giovedì 31 dicembre 2009

voto: 1 palla

Molto deludente Welcome di Philippe Lioret (Francia 2009): un polpettone sentimentale sul dramma dell'emigrazione, troppo costruito e rimpinzato di eventi drammatici al solo fine di commuovere lo spettatore, senza alcuna profondità (il campo profughi autoorganizzato di Calais sembra preso da un film hollywoodiano).
(E il doppiaggio è orrendo.) In confronto a Winterbottom (Cose di questo mondo) o a Nulle part terre promise di Emmanuel Finkiel visto nel 2008 a Locarno è molto deludente: da dimenticare in fretta.

sabato 26 dicembre 2009

tre

In ordine cronologico: mercoledì all'Europa cinema (finalmente) Dieci inverni (di Valerio Mieli, Italia-Russia 2009): 10 frammenti di una storia d'amore in dieci anni, uno per ogni inverno. Film piccolo, ben girato e fotografato (un bel grigio Venezia), un racconto che appassiona e in certi momenti commuove. Alcune citazioni sparse - all'inizio sulla spiaggia la separazione dei protagonisti Camilla (Isabella Ragonese) e Silvestro (Michele Riondino) ricorda il finale de La dolce vita - e con il cammeo di Capossela (peccato per il vistoso asincrono del suono non in presa diretta e del playback di Moskavalza). Un'amore talvolta al limite dell'amicizia e dell'odio, che impiega dieci anni a riconoscersi, e che verso il finale sembra dover finire come in Une liason pornographique, quando i due si trovano all'alba nello stesso campo a Venezia senza incrociarsi. Frammenti di nottate e di feste di fuorisede universitari, di una festa di laurea in maschera (disastrosa), intrecci con altre storie d'amore russe e 'sbagliate', di barche in laguna, di una casa e di più case, di incontri in vaporetto (con un albero di cachi, portato da Silvestro e dimenticato, che attecchisce e cresce nel giardino della casa di Camilla e che si vede anche nel finale). Una storia piccola ma bella.

Vigilia di Natale con un grande classico, La sposa cadavere di Tim Burton, sempre bello con le sue musiche e animazioni magnifiche, con le sue antitesi (anche coloristiche) tra degno dei vivi e dei morti, con le farfalle ad aprire e chiudere il film.

Ieri sera, invece, dvd de Il milione, spettacolo di Marco Paolini (con il significativo contributo di Mario Brunello al violoncello), tutto dedicato a Venezia (per stare in tema), alla ricerca di una fuga che si risolve nel comprendere il vicino, la meraviglia di Venezia e del suo delicato equilibrio (anche architettonico), o meglio microcosmo, minacciato dal turismo di massa mordi e fuggi.

E qui un video tratto dallo spettacolo del 1998 all'Arsenale di Venezia (rgazie youtube!):

domenica 20 dicembre 2009

il bellissimo, il bello e l'insignificante

Questo è l'ordine cronologico e di valutazione di ciò che ho visto da giovedì a oggi. Giovedì al Lumière la seconda puntata di Visconti, a distanza di pochi giorni, con Gruppo di famiglia in un interno: girato nel 1974, sorprende per l'assoluta modernità (sembra girato oggi) e per la profondità dell'analisi sociologica. Una galleria di orrori umani, a partire dal vecchio professore misantropo chiuso nelle sue buie stanze di intellettuale (di sinistra) polveroso e indifferente al mondo e alle sue lotte e miserie, incapace di confrontarsi con la realtà e con dei vicini (che gli si impongono) invadenti e invasori; la Mangano impersona una donna dell'altissima borghesia postfascista, grezza, gretta, cafona, sboccata e volgarissima nei modi e nei comportamenti; suo figlio e sua figlia (la sua copia) sono incestuosi e intrallazzano con il mantenuto della madre, un ragazzo di vita compromesso con la malavita, che sconvolge la vita di tutti (come lo Straniero di Teorema). (Alla scena in questione, nel salotto del professore, si è probabilmente ispirato Bertolucci per The dreamers, dici giustamente.) Il film è tutto giocato su antitesi tra il professore e gli invasori, i barbari (lessicali, ambientali, vestiarie). Persino lo straniero, un mefistofelico Helmut Berger, è conformista nel suo ruolo di disgregatore e distruttore dell'ordine che lo circonda e lo nutre. Pura e grande arte!

Sabato sera, al Teatro Comunale (dopo una fitta nevicata): Hommage aux Ballets Russes, con Petruska di Igor Stravinskij (coreografia Michel Fokine) - meraviglioso nel suo gioco di colori e di movimenti durante una festa in piazza, animata anche dalle evoluzioni di tre fantocci animati - L’Après-midi d' un faune di Claude Debussy (coreografia Vaslav Nijinskij) - messinscena già vista a spezzoni, divertente la ricerca insistita della bidimensionalità, come se si trattasse di pittura vascolare - e Les noces di Igor Stravinskij (coreografia Bron) - grandioso nella coralità che anima i testimoni di nozze e i loro movimenti 'meccanici' - con la compagnia di ballo CCN - Ballet de Lorrain (direttore David Levi) e con l'Orchestra e Coro del Comunale. Una bella scoperta e una serata 'istruttiva', anzi una bella occasione di imparare qualcosa di nuovo. Mette curiosità di saperne di più.

Oggi pomeriggio al Duse Otello di Arturo Cirillo: spettacolo insignificante, poco condivisibili le scelte di regia, come la scelta delle maschere e del tono da commedia dell'arte nel primo atto (il fatto di essere a Venezia è una ragione insufficiente), gli insistiti accenti napoletani, la voce di Desdemona (per cui meriterebbe di essere strangolata alla sua prima apparizione in scena), Bianca che diventa una transessuale (del tutto gratuito e ingiustificato). Scena spoglia e luci fredde (passabili), musiche brutte. Noioso e poco incisivo, senza emozioni. Che delusione!

giovedì 17 dicembre 2009

minima moralia

borghesi suicidi

Nel 1969 Luchino Visconti rilegge in chiave marxista il consolidamento ed il radicamento del nazismo nel suo La caduta degli dei (visto martedì al Lumière in una copia molto bella): tutto ruota attorno alla famiglia alto-borghese degli Essenberg e della loro acciaieria, la cui importanza è rimarcata dalla Ringkomposition, con le immagini in altoforno che fanno da sfondo ai titoli di testa e che chiudono il film. La saga familiare ricorda molto da vicino l'impianto della tragedia classica, con echi dall'Orestea di Eschilo e dall'Edipo Re di Sofocle, sapientemente riletti e ricombinati. Le esplicite, illecite e realizzate pulsioni sessuali del giovane Essembeck, Martin (immagini fastidiossissime, tremende e indimenticabili, che solo la grande arte riesce a creare) sono le debolezze e deviazioni umane che, secondo la lettura viscontiana, il nazismo sfrutta e irregimenta per consolidare il proprio potere, meglio controllare la società ed abbattere la struttura borghese. Altrettanto indimenticabile è la lunga sequenza dell'orgia delle SA (tutta in tedesco senza sottotitoli, cosa che mi ha fatto perdere alcuni snodi), che non può non aver influenzato Pasolini per il suo Salò. In ogni caso, tutto il film risente della temperie di quegli anni, ma non risulta affatto invecchiato: affascina e avvince, anche grazie ad un'eccellente fotografia (che ricorda certe atmosfere di Fassbinder, specie nell'orgia) e ad inquieti movimenti di macchina, con pianisequenza e insistiti zoom sui primi piani in lunghe carrellate (come ad indagare clinicamente la sintomatologia e l'evolversi del contagio). Oltre alle sequenze sopra menzionate, vorrei ricordare il momento in cui il figlio accende la radio in casa dell'amante e, quando la stazione sintonizzata trasmette un discorso di Hitler, cambia frequenza per ascoltare della musica; e il finale altamente allegorico, con il matrimonio borghese tra Friedrich e Sophie (ormai folle dopo aver subito l'incesto di Martin, ormai convertito al nazismo) circondato da un corteggio di nazisti e prostitute e la cui luna di miele sarà il suicidio coatto con il veleno somministrato dal figlio di lei.

domenica 13 dicembre 2009

sotto un cielo color grigio domenica

Il momento giusto per riassumere il weekend quasi finito. Venerdì: Nemico Pubblico di Michael Mann (Public enemies, Usa 2009): certamente meglio di Collateral, film di genere ben fatto, ma nulla di eccezionale (e si dimentica in fretta). Interessante la preoccupazione (molto attuale) di Dillinger per le public relations, per passare come eroe popolare che rapina solo i ricchi. Poco approfondita la sua storia d'amore e perciò drammaturgicamente non del tutto giustificata, anche se risulta coerente con la filosofia di vita del protagonista, tutta orientata sul qui e ora, sul presente a tutti i costi.

Sabato: all'Arena del Sole Cyrano di Bergerac (regia di Daniele Abbado), con un immenso Massimo Popolizio, capace di rendere tutte le diverse anime del suo personaggio. Bella messa in scena, molto ritmata e dall'incalzante tempistica nella prima parte, con alcune soluzioni ben riuscite (il dialogo nell'ombra tra Cyrano e Rossana sopraelevata al centro della scena, il duello iniziale a suon di poesie, la diversione durante il matrimonio con i racconti su come salire sulla luna). E bravi anche tutti gli altri attori.

giovedì 10 dicembre 2009

un film da domenica pomeriggio

... anche se era un martedì di festa... molto piacevole l'ultimo film di Ken Loach, Looking for Eric (GB-Italia-Francia-Belgio 2009), un commedia drammatica ben raccontato e girata; bravi gli attori e geniale l'impiego di Eri Cantona nel ruolo di se stesso, come angelo custode del protagonista. Cantona diviene pura icona e oracolo, con il suo argomentare amfibolico per sentenze che possono essere interpretate in modi diversi a seconda dei contesti e delle situazioni, che però (o proprio per questo) aiutano il protagonista Eric a uscire dalla depressione ed a risolvere la propria intricata situazione familiare (ritrova la sua prima moglie e dopo 30 anni riesce a risolvere i nodi del loro rapporto, riesce ad aiutare i figli a crescere a a liberarsi dell'ingombrante presenza del bullo di quartiere). Su tutto però il calcio come sostegno alla vita, il tifo come momento indispensabile di socialità (e saranno proprio gli amici tifosi ad aiutare Eric nella finale "Operation Cantona").
E da ricordare il dialogo tra Eric e Cantona sul suo ricordo calcistico più bello: non un gol, ma un assist ad un compagno. Il tutto condito dalle immagini dei gol...

lunedì 7 dicembre 2009

no!

Noiosissimo e inconsistente Sillabari di e con Paolo Poli (visto all'Arena): delusione cocentissima.

sabato 5 dicembre 2009

ricordando Laura Betti (come Marlene)

Eccellente lo spettacolo di cabaret Cantata degli anni miracolati. Omaggio a Laura Betti visto ieri sera al Circolo Pavese del Pratello (grande l'ospitalità, dall'aperitivo alla cena), messo in scena dal Teatro dei Dispersi, con una grandissima Marina Pitta nel ruolo della Betti, Marco Muzzi alla chitarra e Gianfranco Rimondi alla regia. Questa la scaletta:

1. Ai 'Brigoli' di Casalecchio
2. Cocco di mamma
3. Piero [!]
4. Valzer della toppa [!]
5. Quella cosa in Lombardia
6. Io son'una
7. Macrì Teresa detta Pazzia [!]
8. Là, sul parquet [!]
9. E invece no
10. Seguendo la flotta
11. Soltanto gli occhi ["amavo un cannibale / che si chiamava Annibale..."]
12. Mi sono buttata nell'arte [!]
13. Una vera signora [!]
14. Ballata del suicidio

Coinvolgente, divertente, ottimamente interpretato. E abbiamo imparato qualcosa che non sapevamo su Laura Betti.

note prosodiche e ortografiche

domenica 29 novembre 2009

follia terrorista nel deserto

La prima linea di Renato De Maria (Italia-Belgio 2009) mi/ci ha fatto proprio un'ottima impressione: ben girato e fotografato, narrazione asciutta ed emozionante, per nulla apologetico nei confronti di una "storia sbagliata" (a proposito delle solite polemiche inutili e preventive): ormai in carcere e pentito il terrorista rosso Sergio Segio (convincente interpretazione di Riccardo Scamarcio) rievoca nel 1989, nei giorni della caduta del Muro di Berlino, la propria esperienza da terrorista nel gruppo armato Prima linea dagli anni Settanta ai primi anni Ottanta, ricorda la spirale di violenza ed il progressivo isolamento del gruppo rispetto alla propria base. A questo si aggiunge la sua storia privata, l'amore con Susanna Ronconi (Giovanna Mezzogiorno), narrato dallo sbocciare (durante le riunioni del gruppo) al suo epilogo (l'azione armata contro il carcere di Rovigo per farla evadere - molto bella la sequenza rallentata in cui i due amanti si scambiano lo sguardo durante la fuga - che coincide con quello dell'organizzazione).

La storia era pressoché ignota alla mia generazione, e l'averla riporata alla luce è uno dei principali meriti del film; coinvolge ma non giustifica, tutt'altro: la condanna di quella stagione è senza appello: obiettivi e mezzi sempre sbagliati, l'incapacità di comprendere di essere "la prima linea che ha il deserto dietro di sé", come più o meno un amico d'infanzia, disperato, cerca invano di spiegare a Sergio, pochi giorni prima che si macchi di sangue le mani e la coscienza. Film di alto impegno civile. Necessario in questo momento.

giovedì 26 novembre 2009

da Piazzolla a Piazzolla (con tappe intermedie)

Piacevole concerto di tango in Aula absidale all'interno del festival Suoni dal mondo: il Quartetto Novitango, composto da Hugo Aisemberg (pianoforte) e Jean Gambini (contrabbasso) - molto bravi entrambi -, Francesco Manna (flauto), Juan Lucas Aisemberg (viola) - meno convincenti -, ha sfornato un repertorio abbastanza tradizionale, con venature jazz: molto Piazzolla (Ouverture e Contramilonga dell'opera Maria de Buenos Aires, Michelangelo 70, Oblivion, Libertango, e i bis: Escualo, Milonga del Angel, Muerte del Angel), inframezzato da tanghi e milonghe della tradizione (su tutti La trampera, carina la versione de La cumparsita, non entusiasmante Gallo ciego, un po' jazzata e poco riconoscibile). Si sente però molto in certi brani l'assenza del bandoneon (specie in Piazzolla, quasi inconcepibile).

mercoledì 25 novembre 2009

uno spettacolo da dimenticare (e qualche aggiunta al post precedente)

In poche parole: grandi aspettative, tutte disilluse, per L'intervista di Natalia Ginzburg, con Valerio Binasco (anche autore della regia), Maria Paiato e Azzurra Antonacci. Brutto testo, noioso e inconsistente: il racconto di tre solitudini annoia e non trasmette alcuna emozione. Non male gli interpreti, regia insignificante (ma in effetti si può fare poco di un testo così). In prospettiva spiace essere andati fino a Ferrara.

Addenda al post precedente: a testimonianza della bravura della Asti e la bellezza della sua voce vorrei ricordarmi delle sfumature con cui declina "giorni felici" e "garantita, genuina, purissima". In La presidentessa esilaranti l'esito del neo di Gobette sul Guardasigilli (e la sua reazione quando lei "fa la gran dama") e la richiesta di matrimonio con interprete!

lunedì 23 novembre 2009

comico e tragico

Dalla breve parentesi monacense si ritorna con due begli spettacoli: sabato sera al Testoni di Casalecchio La presidentessa (di Maurice Hennequin e Pierre Veber), messo in scena da Massimo Castri con Marco Brinzi, Giorgia Coco, Francesca Debri, Michele Di Giacomo, Federica Fabiani, Alessandro Federico, Vincenzo Giordano, Diana Hobel, Alessandro Lussiana, Davide Lorenzo Palla, Antonio Giuseppe Peligra. Dopo la straordinaria messa in scena di Così è, se vi pare ci siamo catapultati a teatro e ne è valsa la pena: vaudeville brillante e molto divertente, specie nel secondo atto; tempi rapidissimi e sempre azzeccati, molto bravi gli attori. L'unico appunto riguarda il personaggio di Gobette: sarebbe stato meglio un trucco e un abbigliamento più 'provocante', in modo da giustificare meglio il suo ruolo di femme fatale.

Domenica pomeriggio al Comunale di Ferrara per Giorni Felici di Beckett, regia di Robert Wilson con Adriana Asti, un'eccellente Winnie (tutti gli applausi sono meritati): la resa animalesca di Willie rende ancora maggiore la disperata condizione della donna, il suo deserto e la sua angoscia esistenziale. Una messa in scena molto differente da quella di Adriatico (più giocata sul comico), che privilegia e sottolinea la tragicità dell'esistere, della vita di coppia - "mi chai chiesto la mano: da allora non mi hai parlato più" - e del vuoto, da riempire con la sporta e il canto (ma al momento giusto), prima che finiscano le parole (che già vengono meno nella citazione di versi, con alcune parole sostituite da 'cose'). Scenografia scarna, con la Asti immersa in un monticello di roccia/cemento. E molto emozionante l'inizio, con il telo bianco mosso dal vento e poi fatto cadere.

martedì 17 novembre 2009

passione cinematografica

Più passano i giorni (ormai sono tre), più Los abrazos rotos (Gli abbracci spezzati, Spagna 2009) di Pedro Almodovar "cresce alla distanza"... e già da subito mi/ci aveva convinto! Una storia d'amore, passione, dolore, cecità, raccontata con grande delicatezza e con una passione cinematografica rara. E mi trovo d'accordo con Mereghetti, quando scrive che questo film è un atto d'amore per il cinema: quasi ogni scena o situazione stuzzica la memoria e il cuore del cinefilo doc - tra i tantissimi e in ordine sparso: Penelope Cruz che viene chiamata Severine come Belle de jour, la (doppia) spinta giù per le scale ricorda Hitchock, l'autocitazione-rifacimento di Donne sull'orlo di una crisi di nervi nell'esilarante finale 'ritrovato' di Chicas y maletas (che termina lasciando allo spettatore una curiosità destinata a non essere soddisfatta), il film nel film come Effetto notte, con vicissitudini amorose connesse, la foto dalla scogliera a Lanzarote che, come in Blow up, una volta sviluppata, rivela una coppia di amanti che si baciano. Su tutto però voglio ricordare due scene: la prima è quella con la Cruz che doppia se stessa mentre il ricco compagno guarda le riprese fatte dal figlio-spia; l'altra è quella di Harry Caine che, nonostante la sua cecità, riesce a incorniciare con le proprie mani la sua amata (ormai defunta) sullo schermo della televisione. E ancora, sempre a proposito di finezza e grande mestiere del regista, mi viene in mente l'incipit del film: quando Judit García, la sergetaria di produzione di Harry, lo trova seminudo dopo che ha appena fatto sesso sul divano con una sconosciuta, basta uno sguardo di lei per capire che tra i due c'è stato qualcosa e che Diego sia loro figlio. Proprio un gran bel film!

domenica 8 novembre 2009

violenze private e aziendali

Lo spettacolo Festa di famiglia (drammaturgia e regia di Manuela Mandracchia, Alvia Reale, Sandra Toffolatti, Mariangeles Torres, collaborazione alla drammaturgia di Andrea Camilleri) visto venerdì sera al Duse è una piacevole sorpresa: prima di tutto è ben recitato dai sei attori (Fabio Cocifoglia, Manuela Mandracchia, Alvia Reale, Diego Ribon, Sandra Toffolatti e Mariangeles Torres); in secondo luogo la regia è ben fatta, calibrata nei tempi (alternanza di registro drammatico-comico con inserti di musical) e nella ricerca delle simmetrie sulla scena, specie nelle parti iniziale e finale (ripensandoci un po' troppo artificiose). La scelta di riutilizzare e risemantizzare passi di Pirandello può essere poco comprensibile come dici, e a due giorni di distanza mi pare che tu abbia ragione (sul momento non ci avevo dato peso). Il cuore dello spettacolo è la violenza sulle donne in contesto familiare e, a pensarci meglio, il legame con il drammaturgo ci può anche essere, ma forse è un po' troppo labile (secondo il ben noto adagio: chi cerca qualcosa in un testo letterario trova sempre quello che vuole), però in un certo senso funziona. Piacevole e (mi viene ora questo aggettivo) un po' furbo (il gag del cellulare, quello del foulard strappato). L'idea migliore (per quanto non originale, ma già usata da Castri nel recente Così è, se vi pare) è la scelta di far cominciare lo spettacolo con gli attori che risistemano la scena, che il finale rivela essere l'esito del dramma: come a sottolineare da un lato la metateatralità della situazione (sono 'persone' teatrali condannate dalla trama a ripetere sempre le stesse azioni), dall'altro il reale iterarsi della violenza sulle donne.

Di violenza pubblica parla invece Capitalism: A Love Story di Michael Moore (Usa 2009, 128'): molto pamphlet e poca spiegazione, come in Fahrenheit 9/11, ma distante dalla lucida e giustamente velenosa critica di Sicko. Agghiacciante la storia delle assicurazioni sulla vita dei dipendenti (dead peasants: come se si trattasse dei fanti di un videogame) stipulate dalle aziende; eccellenti alcuni momenti satirici, come l'inizio con il parallelo tra la vita della Roma imperiale e le immagini dell'America contemporanea, Gesù che predica il verbo capitalista o le scene a Wall Street. Ma chi non sa cosa sia un derivato capisce ben poco di quanto è avvenuto.

venerdì 6 novembre 2009

gelida calligrafia

La sensazione che mi lascia Il nastro bianco di Michael Haneke (Das Weiße Band, Austria-Francia-Germania 2009, 144') è questa, molto simile a quella provata dopo Caché. E la struttura dei due film è molto simile: assenza quasi totale di musica, finale aperto (qui accentuato dalla dichiarazione iniziale di narrazione soggettiva e perciò priva di oggettivo - per quanto possibile - metodo storiografico), violenze psicologiche esplicite e solo accennate, ricerca di uno stile freddo e sottilmente inquieto.

Tuttavia, rispetto al proposito del regista - indagare le origini della generazione che accolse l'avvento del nazismo - la narrazione risulta insoddisfacente: l'atmosfera infernale del villaggio dovuta alle prevaricazioni ed ai soprusi familiari e comunitari pare una caratteristica comune alle piccole comunità rurali europee di fine Ottocento-inizio Novecento: che basti questo per chiarire il background di una tragedia europea e mondiale pare forse riduttivo.

Nel complesso il film, nel suo bianco e nero talvolta sovraesposto e dai voluti contrasti violenti, risulta un esercizio di stile talvolta noioso e incapace di coinvolgere ed emozionare: la vivisezione della violenza non appassiona e sembra invece una stanca variazione sul tema caro ad Haneke.

martedì 3 novembre 2009

pioggia, vento, autostrada, musica

Gita fuori porta (a Firenze, Teatro della Pergola - molto carino) per il concerto di Katia e Marielle Labèque (ad un anno circa da quello di Modena), accompagnate nel Bolero dai percussionisti Fred Chambon, Thierry Biscary e Paxkal Indo. Programma:

I. Albeniz, Iberia, Libro I: Evocacion (arr. A. Decaux), El puerto (arr. A. Decaux), El Corpus Christi en Sevilla (arr. A. Decaux); Iberia, Libro II: Triana (arr. E. Granados); Iberia, Libro III: El polo (arr. J.A. Amargos); Iberia, Libro IV: Malaga (arr. J.A. Amargos); Iberia, Libro IV: El Albaicin (arr. J.A. Amargos).
C. Debussy, Nocturnes: Nuages, Fêtes (arr. M. Ravel).
M. Ravel, Bolero (versione originale per due pianoforti, con arrangiamento di percussioni basche di T. Biscary e P. Indo).

Bis dei bravissimi percussionisti baschi (che fanno partecipare il pubblico!). Bella serata.

domenica 1 novembre 2009

una guerra, tutte le guerre

Il grande pregio di Lebanon (Israele-Germania-Francia-Libano 2009, 90') di Samuel Maoz risiede proprio in questo: come insegnano i grandi film sulla guerra (per lo più tutti radicalmente pacifisti), mostrano l'orrore e lo trasmettono nella sua dura crudeltà allo spettatore, trasformando una guerra ben precisa - il primo conflitto israelo-libanese del 1982 - in tutte le guerre che l'umanità ha combattuto. La prospettiva (autobiografica) di collocare la narrazione all'interno di un tank, il cui mirino del cannone si identifica con la macchina da presa, contribuisce al processo di immedesimazione dello spettatore, che è costretto a vedere ciò che vede il soldato: uomini dilaniati, macerie, una donna che piange straziata la perdita del proprio figlio e il cui abito prende fuoco (una delle sequenze migliori del film). Hai ragione a parlare di una scrittura troppo meccanica e in certi punti scontata: a posteriori è vero, ma sul momento non l'ho avvertito. Notevole anche la Ringkomposition del campo di girasoli.

mercoledì 28 ottobre 2009

due spettacoli teatrali


Venerdì 23, teatro San Martino, Iago e Desdemona e Otello della Libero Fortebraccio Teatro, di e con Roberto Latini e con Elena De Carolis. Due spettacoli molto intensi e coinvolgenti: in Iago Latini (bellissima voce) interpreta uno degli antieroi per eccellenza, che fornisce la sua versione dei fatti e dà voce ai diversi personaggi (tramite un sapiente uso di microfoni). Il suo continuo movimento di piedi, come in preda a convulsioni, che si trasmette talvolta al resto del corpo lo fa rassomigliare ad una fiamma, simile forse a quella dei danteschi Ulisse e Diomede: la sua sembra così la narrazione di un dannato, condannato a ripetere, rivivere e ripercorrere la propria tragedia (secondo la trama di Shakespeare). Molto efficace la tripetizione dell'uccisione di Desdemona, progressivamente più completa e arricchita di dettagli, battute e punti di vista; intelligente anche la mescolanza di comico e tragico, insita già nell'originale, ma qui compressa ed esplosiva. Meno comprensibili gli echi di slogan sessantottini durante l'ebbrezza di Cassio (?), ma in un certo senso funzionali.



(con una significativa variazione: nello spettacolo visto Iago dice "e Cassio sembra onesto"!)

Desdemona e Otello sono invece condannati all'ignoranza perpetua, come se il Moro fosse morto nello stesso istante della sua amata, "senza sapere la verità": da ciò deriva il tormento perpetuo e l'odioamore e la rabbia ancora vivi nei confronti di lei ("la puttana che ho sposato"). Struggente il momento in cui lui la abbraccia da dietro e la trascina lentamente a terra, uccidendola di nuovo: da allora accentua gli spasmi delle gambe e dei piedi, come se fosse Iago, il suo daimon e mandante, ad impadronirsi di lui, che diviene il semplice esecutore materiale. Una volta a terra lui la trascina tenendola per una mano, in un crescendo di musica ed un calar di luci rosse: ci si aspetta che all'improvviso la musica si fermi e lui le lasci la mano, ma ciò non avviene se non a luci spente e con la musica che viene sostituita dall'eco ossessiva "amore, amore, ...". Che bellezza!

Ieri sera, Teatro delle Moline, La signora Margherita: uno spettacolo eccellente merita il bis. Tra l'altro la Pitta ha aggiornato la pièce con inserti di attualità, senza alterarne il ritmo e il divertimento angoscioso. "Ci sarà sempre una signora Margherita che insegnerà ai vostri figli, ai figli dei vostri figli, ..."

venerdì 23 ottobre 2009

"metti uno spazio bianco e ricomincia"

La battuta della bravissima Margherita Buy vale per l'intero film di Francesca Comencini, Lo spazio bianco (Italia 2009): meglio ricominciare. Regia sciatta o ipercaratterizzata, "musiche spesso troppo presenti", il balletto delle mamme in attesa orribile e incomprensibile, ... Sciatteria somma: quando alla fine la Buy si sta recando in ospedale attraversando a piedi una Napoli deserta (citazione: Londra?), mentre percorre un viale il dolly si alza e nell'angolo a destra si vede il viale parallelo con persone e traffico (fastidiosissimo!).

Si salvano nel naufragio la Buy e la Paiato (nonostante il film, direi quasi), e il piano sequenza in cui la prima telefona al collega-amico prometendo di cambiare, di imparare a cucinare le pappe e di fare spazio tra i suoi libri per quelli della figlia. No more.

lunedì 19 ottobre 2009

idee confuse

Apprezzabile il documentario Di me cosa ne sai di Valerio Jalongo (Italia 2009, 78') sulla storia contemporanea (e preistoria) del cinema italiano, della sua crisi e dei suoi problemi. Apprezzabile ma molto criptico (immagino) per chi non conosca a fondo la storia delle leggi cinema (da Andreotti a Veltroni, per capirci); la narrazione è frantumata e si perde in mille rivoli e risorgive (con ipotesi spesso poco chiare e motivate), che confondono e disorientano. Ha il sapore di un'occasione persa...

domenica 18 ottobre 2009

Adriatico e Beckett II

(giovedì: Kill Bill vol. 1 in dvd: puro piacere...)

Sabato sera a Teatri di Vita per la quarta e ultima puntata di Non io nei giorni felici, la rivisitazione beckettiana di Andrea Adriatico: Senzaparole con Carlo Masi e Rossella Dassu, con la partecipazione di Serena Di Biase, Sara Kaufman, Federico Muzzu e Saverio Peschiera.

Ispirato ad Atto senza parole (I) di Beckett, modificato nell'oggetto del desiderio: al posto della brocca d'acqua l'uomo insegue una donna in una scena scarna suddivisa in sei quadrati di luce, arredati con pile di piatti di ceramica ed in séguito da letti (gonfiabili). La frustrazione del crescente desiderio sessuale dell'uomo e della donna, che lo comanda, ne arbitra l'agire tramite il suo fischietto e ne condiziona i movimenti sulla scena all'inseguimento di lei. Il meccanismo imposto dalla donna, inizialmente perfetto (a fischio corrisponde l'accendersi e lo spegnersi delle luci e della musica), col crescere del desiderio (e della nudità) si fa più impreciso, fino alla perdita del controllo sull'uomo, che si astiene proprio quando potrebbe ottenere il soddisfacimento sessuale tanto inseguito. Fosse finito qui lo spettacolo sarebbe stato forse migliore; invece, con il crescere ed il sovrapporsi delle muische, i 4 letti rimasti sono progressivamente occupati da altre due donne e due uomini, monadi isolate e (si suppone) insoddisfatte.

Oltre a richiamare il pasoliniano Teorema, lo spettacolo sembra quasi un racconto morale di Rohmer: 'in amor vince chi fugge' e, per la protagonista femminile, 'chi troppo vuole nulla stringe'. Ben fatto senza dubbio, belle le musiche e le luci, solo (forse) un po' "troppo cerebrale...".

domenica 11 ottobre 2009

autunno caldo

Grazie, caro Ascanio...

potere al cinema!

Geniale Tarantino! Inglourious basterds (Usa-Germania 2009, 160') è puro piacere per amanti del cinema! Al di là delle tarantinate doc - violenza, sangue, citazioni, inserti in puro stile b-movie, come la 'ressurrezione' del soldato-attore che spara a Shoshanna e il mettere il dito nella piaga (in senso concerto), colonna sonora eccelsa, montaggio e ritmo impareggiabili, ottimi dialoghi - si ha la chiara percezione di assistere all'opera di un regista che si diverte a fare il suo lavoro e vuole divertire il pubblico. E la dissacrante fantasia del potere della macchina da presa si presta allo stravolgimento e ricreazione della più drammatica Storia del Novecento, una postuma rivincita sull'orrore e la violenza. Non c'è morale in questa storia, i grandi temi morali passano del tutto in secondo piano (anche la Shoah), ma ciò non sembra una banalizzazione all'americana: solo arte, che sceglie un ben preciso punto di osservazione.

Memorabili alcune scene: il rogo nel cinema, la taverna, tutta la prima sequenza, e, in generale, tutte le parti di Christoph Waltz, magistrale interprete del colonnello Hans Landa.

Last but not least: visto in lingua ha un senso (mistione di inglese, francese, tedesco e italiano), altrimenti - immagino - incomprensibile.

domenica 4 ottobre 2009

una giornata riuscita bene

Pranzo all'Ambasciatori per festeggiare, pomeriggio all'Arena del sole per l'open day del teatro - con visita guidata, letture di Marinella Manicardi (da Fois) e Alessandra Frabetti (da Lagarce, Le regole del saper vivere nella società moderna) e alcuni allievi dei laboratori teatrali delle Moline, 4 tanghi suonati dal gruppo Tango Creación (Michela Tintoni: violino; Monica Fini: pianoforte; Massimo De Stephanis: contrabbasso) - sera a Ferrara per il concerto-spettacolo Canzoni impopolari di Ascanio Celestini in piazza del Municipio all'interno di Internazionale a Ferrara (con Roberto Boarini, violoncello; Luca Caponi, batteria; Gianluca Casadei, fisarmonica; Matteo D'Agostino, chitarra). Un concerto molto ben riuscito, gustato seduti in terra su cartoni di fortuna, alcune canzoni nuove e quasi tutte quelle di Parole sante con qualche riarrangiamento: musiche stupende, testi densi, impegnati, graffianti e (sempre più) arrabbiati.

venerdì 2 ottobre 2009

breve trattato sulla leggerezza

Semplice, leggero e molto divertente Whatever Works (Basta che funzioni, Usa-Francia 2009), l'ultimo film di Woody Allen: una commedia metacinematografica costruita su personaggi-chiché, cinica e ben sceneggiata, con alcune battute memorabili. Nessuna morale, nessun insegnamento da impartire, solo la voglia di divertire il pubblico che sceglie "di restare in sala a guardare", per parafrasare le parole del protagonista.

e due...

Se attendi un'e-mail, ne arriva un'altra inattesa...

lunedì 28 settembre 2009

funny mail

L'aver indossato le mutande alla rovescia avrà significato qualcosa?

!!!

sabato 26 settembre 2009

un colosso di bontà e di meraviglia

Il mio vicino Totoro di Miyazaki (Giappone 1988), finalmente distribuito in italiano, consente un regresso all'infanzia, non certo spensierato, anzi, abbastanza strappalacrime: su tutto domina l'aria di infantile magia dei fantasmini della fuliggine iniziali e di Totoro, un gigante peloso e 'sofficioso' (più di Ponyo!), l'aiutante magico delle due bambine protagoniste, che subiscono l'assenza della madre ricoverata in ospedale. La leggera spensieratezza della presenza di Totoro (e dei due simili in scala ridotta) conquista il cuore: su tutto la scena dell'attesa dell'autobus, quando la sorella più grande gli presta l'ombrello del padre. E poi voglio anch'io un gattobus!

giovedì 24 settembre 2009

leggende rumene

Sono quattro le 'leggende' - così nelle didascalie - raccontate in Racconti dell'età dell'oro (Amintiri din epoca de aur, Romania-Francia 2009, di Ioana Uricaru, Hanno Höfer, Razvan Marculescu, Constantin Popescu, Cristian Mungiu), volte sul registro comico-surreale-grottesco, per rievocare con leggerezza alcuni momenti della vita (per nulla facile) durante il regime di Ceaucescu. Ben fatto, esilarante in alcuni momenti, ma svanisce presto, forse troppo. Qui la Storia è puro pretesto e il racconto non si eleva a satira, ma resta a livello barzelletta (certo di alto livello): una commediola piacevole, niente più.

mercoledì 23 settembre 2009

Bach

Ieri sera in san Filippo Neri Ramin Bahrami e Umberto Clerici (oltre alla loro indiscussa bravura ricorderemo sempre i salti sullo sgabello e la bocca aperta dell'uno e le facce dell'altro) sono stati protagonisti di un intenso concerto imperniato su Bach:

sonata n. 1 in sol maggiore BWV 1027 per viola da gamba e clavicembalo concertante

partita n. 1 in si bemolle maggiore BMV 825 per clavicembalo

sonata n. 2 in re maggiore BWV 1028 per viola da gamba e clavicembalo concertante

suite n. 3 in do maggiore BWV 109 per violoncello solo

sonata n. 3 in sol minore BWV 1029 per viola da gamba e clavicembalo concertante

(bis) ultimo movimento di Brahms, sonata n. 38 (?) e l'allegro della sonata in re maggiore (di Clerici abbiamo anche apprezzato la spiegazione della scelta del primo, la giusta ironia sul richiesto crescendo dei bis, da suonare finché gli strumenti non prendano fuoco, e il gesto di chiudere la tastiera del piano).

lunedì 21 settembre 2009

un'adolescenza del secolo scorso

Cosmonauta di Susanna Nicchiarelli (Italia 2009) è preceduto da un meraviglioso corto in stop motion Sputnik IV (? ho delle incertezze sul numero), che rievoca gli esperimenti sovietici di invio di navicelle nello spazio, con topi, cani e un ragno che discutono sottotitolati dei progressi del comunismo: memorabile è la parodia di 2001, con i topi-cavia chiusi in una gabbia ‘capitalista’ che danzano il Bel danubio blu: vale da solo il biglietto!

È un film di formazione e di corsa: comincia e finisce con due momenti di riflessione della giovane Luciana. Il primo prelude alla sua fuga dalla chiesa dove dovrebbe ricevere la prima comunione, da cui evade e fugge come una sposa dall’altare verso casa propria (e le immagini ricordano la fuga liberatoria di Stella dopo l’acquisto del libro di Cocteau: sarà un caso che la signora anziana che la saluta al rientro la chiami proprio Stella?); il secondo segue alla sua corsa alla Antoine Doinel verso il fratello ritrovato, che la attende guardando il mare. Nel mezzo c’è la storia di una ragazzina tra 1957 e 1963, che cresce sullo sfondo di una precoce militanza nel Pci (passione ereditata dal padre scomparso), la ricerca di modelli di riferimento (la zia), i problemi familiari (secondo matrimonio della madre, l’epilessia del fratello maggiore), i tormenti d’amore (“un cuore matto”): la ricchezza del film, che pure ha momenti un po’ facili e prevedibili, mi pare stia proprio nel presentare una donna (come Luciana rivendica con orgoglio di fronte al suo innamorato) che cresce e si forma, con tutte le incoerenze, gli egoismi e le contraddizioni dell’adolescenza.

Sullo sfondo, oltre alla storia della conquista dello spazio che percorre il film e ne scandisce il tempo, c’è l’urgenza della questione femminile, la lotta contro il maschilismo interno al partito (e alla società, ovviamente), la conquista dello spazio anche da parte di una compagna sovietica, Valentina, la prima cosmonauta (che, va detto, è un sostantivo di gran lunga migliore di astronauta). Il suo successo nello spazio è una piccola conquista femminile in vista di quell’obiettivo doveroso e ancora oggi non raggiunto, la parità o, meglio, la non discriminazione (penso ai salari, ma non solo).

lunedì 7 settembre 2009

documentar(s)i

Prima puntata della stagione al Lumière per il piacevole documentario L'amore e basta (Italia 2009, 75') di Stefano Consiglio. Ben fatto, intelligente nel lasciare la parola a durature coppie gay e lesbiche italiane ed europee, senza l'intento di dimostrare alcunché, se non la perfetta identità di problemi con le coppie eterosessuali (avere o non avere un figlio, essere una famiglia o una coppia, coppia aperta o chiusa, fedeltà, gelosie tradimenti, sposarsi, convivere): quelli in più dipendono dalla società e dai suoi pregiudizi (per questo il prologo affidato a Zingaretti che legge-recita un monologio di Aldo Nove sul significato del numero '16' e della vergogna di essere quel numero, ancora prima di conoscerne il significato). Molto belli i titoli di testa e le animazioni disegnati da Ursula Ferrara. Semplice, diretto, profondo.

Non pago, a casa ho messo su la videoregistrazione della puntata di Presa diretta del bravo Iacona, Respinti: rabbia, amarezza, sdegno. Necessaria anche la segnalazione di Fortezza Europa. Tanto per stare allegri.

giovedì 3 settembre 2009

parentesi berlinese


Pranzi e cene (alla Almodovar), camminate, maratone, marce, currywurst, convegno, escursioni, amiche riviste, ostelli, musei e memoriali, libri in bancarella, espressi migliori di quelli spagnoli e francesi, S- und U-bahn, foto, wireless, telefonate a singhiozzo, architettura, Lulu, specchi, Marlene, "tu potrai dire che le mie borse sono disordinate, ma nelle tue ordinate non si trova mai nulla" (giovedì 20 agosto, all’uscita dal Pergamonmuseum), Ampelmann, castelli, articoli corretti, und und und...

lunedì 17 agosto 2009

tra un preparativo e l'altro

Prima di essere travolto: visto l'altra sera in tv Colazione da Tiffany (carino, molto meglio nel primo tempo, il secondo perde un po' la brillantezza); domenica sera in piazza Santo Stefano concerto dell'orchestra del Teatro comunale di Bologna (Vivaldi, Elgar, Eine kleine Nachtmusik di Mozart, mai ascoltata dal vivo: piacevole).

domenica 16 agosto 2009

se 160 km sono pochi...

Crisi d'astinenza da teatro + bruciante curiosità per uno spettacolo non (ancora) raggiunto = Sorelle di sangue con la Pozzi su Youtube. Da vedere live!













sabato 15 agosto 2009

tuscolane rappresentazioni

Indimenticabile gita a Tuscolo nei Castelli romani per la tournée dell'Inda: a posteriori si può definire un crescendo, concluso con un finale folgorante. Una menzione speciale merita la location: il piccolo teatro sito nel parco archeologico ha certo aggiunto qualche suggestione alle due rappresentazioni, in particolare i grilli e l'assenza di quinte. Anzi, ben sfruttata è stata la loro assenza e la conseguente possibilità di osservare i movimenti nel buio degli attori prima del loro ingresso in scena, o gli arrivi a passo di marcia di Teseo e della sua scorta.

L'Edipo a Colono è uno spettacolo onesto, dalla scenografia spoglia (a differenza di Siracusa, senza la piramide di Fuksas) e ben interpretato, più che da Albertazzi (una prova del tutto normale, niente di entusiasmante), dai giovani dell'Inda - Roberta Caronia (Antigone), Carmelinda Gentile (Ismene), Massimo Nicolini (Teseo), Giacinto Palmarini (Polinice) - e da un intenso Maurizio Donadoni (Creonte). Da ricordare in particolare la scena intensa e carica di pathos della cattura di Antigone.

Ma veniamo alle note stonate: la prima e più grande riguarda le parti corali. Incomprensibile è la scelta di farli recitare da coreuti come se fossero in preda ad una crisi epilettica, mentre sullo sfondo quattro attrici nel ruolo delle Eumenidi (???) si muovono ritmicamente come ad evocare delle forze ctonie o ultraterrene: Sofocle non ha davvero bisogno di questo. Da classicista poi non condivido la scelta di variare il misterioso finale sofocleo, dal momento che in questa rappresentazione Teseo non accompagna Edipo nella sua ‘scomparsa’, che diviene morte a tutti gli effetti. Nel complesso, uno spettacolo piacevole, ma non entusiasmante.

La Medea (regia di Krzysztof Zanussi), invece, entra di diritto nell’olimpo degli spettacoli indimenticabili, insieme, ad esempio, alla Fedra di Ritsos (sempre con la Pozzi) e all’Anna Karenina di Nekrosius. Su una scena completamente spoglia e priva di fronzoli emergono le prove dei singoli attori, in particolare Francesco Biscione (Creonte) e Giacinto Palmarini (messaggero: eccellente). A differenza dello spettacolo della sera prima, i cori sono qui davvero coinvolgenti e ben messi in scena (anche grazie alle musiche elettroniche di Daniele D'Angelo) e contribuiscono ad aumentare la compartecipazione del pubblico (completamente rapito).

Su tutti comunque spiaccano la prova di Donadoni-Giasone e Pozzi-Medea, specialmente nei loro duelli: nel primo il pubblico si divide davvero, parteggia ora per l’uno ora per l’altra con applausi e commenti di approvazione e disapprovazione (e tu dici che lui era quasi riuscito a convincerti della bontà del suo agire...); nel secondo una sorprendente e azzeccata innovazione è il momento di improvvisa intimità della coppia apparentemente riappacificata.



Quanto poi alla prova della Pozzi, d’ora innanzi faticherò a pensare Medea con un volto diverso dal suo: superba nei cambi di registro vocale e espressivo, riece a rendere viva la duplice natura del personaggio, una donna spezzata: indescrivibili a parole i suoi primi tre monologhi di fronte alle donne di Corinto, in particolare nel terzo, quando si risolve all’assassinio dei figli e immagina di compiere l’azione colpendo ripetutamente il proprio petto con un immaginario pugnale stando in ginocchio al limite della ribalta. E ancora meravigliosa nel repentino volere e disvolere l’omicidio dei figli. Indimenticabile! A quando il dvd dello spettacolo?

venerdì 7 agosto 2009

ma proprio a Quarna Sotto dovevo andare...

... al Museo Etnografico e dello Strumento Musicale a Fiato, per ascoltare dal vivo Javier Girotto? Quasi un'ora e mezza di musica insieme all'Atem Sax Quartet (David Brutti, Matteo Villa, Davide Bartelucci, Massimo Valentini), tra ritmi di tango e jazz, la sua impronta inconfondibile. Girotto suona in piedi, salta, si agita, sembra spremere la musica dal suo sax soprano, suda, estrae la musica con fatica, la plasma davanti agli spettatori come se la (ri)creasse per la prima volta. E spiega la genesi di alcuni brani (Para la abuela Elisa, SUIX, La luna) e degli strani strumenti andini (quena e moxeno flute), pagati con un'arcaica libagline alla Terra, secondo la richiesta di chi li aveva fabbricati. Gran bel concerto!

mercoledì 5 agosto 2009

"raccontava tante storie, ma..."

L'impressione di falsità assoluta è troppo forte e fastidiosa, impedisce di applaudire, irrita: in Racconti di giugno (visto stasera al Chiostro di San Martino) Pippo Delbono svelerebbe masochisticamente se stesso ("omosessuale, sieropositivo e buddista"), ma lo fa in un modo del tutto cinico e (auto)celbrativamente grottesco, da trasmettere per contrasto l'assoluta falsità di quanto (si) mette in scena. Premesso: non so nulla della sua storia personale, né della sua vita privata (non che la cosa mi interessi particolarmente, sia chiaro). Se quanto racconta (in maniera nebulosa e meccanicistica è vero, qual è il messaggio? Boh. Ma tutto sembra troppo finto. Non si può fingere di citare l'Enrico IV di Pirandello recitando un brano inventato: meglio, se si fa così non posso che mettere in dubbio la veridicità di tutto quanto sto ascoltando. O lo stesso per la pseudoricreazione alla maniera di Sarah Kane. La falsificazione della parola (e della memoria poetica), la contaminazione-ricerazione di citazioni e spettacoli già performati (in uno spettacolo-contenitore-pastiche indigeribile) non fa altro che gettare un'ombra di falsità sull'intera narrazione. Sia pure vera, ma non convince: su un palcoscenico la realtà 'quotidiana' non esiste, il racconto la trasforma e la deforma: questo spettacolo manca di credibilità. Quanto alla bravura recitativa, poi, ho molti dubbi: ho sentito Delbono leggere anni fa al Museo della memoria con la stessa intonazione e monotona modulazione di voce di tutte le cose lette stasera.

giovedì 30 luglio 2009

storie di migranti

Molto emozionante e intenso lo spettacolo Italiani cìncali di Nicola Bonazzi e Mario Perrotta, monologato da quest'ultimo, visto ieri nel parco antistante al Museo della memoria. Teatro civile, sulla scia di Paolini e Celestini, per raccontare un passato italiano remoto e attuale, l'emigrazione di Stato organizzata nel secondo dopoguerra verso altri Paesi europei, in particolare verso le miniere della 'Belgique', fino al ricordo della strage di Marcinelle dell’8 agosto del 1956. Alle vogi registrate che leggono la corrispondenza dei minatori si sovrappone Perrotta, ora come narratore, ora nei panni del postino che a suo tempo in un bar di un paesino del Salento gli ha narrato la storia per la prima volta. Tra parentesi più leggere come il ricordo della mansione di consolatore di vedove svolta dal postino, lo spettacolo rievoca anche il razzismo che colpì gli emigranti, e che ora si riflette sui migranti di oggi ("chi è stato schiavo, una volta libero, vorrà schiavizzare a sua volta", come rispose un ragazzo tunisino-italiano all'attore).

mercoledì 29 luglio 2009

lettura d'autore

Intensa, avvincente ed emozionante la lettura di Sandro Lombardi nel Chiostro di S. Martino: non del tutto convincente l'inizio del leopardiano Canto notturno di un pastore errante (colpa forse degli aerei?), ma applausi per Lettera al padre di Kafka e Cavallina storna di Pascoli, lette/recitate con una sapiente pluralità di toni e registri. Chapeau.

martedì 28 luglio 2009

ancora su Melville

La piazza permette di rivedere Le doulos di Melville, già visto poco tempo fa: aggiungerei a quanto scritto allora una doverosa menzione ai sapienti giochi di luci e ombre, che uniti all'espressività degli sguardi aggiungono moltissimo alla narrazione e all'atmosfera.

lunedì 27 luglio 2009

in fuga dalla propria fanciullezza

Anche stavolta puro piacere cinefilo (e, come tradizione il venerdì sera, assonnati): Les mistons (Francia 1957; I cinnazzi è un'ottima traduzione proposta da Silvia Albertazzi!) e Les 400 coups (Francia 1959) di François Truffaut. Una riscoperta dopo anni di lontananza.

Ma Fellini in Amarcord, oltre ai propri ricordi ginnasiali, ha voluto omaggare anche Truffaut (emarpsamen vs father)?

venerdì 24 luglio 2009

la memoria della bnf

Carino e (un po' troppo) retorico il documentario Toute la memoire du monde di Alain Resnais (Francia 1957, 18'), anche se consatare che il sito Richelieu della Bnf non è cambiata quasi di una virgola (sala manoscritti compresa!). Il motivo dell'accumulo di tutti i libri e di tutta la produzione a stampa moderna e contemporanea: la ricerca umana (come singoli e collettività) della felicità (bonheur). E poi, dopo le prime strazianti inquadrature dei due corpi abbracciati e cosparsi di sabbia/cenere/acqua di Hiroshima, mon amour, I went away...

giovedì 23 luglio 2009

old times

Nostalgico e divertente il Woody Allen di Radio days (Usa 1987), ma molto meno del bellissimo seguito ideale, Radio America di Altman. Dialoghi brillanti, colonna sonora eccellente, poche note stonate: piacevole e rilassante.

Post scriptum al film di Coppola: l'ostinazione del protagonista ricorda da vicino Blow up di Antonioni.

mercoledì 22 luglio 2009

private investigation

Piccole soddisfazioni da cinefili: (ri)vedere The conversation (La conversazione, Usa 1974, 113') di Francis Ford Coppola e scoprire una fonte di ispirazione per Shining (l'incubo del protagonista che si trova di fronte alla camera 773, la apre e scopre l'omicidio; il sangue che sgorga copioso dal water).

Un piacere anche la (riscoperta) colonna sonora, tutta rumori (esperimenti sonori) e jazz (con un gran tema di Duke Ellington) e la migliore comprensione del ritmo narrativo, per tre quarti lento e di tensioni soffocate che espodono nella mezz'ora (e nel colpo di scena) finale. E impagabile è l'inquadratura 'meccanica' che ospita i titoli di coda, che si muove da destra a sinistra e ritorno come una videocamera di sorveglianza, per sottolineare che la paranoia di Henry Caul (Gene Hackman) non passerà neppure dopo aver demolito la propria abitazione. In effetti, egli da dominatore della tecnologia quale era all'inizio finisce prorgessivamente per esserne dominato e perseguitato: i primi germi della caduta (soprattutto psicologica) sono già nelle prime scene, al suo ritorno a casa dopo l'intercettazione iniziale, quando scopre che non è il solo a possedere le (tre) chiavi della propria abitazione; le sue certezze subiscono un ulteriore scacco con la biro-microfono messagli nel taschino dal rivale alla fiera e si accrescono con la sua allucinazione-ricordo costante dell'audio incriminato. E la sua paranoia, che ha la sua vera esplosione con la distruzione della statuetta della Madonna (la perdita della fede di un personaggio religiossissimo, quasi bigotto che si infuria alle bestemmie altrui), è forse confermata dalla fotografia cupa (o è colpa della copia?).

lunedì 20 luglio 2009

pubblicità progresso


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riassunto delle puntate precedenti

Gianni Clerici utilizzerebbe l'Agenzia Palle Roventi: io dovrei coniare un'Ansa cineteatrale...

Giovedì: in piazza l'immenso My darling Clementine (Sfida infernale, Usa 1946) di John Ford. Mai visto su grande schermo (che soddisfazione!), copia eccellente (tranne alcuni punti in cui il restaturo non ha potuto, come nell'inseguimento di Earp a cavallo su Doc Holiday in diligenza), un'occasione per lasciarsi appassionare dalla storia e riassaporare la complessa mescolanza di registri narrativi - western, commedia, teatro (Shakespeare a Tombstone), amicizia, vendetta familiare, giustizia, futuro per i giovani, romance - che ha permesso alla critica di interpretare il film in mille modi diversi.

Venerdì: decisione improvvisa e Citizen Kane (Quarto potere, Usa 1941) di Orson Wells: nonostante la stanchezza anche in questo caso il grande schermo è puro piacere visivo, che rende giustizia allo sperimentalismo del regista. Troppo attuale per essere vero: non sarà un'ossessione? (E fai notare giustamente che nella copia vista sembra mancare un'inquadratura sull'addio a Rosebud).

Sabato: Chiostro di San Martino con Ermanna Montanari in Rosvita (seguito dall'incomprensibile corto basato sullo spettacolo Museum historiae ubuniversalis): emozionante la sperimentazione vocale dell'attrice (già vista in Leben), accattivante la scelta dei testi letti, brave le tre coriste nello sfondo musicale (un Kyrie eccellente), stupendo il chiostro colorato di rosso!

giovedì 16 luglio 2009

troppo assonnato

La stanchezza accumulata mi impedisce di valutare equamente Il bandito della Casbah (Pépé le Moko, Francia 1937, 93') di Julien Duvivier con Jean Gabin: divertente in molte battute (- e prima dei gioielli? - sognavo i gioielli), ben fatto, ma non travolgente (colpa del sonno? Chissà).

mercoledì 15 luglio 2009

a little bit late

Venerdì scorso in piazza (che freddo!) La sposa turca (Gegen die Wande, Germania 2004) di Fatih Akin, finalmente in lingua originale rispetto alla prima volta al cinema: finalmente perché si può apprezzare il complesso mélange linguistico turco-tedesco e inglese a Istambul. Curioso che mi ricordassi un finale diverso, ma molte emozioni, forse più della prima visione; grande colonna sonora.

giovedì 9 luglio 2009

Sergio Leone: terza puntata

Che freddo! Va bene che il vento di ieri ha offerto una magnifica luna (come la sera precedente), ma avremmo goduto ugualmente C'era una volta il west (Once upon a time in the west, Italia 1968, 162'). Il mostro-treno con la sua avanzata sancisce la fine di un'epoca e di un'epopea, guardata con più disincanto che nostalgia per il bel mondo antico, incarnato dai tre pistoleri protagonisti: Cheyenne (Jason Robards) che muore per un colpo 'sbagliato' di Morton, il boss della ferrovia, Bronson, alla ricerca della sua vendetta contro Frank (Henry Fonda), un cattivo che si sta lasciando corrompere dal denaro e che trova la sua punizione e redenzione dal male (i dollari) con la morte. Tre uomini, pronti ad essere sostituiti dagli uomini d'affari, incarnati da Morton, un uomo dalle ossa 'marce', anch'esso un ingranaggio della macchina più grande governata dal denaro, tanto che se ne prevede l'immediata sostituzione dopo la sua morte con un altro che completi la ferrovia. E bellissima Claudia Cardinale, in un ruolo ambiguo e affascinante!

mercoledì 8 luglio 2009

Sergio Leone: seconda puntata

Dopo il piacevolissimo frammento di Brustlein di Davide Rizzo e Pierluigi De Nonno, seconda puntata del west di Leone con Per un pugno di dollari (Italia 1964, 95'). Un puro godimento cinematografico! Ma ne scriverò più avanti, visto che ora, da piemontese di Bologna (finalmente!), sono cotto.

domenica 5 luglio 2009

Sergio Leone: prima puntata

Per chiudere il festival del Cinema ritrovato di quest'anno la versione restaurata di 175' di Il buono, il brutto e il cattivo (Italia-Spagna-Rft 1966), prima puntata della retrospettiva in piazza su Sergio Leone. Sesta o settima visione, come se fosse la prima, e piazza Maggiore aggiunge sempre qualcosa. Sullo sgretolamento del mito americano (fondato sulla sanguinaria guerra di secessione, che per il regista riassume prima e seconda guerra mondiale, tra trincee, ponti da difendere e campi di concentramento con torture efferate) galleggiano i tre protagonisti senza scrupoli né morale, 'persone' o maschere mosse dal solo desiderio del denaro (come in Non è un paese per vecchi, hai ragione!). E su tutto la maestria di un grande narratore e regista, che avvince e incatena allo schermo ed alla storia narrata, tra ironia caustica e barlumi di sentimenti umani, siano essi interessati o gratuiti (come il sigaro donato dal Clint a Tuco dopo la partenza dal monastero). Questo west di Leone (tutto italiano), divide il mondo in due, come ricorda il refrain che si rinfacciano modificando Eli Wallach e Clint Eastwood: chi ha la corda attorno al collo e chi spara, chi entra dalla porta con gli speroni e chi entra dalla finestra, chi ha la pistola e chi scava. E modi spicci: vado, l'ammazzo e torno!

sabato 4 luglio 2009

una serata particolare

Grazie a Elisabetta Pozzi per averci regalato una serata di emozioni, divertimento e grande teatro nel Chiostro di San Martino. Una serata particolare, diversa da un reading tradizionale, quasi una chiacchierata, una conversazione inframezzata dai suoi monologhi, cominciando con quelli della Medea euripidea (da Siracusa con amore), inframezzati dalla spiegazione di ciò che nel frattempo accade. Molto belli anche i quattro monologhi tratti da Medea. Voci di Christa Wolf (la voce di Giasone ricordava quella di Max Gericke; delizioso l'aneddoto su Carmelo Bene e una stagista sempre piangente durante le prove di Adelchi: - "ma il teatro è la mia vita" - "e allora muori!") e il finale della Fedra di Ritsos (visto nel caldo agosto 2003 e mai dimenticato); e ancora alcune letture: tre poesie di poeti africani e Tutto in un punto dalle Cosmicomiche di Calvino, per finire con il finale del V canto dell'Inferno, recitato (quasi cantato) con una vivacità nuova, rispetto alle letture 'tradizionali'. E merito anche al marito, Daniele D'Angelo, autore dell'accompagnamento musicale. Grazie davvero.

venerdì 3 luglio 2009

sfida necessaria?

Si pone la domanda di come possano essere paragonati e paragonabili Chaplin e Keaton: se è impossibile il confronto nella loro evoluzione sonora successiva, quando Chaplin ha creato e lasciato all'umanità capolavori assoluti, mentre Keaton si è fermato sul viale del tramonto, altrettanto forse può dirsi anche per il loro primo periodo, quando le rispettive comicità sono radicalmente differenti. Ciò emerge dal semplice confronto tra due opere minori chapliniane, Sunnyside (Usa 1919, 20') e A day's pleasure (Usa 1919, 33'), chiari esempi di slapstick delle origini (ma una spanna sopra tutti gli altri come quelli di Fatty Arbrucke), ed il keatoniano One week (Usa 1919, 22'): basta vedere le inquadrature, che esprimono il diverso rapporto con il mondo circostante (e che portano ad esiti diversi di comicità). Se ci si limita a questi tre film, vince Keaton, ma, ripeto, è ancora necessario il paragone?

giovedì 2 luglio 2009

cronaca ordinaria

Caro presidente Napolitano, chi le scrive è una non più giovane ricercatrice precaria che ha deciso di andarsene dal suo Paese portando con sé tre figli nella speranza che un’altra nazione possa garantire loro una vita migliore di quanto lo Stato italiano abbia garantito al­la loro madre. Vado via con rab­bia, con la sensazione che la mia abnegazione e la mia dedi­zione non siano servite a nulla. Vado via con l’intento di chie­dere la cittadinanza dello Stato che vorrà ospitarmi, rinuncian­do ad essere italiana.

Signor presidente, la ricerca in questo Paese è ammalata. La cronaca parla chiaro, ma oltre alla cronaca ci sono tantissime realtà che non vengono denun­ciate per paura di ritorsione perché, spesso, chi fa ricerca da precario, se denuncia è auto­maticamente espulso dal «siste­ma » indipendentemente dai ri­sultati ottenuti. Chi fa ricerca da precario non può «solo» contare sui risultati che ottie­ne, poiché in Italia la benevo­lenza dei propri referenti è una variabile indipendente dalla qualità del lavoro. Chi fa ricer­ca da precario deve fare i conti con il rinnovo della borsa o del contratto che gli consentirà di mantenersi senza pesare sulla propria famiglia. Non può per­mettersi ricorsi costosi e che molto spesso finiscono nel nul­la. E poi, perché dovrebbe adi­re le vie legali se docenti dichia­rati colpevoli sino all’ultimo grado di giudizio per aver con­dotto concorsi universitari vio­lando le norme non sono mai stati rimossi e hanno continua­to a essere eletti (dai loro colle­ghi!) commissari in nuovi con­corsi?

Io, laureata nel 1990 in Medi­cina e Chirurgia all’Università di Pavia, con due specialità, in Pediatria e in Genetica medica, conseguite nella medesima Uni­versità, nel 2004 ho avuto l’onore di pubblicare con pri­mo nome un articolo sul New England Journal of Medicine i risultati della mia scoperta e cioè che alcune forme di linfo­ma maligno possono avere un’origine genetica e che è dun­que possibile ereditare dai geni­tori la predisposizione a svilup­pare questa forma tumorale. Ta­le scoperta è stata fatta oggetto di brevetto poi lasciato decade­re non essendo stato ritenuto abbastanza interessante dalle istituzioni presso cui lavoravo. Di contro, illustri gruppi di ri­cerca stranieri hanno conferma­to la mia tesi che è diventata ora parte integrante dei loro progetti: ma, si sa, nemo prophe­ta in Patria.

Ottenere questi risultati mi è costato impegno e sacrifici: mettevo i bambini a dormire e di notte tornavo in laboratorio, non c’erano sabati o domeni­che...

Lavoravo, come tutti i precari, senza versamenti pen­sionistici, ferie, malattia. Ho avuto contratti di tutti i tipi: borse di studio, co-co-co, con­tratti di consulenza... Come ul­timo un contratto a progetto presso l’Istituto di Genetica me­dica dell’Università di Pavia, fi­nanziato dal Policlinico San Matteo di Pavia.

Sia chiaro: nessuno mi impo­neva questi orari. Ero spinta dal mio senso del dovere e dal­la forte motivazione di aiutare chi era ammalato. Nel febbraio 2005 mi sono vista costretta a interrompere la ricerca: mi era stato detto che non avrei avuto un futuro. Ho interrotto una ri­cerca che molti hanno giudica­to promettente, e che avrebbe potuto aggiungere una tessera al puzzle che in tutto il mondo si sta cercando di completare e che potrebbe aiutarci a sconfig­gere il cancro.

Desidero evidenziare pro­prio questo: il sistema antimeri­tocratico danneggia non solo il singolo ricercatore precario, ma soprattutto le persone che vivono in questa Nazione. Una «buona ricerca» può solo aiuta­re a crescere; per questo moti­vo numerosi Stati europei ed extraeuropei, pur in periodo di profonda crisi economica, han­no ritenuto di aumentare i fi­nanziamenti per la ricerca.

È sufficiente, anche in Italia, incrementare gli stanziamenti? Purtroppo no. Se il malcostu­me non verrà interrotto, se chi è colpevole non sarà rimosso, se non si faranno emergere i migliori, gli onesti, dare più soldi avrebbe come unica con­seguenza quella di potenziare le lobby che usano le Universi­tà e gli enti di ricerca come feu­do privato e che così facendo distruggono la ricerca.
Con molta amarezza, signor presidente, la saluto.

Rita Clementi

(Il corriere della sera, 29 giugno 2009)

restauri colorati e no

Ieri due ottimi restauri: Drums along the Mohawk (La più grande avventura, Usa, 1939, 103') di John Ford, il suo primo technicolor, e Les vacances de Monsieur Hulot (Francia 1953, 96') di Jacques Tati. Se quest'ultimo è una vecchia conoscenza (sempre divertente anche alla quinta visione, sia nei singoli gag che nella sua sommessa e caustica satira di costume), il western di Ford è una scoperta. Come ha detto Jean Douchet che ha introdotto il film, "chi non apprezza questo film non può dire di amare il cinema". Eccellenti alcuni momenti, come la partenza dei soldati, con la moglie di Henry Fonda che lo segue e rincorre a distanza, sperando di essere vista, o le inquadrature (tipicamente fordiane) dei personaggi sullo sfondo del tramonto (come durante la fuga di Fonda dal forte assediato con inseguimento indiano - un po' inverosimile, va detto).

mercoledì 1 luglio 2009

perché verde?

Per solidarietà con il popolo iraniano, che lotta e soffre. Non credo di poter fare altro per loro, e mi dispiace.

un jazz per la folla

Mi è proprio piaciuto The crowd di King Vidor (Usa 1927, 103'), muto con accompagnamento live con musiche composte da Henrik Otto Donner e performate da Juhani Aaltonen, Jukka Orma, Henrik Otto Donner, Tero Tuovinen, Mika Rintala e Esa Santonen (a volte troppo invadenti, ma nel complesso ben fatto e davvero unico). Molto interessante la mescolanza di generi diversi, dato che il film inizia in tono leggero, come una commedia sul conformismo dei colletti bianchi newyorkesi (divertenti sono le sequenze del viaggio di nozze e del ménage familiare), per trasformarsi lentamente in un dramma privato (e contemporaneamente sociale): le difficoltà della famiglia, la morte di una figlia (e ben fatta è la rappresentazione visiva del rovello che impedisce a John Sims di concentrarsi sul lavoro dopo la morte della figlia, con numeri e immagini sovraimpressi sulla fronte), la perdita e la ricerca di un lavoro, la competitività esasperata della società capitalista. Anzi, proprio l'evoluzione finale permette di interpretare la prima come un prologo necessariamente pessimista.
Molte le scene da ricordare, tra cui quelle della folla: stupendo e agghiacciante è il finale a teatro, dove si ride 'democraticamente' e il protagonista riceve i 'meritati' complimenti per aver coniato uno slogan per un detersivo; subito dopo la mdp allarga progressivamente il campo, annullando l'individualità della famiglia nella massa, con un movimento inverso a quello visto all'inizio del film, quando invece essa scelie tra la massa indifferenziata degli operai intenti alle rispettive scrivanie il protagonista, come se il regista estraesse a sorte. Il risultato sarebbe stato identico, se la scelta fosse caduta su un altro: questo tipo di società produce questi effetti.

lunedì 29 giugno 2009

tramonti, western barocchi e identità perdute

Appunti di un domenica intensa: Make way for tomorrow di Leo McCarey (Cupo tramonto, Usa 1937, 91') è un ottimo film, molto in anticipo sui tempi (i dialoghi impressionano per modernità): all'inizio domina un registro amaramente ironico, mentre progressivamente il melò si impossessa della narrazione, sempre mantenendo un certo equilibrio. I due anziani genitori, divisi e lontani (mi ricorda molto alla lontana il racconto nel racconto di Principianti), sono in balia dei figli, che non sanno come disfarsene. Molto amara (e ben fatta) è la seconda luna di miele e il tristissimo addio alla stazione.

La versione restaurata e con audio originale inglese di Giù la testa di Leone (Italia 1971, 153') è un puro piacere per il palato e gli occhi, col suo stile barocco (e quasi autoparodico). A parte alcune lungaggini nella parte centrale e l'assurdo ricordo rallentato di una giovinezza irlandese felice e perduta (à la Jules et Jim), la storia dell'amicizia tra l'anarchico bandito messicano e il rivoluzionario bombarolo irlandese ha i contorni dell'epos.

Le feu Mathias Pascal (Francia 1925, 170') di Marcel L'Herbier, proiettato al Comunale, è invece parecchio noioso (e lungo), piacevole ma non entusiasmante la partitura di Timothy Brock.

domenica 28 giugno 2009

falsa partenza

L'entusiasmo del primo giorno di Cinema Ritrovato non ha incontrato film memorabili, purtroppo.

Dal film di Frank Capra Ladies of leisure (Femmine di lusso, Usa 1930, 99') non mi aspettavo molto: un Traviata con happy ending, leggero specie nella prima parte (la sequenza della festa iniziale) e dell'innamoramento, ma nulla di più.

Più cocente la delusione per Shanghai Gesture (I misteri di Shangai, Usa 1941, 99') di Von Sternberg: qualche momento da ricordare come il girone infernale del locale e la scena dell'appetizer (così lo definisce la perfida Mother Gin Sling) per gli uomini alla cena del capodanno cinese, con la vendita delle schiave. La figlia di Mother Gin Sling e di Sir Charteris, nelle prime inquadrature, ricorda Audrie Hepburn.

Quanto a Red Shoes (Scarpette rosse, Usa 1948, 133') della coppia Michael Powell-Emeric Pressburger, va reso merito al restaruro, davvero ottimo (ma i 4 bip del sonoro potevano essere tolti; l'audio in piazza era comunque troppo alto). Molto bella la sequenza centrale del balletto, ma nel complesso nulla di travolgente.

sabato 27 giugno 2009

il vecchio e il giovane

È tornata l'estate e con lei il cinema in piazza... ieri sera antipasto del Cinema Ritrovato con Il tempo si è fermato, primo lungometraggio di Ermanno Olmi (Italia 1960, 83'). Eccellente... Al di là della sceneggiatura molto studiata e degli accurati movimenti di macchina, quello che sorprende è la leggerezza del film, giocato tutto su un conflitto generazionale in chiave ironica (e sottilmente malinconica), sottolineato non solo dalla distanza anagrafica e culturale tra il vecchio e il giovane, ma anche e soprattutto dalla lingua (il primo usa il dialetto delle valli bergamasche, il secondo un fastidioso milanese). Una distanza che sfocia prima in diffidenza, poi in una curiosità reciproca per finire, sembra, in un rapporto più amicale. In ogni caso, la constatazione del fatto che "il mondo si è cambiato", che le nuove generazioni non siano all'altezza di quelle passate, ha un retaggio millenario e classico (con l'accennata condanna al denaro ed al suo potere corruttore). E il finale fa certo sorridere, ma comunica l'inesauribile pessimismo del regista, se letto in chiave metaforica.

venerdì 26 giugno 2009

senza età

Dopo una settimana di Salento tra Ionio e Adriatico e tanti obbrobri nazionali di cui qui tacer è bello, l'aperitivo del festival del Cinema Ritrovato è stato ieri Settimo cielo (Wolke 9) di Andreas Dresen (Germania 2008), visto all'Europa (una vita che non ci tornavo). Al di là del fatto che i protagonisti sono ultrasessantenni, la trama, la sceneggiatura e i dialoghi non sono nulla di speciale: un normale film di amore, tradimento, crisi coniugale con tragedia come lapide prima dei titoli di coda. Se i protagonisti fossero adolescenti o una coppia hollywoodiana bella e famosa nessuno avrebbe prestato troppa attenzione al film, che ha invece il suo focus proprio nel mostrare l'amore incanutito, nella decadenza fisica propria della vecchiaia. Se fosse un racconto morale di Romehr, sarebbe sottotitolato 'L'amore non ha età'. Lo stile e la fotografia ricordano i Dardenne (hai ragione), le situazioni Bergman (e il marito sembra un suo personaggio tipo), ma senza il suo spessore. Ritmo lento (adeguato alla vecchiaia), poche emozioni. Un po' sopravvalutato.

(Complimenti solo al direttore della fotografia per l'inquadratura che lascia un briciolo di cielo in alto a destra, nel momento in cui la coppia ormai scoppiata rievoca dopo la festa di compleanno dei nipoti il proprio passato: quel cielo sembra indicare ciò che resta del loro amore. Ma sulla volontarietà di ciò non ne sarei troppo sicuro...)

sabato 6 giugno 2009

ieri sera, per caso...

... mi sono imbattuto in questo (molto, molto bello):

film piemontesi

Tra papiri e traduzioni si riescono pure a rivedere un paio di film: curiosa la coincidenza del passaggio televisivo de I giorni dell'abbandono il giorno stesso in cui ho letto il libro (non c'è confronto: vince il libro 10-1, ma la Buy è molto brava). L'altra seconda visione è de L'homme qui amait les femmes di Truffaut in francese: l'ho apprezzato, a differenza della lontana estate del 2003, piacevole e leggermente elegiaco, specie nel finale (les temps qui vont changer, si direbbe, e la scena al cimitero). Quanto all'elogio reiterato delle gambe delle donne, beh... ça va sans dire!

venerdì 5 giugno 2009

di ninfee, ponti, glicini ed altro

Dopo alcuni manoscritti, un radicale cambio di prospettiva alla mostra Monet. Il tempo delle ninfee in corso a Palazzo Reale a Milano. Non molto grande, con alcuni quadri molto interessanti (un paio da urlo), giusti i confronti con l'arte giapponese di metà Ottocento, ben conosciuta e amata dal pittore. L'unica pecca è la mancata collocazione in ordine cronologico, che non permette un'immediata comprensione dell'evoluzione pittorica e poetica dell'artista, che passa da una maggiore adesione ad una realtà fenomenica più riconoscibile (come nell'immagine qui a fianco) per approdare ad un colorato astrattismo di ricerca, dove il soggetto (il famoso ponte, ad esempio) diviene puro pretesto per la sperimentazione cromatica. Pessimo il bookshop e scarse le didascalie (niente a che vedere con l'ottima mostra di Morandi a Bologna).

martedì 2 giugno 2009

ancora su Bellocchio

Per pura coincidenza, venerdì scorso al Lumière si proiettava I pugni in tasca (Italia 1965), che avevo visto anni fa quando ero (cinematograficamente parlando) ancora troppo giovane. Ciò nonostante, mi sono trovato a pormi durante la visione la stessa domanda di allora: cosa sta cercando di dire il regista raccontando questa storia? E, come allora, la risposta è la stessa: non capisco, non riesco a capire. Restano i soliti problemi di comprensione tra me e Bellocchio: al di là della crudeltà insita nella famiglia borghese e nella malattia (reale e metaforica) che la appesta, mi sembra un film algido e chiuso, che non comunica emozioni (se non smarrimento e impotenza di fronte alle immagini). La domanda vera, forse, è: a cosa mira tutta questa violenza familiare? Da dove ha origine? A questo non trovo risposte.

E allora non avevo notato la più evidente bellocchiata: dopo che Lou Castel, il fratello peggiore, va con la prostituta, entra in una chiesa, si fa il segno della croce e dice "così sia" gridando mentre esce di scena (sequenza di 10 secondi): perché?

venerdì 29 maggio 2009

forgetting

Tra gli altri momenti da ricordare del film di Bellocchio c'è anche la prima volta che il giovane Mussolini e Ida Dalser vanno a letto insieme, con lui luciferino con gli occhi sempre aperti che brillano nel buio (una notevole rappresentazione della sua volontà di potenza) e la sovrapposizione calibrata di filmati dell'Istituto luce con fiction.

La storia di una passione amorosa unidirezionale, violenta e feroce; la Storia resta sullo sfondo.

giovedì 28 maggio 2009

è un problema di sintonia

Io con Bellocchio ho qualche problema di comprensione, lo so bene e da anni: non riesco a digerire le sue bellocchiate, quei momenti di ogni suo film, quelle scene, sequenze, battute o situazioni enigmatiche (e provocatorie? alla maniera surrealista?). Non che manchino in altri registi - il gatto ne Il Divo di Sorrentino, per capirci - eppure in Bellocchio non le digerisco. E in Vincere (Italia-Francia 2009) questi momenti ci sono (la processione dei bambini ciechi seguita da un prete ed una suora, che suscitano ripulsa e stimolo sessuale nel giovane Benito, la fuga di una malata di mente, la nevicata iperrealista che accompagna la presunta fuga dal manicomio di Ida - situazione che ricalca il brutto finale di Buongiorno, notte). E anche citazioni evidenti di Vivre sa vie di Godard (con Il monello di Chaplin al posto di Dreyer - mi ha infastidito ma è ben fatto e armonizzato, ci ho ripensato e hai ragione).

Ciò nonostante, è un buon film (altri suoi film li ho davvero odiati, su tutti Il regista di matrimoni), ben recitato (molto brava la Mezzogiorno), con ottime musiche ed alcuni momenti emozionanti: penso in particolare alle sequenze nel cinema (soprattutto con la rissa durante il cinegiornale).

- "Ma come facevano a non ridere allora di fronte a certa retorica e a certi atteggiamenti?" - "E oggi è tanto diverso? Mi auguro che i nostri figli possano riderci sopra..."

domenica 24 maggio 2009

Tango... donna

Ieri serata 'diesel' di tango all’Oratorio di San Filippo Neri con il terzetto formato da Juan Carlos “Flaco” Biondini, Daniel Pacitti, Massimiliano Turone (chitarra, bandoneon e contrabbasso), la cantante Stefania Rava, i ballerini Luca Donato, Patricio Lolli, Veronica Lorenzoni, Carlotta Santandrea: partita in sordina si è rivelata una piacevolissima sorpresa, per le introduzioni ai tanghi ed alcuni arrangiamenti eccellenti, tra cui Nocturno, El choclo e una travolgente Milonga sentimental (con un'inatteso ed azzeccato rallentamento). Resta una gran voglia di bailar...

sabato 23 maggio 2009

baf

Poco da dire per Edipo scritto e diretto da Nanni Garella (ispirato a - o meglio ricalcato su - quello di Pier Paolo Pasolini) visto all'Arena del Sole: se non è ben comprensibile la scelta del plurilinguismo popolareggiante (iperpasolinismo?), da ricordare solo la scena che occupa tutta la platea coperta di rena (ma non è certo una novità: già visto a Ferrara con l'Odissea di Ronconi) e le buone prove di Tiresia e di Giocasta (che non so identificare nominalmente).

Pinter, part two

Rispetto a sabato scorso, tutt'altra levatura stilistica, attoriale e registica il dittico Paesaggio e L'amante messi in scena da Marinella Manicardi al teatro delle Moline. Al di là della bravura dei due interpreti, Marinella Manicardi e Maurizio Cardillo (cammeo ne L'amante per Cristiano Falaschi), i due atti unici sono stati resi con grande intensità e ricchezza di sfumature.

Più criptico Paesaggio, un doppio monologo asincrono con marito e moglie presenti contemporaneamente in scena, ma assenti l'uno per l'altra (e molto emozionante è il marito che urla contro la sedia vuota, prima occupata dalla moglie). Voglio ricordare i movimenti delle mani della Manicardi sulla gonna, il suo ritrarre la mano quando lui cerca di toccarla (comprensibile che ciò non possa accadere se si pensa alla presenza-assenza) ed il suo rievocare la gita sulla macchina dell'altro uomo, con lo sguardo rivolto lontano oltre la scenografia.

L'amante, invece, è esilarante (con un picco sulla scena dell'orgasmo di lei, che simula una corrida e poi una danza di flamenco - tra l'altro, l'idea della corrida anticipa la successiva delirante riflessione del "toro con le mammelle"...). Ma non solo: il rapporto di coppia è rappresentato in modo non banale e ogni gesto è preparato con cura (il termine di paragone resta lo spttacolo di sabato scorso), in modo che i dettagli assumono tutto il loro valore: la teiera, il futon rosso, l'ambiguità del marito-amante, l'intrusione (tipicamente pinteriane) del lattaio... Mi piace ricordare anche la Manicardi che, in veste di amante pomeridiana senza occhiali, strizza gli occhi per distinguere ciò che il marito-amante voglia fare, e il liberatorio (?) "adorabile puttana" finale.

domenica 17 maggio 2009

Pinter, part one


Nell'ambito del Festival della psicologia, poco fa a Palazzo Re Enzo abbiamo assistito allo spettacolo L'amante di Pinter, interpretato e diretto da Marina Brancaccio e Maurizio Corrado.

Non conoscevo il testo - graffiante, caustico e divertente ("inconfondibile lo stile", mi sussurri) - ed è una bella scoperta (in attesa dello spettacolo alle Moline). Bella la scenografia, un ovale bianco che incornicia il salotto borghese; più convincente la prova di Corrado, meno quella della Brancaccio, un po' monocorde (talvolta squittisce). Il pubblico invece... adeguato all'ambientazione!

sabato 16 maggio 2009

sarò troppo aristotelico, ma...

... l'ultimo film di Ermanno Olmi, Terra madre (Italia 2009), manca di organicità: un'idea forte che sostenga il documentario c'è, e di grande rilevanza mondiale - uno sviluppo sostenibile, un nuovo Rinascimento, dice Vandana Shiva - ma la narrazione è troppo slegata (arena sine calce, e qui non è certo un complimento). Contrastante è l'utopistico finale, da fiaba da mulino bianco, alla Antonioni (penso all'Eclisse) con un differente intento poetico, che stride con la concreta urgenza di quanto le immagini raccontano nella prima parte. Insomma, troppo facile cavarsela con una spalmata di poesia georgica.

venerdì 15 maggio 2009

se mi rilasso...

Mentre altrove si discute di respingimenti umani e dubbie frequentazioni, qui, tra codici napoleonici e biografie ipercitazioniste, si scrivono domande e si attendono risposte...

domenica 10 maggio 2009

un horror nel piatto


Molto istruttivo, anche pensando a quanto accade in casa nostra, il documentario Food Inc. di Robert Kenner (Usa 2008) visto ieri sera all'Arlecchino, nell'ambito del festival Slow Food on Film.

Un film coraggioso, quasi un horror (tremende le macellazioni ed i pollai industriali), insolitamente (per i tempi) marxista nella valutazione del ruolo del capitale nella società contemporanea e della forza lavoro - schiavile - alla base della catena di montaggio: i latinos senza uno straccio di documenti, esseri umani che - tecnicamente - non esistono (e in Italia le cose sono così differenti? Ricordare i 'respingimenti' e quanto accade a Lampedusa ...).

Avrà mai una distribuzione italiana?



Ah, dimenticavo, i geniali titoli di testa!

sabato 9 maggio 2009

mani come colibrì

Giovedì sera, un piacevole concerto in Santa Cristina, al pianoforte Hyo-Sun Lim:

Johnnes Brahms, Quattro Klavierstücke op. 119,

Béla Bartók, Sonata Sz. 80,

Franz Schubert, Sonata in do minore D 958,

due bis (il secondo, mi dici, Chopin).

sabato 2 maggio 2009

memoranda

gita a Forlì, a trovare Canova (giovedì scorso), e primo maggio in piazza Maggiore con la Bandabardò...

Girotondo passa il bicchiere
girotondo dammi da bere
girotondo passa il bicchiere
dammi da bere per carità!

(Filastrocca)

o victoria o muerte

Ancora più antiretorica della prima è la seconda parte del film sul Che di Sodebergh (Che - Guerrilla [Che. Part Two], Spagna-Francia-Usa 2008): rifuggendo dal raccontare gli anni del trionfo cubano e del suo impiego ministeriale, la narrazione comincia con l'inquadratura di uno schermo televisivo, dove è trasmessa la lettura che Castro fece della lettera scrittagli da Guevara prima di lasciare Cuba per esportare la rivoluzione in altri paesi del Terzo mondo. Tutto il film, ambientato in Bolivia, vive di sottrazione, di attese, di tentativi di guerriglia e di frustrazioni, fino alla disfatta finale. Proprio in virtù di questo registro dimesso emerge con forza la totale coerenza del Che e la sua devozione incrollabile ai propri ideali, che cercò di trasmettere, spesso invano, a chi lo circondava. Bello e malinconico, come questo tango di Guccini.

martedì 28 aprile 2009

e aveva in mano solo un accendino

Brontola spesso, anzi grugnisce, Walt Kowalski (Clint Eastwood), un reduce della guerra di Corea, che ne ha segnato la vita e il carattere, forse anche nel suo radicale odio razziale contro chi non sia un bianco americano (categoria ben rappresentata dalle famiglie dei suoi figli, che tuttavia egli odia con altrettanta intensità). Il suo isolamento è sottolineato sin dall'inizio di Gran Torino (Usa 2008) al funerale della moglie, che lo lascia solo in una casa di un quartiere abitato ormai solo da 'stranieri'. Il razzismo di Walt fatica ad accettare di avere come vicini di casa una famiglia di etnia Hmong, con i quali si renderà però conto di avere più cose in comune di quante non ne abbia con i suoi stessi figli. Diviene un eroe del quartiere per la sua lotta titanica contro la gang del quartiere e un padre per il giovane Thao, scoprendo il senso di una paternità mai realizzata con i suoi figli di sangue (uno dei tre peccati che da sempre lo tormenta, come confessa al giovane parroco). Una paternità che accetta fino in fondo con il sacrificio della vita (per vendicare e insieme affrancare la famiglia di Thao) e con il dono al suo 'vero' figlio dell'amata Ford Gran Torino del 1972, cui aveva installato di persona il motore in catena di montaggio. Amaro, forse un po' troppo netto e stilizzato nei caratteri, ben girato (pur con qualche momento troppo enfatico), in alcuni momenti divertente (nell'educazione di Thao circa le regole di una conversazione tra veri uomini).

mercoledì 22 aprile 2009

vuoti a perdere

Tutto il film The Wrestler (di Darren Aronofsky, Usa 2008) è racchiuso nell'inquadratura finale: Randy "The Ram" che si getta sul suo avversario dalle corde del ring (forse in preda ad un secondo infarto), per accontentare il suo pubblico, o meglio la sua unica e vera famiglia, che lo acclama e invoca la celebre mossa del lottatore, il Ram Jam. Dopo il volo ripreso dal basso l'inquadratura resta vuota, senza pubblico, solo le corde su uno sfondo di un grigio indistinto: il vuoto rappresenta bene la vita di Randy e ciò che lascia dietro di sé come conseguenza delle proprie scelte - una vita desertificata, un possibile amore (una spogliarellista) che se ne va, il rapporto con la figlia in apparenza riallacciato e poi perduto per sempre. Intenso e crudo, con lunghi piani sequenza che seguono l'aggirarsi del protagonista, un grande Mickey Rourke.

lunedì 20 aprile 2009

Adriatico e Beckett

Intelligente e stimolante il trittico beckettiano di Andrea Adriatico, intitolato Non io nei giorni felici, visto ieri sera a Teatri di vita.



Francesca Mazza è eccellente interprete di Non io, di cui il regista stravolge le indicazioni sceniche dell'autore, per ricreare e reinterpretare il testo, facendo emergere nuove suggestioni. L'attrice è prigioniera di una gabbia di tela bianca con pavimento di erba sintetica - che estrinseca uno dei momenti chiave dell'infelice vita della protagonista, per quanto si evince dal testo - e all'inizio indossa un burqa che lascia scoperta solo l'apertura della Bocca, la parte che prende il sopravvento sull'individuo; si vedono i piedi con le unghie smaltate di rosso, gli occhi sono chiusi/segnati da spille da balia, in mano reca margherite bianche che sfoglia mentre il monologo, molto pausato, procede. La gabbia poi si alza, l'attrice è spogliata dal burqa, si aggira (o, meglio, vagola) per il prato, dentro e fuori, riceve una pioggia di petali bianchi che rappresentano le sue lacrime (e ciò conferisce un significato straziante ai fiori che inizialmente teneva in mano). Poi la gabbia progressivamente ricade, imprigiona ancora, mentre le parole non cessano.
Il generale rallentamento voluto dalla messa in scena impone un'introspezione maggiore ad un teso altrimenti vomitato fino quasi all'incomprensibilità: l'universale dramma della condizione umana rimane, ma è meglio veicolato dall'attenzione all'anonima protagonista femminile, che aggiunge alla voce una corporalità comunque negata, come sottolinea la scelta dell'abito e l'assenza di ogni forma di piacere (mai provato anche quando avrebbe dovuto).
Da brividi alcuni gesti della Mazza, come il tentativo fallito di gridare e il quando, fuori dal prato, si volta di scatto additando l'altra ('lei') dentro, ma assente (non io, appunto). E ancora le ombre proiettate sulla prigione. Mi pento di non aver applaudito di più!

In Giorni felici il cumulo di terra è sostituito da una piscina di mele rosse (con ringraziamento all'insolito sponsor all'uscita), con alcune che cadono violentemente dal soffitto, quasi a scandire il tempo (un espediente simile - allora un tuono - era stato impiegato da Adriatico nella messa in scena di Orgia). Eva Robin's è Winnie, immersa (nel primo atto a seno nudo) nelle mele; dietro di lei è sdraiato nudo Willie, interpretato da Gianluca Enria, che recita le didascalie del testo, "come a suggerire l'idea che conosca a memoria i vuoti gesti ripetitivi della moglie, descrivendo così la monotona ed eterna routine della coppia" (d'accordo con te in questo). Anche qui la tensione all'universale del testo è trasmessa per mezzo dell'abbassamento della vicenda ad una dimensione (quasi) quotidiana, nello squallore di una coppia, incapace persino di una sessualità condivisa (Willie si masturba sotto un asciugamano guardando video porno).

Angela Baraldi è l'inaspettatamente giovane interprete di Dondolo, puro testo "dodecafonico" (bellissima la tua definizione): seduta in lacrime su una sedia lentamente trasportata verso il pubblico dal fondo della ribalta coperta di macerie, offre una convincente prova attoriale.

Nel complesso, bravi gli attori e interessante la messa in scena, che dimostra che non esiste un'ortodossia beckettiana: come insegna la tradizione (pro captu lectoris habent sua fata libelli), i testi teatrali vivono anche e soprattutto di tradimenti e di messe in scena sempre nuove, che possono piacere, infastidire o annoiare. Questo trittico mi (ci) è piaciuto!