combinati. Meravigliosa la scena iniziale di seduzione, operata dal fidanzato della sorella della Sandrelli, poi rovesciata nella ricostruzione di fronte al pretore. Meravigliosa sceneggiatura di Furio Scarpelli, anzi perfetta.

Lunedì 19, piazza Maggiore: Fargo (Usa 1995) di Joel ed Ethan Coen: niente di che, si dimentica in fretta, il trionfo del caso e dei dettagli nella provincia amreicana (alla tenente colombo). Inizia bene, ma si perde nel finale.

Giovedì 22, piazza Maggiore: The General (Usa 1926) di Clyde Bruckman e Buster Keaton, con musiche di Marco Dalpane, ben orchestrate ma talvolta tendono a sostituire il film e i suoi gag. Sul film, beh, poco da dire, se non che è un orologio comico, puntualissimo. Puro piacere.

Venerdì 23, Arena Puccini: Matrimoni e altri disastri (Italia 2010) di Nina Di Majo: se si parte con scarse pretese, non è malaccio (o "discretuccio" per riprendere una battuta dello studente sulla Silvia leopardiana), sostentuto dalla bravissima Margherita Buy.

Sabato 24, Teatro Comunale: due operette buffe, La serva padrona di Pergolesi e Pomme d'Api di Offenbach. Piacevoli, specie la prima, la seconda troppe discrasie tra cantanti e orchestra e inascoltabile pronuncia francese.

Dopo, piazza Maggiore, Italianamerican (Usa 1974) di Martin Scorsese, home-movie genale e profondo nella sua semplicità, denso di ricordi di immigrazione dei genitori del regista, i problemi di vicinato con irlandesi e cinesi arrivati prima a New York (un po' come i bambini, spiega lei, chi vede qualcosa per primo la vuole solo per sè, poi ci si integra...); ricordi di miseria siciliana e di espatrio necessario per sopravvivere. E stupendi i titoli di coda con la ricetta delle polpette cucinata dalla madre del regista.

sabato 17 luglio 2010

Appunti (ritardatari) da un viaggio in Sicilia

Forse stavolta ci riesco... si parla di cibo, teatro e luoghi da ricordare. Comincerei dal teatro, quello greco di Siracusa, vero motivo (o pretesto) del viaggio.

Aiace, nella messa in scena di Daniele Salvo, ha un impianto che definirei hollywoodiano, molto spettacolare - alla 300 o alla Troy, entrambi mai visti, ma bastano i trailer - e d'impatto (soprattutto nell'idea dello specchio d'acqua, ben utilizzato come spazio scenico, specie nella parodo, i funerali finali e la carneficina compiuta). Alcune scelte decisamente non condivisibili, come l'arrivo su baldacchino di Menealo; troppo enfatico (fino alla caricatura) l'Aiace di Maurizio Donadoni, molto brava (ma sa va sans dire) Elisabetta Pozzi nella parte di Tecmessa.

Fedra (o Ippolito) è invece molto più discutibile (e nel complesso meno riuscito), sia a livello registico (ad eccezione delle parti corali e delle musiche di Daniele D'Angelo) che testuale: la traduzione del compianto Sanguineti è affascinante e da studiare, ma inadatta al contesto (sarebbe più da lettura scenica, o da teatro di ricerca). Brava comunque la Pozzi nel ruolo di Fedra e anche Massimo Nicolini in quello di Ippolito (ma penosa la scena finale, con lui che si rialza, zampetta qua e là e battezza il padre...).

***

Di cibo, di acque e di luoghi

Dove mangiare? Alla "Gazza ladra" a Ortigia (antipasto misto di verdure, penne alla palermitana e penne alle mandorle d'Avola: ottimo); "Da Andrea" a Palazzolo (deliziosi cucchiaini di benvenuto, ravioli di ricotta con pistacchi di Bronte, cavati con pomodorini, assaggio di olio e di formaggi); "La locanda del castello" a Modica Alta (antipasto misto, tagliatelle di farina di carrube con ragù di coniglio, arrosto di maiale con crema di lenticchie e patate); "La taverna del pescatore" ad Avola (cozzze marinate; ravioli di ricotta con gamberoni e crema di asparagi; triglie; sorbetto di limone).

Di spiagge: Eloro (la prima, non la seconda dove sfocia un fiume che si dice non troppo 'pulito'), proprio sotto l'acropoli (il parco archeologico è sempre chiuso, ma evidenti sono i punti privi di recinzione); Calamosche; Calafarina-Marzamemi; spiaggia di S. Lorenzo; Fontane Bianche.

Di luoghi: Palazzolo Acreide, il cui parco archeologico è delizioso, specialmente il teatro e il minuscolo odeion (non guasterebbe se fosse scavato di più e illustrato meglio, ma poteva andare peggio); Modica; Ragusa (impagabile la vista quando si arriva dalla statale); Isola delle correnti, Portopalo di Capo Passero; oasi di Vendicari; Noto; Cava Grande del Cassibile (meravigliosa).

***

Sembra incredibile, ma ce l'ho fatta...

giovedì 15 luglio 2010

uno-due

Martedì, Imola, Rocca Sforzesca, apertura di Emilia Romagna Festival: stupendo concerto di Ute Lemper accompagnata dalla Filarmonica Arturo Toscanini diretta da Jan Latham-Koenig. Merita citare il programma per intero (con commenti tra parentesi):

I tempo, Nino Rota, medley della sola orchestra da Amarcord, La dolce vita e 8 1/2 (per restare in tema felliniano, il vento - quantomai gradito - gioca con gli spartiti: scene alla Keaton-Chaplin del finale di Limelight); Weill-Brecht, Moritat (puro piacere); Weill-Fernay, Youkali (tradizionale nell'esecuzione, anni '30; a me ricorda inevitabilmente il meraviglioso Max Gericke della Pozzi); Weill-Brecht, Der Song der Mandelay (travolgente); Weill-Deval, J'attend un naivre (piacevole scoperta); Weill-Nash, Speak low; Weill-Ira Gershwin, Saga of Jenny.

II tempo: Piazzolla, Oblivion (solo archi, eccellente); Marguerite Monnot-Moustaki, Milord (meravigliosa); Brel, Amsterdam e Ne me quitte pas (arrangiamenti simili a quelli sentiti a Padova, commoventi); Glanzberg-Contet, Padam (la vera scoperta, novecentesco, la voce del vento che ti insegue per Parigi); Piazzolla, Libertango (solo orchestra, non male, ma mi manca un bandoneon...); Kander, All that jazz (cabaret puro, con la Lemper che sfoggia il suo migliore repertorio di animale da palcoscenico: vale tutto lo spettacolo!); Kander-Ebb, Cabaret (degna chiusura di uno splendido concerto).

Bis: La vie en rose e All that jazz.

***

Ieri sera, Parco della Zucca, museo della Memoria, Maggio '43 di e con Davide Enia, accompagnato alla chitarra e carillon da Giulio Broccheri (e preceduto da inatteso sound-check in scena (h. 20.50) chiuso con My funny Valentine). Un cunto che nasce da (e finisce con) un altro, una storia privata (della famiglia dell'attore) che si fa saga e leggenda nel racconto. Il giovane Gioacchino racconta alla tomba del fratello ciò che è successo attorno a quel maggio, quando la sua famiglia sfollò fortunatamente da Palermo prima che venisse bombardata a tappeto dagli alleati. Tra italiano e palermitano (con alcune indispensabili glosse), scandito dal movimento dei piedi e delle gambe di Enia (sempre seduto), il cunto procede con una sapiente mescolanza di pianto e riso, di momenti esilaranti (il gioco delle carte dello zio, la bicicletta, i limoni: ma è un riso che nasce da una situazione drammatica, è un riso liberatorio a posteriori) e drammatici, come il racconto del rastrellamento al mercato nero: la violenza sessuale di un gerarca fascista travestito da prete ad una donna, cui assiste dall'alto Gioacchino, che poi mente di fronte alle richieste di notizie del figlio di quella: "non ho visto niente" è il suo grido, che ripete anche alla donna cui ha sottratto le 10 lire che aveva lasciato sotto un sasso e che sarebbero servite a sfamare il proprio figlio. Da menzionare anche l'apporto di cicale e aerei che passano al momento giusto. Stupendo e da rivedere.

martedì 13 luglio 2010

parabola da Kammerspiel

Definirei così Prova d'orchestra (Italia-RFT 1979) di Federico Fellini, un film che nasce come pseudo-documentario televisivo girato nel chiuso di un vecchio oratorio medievale, con Fellini stesso a intervistare gli orchestrali, un campionario dell'Italia di fine anni '70 (ma non troppo difforme dall'oggi, per volgarità e menefreghismo individualista). Il direttore d'orchestra, germanofono, si scontra con la riottosità degli orchestrali, la cui ribellione esplode dopo una pausa tecnica, quando salta la luce: scritte ingiuriose sui muri, slogan violenti e volgari, violenza, il direttore in disparte circondato da pochi fedelissimi mentre il suo ruolo viene sostituito da un metronomo gigante (e bello il movimento di macchina alle spalle di questo). Solo la demolizione di una parete (che chiarisce il senso dei sordi colpi che si sentivano in precedenza), la morte di una donna, le macerie e il panico riescono a riportare l'ordine, con il direttore che ricompone questa umanità alla deriva sotto la propria autorità: crea sì armonia nel caos, ma nel fading in nero la sua voce ritorna dittatoriale, e gli ordini ora solo in tedesco si fanno minaccicosi, da Fuehrer. Un apologo in cui non c'è salvezza tra dittatura e distruzione: l'unica, apparente, riposa solo nel breve istante dell'arte.

venerdì 9 luglio 2010

in affanno

Continuo ad essere in ritardo, e continuo con rapidi ricordi.

Lunedì, piazza Maggiore, La strada (Italia 1954) di Federico Fellini con poetica introduzione/divagazione di Capossela sul significato di 'strada' (e di 'on la strada' per Wonder): film un po' faticoso ma affascinante, commovente Gelsomina (Giulietta Masina), il mare che apre e chiude con significati differenti (homeland per lei, perdono per lui in un intenso finale), movimenti di macchina che ritornano (l'abbandono di Gelsomina come il finale dei Vitelloni), il mondo precario e disperato dei circensi, il Matto con il suo poetico sarcasmo e la sua fine violenta (che si predice: "morirò presto").

Mercoledì, piazza Maggiore (dopo la partita), I Vitelloni (Italia-Francia 1953) di Federico Fellini: piacevole seconda visione, alcune battute dimenticate ("onoratissimo"!); la provincia italiana, sempre uguale, quasi ciclica, con i suoi personaggi e le sue situazioni (e la fuga, solo per pochi però); drammmi piccoli e grandi (tradimenti, liti, carnevali che finiscono in ubriaca malinconia).

Giovedì, Parco della Zucca, museo della Memoria, Marco Baliani in Kohlhaas (di Remo Rostagno e Marco Baliani, tratto da Michael Kohlhaas di Heinrich von Kleist): bravissimo Baliani, sempre seduto su una sedia, riesce a incatenare alla storia con la sua voce e la sua gestualità intense (i cavalli al galoppo, il rumore degli zoccoli, il bussare alla porta, il cuore trafitto da spilli). Storia di una spirale di violenza, una sete di giustizia non ottenuta e perciò perseguita con altri illeciti mezzi (con redenzione finale). Un monologo dalle movenze omeriche (anche nell'uso delle similitudini), con la sua formularietà, la pluralità di voci che si fondono, confondono e rincorrono. Raccontare il passato (leggendario, ma accaduto) per parlare del presente, dell'impossibilità di accettare anche un minimo torto ("erano solo due morelli") da parte di chi è più potente per evitare che crollino le fondamenta della pacifica convivenza umana. Legge e giustiza, nomos basileus.

sabato 3 luglio 2010

8 film

Appunti sui giorni precedenti di Cinema ritrovato.

Lunedì, piazza Maggiore. Heureux anniversaire (Francia 1962, 12') di Pierre Etaix e Jean-Claude Carrière: un comico giustamente dimenticato e inutilmente ritrovato.

Singin' in the rain (Usa 1952) di Stanely Donen e Gene Kelly: molto piacevole (e lo dice uno che non ama il musical come genere, eccezion fatta per The Blues Brothers...), numeri musicali eccezionali (gli attori erano di un'altra categoria, e non sono un semplice laudator temporis acti, ma quando si vede il numero di Donald O'Connor che concentra tutto lo slapstick in 5 minuti, beh... divertente passeggiata nella storia del cinema.

Giovedì, Arlecchino: Pilgrimage (Usa 1933) di John Ford: educazione sentimentale di una madre verso il figlio, mandato al macello della prima guerra mondiale in Francia per strapparlo alle grinfie (nella prospettiva di lei) della ragazza che ama, per poi covare il proprio dolore rifiutando e osteggiando il bambino nato dalla loro unione. Il pellegrinaggio sulla tomba del figlio è il mezzo con cui riesce a elaborare il proprio dolore e a educare a sua volta un'altra madre, che potrebbe macchiarsi dello stesso 'crimine'. Con necessairo happy ending. Toni variegati tra tragedia, mélo e commedia, ben mescolati.

Youth runs wild (Usa 1944) di Mark Robson: sulla delinquenza giovanile statunitense in tempo di guerra, si riconoscono le parti origniarie (più crude) da quelle edulcorate imposte dalla produzione. Un ibrido.

Roma (Italia 1972) di Federico Fellini: splendido nel colore restaurato (ancora su supporto digitale, però) e soprattutto nella giustapposizione (tipicamente felliniana) di blocchi narrativi che mescolano presente, passato e momenti onirici. Una fenomenologia della caciaronaggine (e dell'evoluzione dei costumi della società italiana), echi di altre opere (Amarcord), con sullo sfondo gli scontri studenti-polizia a Trastevere. E la calata dei barbari in motocicletta per le strade notturne di Roma, a chiudere il film.

Giovedì, piazza Maggiore: Isole nella laguna (Italia 1948, 12') di Luciano Emmer e Enrico Gras: la laguna veneziana in chiave poeticamente funebre, eccellente fotografia. Intenso.

The African Queen (Usa-UK 1951) di John Huston: film dalla trama improbabile (adattamento da Forster), fatto per la coppia Humphrey Bogart-Katharine Hepburn. Piacevole ma si dimentica in fretta (o no, come Poppy?). In effetti, "faccio l'ippopotamo"... e tutto quel gin...

Venerdì, piazza Maggiore: Metropolis (Germania 1927) di Fritz Lang: finalmente nella versione più completa conosciuta (149'), potente e indimenticabile capolavoro, un apologo che mescola marxismo e cristianesimo, in puro stile espressionista tedesco. Colonna sonora (ben eseguita dall'orchestra del Comunale) non del tutto convincente, con i suoi echi di Wagner, varietà statunitense e Marsigliese.

lunedì 28 giugno 2010

maratona demonica

Appagati, soddisfatti e non stanchi, con molto da ricordare e raccontare, un giorno lontano: questo lascia il memorabile spettacolo che abbiamo visto ieri a Ravenna, la messa in scena dei Demoni di Peter Stein. Pressoché impossibile scriverne, dato che si tratta di uno spettacolo imparagonabile a nessun altro: se Anna Karenina di Nekrosius era giocato più sull'azione che sulla parola, questo è una narrazione scenica ottimamente messa in scena e recitata da bravissimi attori (e finalmente ho adorato Maddalena Crippa nel meraviglioso ruolo di Varvara Petrovna). Ha il ritmo di un racconto, e le pause 4 pause brevi più 2 lunghe sono ben calibrate, per riposarsi, assimilare la storia e attendere impazientti la ripresa per arrivare al catastrofico finale (gli evangelici maiali indemoniati che simboleggiano il popolo russso ricordano gli orwelliani pigs). Il ritmo è alterno, a momenti meno coinvolgenti - come la prima parte della festa o l'assemblea politica (comunque avvincente alla luce dei fatti del Novecento) - si alternano altri meravigliosi, come la confessione scritta di Nikolàj (Ivan Alovisio) sull'origine della propria diabolicità, al limite della ribalta con voce e volto indemoniato, il violento crescendo di Pëtr Stepànovič (Alessandro Averone), la sua confessione di essere caratterizzato da un'aurea mediocrità, l'assalto nel bosco stilizzato, la rivolta dopo la festa e la violenza seguente, il dialogo tra Lizaveta e Nikolàj dopo l'unica notte d'amore e la morte di lei e del suo futuro e paziente marito. Indimenticabile, unico.

sabato 26 giugno 2010

buona la prima

(In attesa di scrivere della Sicilia,) finalmente il Cinema ritrovato! Giorno 1, 3 film (con l'assenza, per la prima volta da un po' di tempo, dalla piazza serale: Il gattopardo, che non riusciamo a vedere...).

The black watch (Usa 1929) di John Ford: si può dimenticare, soprattutto la donna ritenuta dea da una tribù dell'India che si professa ariana discendente da Alessandro Magno... interessante solo lo spunto dello scontro di civiltà tra europei coloniali e islam.

Johnny Guitar (Usa 1954) di Nicholas Ray: finalmente in una bella pellicola, capolavoro western, dall'eccellente sceneggiatura e con una grandiosa Joan Crawford; splendidi giochi cromatici (il rogo, i vestiti della Crawford). Meravigliosi i dialoghi tra lei e Johnny ("un altro rispetto a quello di Surabaia"!), pungenti, ironici e malinconici (quello notturno su tutti), il duello finale tra le due donne.



Two for the road (di Stanley Donen (UK 1967), con Audrey Hepburn e Albert Finney: sorpresa, piacevole, "con alcuni eccessi macchiettistici" (condivido), moderno. Stupendo il montaggio, che incrocia almeno 5 momenti diversi di vacanza della coppia in Francia, sulle medesime strade a distanza di anni e in moods differenti, dallo sbocciare di un sentimento alla resa dei conti finale (?).

martedì 15 giugno 2010

leggerezza

Sabato sera, Arena Puccini (stracolma con lunga fila per entrare: sollievo e compiacimento dopo le 'minacce' di chiusura), Basilicata coast to coast (Italia 2010) di Rocco Papaleo, presente a presentare il film e a gigioneggare dopo la proiezione. Opera leggera e intelligente, che coinvolge e diverte, fin dalle prime inquadrature (la voce over di un poco credibile dio, l'assenza della Basilicata dalla cartina e 'vogliamo anche noi la nostra mafia!'). Ben scritto, fotografato, girato e interpretato (da segnalare Max Gazzè e le sue battute finali), geniali i momenti musicali: Il panino con la frittata che fa mia madre e il momento da video di mtv durante la canzone della Mezzogiorno.



E momenti di puro surrealismo, come l'arrivo a cavallo (con casco in testa) del fratello di una paesana. Un (apparentemente sgangherato) road movie a piedi per la Basilicata, tra paesini, solitudini, deserti, momenti popolareggianti e spruzzate sapienti di dialetto.

giovedì 10 giugno 2010

appunto notturno

Ringrazio Giammaria Testa (oltre alla bellezza delle sue canzoni) per aver citato in Solo. Dal vivo una meravigliosa poesia di Pier Mario Giovannone:

Avrei voluto baciarti
con la forza del vento,
urlarti che t'amo...

Con un filo di voce
ti salutai,
come si saluta il panettiere

venerdì 4 giugno 2010

mattone italiano

Di La nostra vita di Daniele Luchetti (Italia 2010) si lascia ricordare solo la grande prova di Elio Germano - un personaggio che vive dei soldi e per i soldi, che vive i sentimenti dopo la morte della moglie per loro tramite - e l'intenzione di raccontare lo squallido mondo dei palazzinari (con qualche spruzzata di sfruttamento dell'immigrazione, morti bianche e illegalità italiana diffusa). Onesta la regia, sceneggiatura invece risibile: al di là del personaggio di Germano, tutti gli altri sono pure macchiette. Non ci viene risparmiato nulla, dalla rumena a caccia di marito, perso proprio nel cantiere dove lavorava il protagonista, che poi si fa carico dell'orfano; sorella e fratello del protagonisti immacolati e senza difetti, quasi santi; la moglie che (prevedibilmente) muore di parto lasciando (pateticamente) vivo il piccolo Vasco (offerto come ostaggio a Zingaretti per i soldi avuti in prestito); la 'seduta spiritica' finale con i figli, con il ritorno della compagna di Zingaretti e del biglietto per la Sardegna prenotato dalla moglie (ma se non sbaglio, la coppia stava solo progettando il viaggio per l'anno venturo di ritorno da Ostia, proprio quando lei ha le doglie e prima del decesso: mah...).

lunedì 31 maggio 2010

ma come ho fatto...

Mi sembra di aver bisogno anch'io di un'agenzia simile a P(alle) R(oventi) di Clerici per starmi dietro... ma andiamo con ordine...

Giovedì, Lumière, Fellini, (Italia 1963): mi chiedo come abbia fatto a vivere sino a quel giorno senza averlo visto... un film molto maschile, anche psicanalitico, sul mestiere di creatori di qualcosa, soprattutto (ma non solo) in senso artistico e poetico (nel senso più astratto del termine poiesis). L'onirico che si mescola e fonde con il reale (anch'esso fantastico), con le fantasie e le ossessioni di Fellini riversate su pellicola e interpretate da Mastroianni, regista dongiovanni in crisi creativa (e geniali i momenti in cui è alle prese con la troupe e i produttori). Il film è anche una storia d'amore tormentato con la moglie, prima assente e poi novella Beatrice, cui solo alla fine riesce a pacificarsi dandole la mano e danzando con lei nel girotondo finale. Sequenze clownesche, angosciose nel sogno e nel ricordo, specie nei provini per il film autobiografico, ambigui gli ambienti (la casa dove da bambino aveva fatto il bagno nel vino diventa il luogo del proprio harem). Da rivedere una volta all'anno, almeno.

Sabato sera, Lumière, Non è ancora domani (la pivellina) (Italia-Austria 2009) di Tizza Covi e Rainer Frimmel: spaccato di un mondo di circensi precari, che vivono in roulottes e container nella borgata romana ai margini e paralleli alla vita che si giudica 'normale': il ritrovamento della piccola A(s)ia, temporaneamente abbandonata dalla madre, cambia la vita di una donna e di chi vive con lei, il marito e il figlio (avuto da un altro uomo). Atmosfere che ricordano quelle di La bocca del lupo sia per la sensibilità e la delicatezza del racconto, che per il modo in cui è narrata una storia piccola, grazie a cui è possibile conoscere un mondo di cui si ignora quasi l'esistenza. Personaggi ben costruiti grazie alle immagini e alle loro parole. Un gioiellino.

lunedì 24 maggio 2010

late

Quando si dice ritardo... recupero in fretta: la mostra su Fellini al MAMbo è stupenda e istruttiva (e i musei aperti di sera sono una benedizione...); senza dimenticare l'affascinante installazione di Matej Krén, Scanner, vertigine illusionistica in un claustrofobico cilindro costruito con più di 90.000 libri.



Quanto poi a Je vous salue, Marie (Svizzera-Francia-GB 1984) di Jean-Luc Godard (visto domenica 16 con a seguire l'incontro con la protagonista Myriem Roussel, c'è poco da dire: che il regista abbia scritto il film durante la lavorazione si vede, considerando la delirante confusione narrativa. Belle alcune immagini e sequenze (la scena mistica sul letto della protagonista nuda, ad esempio), ma si dimentica in fretta... e poi la mistica non è nelle mie corde. Molto meglio il corto della Mieville che lo precede (Il libro di Maria), un film lacustre sull'infanzia di una Maria contemporanea (con citazione esplicita de Le mépris).

sabato 15 maggio 2010

prima del crollo

Draquila (Italia 2010) di Sabina Guzzanti è un documentario ben fatto, ispirato allo stile del miglior Michael Moore (geniali le animazioni, specie quella del lettone). Desolante e veritiera indagine sull'Italia contemporanea che ruota attorno alla dolorosissima vicenda del terremoto aquilano e alla gestione affaristica della ricostruzione/decostruzione del territorio e del tessuto sociale. Dopo l'iniziale passeggiata notturna del sindaco per e vie deserte de L'Aquila, preda dell'erba e dell'incuria, con le luci di alcune case ancora accese, la narrazione indaga prima la condizione militarizzata dei campi (impossibilità di fare assemblee e di bere caffè o coca cola), la solitudine di chi ha resistito al tentativo violento di essere strappato alla propria casa, al senso di solitudine e smarrimento di chi è stato trasferito negli alberghi sulla costa; poi - o, meglio, contemporaneamente - il discorso si fa politico, come è naturale e giusto: come è stata gestita, (non) prevenuta e sfruttata l'emergenza per altri fini. Film preveggente sulla questione degli scandali della protezione civile e delle emergenze/grandi opere, strumento per fare affari aggirando ogni legge dello stato. Film sulla salute della democrazia in Italia (che nelle case consegnate - da restituire intatte alla fine della permanenza - le televisioni siano sintonizzate solo su raiuno o canale 5 è certo ricercato dalla Guzzanti, ma è il giusto sottofondo alle parole dei loro abitanti), sull'assenza di un'opposizione decente, sulla sfacciata mancanza di ogni scrupolo morale e edilizio. Un film civile, insomma. Molte cose sono ben note a chi legge e si informa ("lo so, lo so, lo so, questo no, lo so..."), ma sconosciute ai più: fuori dal cinema c'è chi parlando al telefono dice "sto andando a vedere un film sull'Aquila" o chi alla fine "pensavo di vedere un film sul terremoto, non un film contro...". Ma ormai non mi sorprende più (quasi) nulla... Si sente una sola mancanza (ma forse sono troppo debitore in questo dell'ottima puntata di Presadiretta sull'argomento: avrei gradito le didascalie per le immagini di telegiornali e altri documenti televisivi (almeno le date): semplicemente per maggiore chiarezza.

domenica 9 maggio 2010

grazie, Fiorella!

Meraviglioso concerto i Fiorella Mannoia ieri sera al teatro Manzoni: molte canzoni dell'ultimo album, con alcuni arrangiamenti nuovi (Cercami), alcune più vecchie (Che sarà, Lunaspina, Clandestino, con il finale "la giustizia è clandestina, il g8 illegal"!), alcuni must (Sally, Quello che le donne non dicono, Che sarà, il travolgente bis Il cielo d'Irlanda) e alcune gustosissime sorprese, come Sempre e per sempre di De Gregori con accompagnameto di archi, Il pescatore di Bertoli (memorabile), ma su tutto, una meravigliosa versione di Via con me di Paolo Conte:



Che voce stupenda, e che personalità sul palcoscenico: grandi tutti i musicisti.

venerdì 7 maggio 2010

prove tecniche di cinema

J.L. Godard, Prénom: Carmen (Francia 1983): film lungamente inseguito, la visione al Lumière è stata essenziale per apprezzare il formato (4:3) e il cartello finale per commemorare questo formato demodé ("in memoriam small films". Storie parallele montate parallelamente, quella di Carmen e Joseph e quella della colonna sonora, un quartetto d'archi alle prese con Beethoven, che si riuniscono nella sequenza finale (durante le riprese pretesto per tentativo di rapimento).



(Cela s'appelle l'aurore, titolo di un film di Bunuel del 1955 (Gli amanti di domani e battuta conclusiva dell'Elettra di J. Giraudoux: non a caso Carmen è soprannominata dallo zio 'piccola Elettra', proprio quando le pone la medesima domanda che lei fa al cameriere.)

Affine a Sauve qui peut sia nella riflessione sul linguaggio cinematografico e sull'uso della colonna sonora (l'habanera di Bizet è solo fischiettata un paio di volte per caso), il film è ancora una volta una prova tecnica. Della storia di Carmen Godard - che interpreta il ruolo dello zio pazzo ed ex-regista ossessionato (ricorda Il nipote di Wittgenstein - amplia una parte trascurata, la passione esplosiva e distruttiva tra i due protagonisti. Il loro rapporto è fin dal primo incontro durante la rapina alla banca (Joseph è una guardia giurata) oscilla continuamente tra passione (esplicitamente erotica) e violenza verbale e fisica: ci sono echi di Vivre sa vie (Carmen parla senza il sonoro) e soprattutto di Le mépris, specie nella sequenza accompagnata da Ruby's arms:



Alcune chicche: i tulipani nella stanza di ospedale ricordano quelli di Domicile coniugal di Truffaut; le scene erotiche tra Carmen e Joseph nella casa spoglia ricordano quelle di Bertolucci; la donna delle pulizie che dopo la sparatoria nella banca lava (male) il sangue sa di Bunuel, come molti altri piccoli dettagli: critica cinematografica sparsa, più che vero film, ma tant'è.

Poche parole, invece, merita il film di Soldini, Cosa voglio di più (Italia-Svizzera 2010): così così, il solito film italiano sulla crisi della famiglia, questioni di corna e sogni infranti, coraggio poco e impocrisia tanta. Troppo appiattito sul quotidiano. Già visto e sentito. Sbadiglio.

venerdì 30 aprile 2010

damnatio memoriae, pars altera

Patetico, scontato, noioso, furbamente strappalacrime, confezionato per piacere ad un pubblico occidentale: Departures di Yojiro Takita (Giappone 2008).

sabato 24 aprile 2010

documentario e un classico (al Lumière)

Mercoledì, necessità di diluire la tristezza di una previsione con qualcos'altro: il documentario La faccia della terra (Italia-USA 2009) di Gianfranco Firriolo. Non è un semplice back-stage dell'ultimo splendido album Da solo di Capossela, ma qualcosa di più. Parte come un documentario agiografico nella casa milanese del cantautore, impegnato a comporre la narrazione della propria voce over su una macchina da scrivere, per procedere nella ricerca e scoperta di alcuni degli strumenti più strani di cui l'album si sostanzia (come gli strumenti inconsistenti e il pianoforte Tallone sull'isola di San Giulio), per finire poi con tournée statunitense (geniale la versione folk della canzone popolare La rondinella, con coppie grassissime che balllano in quella che si direbbe una balera). Alle riflessioni di Capossela, si accompagnano abbozzi e stralci di canzoni (meravigliosa la versione di Piccoli soldati, con grande risalto al violoncello di Brunello), e soprattutto la genesi on the road del brano che dà il titolo al documentaro, tratto dai racconti Winesburg, Ohio di Sherwood Anderson. E poi l'incontro con Wonder e un minitour per la provincia americana (lunapark con fiera degli orrori) e i suoi motel. Si apre e si chiude, soavemente, con Sante Nicola. A seguire l'incontro con il regista (laconico), Paolo Nori, Alessandro Bergonzoni, Vinicio Capossela e il mago Wonder (con una sua breve esibizione, mentre Vinicio improvvisa al pianoforte su tema di Una giornata perfetta).

Ieri sera, Lo sceicco bianco (Italia 1952) di Federico Fellini, preceduto da una splendida lezione di Tatti Sanguineti sui tagli e rimaneggiamenti dello stesso Fellini, ad introdurre i materiali ritrovati(e proiettati in appendice). Storia drammatica ma in tono da sogno e comico, con la giovane sposa che senza accorgersene 'scappa' dal marito (e dai suoi onnipresenti zii) il primo gionro della luna di miele per inseguire il suo sceicco bianco (Alberto Sordi), che appare come in sogno su un'altissima altalena. Tragicomico nella scena del tentato suicidio della sposina, e nel marito consolato quella stessa notte da una prostituta giunonica (accompagnata dalla Masina nel ruolo di Cabiria, alla sua prima comparsa). Irriverente e attualissimo il rapporto di idolatria di un poersonaggio di provincia nei confronti di un divo dei fotoromanzi, un mondo di cartapesta che Fellini racconta divertito.

martedì 20 aprile 2010

gemelle in discesa


Sabato, Teatro delle Moline: Stanze. Il silenzio abitato delle case di Marcello Fois, regia di Marinella Manicardi, con la Manicardi, Alessandra Frabetti e Marina Pitta. Spettacolo coinvolgente e particolare, con una meravigliosa Pitta interprete di 4 differenti ruoli (vicina-amande del padre delle due gemelle; il loro padre; la loro madre; il marito della Frabetti, con maschera di coniglio). La scena, leggermente in discesa, rappresenta la stanza del padre delle due gemelle, morto da poco, dove giungono le due per decidere cosa fare di ciò che pensano spetti loro per eredità. La situazione innesca la schermaglia tra le due sorelle, una forte, spregiudicata e in carriera (Frabetti), l'altra succube, affettuosa e sognatrice (Manicardi), tra confidenze, ricordi d'infanzia, recriminazioni, ripicche.
Ricorderei alcune trovate: la Pitta che come madre o padre suggerisce le battute alle due sorelle; i momenti 'fantastici' della Manicardi, con le luci che cambiano e la realizzazione pratica di un pensiero che non si fa azione; l'idea che il padre abbandoni la famiglia non per un'altra donna, ma perché capisce di non voler fare più il padre di fronte alla malattia della Manicardi. Il finale, invece, pare un po' frettoloso (ma bella l'idea per cui la Manicardi debba non imporre la necessità di lasciare la casa all'amante del padre, ma far risultare ciò come inevitabile.

domenica 18 aprile 2010

dunque

Mercoledì, Lumière: Sauve qui peut (la vie) (Francia-Svizzera 1980), preceduto da Quelques remarques sur la realization et la production du film Sauve qui peut (la vie) (Svizzera 1980) di Godard. Molto interessante il secondo, un blob godardiano di introduzione al film, con un flusso di coscienza sull'uso della musica e dei rallentati nel film (per esplorare una diversa percezione e fruizione dell'immagine e della narrazione); molto poetico (in senso godardiano) il finale, con la sovrapposizione di un'ipotetica immagine finale del film, con dissolvenze incrociate su un prato verde e un'orchestra durante un concerto, con la musica che chiude il film e riporta noi spettatori "dans l'enfer" che ci circonda.

Lo stesso vale per il film vero e proprio, che ha più la forza di un esperimento, di un saggio sull'immagine e la narrazione cinematografica. Esiste una trama, ma è svuotata e ininfluente, ciò che conta sono la riflessione sul tempo (con i ralenti), sulla musica in opere cinematografiche (i personaggi che si domandano da dove venga la musica che sentono, che costituisce la colonna sonora; nel finale un'orchestra di violini suona nel vicolo dove passano madre e figlio, come già nel finale del corto precedente), sui rapporti umani, sulla condizione femminile (la prostituta Huppert) e sulla pornografizzazione-mercificazione inarrestabile della contemporaneità. Momenti bunueliani alla stazione ferroviaria: la macchina di formula uno col pilota che scende, imbuca una lettera e riparte; il treno che passa e copre le voci dei protagonisti.

Giovedì, Rialto: Il profeta di Jacques Audriard (Francia-Italia 2009). Film eccellente, coinvolgente e di denuncia della condizione carceraria (siamo in Francia, ma potrebbbe essere l'Italia). Malik El Djebena, ragazzo 19enne, arabo-francese cresciuto in orfanotrofio, scala la malavita francese servendosi prima della malavita còrsa (il cui boss Luciani lo sfrutta violentemente): un'"educazione sentimentale" che lo porta ad uscire di prigione atteso dalla sua nuova compagna ('ereditata' da un suo amico di carcere morto di tumore) e scortato da tre macchine di scagnozzi (una scena stupenda che mi ricorda il finale di Mystic River). Scene violentissime e agghiaccianti (penso alla cella d'isolamento), fotografia giustamente livida e cupa, istanti di vita carceraria, dove chi ha potere lo mantiene tramite la corruzione e l'esercizio quotidiano della forza. Peccato solo non averlo visto in lingua.

domenica 11 aprile 2010

0 su 2

E anche Simon Konianski (Belgio-Francia-Canada/2009) di Micha Wald si può dimenticare... umorismo grossolano, alcuni momenti divertenti, ma troppo, troppo debole di trama (e alcuni evidenti errori di montaggio). Un po' sit com sugli ebrei e l'olocausto. Ecco, ricorda per idiozia di situazioni The reader, altro obbrobrio cinematografico, specie quando padre e figlio si aggirano per il campo di concentramento del nonno ormai morto (per non parlare delle sue apparizioni come fantasma).

venerdì 9 aprile 2010

damnatio memoriae

Meriterebbe l'oblio assoluto, ma - hai ragione - almeno il titolo va menzionato: Io sono l'amore di Guadagnino fa schifo! Peggio de La terra degli uomini rossi perché più pretenzioso: un pessimo remake di Teorema contaminato con Antonioni a caso e altro.

(p.s. sul post precedente: la sequenza del concerto di Chopin è davvero ben fatta, ricorda l'incipit di Manhattan.)

lunedì 5 aprile 2010

commedia riuscita

Soppresso il film di Guadagnino per un'anteprima e superato l'ostacolo dell'affollamento della sala (che ci ha fatto cambiare spettacolo), i nostri eroi sono finalmente riusciti a gustarsi Happy family di Gabriele Salvatores (Italia 2010, con Fabio De Luigi, Diego Abatantuono, Fabrizio Bentivoglio, Margherita Buy, Carla Signoris), tratto dall'omonimo testo di Genovesi (spettacolo visto al Duse l'anno scorso). Il confronto con lo spettacolo teatrale è inevitabile: il film è molto più snello e ritmato, eper questo un po' più divertente; continuo (come nella pièce) è il gioco metacinematografico, con De Luigi creatore-narratore alle prese con le esigenze dei personaggi e contemporaneamente protagonista: geniale il momento in cui lo schermo del suo pc si fa nero e compaiono i singoli personaggi (in cerca d'autore), per non parlare del finto finale con i titoli di coda che bruciano, mentre i protagonisti si accampano in casa dell'autore per convincerlo a modificare il finale aperto. Gigioneggano (e molto bene) tutti gli attori, per raccontare una storia, anzi più storie semplici, solo per il gusto di intrattenere lo spettatore senza troppe pretese, ma con grande maestria del regista. E il film brilla anche per la fotografia: ogni ambiente e sequenza sono caratterizzati da un preciso colore (spesso quasi iperrealista, alla Almodovar) - ad esempio giallo per l'incidente in bici, beige la stanza d'ospedale. 90' di divertimento, giocando sulle paure e i tic contemporanei, come elenca la voce over di De Luigi nella sua prima passeggiata in bicicletta per Milano.

mercoledì 31 marzo 2010

angeli

Weekend teatrale 'angelico' all'Arena. Sabato Pop star dei Babilonia teatri: meglio di Pornobboy, lo spettacolo inizia con tre bare appoggiate ad un piedistallo che vengono aperte in successione, permettendo ai tre attori di cominciare i loro monologhi di solitudine (sul tema della Pausini) a rievocare le proprie vite (tutte più che mariginali ed estreme), che si intrecciano in punto di morte. Se il momento disco è ben fatto, nel complesso lo spettacolo non emoziona anzi annoia (e anche stavolta un attacco sbagliato dell'attore). Confesso di non capire l'intento di fondo, perciò con loro ho chiuso.

Domenica, Angels in America. Prima parte: si avvicina il millennio (di Tony Kushner), regia di Ferdinando Bruni e Elio De Capitani (Teatro dell'Elfo). Travolgente, cinematograficamente contaminato, emozionante e eccellente prova collettiva di tutti gli attori: Elio De Capitani (Roy M. Cohn / Prior 1, fantasma), Ida Marinelli (Hannah Porter Pitt, madre di Joe / Rabbino Isidor Chemelwitz/ Henry, medico di Roy), Elena Russo Arman (Harper Amaty Pitt, moglie di Joe / Martin Heller),
Cristina Crippa (Emily / Ella Chapter / la donna del South Bronx / Ethel Rosenberg),
Cristian Maria Giammarini (Joseph Porter Pitt / Prior 2, fantasma / l'Eschimese), Edoardo Ribatto (Prior Walter, il compagno di Louis / l'uomo nel parco), Fabrizio Matteini (Belize, ex amante di Prior / Mr Bugia), Umberto Petranca (Louis Ironson). Scene emozionanti: il sogno incrociato tra Harper nello specchio e Prior da Viale del tramonto; le scene con De Capitani ed il suo viscido personaggio, la prima in ufficio al telefono, dal dottore ("un omosessuale non ha potere") e al ristorante (dove dimostra il potere di una uomo/lobby sul potere di Washington); la prima scena nel parco con il preservativo che si rompe. Vorremmo vedere subito la seconda puntata!

giovedì 25 marzo 2010

maschere

Piccola mostra ravennate (ben fatta) sulle maschere e il teatro nel mondo antico: Histrionica.

martedì 23 marzo 2010

borghesia

Riassunto delle puntate precedenti: dei due Godard - Weekend (Francia-Italia 1967) e Made in U.S.A. (Francia 1966) - c'è ben poco da dire, specie sul secondo, nominalmente un noir alla francese con Anna Karina come protagonista, "un film alla Walt Disney con del sangue" che scivola inevitabilmente nel politico (oggi molto stantio e superato); la seconda visione di Weekend invece mi ha fatto notare che ricordavo solo il primo quarto d'ora (peraltro nella versione tagliata, quindi privo del pornografico racconto-sogno di lei al marito, come in Doppio sogno). In effetti, proprio il primo quarto d'ora è l'unica parte oggi salvabile del film (il resto è quasi indigeribile, specie il finale nella foresta: si sente l'assenza di una vera sceneggiatura, che porta all'improvvisazione più totale): il cinismo assoluto della coppia (e quindi della società) borghese, la lunga carrellata di incidenti stradali (con gag sparsi alla Tati - è del resto l'anno di Playtime), la morte e il sangue parte integrante della vita quotidiana, l'urlo disperato della donna per aver perso nell'incidente la propria borsetta firmata. Il pamphlet politico (cioè quasi tutto il resto del film) è invece indigesta, specie nella forma (caotica).

Teatro: La badante (testo e regia Cesare Lievi) è uno spettacolo riuscito (unica nota negativa la luci, il cui uso è discutibile e non sempre giustificato); testo impegnato in tre quadri (il secondo non in ordine cronologico), con alternanza di momenti divertenti che si sovrappongono ad una situazione molto triste. L'anziana ricca signora, interpretata dalla bravissima Ludovica Modugno, cambia il proprio atteggiamento nei confronti della propria badante dell'est europeo, inizialemtne ostile fino a decidere di destinarle tutto il suo immenso capitale, invece che ai due propri figli che detesta (e di cui nel terzo quadro prevede la reazione che abbiamo visto nel secondo): il suo però non è il riscatto morale di una vita gretta (figlia di un gerarca fascista, ha vissuto a Salò per tutta la sua vita), solo una vendetta (un po' alla Dürrenmatt). Molto bravi anche gli altri attori (primo figlio: Leonardo De Colle; secondo figlio: Emanuele Carucci Viterbi; Inge: Paola Di Meglio; Ludmilla: Giuseppina Turra); stupendo il primo quadro, con il dialogo tra la signora e il primo figlio.

mercoledì 17 marzo 2010

la guerra è roba da pazzi

Può essere questo il messaggio di The Hurt Locker di Kathryn Bigelow (Usa 2008), neovincitrice dell'oscar: sulla scia di Redacted di De Palma e con echi della seconda parte di Full Metal Jacket, hai ragione a dire che non sembra un film girato da una donna. L'assenza di un'evoluzione narrativa - il tempo è scandito solo dal countdown dei giorni restanti alla fine della missione - ricalca quella della realtà di guerra: non esiste alcun senso né possibile unità e coerenza, ma ogni giorno ha la sua pena. Il protagonista è un artificere, che si trova a suo agio solo su un campo di battaglia nella quotidiana e consapevole personale sfida adrenalinica con la morte: la sua pazzia (e studiata incoscenza) di fondo è evidente (e il suo caposquadra gli dice di aver capito che "è stato ripescato dalla spazzatura"), ma è l'unico modo per uscire vivi e tornare a casa sani e salvi. Tuttavia, la vita da americano medio è per lui più tremenda del fronte (l'immenso scaffale dei cereali annichilisce anche lo spettatore), e mentre gioca con il figlio neonato gli spiega la sua filosofia di vita: una progressiva e drastica riduzione delle cose che contano, che nel suo caso si riducono ad una sola. La guerra è per lui l'unica e vera ragione di vita, non la famiglia o il figlio, come invece gli confessa in lacrime il suo caposquadra l'ultimo giorno a Bagdad dopo aver rischiato la morte. Il finale con lui che avanza nel proprio scafandro antibomba verso il pericolo del primo dei 365 giorni della nuova missione è il giusto e tremendo finale.
(Da ricordare poi anche la scena nel deserto, quasi da western, che comunica davvero la sete, la precarietà e la sofferenza dei soldati americani.)

sabato 13 marzo 2010

politica e rugby

Dopo una lunga parentesi anglopiemontese un po' di cinema: Invictus (Usa 2009, 133') è un distillato della poetica dell'ultimo Clint Eastwood. Un gran film, che racconta (in modo talvolta troppo retorico, specie nel finale) la storia di Nelson Mandela e del suo Sudafrica tra il 1994 e il 1995, tra la sua elezione a presidente della repubblica e conseguente fine dell'apartheid e la vittoria della nazionale di rugby ai mondiali. La costruzione di una nazione, che Mandela (interpretato da uno straordinario Morgan Freeman) riesce a ricompattare grazie allo sport, evitando la guerra civile. Nel far ciò ha bisogno della collaborazione del suo omologo sportivo, il capitano della nazionale, interpretato da un altrettanto bravo Matt Damon. La preparazione al mondiale della squadra non sarà squisitamente fatta di spot, ma di visite alle bidonville e al carcere dei prigionieri politici, mentre in parallelo la scorta del presidente diviene per sua volontà mista, composta cioè anche da afrikaneer un tempo aguzzini dei neri. Solo dalla pacificazione e dal perdono (mai facile e scontato da parte di chi ha sofferto) può scaturire una nuova nazione: e l'epica eastwoodiana riesce in pieno nell'intento didattico-celebrativo. Il racconto di un sogno, voluto e realizzato da un uomo e dalla sua volontà. Almeno per un momento.

mercoledì 3 marzo 2010

teatro e Godard

Un po' d'ordine, prima di una partenza: venerdì scorso al Duse un pessimo spettacolo: La caccia di e con Luigi Lo Cascio. Che sia liberamente ispirato alle Baccanti di Euripide non è certo un titolo d'onore per il tragico greco: lo spettacolo è povero di contenuti e inutile. L'identificazione di Dioniso e del dionisismo con il consumismo attuale (come suggeriscono anche i tre spot televisivi) è arbitrario e poco convincente (semmai si può pensare all'edonismo imperante, ma il discorso sarebbe troppo lungo e non ne vale davvero la pena). Grottesca la fine del saccente critico-bambino (che ripete interpretazioni fuorvianti), sbranato prima di rivelare "il vero e unico significato della tragedia" come negli Uccelli di Hitchcock. Da dimenticare. Ed era il terzo spettacolo orrendo consecutivo.

Sabato, invece, pace fatta con Dioniso: Filumena Marturano visto all'Arena interpretato da Lina Sastri e Luca De Filippo (regia di Francesco Rosi) è puro piacere taatrale. Ben orchestrato e ritmato, lo spettacolo è retto interamente dai due bravissimi protagonisti (al di là del testo meraviglioso), ben sostenuti dai personaggi minori (ad eccezione di uno). Tradizionale, ma molto ben fatto.

Ieri sera, Lumière: Le bel indifférent (Francia 1957) di Jacques Demy, tratto da una pièce di Cocteau, ricorda molto La besita umana (hai ragione): un kammerspiel con atmosfere alla Almodovar prima maniera (pareti della camera d'albergo rossissime, telefono, donna monologante sull'orlo di una crisi di nervi e di gelosia). Piacevole.

A seguire Bande à part (Francia 1964) di Jean-Luc Cinéma Godard (come si firma nei titoli di testa): divertentissimo rivisto la terza volta (e ad ogni visione si colgono nuove citazioni: stavolta la danza dei panini di Chaplin). Una scanzonata e disimpegnata parodia dei b-movies, una storia esile e traballante in cui sono inserite continue citazioni e allusioni da critico e amante del cinema. Un triangolo amoroso l'anno precedente di Jules et Jim, un po' meno tragico (e molto più comico). Sempre geniali il minuto di silenzio interrotto, la vista lampo al Louvre, il ballo dei tre nel bar con voce over che introduce la seconda parentesi, il riassunto di ciò che è successo nei primi 5 minuti di film per gli spettatori ritardatari. La prossima volta che lo vedo mi prometto di essere meno stanco!

venerdì 26 febbraio 2010

"Genova di tutta la vita, mia litania infinita"

Rapito e commosso. Questo l'effetto di La bocca del lupo (Italia 2009) di Pietro Marcello, vincitore dell'ultimo TFF, un'opera che chiamare film è poco. Si tratta infatti di un'opera d'arte, molto poetica e profonda, che mescola parole, immagini e atmosfere con un intento lirico-poetico molto concreto e terreno, con un atteggiamneto che richiama la poetica Pasolini e De André. La sapiente mescolanza di filmati amatoriali novecenteschi della città di mare e di porto (vari di navi, smantellamento di cantieri, carrugi) contribuiscono a creare l'ambiente, a far sentire presente e vivo un mondo intero, quello dei più emarginati, degli ultimi, dal quale viene scelta come a caso una storia da raccontare (la scelta è nella contemporaneità, ma potrebbe trattarsi benissimo di una avvenuta un secolo prima: proprio questa mescolanza di presente e passato permette questa interpretazione). Le immagini generano e accompagnano le parole, inizialmente in voce over, dei due protagonisti, come se fosse fiction, per rovesciarsi brutalmente verso la fine in un'intervista in puro stile documentarista. E non mi interessa sapere se si tratti di verità o finzione: se la storia d'amore di Enzo, emigrato siciliano, e Mary, transessuale, non fosse stata raccontata, avremmo perso qualcosa. Le immagini ci portano come per mano per i carrugi e per il porto, dove cammina all'inizio Enzo; la m.d.p. si sofferma poi su altre storie possibili, come le transessuali di via del campo, persone reiette che vivono sotto un ponte della ferrovia, immigrati, emarginati e ubriachi di professione. Ma sono altre storie, possibili e tutte da raccontare, per chi avesse voglia di addentrarsi "lungo le calate dei vecchi moli, in quell'aria spessa carica di sale e gonfia di odori". Lascia una gran voglia di mare, e l'eco di molte parole (De André, ad esempio - dai diamanti... - e Caproni). Un atto d'amore per una città straordinaria e polimorfa.

lunedì 22 febbraio 2010

addendum

Stirando ho visto Bestiario italiano di Paolini: non male, bell'esempio di teatro-canzone, un atto d'amore per i dialetti e le diverse tradizioni italiane, pieno d'ironia verso la modernità.

domenica 21 febbraio 2010

riassunto (soprattutto Godard)

4 giorni, 5 film di Godard e 1 spettacolo teatrale. Nell'ordine:

La paresse (episodio di Les Sept Péchés Capitaux, Francia-Italia 1962): piacevolissimo corto con Eddie Constantine come geniale interprete del pigro protagonista, affaticato persino dal pensiero di doversi allacciare le scarpe, dal masticare un sanwich con pane bianco e maionese e soprattutto dal doversi rivestire dopo aver fatto l'amore: perciò, pigramente, desiste.

Il nuovo mondo (episodio di Ro.Go.Pa.G, Italia-Francia 1963): non può non venire in mente la Parigi e le atmosfere (notturne) di Alphaville. Il mondo è sconvolto da alcune (presunte?) esplosioni nucleari sopra Parigi, che causano un panico sopito, il ricorso a psicofarmaci (pillole ingerite in continuazione) e la morte dei sentimenti umani, quali l'amore: l'"io ti ex amo" che sarà poi ribaltato nel finale liberatorio di Alphaville. Anche qui le donne come la protagonista Alessandra girano armate di coltello negli slip, vanno in piscina ma non ammazzano uomini condannati, ma baciano sconosciuti senza sapere perché; si dimenticano parole, come "évidemment", che diviene "absolutement"; il linguaggio diviene artificoso e non serve più alla comunicazione, ma solo vuoto ripetuto.

Les carabiniers (Francia-Italia 1963): apologo sulla guerra e sugli ultimi dell'umanità che subiscono le guerre come carne da cannone; scenari da teatro minimalista e dell'assurdo (ma l'assurdo è la drammatica realtà); dialoghi talvolta surreali, ma nel complesso ricorda molto Brecht come intento didattico e di denuncia. Le cartoline che i Ulysses e Michelange mandano alle due donne (madre-moglie e figlia-sorella, se ho ben capito), il cui contenuto è espresso dagli inquietanti cartelli con cui i due raccontano gli agghiaccianti resoconti della guerra, ritornano nel finale come atti di proprietà dei beni conquistati sul campo, pronti per essere esatti alla fine del conflitto. Invano. Molto cervellotico, ma lascia molto su cui pensare (lignuaggio, simbolismi, politica, cultura e educazione).

Le grand escroc (Francia-Italia-Giappone 1963): episodio tagliato da Les plus belles escroqueries du monde, ha per protagonista la Seberg che si aggira da reporter americana per Marrakech armata di cinepresa per un documenatrio televisivo. L'intervista al falsario che regala banconote ai poveri è un trattato di filosofia politica, talvolta un po' involuto.

Le Mépris (Il disprezzo, Francia-Italia /1963): alla terza visione e alla prima al cinema, finalmente, sono stato travolto dal film e dalla sua storia, che pure mi aveva semre affascinato ma non avevo mi afferrato fino in fondo. La fine della storia d'amore di Camille (B.B.) e Paul (Piccoli) che finisce per identificarsi con quella di Penelope e Ulisse, come confermano, ad esempio, l'interpretazione autobiografica dell'Odissea spiegata a Friz Lang da Paul e il bagno finale di Camille nuda, così come nuotava la Penelope del fim in un giornaliero. La crisi improvvisa e violenta nasce da una colpa di lui, che a giudizio di lei la abbandona al produttore come se la inducesse al tradimento: la resa dei conti dura tutta la parte centrale del film, nella loro casa: qui avviene il duello, la resa dei conti divisa in due momenti dal meraviglioso intermezzo di monologhi interiori incrociati, su immagini di momenti cronologicamente precedenti e successive. Momenti di violenza, dolcezza, tenerezza, tutto con la sensazione che l'illusione del loro amore sarebbe potuta continuare se si fosse detta o non detta una sola parola. Ciò fatalmente non può avvenire, il vaso di Pandora si apre, Camille incalzata dalle domande di Paul confessa spietatamente la fine repentina del suo amore. Da lì, come in una tragedia greca, la loro storia non può che rovinare verso l'abisso, la fine tragica di lei in fuga e la triste partenza di lui verso un futuro incerto, mentre Lang gira la scena di Ulisse che scorge per la prima volta la sua patria all'orizzonte.
Osservazioni sparse: inserti metacinematografici, come i titoli di testa recitati in voce over, a cui Truffaut renderà omaggio (molto funzionale) in Fahrenheit nel 1966; feroce critica alla volgarità e idiozia del produttore: "quando sento la parola cultura metto mano al libretto degli assegni", corretto poi da Fritz Lang, che ricorda i tempi più bui; l'apprezzare la scena del bagno della sirena nuda; la necessità di modernizzare l'Odissea; la volgarità dei soldi e del potere; a Mullholland Drive fanno pensare la parrucca nera che indossa Camille in casa e poi nel teatro di posa (le coppie che danzano su sfondo bianco con ombre molto marcate fanno pensare anche ai titoli di testa di Lynch).

Oggi pomeriggio allo Storchi di Modena Il dio della carneficina di Yasmina Reza, con la regia di Roberto Andò, interpretato da Silvio Orlando, Alessio Boni, Anna Bonaiuto, Michela Cescon: molto deludente, prima mezz'ora noiosa e senza ritmo, poi un po' troppo prevedibile, nonostante alcune risate. Un po' troppo stirachciato il finale. Da dimenticare in fretta.