Si può fare, film di Giulio Manfredonia (Italia 2008, 111') è ben fatto e ruota attorno a un tema per poco conosciuto (almeno per me): basato su una storie vere degli anni '80 dopo la chiusura dei manicomi, mette in scena con un misto di leggerezza e di momenti dolorosi e tragici l'esperienza di lavoro con persone malate di mente (a volte un po' discontinuo e poco 'credibile, ma è un'altra storia). Interessante, ma ci devo ancora riflettere. Scena migliore: la ricerca i due nuovi 'operai' in un manicomio.
Ieri serata di improvvisazione teatrale: piacevole, divertente e rilassante.
sabato 29 novembre 2008
mercoledì 26 novembre 2008
de pulchritudine
Signor capitano, non te lo volevo dire,
ma in mezzo al mare c'è una donna bianca,
così enorme alla luce delle stelle, così bella,
che di guardarla uno non si stanca.
(F. De Gregori, I muscoli del capitano)
martedì 25 novembre 2008
habanerando ...
Richard Galliano Sextet
Richard Galliano (bandoneon e fisarmonica), Jean Marc Phillips (violino), Sebastien Surel (violino), Jean Marc Apap (viola), Ericmaria Couturier (violoncello), Stephane Logerot (contrabbasso).
Bologna, Teatro Manzoni, h. 21
Otoño Porteño, Vuelvo al sur, Escualo, Oblivion (A. Piazzolla)
Petite Suite Française (R. Galliano)
Aria, La Valse à Margaux, Habanerando, Opale Concerto (R. Galliano)
bis: Barbara + Tango pour Claude (R.Galliano)
Breve ma intenso, un vortice di emozioni (sublimi e travolgenti Escualo e Habanerando!).
Richard Galliano (bandoneon e fisarmonica), Jean Marc Phillips (violino), Sebastien Surel (violino), Jean Marc Apap (viola), Ericmaria Couturier (violoncello), Stephane Logerot (contrabbasso).
Bologna, Teatro Manzoni, h. 21
Otoño Porteño, Vuelvo al sur, Escualo, Oblivion (A. Piazzolla)
Petite Suite Française (R. Galliano)
Aria, La Valse à Margaux, Habanerando, Opale Concerto (R. Galliano)
bis: Barbara + Tango pour Claude (R.Galliano)
Breve ma intenso, un vortice di emozioni (sublimi e travolgenti Escualo e Habanerando!).
sabato 22 novembre 2008
Copii di Bucarest
Gara de Nord - Copii pe strada (di Antonio Martino di Antonio Martino, Italia,2007, 25')
Pa-ra-da (di Marco Pontecorvo, Italia-Francia-Romania, 2008, 100')
Cineteca di Bologna, 21 novembre, h. 21
Una bella serata tristemente educativa, uno sguardo su una realtà semisconosciuta, quella dei bambini di strada che vivono alla stazione nord di Bucarest e dormono nelle fogne (Europa, sia chiaro, non Marte). Quello di Martino è un documentario sconvolgente nella sua semplicità e nella sua denuncia: una sequenza di interviste a questi bambini e ragazzi, sfruttati dalle mafie e dai turisti occidentali (proprio per quello), frequentemente attaccati a dei sacchetti di plastica dai quali sniffano colla, prodotto cancerogeno che dona loro sollievo e stordimento.
Dello stesso problema si occupa il film di Pontecorvo, che racconta la storia vera del clown francese Miloud, fondatore di Parada: dopo la caduta del regime di Ceaucescu andò in Romania e decise di restare a Bucarest per cercare (con fatica, difficoltà, impegno personale) di fare qualcosa per i ragazzi di strada. Il film è ottimamente girato e montato (peccato solo averlo visto doppiato in italiano e non nell'originale francese-rumeno), coinvolgente, umano, profondo e commovente (soprattutto alla fine, con la scena dei ragazzini che svegliano Miloud, lo chiamano in strada e ripetono "rispetto", il primo e più importante insegnamento che hanno ricevuto da lui, senza dimenticare la bella ellissi temporale dal primo spettacolino nella piazza dell'università di Bucarest allo spettacolo al Centre Pompidou di Parigi). E giusta è la scelta del regista di accompagnare i titoli di coda con le immagini in bianco e nero della Bucarest odierna, dove il dramma di questi bambini di strada rimane.
Pa-ra-da (di Marco Pontecorvo, Italia-Francia-Romania, 2008, 100')
Cineteca di Bologna, 21 novembre, h. 21
Una bella serata tristemente educativa, uno sguardo su una realtà semisconosciuta, quella dei bambini di strada che vivono alla stazione nord di Bucarest e dormono nelle fogne (Europa, sia chiaro, non Marte). Quello di Martino è un documentario sconvolgente nella sua semplicità e nella sua denuncia: una sequenza di interviste a questi bambini e ragazzi, sfruttati dalle mafie e dai turisti occidentali (proprio per quello), frequentemente attaccati a dei sacchetti di plastica dai quali sniffano colla, prodotto cancerogeno che dona loro sollievo e stordimento.
Dello stesso problema si occupa il film di Pontecorvo, che racconta la storia vera del clown francese Miloud, fondatore di Parada: dopo la caduta del regime di Ceaucescu andò in Romania e decise di restare a Bucarest per cercare (con fatica, difficoltà, impegno personale) di fare qualcosa per i ragazzi di strada. Il film è ottimamente girato e montato (peccato solo averlo visto doppiato in italiano e non nell'originale francese-rumeno), coinvolgente, umano, profondo e commovente (soprattutto alla fine, con la scena dei ragazzini che svegliano Miloud, lo chiamano in strada e ripetono "rispetto", il primo e più importante insegnamento che hanno ricevuto da lui, senza dimenticare la bella ellissi temporale dal primo spettacolino nella piazza dell'università di Bucarest allo spettacolo al Centre Pompidou di Parigi). E giusta è la scelta del regista di accompagnare i titoli di coda con le immagini in bianco e nero della Bucarest odierna, dove il dramma di questi bambini di strada rimane.
mercoledì 19 novembre 2008
Il passato è una terra straniera
Il passato è una terra straniera
(di Daniele Vicari; con Elio Germano, Michele Riondino, Chiara Caselli, Valentina Lodovini, Daniela Poggi, Marco Baliani, Lorenza Indovina, Maria Jurado, Romina Carrisi, Federico Pacifici, Antonio Gerardi. Italia 2008, 120').
Un film senza soste né respiro, che trascina nell'abisso di corruzione morale del protagonista fino alla catarsi finale (un pathei mathos, un apprendimento con dolore) dolorosamente fisico. La regia sfrutta immagini anche sporche, sfocate, dalla fotografia imperfetta, montandole in modo serrato ed accompagnadole da un'ottima colonna sonora. Eccellenti i due protagonisti (Elio Germano e Michele Riondino) e gli altri attori del cast.
La parte migliore (di un ottimo film) resta la prima ai tavoli da poker, anche se tensione alla dissoluzione del bravo ragazzo borghese (Germano) comincia già con l'inattesa testata iniziale. Non è del tutto chiaro (ma non è poi un problema decisivo) se la dissoluzione sia del tutto gratuita, non consapevolmente cercata o se invece "sia dovuta ad un senso di ribellione al padre per il suo rapporto con la sorella" (e, se così fosse, hai ragione a dire che qui la sceneggiatura è troppo ellittica). Tremende la scena dello stupro e del pestaggio alla caserma di polizia.
Battute memorabili: "se è un altro libro, giuro che ti lascio!" "Ma a te piace leggere" "Sì, ma mi piacciono anche altre cose!"; "Che faccio, mamma? Niente, mi drogo, baro alle carte e scopo con donne sposate".
Da vedere!
(di Daniele Vicari; con Elio Germano, Michele Riondino, Chiara Caselli, Valentina Lodovini, Daniela Poggi, Marco Baliani, Lorenza Indovina, Maria Jurado, Romina Carrisi, Federico Pacifici, Antonio Gerardi. Italia 2008, 120').
Un film senza soste né respiro, che trascina nell'abisso di corruzione morale del protagonista fino alla catarsi finale (un pathei mathos, un apprendimento con dolore) dolorosamente fisico. La regia sfrutta immagini anche sporche, sfocate, dalla fotografia imperfetta, montandole in modo serrato ed accompagnadole da un'ottima colonna sonora. Eccellenti i due protagonisti (Elio Germano e Michele Riondino) e gli altri attori del cast.
La parte migliore (di un ottimo film) resta la prima ai tavoli da poker, anche se tensione alla dissoluzione del bravo ragazzo borghese (Germano) comincia già con l'inattesa testata iniziale. Non è del tutto chiaro (ma non è poi un problema decisivo) se la dissoluzione sia del tutto gratuita, non consapevolmente cercata o se invece "sia dovuta ad un senso di ribellione al padre per il suo rapporto con la sorella" (e, se così fosse, hai ragione a dire che qui la sceneggiatura è troppo ellittica). Tremende la scena dello stupro e del pestaggio alla caserma di polizia.
Battute memorabili: "se è un altro libro, giuro che ti lascio!" "Ma a te piace leggere" "Sì, ma mi piacciono anche altre cose!"; "Che faccio, mamma? Niente, mi drogo, baro alle carte e scopo con donne sposate".
Da vedere!
martedì 18 novembre 2008
lunedì 17 novembre 2008
Manoel de Oliveira in Cineteca
Douro, faina fluvial (Portogallo, 1931, 18')
I misteri del convento (O convento, Francia-Portogallo, 1995, 90')
Cineteca di Bologna, 16 novembre, h. 15.00
Douro è un cortometraggio ben fotografato e montato (alla Vertov, come ha ricordato anche il regista). O convento ha dei momenti emozionanti, molti oscuri; "divertente è la scena delle porte che si aprono e si chiudono" tra Malcowich e la Deneuve); Malcowich che scarta il regalo mi ha ricordato qualcuno (vero?); e il finale che il regista avrebbe voluto sarebbe stato apprezzato (la Deveuve/Héléne avrebbe dovuto uscire dall'acqua come la Venere di Botticelli, ma lei rifiutò: ci resta una lunga carrellata dei suoi piedi che escono dall'acqua fino al peplo (da Elena del mito, ubiqua) con il quale si riveste, per socmparire con il marito; come disse il regista, "la nudità della donna non è un male, anzi, sono gli uomini che le attribuiscono il peccato!").
Al termine l'incontro con Manoel de Oliveira e João Benárd da Costa, direttore della Cinemateca Portuguesa: chiacchierata cinematografico-filosofica (tempo e azione cinematografica, musiche e cinema, ricordi del set).
"Ti sarebbe piaciuto..."
I misteri del convento (O convento, Francia-Portogallo, 1995, 90')
Cineteca di Bologna, 16 novembre, h. 15.00
Douro è un cortometraggio ben fotografato e montato (alla Vertov, come ha ricordato anche il regista). O convento ha dei momenti emozionanti, molti oscuri; "divertente è la scena delle porte che si aprono e si chiudono" tra Malcowich e la Deneuve); Malcowich che scarta il regalo mi ha ricordato qualcuno (vero?); e il finale che il regista avrebbe voluto sarebbe stato apprezzato (la Deveuve/Héléne avrebbe dovuto uscire dall'acqua come la Venere di Botticelli, ma lei rifiutò: ci resta una lunga carrellata dei suoi piedi che escono dall'acqua fino al peplo (da Elena del mito, ubiqua) con il quale si riveste, per socmparire con il marito; come disse il regista, "la nudità della donna non è un male, anzi, sono gli uomini che le attribuiscono il peccato!").
Al termine l'incontro con Manoel de Oliveira e João Benárd da Costa, direttore della Cinemateca Portuguesa: chiacchierata cinematografico-filosofica (tempo e azione cinematografica, musiche e cinema, ricordi del set).
"Ti sarebbe piaciuto..."
domenica 16 novembre 2008
Vita di Galileo (II)
Vita di Galileo
di Bertolt Brecht, con Franco Branciaroli, regia di Antonio Calenda.
15 novembre, Arena del Sole, h. 21 (durata 2h20)
Spettacoli come questo rimettono in pace con il mondo e con il teatro: al di là del testo (geniale, divertente, ironico, sempre attuale o attualizzabile: sarà che lo stato della ricerca in Italia e nel mondo non è cambiato poi molto?) gli attori mostrano una gran presenza scenica (Branciaroli grande, ma utti gli altri non sono da meno!); la scenografia è sobria e funzionale; il ritmo è incalzante e il dramma scorre rapidissimo.
L'unico (piccolo, ma scenicamente comprensibile) dissenso riguarda il finale, con il taglio dell'ultimo quadro del testo di Brecht, quando Andrea riesce a varcare il confine tedesco ed a portare in salvo i Discorsi.
Da ricordare: su tutti il dialogo tra Galileo e Sagredo sulla scoperta delle stelle medicee; il momento in cui Galileo incomincia lo studio delle macchie solari; la scena carnevalesca.
di Bertolt Brecht, con Franco Branciaroli, regia di Antonio Calenda.
15 novembre, Arena del Sole, h. 21 (durata 2h20)
Spettacoli come questo rimettono in pace con il mondo e con il teatro: al di là del testo (geniale, divertente, ironico, sempre attuale o attualizzabile: sarà che lo stato della ricerca in Italia e nel mondo non è cambiato poi molto?) gli attori mostrano una gran presenza scenica (Branciaroli grande, ma utti gli altri non sono da meno!); la scenografia è sobria e funzionale; il ritmo è incalzante e il dramma scorre rapidissimo.
L'unico (piccolo, ma scenicamente comprensibile) dissenso riguarda il finale, con il taglio dell'ultimo quadro del testo di Brecht, quando Andrea riesce a varcare il confine tedesco ed a portare in salvo i Discorsi.
Da ricordare: su tutti il dialogo tra Galileo e Sagredo sulla scoperta delle stelle medicee; il momento in cui Galileo incomincia lo studio delle macchie solari; la scena carnevalesca.
sabato 15 novembre 2008
Un altro pianeta
Un altro pianeta
di Stefano Tummolini (Italia, 2008, 81') - Lumière, sala Scorsese, h 22.30
Un film dalla produzione minuscola, piccolo ma denso di emozioni, leggero e tracico/triste nello stesso momento (come tipologia di sensazioni provate mi ha ricordato Il pranzo di ferragosto, un film comunque diversissimo e anch'esso di produzione 'casalinga'). Ogni personaggio custodisce il proprio dolore, sofferenza o malattia nel proprio intimo, trovando la forza e il coraggio di confessarlo solo a estranei oppure mescolandolo alla rievocazione di un sogno: chi come il protagonista convive con il dolore di una perdita (la morte lontana, ma ancora pianta, del proprio compagno), chi confonde con un carattere esuberante e un po' svampito ("cosa volete ragazzi? caffè, tè" "mè") la malattia di un padre; e ancora i problemi di coppie etero e gay, gli stessi: tradimenti, scappatelle, ricerca di equilibri precari; chi invece convive con l'aids da due anni (Daniela) e cerca attenzioni e affetto. Tutto questo avvolto da un'atmosfera leggera, grazie anche all'ambientazione su una spiaggia di giugno (quasi un Kammerspiel all'aperto).
Note negative: una segretaria di edizione avrebbe potuto controllare le ombre: dato che il film è girato interamente su una spiaggia assolata, un po' più di attenzione non avrebbe guastato; bruttine le inquadrature che chiudono il film (aereo, i due corpi abbracciati in posa da calendario, il cielo): avrei terminato con il primo piano dei due ("sfumando").
Scene da ricordare: il libro che sventola alle spalle di Salvatore (il protagonista) e Cristiano; il secondo incrociarsi di sguardi tra i due, con la steady che 'li avvolge'; la scena del test letto dalla ragazza toscana.
di Stefano Tummolini (Italia, 2008, 81') - Lumière, sala Scorsese, h 22.30
Un film dalla produzione minuscola, piccolo ma denso di emozioni, leggero e tracico/triste nello stesso momento (come tipologia di sensazioni provate mi ha ricordato Il pranzo di ferragosto, un film comunque diversissimo e anch'esso di produzione 'casalinga'). Ogni personaggio custodisce il proprio dolore, sofferenza o malattia nel proprio intimo, trovando la forza e il coraggio di confessarlo solo a estranei oppure mescolandolo alla rievocazione di un sogno: chi come il protagonista convive con il dolore di una perdita (la morte lontana, ma ancora pianta, del proprio compagno), chi confonde con un carattere esuberante e un po' svampito ("cosa volete ragazzi? caffè, tè" "mè") la malattia di un padre; e ancora i problemi di coppie etero e gay, gli stessi: tradimenti, scappatelle, ricerca di equilibri precari; chi invece convive con l'aids da due anni (Daniela) e cerca attenzioni e affetto. Tutto questo avvolto da un'atmosfera leggera, grazie anche all'ambientazione su una spiaggia di giugno (quasi un Kammerspiel all'aperto).
Note negative: una segretaria di edizione avrebbe potuto controllare le ombre: dato che il film è girato interamente su una spiaggia assolata, un po' più di attenzione non avrebbe guastato; bruttine le inquadrature che chiudono il film (aereo, i due corpi abbracciati in posa da calendario, il cielo): avrei terminato con il primo piano dei due ("sfumando").
Scene da ricordare: il libro che sventola alle spalle di Salvatore (il protagonista) e Cristiano; il secondo incrociarsi di sguardi tra i due, con la steady che 'li avvolge'; la scena del test letto dalla ragazza toscana.
venerdì 14 novembre 2008
giovedì 13 novembre 2008
Anna Cappelli
Anna Cappelli
di Annibale Ruccello, con Alessandra Frabetti e Marinella Manicardi, regia Marinella Manicardi.
Bologna, Teatro delle Moline, 13 novembre, h. 21.15 (durata 50' circa)
Note rapide: piacevole e ben fatto, testo divertente (tragicomico al punto giusto, specie nel finale); attrici: la Frabetti = Anna Cappelli palese buona prova sia nella dizione che nella gestualità ("alla fine non sbatteva neppure le palpebre, ha cambiato espressione"), la Manicardi = Anna Cappelli segreta mi ha convinto meno nella parte finale, ma mi è piaciuta molto nella sua gestualità.
Da ricordare: la Manicardi che si accende una paglia mentre il ragioniere ci prova con la Frabetti; la sovrapposizione e la studiata e ben eseguita interazione tra le due attrici; la Manicardi che si scotta con il ferro da stiro; la dicotomia temporale tra la Frabetti che dialoga con il compagno alla fine della loro storia e la Manicardi che si sovrappone con un dialogo di 1 anno precedente (relazione di 2 anni contro 7 mesi).
"Poteva evitare il cervello e il cuore, bastava l'immaginazione": hai ragione!
di Annibale Ruccello, con Alessandra Frabetti e Marinella Manicardi, regia Marinella Manicardi.
Bologna, Teatro delle Moline, 13 novembre, h. 21.15 (durata 50' circa)
Note rapide: piacevole e ben fatto, testo divertente (tragicomico al punto giusto, specie nel finale); attrici: la Frabetti = Anna Cappelli palese buona prova sia nella dizione che nella gestualità ("alla fine non sbatteva neppure le palpebre, ha cambiato espressione"), la Manicardi = Anna Cappelli segreta mi ha convinto meno nella parte finale, ma mi è piaciuta molto nella sua gestualità.
Da ricordare: la Manicardi che si accende una paglia mentre il ragioniere ci prova con la Frabetti; la sovrapposizione e la studiata e ben eseguita interazione tra le due attrici; la Manicardi che si scotta con il ferro da stiro; la dicotomia temporale tra la Frabetti che dialoga con il compagno alla fine della loro storia e la Manicardi che si sovrappone con un dialogo di 1 anno precedente (relazione di 2 anni contro 7 mesi).
"Poteva evitare il cervello e il cuore, bastava l'immaginazione": hai ragione!
mercoledì 12 novembre 2008
Riflessioni altrui (sempre utili)
Pensieri e riflessioni di Concita De Gregorio da conservare:
Ieri abbiamo dibattuto molto se dare l'apertura del giornale a Miriam Makeba, simbolo di una battaglia che non si spegne. C'erano gli scioperi, c'era il traffico paralizzato. La grammatica ordinaria avrebbe chiesto altre priorità. Abbiamo fatto la scelta giusta, però, io credo. Makeba era una grande persona, una grande donna, un esempio. C'è bisogno di questo: respiro. Oggi fra i tanti temi ci è sembrato che la ragazzina aggredita sul treno, il senza tetto bruciato, l'immigrato denudato sull'autobus dal controllore fossero emblemi i cosa sta diventando questo paese ben più della quotidiana altalena delle borse e dell'eterno braccio di ferro nelle trattative su Alitalia. Ci stiamo sciupando, stiamo perdendo la capacità di difendere chi non può farlo da solo. Riguadagniamo le postazioni, restiamo fermi al nostro posto.
Fabio, un giovane ricercatore di fisica precario, scrive nel blog che sta partendo per la Francia dove gli hanno offerto un contratto di lavoro. Spero, dice, che prima o poi anche in Italia le cose migliorino che si riprenda a far concorsi che io possa tornare. Lo speriamo tutti, Fabio. Una vecchia amica della mia famiglia mi ha scritto una lettera di carta (una lettera scritta a penna messa in una busta col francobollo, che cosa pazzesca e commovente) per dire che piange la perdita dei suoi nipoti, figli di una figlia partita per l'America a studiare e mai più ritornata. Ci stiamo perdendo non una ma due generazioni, e la terza e la quarta che verranno: ci stiamo perdendo il futuro. Un Paese che non sa tenere qui figli e nipoti è un paese disperato e già morto. Non ci bastano le barzellette e le battute da cabaret a distrarci, anzi: ci fanno veramente una rabbia pazzesca. Ribelliamoci. Pretendiamo che ci ascoltino. Non smettiamo nemmeno un minuto di ripeterlo: è questo il nostro posto. E al diavolo i vostri soldi, i vostri sondaggi, le vostre minacce. Come diceva Miriam Makeba: Non vogliamo elemosina, vogliamo camminare da soli. Andiamo, dunque. Che qualcosa - guardatevi attorno, più lontano di questo stretto orizzonte - qualcosa nel mondo è già cambiato.
martedì 11 novembre 2008
Passaggio in India
Passaggio in India
di Santha Rama Rau, dal romanzo di Edward Morgan Forster, traduzione di Sandro Lombardi, drammaturgia Sandro Lombardi e Federico Tiezzi, regia Federico Tiezzi, scene Francesco Calcagnini, costumi Giovanna Buzzi, luci Roberto Innocenti
con (in ordine di apparizione) Sandro Lombardi,Graziano Piazza, Giulia Lazzarini, Debora Zuin, Massimo Verdastro, Giovanni Franzoni, Sandro Mabellini, Silvio Castiglioni, Daniele Bonaiuti, Ciro Masella, Fabricio Christian Amansi, Aleksandar Karlic, Andrea Carabelli.
produzione Teatro Metastasio Stabile della Toscana / Compagnia Sandro Lombardi
11 novembre 2008, h. 21.00
Il primo commento è algido, glaciale: lo spettacolo trasmette poche emozioni e non risulta chiaro il messaggio (o i messaggi) che intende comunicare (incontro/scontro di culture e civiltà? pregiudizio verso il diverso? tensione verso il divino o la divinità, come sembrano suggerire il monologo di Mrs. Moore e la chiosa di Lombardi prima del balletto bolliwoodiano finale, molto lynchiano? la ricerca di sé nell'altro e tramite il diverso da sé?).
Lo spettacolo di Tiezzi ricorda molto da vicino i due precedenti - Gli uccelli (molto bello) e I giganti della montagna (baf...) -, estremizzando però le soluzioni sceniche ed interpretative di quest'ultimo: utilizzo di video e filmati proiettati, ermetismo e straniamento nella recitazione, momenti di buio che fungono da ellissi temporali (con gli attori che rimangono come paralizzati prima dell'azione): tutte queste scelte mi sembrano pregiudicare un'immediata fruibilità dello spettacolo e risultano quasi come vuoto artificio più che intrinsecamente necessarie.
Attori nel complesso bravi ("Lombardi ha un tono da professorino", dici giustamente).
Momenti da ricordare: la grande cornice di quadro vuota presente in scena nella prima metà dello spettacolo; il risveglio dall'incubo di Mrs. Moore con i due attori immobili più distanti; l'eco e le sue conseguenze in Mrs. Moore.
di Santha Rama Rau, dal romanzo di Edward Morgan Forster, traduzione di Sandro Lombardi, drammaturgia Sandro Lombardi e Federico Tiezzi, regia Federico Tiezzi, scene Francesco Calcagnini, costumi Giovanna Buzzi, luci Roberto Innocenti
con (in ordine di apparizione) Sandro Lombardi,Graziano Piazza, Giulia Lazzarini, Debora Zuin, Massimo Verdastro, Giovanni Franzoni, Sandro Mabellini, Silvio Castiglioni, Daniele Bonaiuti, Ciro Masella, Fabricio Christian Amansi, Aleksandar Karlic, Andrea Carabelli.
produzione Teatro Metastasio Stabile della Toscana / Compagnia Sandro Lombardi
11 novembre 2008, h. 21.00
Il primo commento è algido, glaciale: lo spettacolo trasmette poche emozioni e non risulta chiaro il messaggio (o i messaggi) che intende comunicare (incontro/scontro di culture e civiltà? pregiudizio verso il diverso? tensione verso il divino o la divinità, come sembrano suggerire il monologo di Mrs. Moore e la chiosa di Lombardi prima del balletto bolliwoodiano finale, molto lynchiano? la ricerca di sé nell'altro e tramite il diverso da sé?).
Lo spettacolo di Tiezzi ricorda molto da vicino i due precedenti - Gli uccelli (molto bello) e I giganti della montagna (baf...) -, estremizzando però le soluzioni sceniche ed interpretative di quest'ultimo: utilizzo di video e filmati proiettati, ermetismo e straniamento nella recitazione, momenti di buio che fungono da ellissi temporali (con gli attori che rimangono come paralizzati prima dell'azione): tutte queste scelte mi sembrano pregiudicare un'immediata fruibilità dello spettacolo e risultano quasi come vuoto artificio più che intrinsecamente necessarie.
Attori nel complesso bravi ("Lombardi ha un tono da professorino", dici giustamente).
Momenti da ricordare: la grande cornice di quadro vuota presente in scena nella prima metà dello spettacolo; il risveglio dall'incubo di Mrs. Moore con i due attori immobili più distanti; l'eco e le sue conseguenze in Mrs. Moore.
lunedì 10 novembre 2008
Vita di Galileo (I)
da B. Brecht, Vita di Galileo, Einaudi, Torino 1994.
***
***
GALILEO - [...] io non sono una gran intelligenza come i dottori della facoltà di filosofia. Sono stupido, io. Non capisco niente di niente. Perciò sono obbligato a turare i buchi della mia conoscenza E quando ho il tempo di farlo? Quando posso compiere delle ricerche? Signor mio, la scienza è ancora assetata d sapere! Oggi come oggi, intorno ai massimi problemi, non esistono altro che ipotesi. Ma noi esigiamo di fornire prove! E come riesco a progredire se per sbarcare il lunario sono obbligato ad inculcare, in ogni testa di rapa che abbia soldi per pagarmi, che all'infinito le parallele si incontrano? [p. 27]
***
GALILEO - [...] Guarda qui dentro [scil. nel cannocchiale], Sagredo! Io credo nell'uomo, e questo vuol dire che credo alla sua ragione! Se non avessi questa fede, la mattina non mi sentirei la forza di alzarmi da letto.
SAGREDO - Allora stammi a sentire: io non ci credo. Quarant'anni passati tra gli uomini mi hanno insegnato come gli esseri umani siano refrattari alla ragione. Mostragli loro un pennacchio fulvo di una cometa, insinua in loro una paura inspiegabile e li vedrai correre fuori dalle loro case a una tale velocità da rompersi le gambe. Ma digli una frase ragionevole, dimostrala con sette argomenti e ti rideranno in faccia. [p. 59-61]
***
GALILEO - Con qualche speranza di dare le prove della rotazione del sole. Non mi importa di mostrare di aver avuto ragione, ma di stabilire se l'ho avuta. E dico: lasciate ogni speranza, o voi che vi accingete ad osservare! Forse [scil. le macchie solari] sono vapori, forse sono macchie; ma prima di affermare che sono macchie - la qual cosa ci tornerebbe a proposito - preferiamo dire che sono pesci fritti. Sì, rimetteremo tutto, tutto in discussione. E non procederemo con gli stivali delle sette leghe, ma a passo di lumaca. E quello che troviamo oggi, domani lo cancelleremo dalla lavagna e non lo riscriveremo più, a meno che non lo ritroviamo un'altra volta. Se qualche scoperta soddisferà le nostre previsioni, la considereremo con speciale diffidenza. E dunque, prepariamoci ora ad osservare il sole con l'inflessibile determinazione di dimostrare che la terra è immobile! E solo quando avremo fallito, quando, battuti senza speranza, saremo ridotti a leccarci le ferite, allora con la morte nell'anime cominceremo a domandarci se per caso non avevamo ragione, se è davvero la terra che gira! Ma se tutte le altre ipotesi, all'infuori di questa, ci si dovessero squagliare fra le dita, allora nessuna pietà per coloro che, senza aver cercato, vorranno parlare. [p. 177-179]
sabato 8 novembre 2008
un pomeriggio a Orta San Giulio


... sul 'mio' lago (strano!), in una delle piazze più belle che conosca (insieme a quella di Santo Stefano a Bologna...), una mostra all'aperto (ancora più strana)...
venerdì 7 novembre 2008
La Suda a Vercelli
Qualcuno di mia conoscenza direbbe "gli attidografi e gli storiografi nella Suda, ... giuro che non mi appassiona!", o sbaglio?
giovedì 6 novembre 2008
Labèque, Poulenc, Berlioz ...
Teatro comunale Luciano Pavarotti di Modena
Mercoledì 5 novembre, h. 21
ORCHESTRE NATIONAL DU CAPITOL DE TOULOUSE
Katia e Marielle Labèque - pianoforte
Tugan Sokhiev - direttore
Francis Poulenc, Concerto in re minore per due pianoforti e orchestra (straordinario! In platea, seconda fila, dalla parte di Katia, un'invasata che soffia, mormora, si agita, salta sui tasti... un'attrice)
Seguono due bis, Jazz Suite n. 25 (per festeggiare la nottata americana della notte passata) e una polka di Berio.
Hector Berlioz, Sinfonia fantastica op. 14
Hector Berlioz, Il corsaro, ouverture
bis 1: Leoncavallo, Pagliacci, intermezzo
bis 2: Bizet, Carmen, Habanera
Serata fantastica!
Mercoledì 5 novembre, h. 21
ORCHESTRE NATIONAL DU CAPITOL DE TOULOUSE
Katia e Marielle Labèque - pianoforte
Tugan Sokhiev - direttore
Francis Poulenc, Concerto in re minore per due pianoforti e orchestra (straordinario! In platea, seconda fila, dalla parte di Katia, un'invasata che soffia, mormora, si agita, salta sui tasti... un'attrice)
Seguono due bis, Jazz Suite n. 25 (per festeggiare la nottata americana della notte passata) e una polka di Berio.
Hector Berlioz, Sinfonia fantastica op. 14
Hector Berlioz, Il corsaro, ouverture
bis 1: Leoncavallo, Pagliacci, intermezzo
bis 2: Bizet, Carmen, Habanera
Serata fantastica!
mercoledì 5 novembre 2008
L'esecuzione
L’esecuzione
di Vittorio Franceschi
presentazione in forma di lettura con Vittorio Franceschi, Maria Paiato; drammaturgia acustica di Paolo Aralla; coordinamento di Marla Moffa.
1. Il testo di Franceschi (anche attore) non mi convince del tutto: mi sembra genericamente apocalittico e non del tutto coerente, con vertiginose discese dal misticismo al grottesco per essere convincente (su tutte la ricerca di un'interiorità fisica: l'uomo che immagina di essere mangiato dal proprio stesso corpo e di discendere per il proprio esofago alla ricerca della propria anima, trovando alla fine solo qualche nòcciolo e un maccherone non masticato! E, poco prima, immaginado di gridare "c'è nessuno?" come in una celebre pubblicità). La sovrapposizione di piani temporali inconciliabili è certo funzionale a trasmettere un'idea di umanità alla deriva e degradata (come in un cartone animato giapponese ambientato in un'età post guerra atomica), ma l'accumulo risulta più criptico e gratuito che sinceramente emozionante. Le emozioni, comunque, non mancano, ma sono in un certo senso discontinue, per quadri giustapposti, come istantanee legate da una comune situazione: il testo suggerisce, accenna a problematiche esistenziali, ma rimane irrisolto (come la maggior perte dell'arte contemporanea: a ciascuno la propria interpretazione soggettiva: "fruitore, così è, se ti pare!"). L'asettico ambiente in cui si svolge l'azione è ben ricostruito e comunicato agli spettatori dalle didascalie al testo, lette da una voce femminile fuori campo (la scenografia è assente: due sedie e due leggii per gli attori).
2. Splendida la perfrmance della Paiato e di Franceschi (sempre seduti e molto composti anche nella gestualità), che riescono a trasmettere emozioni anche solo con la sola intonazione. Bravi!
di Vittorio Franceschi
presentazione in forma di lettura con Vittorio Franceschi, Maria Paiato; drammaturgia acustica di Paolo Aralla; coordinamento di Marla Moffa.
1. Il testo di Franceschi (anche attore) non mi convince del tutto: mi sembra genericamente apocalittico e non del tutto coerente, con vertiginose discese dal misticismo al grottesco per essere convincente (su tutte la ricerca di un'interiorità fisica: l'uomo che immagina di essere mangiato dal proprio stesso corpo e di discendere per il proprio esofago alla ricerca della propria anima, trovando alla fine solo qualche nòcciolo e un maccherone non masticato! E, poco prima, immaginado di gridare "c'è nessuno?" come in una celebre pubblicità). La sovrapposizione di piani temporali inconciliabili è certo funzionale a trasmettere un'idea di umanità alla deriva e degradata (come in un cartone animato giapponese ambientato in un'età post guerra atomica), ma l'accumulo risulta più criptico e gratuito che sinceramente emozionante. Le emozioni, comunque, non mancano, ma sono in un certo senso discontinue, per quadri giustapposti, come istantanee legate da una comune situazione: il testo suggerisce, accenna a problematiche esistenziali, ma rimane irrisolto (come la maggior perte dell'arte contemporanea: a ciascuno la propria interpretazione soggettiva: "fruitore, così è, se ti pare!"). L'asettico ambiente in cui si svolge l'azione è ben ricostruito e comunicato agli spettatori dalle didascalie al testo, lette da una voce femminile fuori campo (la scenografia è assente: due sedie e due leggii per gli attori).
2. Splendida la perfrmance della Paiato e di Franceschi (sempre seduti e molto composti anche nella gestualità), che riescono a trasmettere emozioni anche solo con la sola intonazione. Bravi!
martedì 4 novembre 2008
Platonov
PLATONOV
di Anton Cechov
regia Nanni Garella
con Alessandro Haber, Susanna Marcomeni
Nanni Garella, Franco Sangermano
(Arena del Sole, 1 novembre 2008, h. 21)
Impressioni sparse: spettacolo piacevole (2h20 circa), diviso in quattro atti con un intervallo, che divide due luoghi e momenti diversi: la prima parte del dramma inizia dietro un "sipario-domopak" (così una signora dietro di noi), che si alza dopo pochi istanti, mostrando un ambiente spoglio di sedie e tavolini, che si rivela essere un locale/bar/anticamera di un ristorante; la seconda è ambientata nella classe di scuola dove vive (letteralmente) Platonov (un ottimo Haber).
Notevole il cambio di registro tra i primi tre atti e l'ultimo (dal tragicomico al tragico): per me il migliore resta il terzo, con i dialoghi del casanova Platonov con le rispettive tre amanti (molto brava Susanna Marcomeni), dai quali emerge il suo complesso e problematico carattere.
- "Mi ami?", - "Ma certo che non ti amo, solo avevo tempo da perdere (o qualcosa del genere: battuta rivelatrice di uno dei tanti aspetti del carattere di Platonov)
(Da ricordare il gesto di Haber che passa la mano destra sul viso di Sofia (?) per asciugarle le lacrime).
di Anton Cechov
regia Nanni Garella
con Alessandro Haber, Susanna Marcomeni
Nanni Garella, Franco Sangermano
(Arena del Sole, 1 novembre 2008, h. 21)
Impressioni sparse: spettacolo piacevole (2h20 circa), diviso in quattro atti con un intervallo, che divide due luoghi e momenti diversi: la prima parte del dramma inizia dietro un "sipario-domopak" (così una signora dietro di noi), che si alza dopo pochi istanti, mostrando un ambiente spoglio di sedie e tavolini, che si rivela essere un locale/bar/anticamera di un ristorante; la seconda è ambientata nella classe di scuola dove vive (letteralmente) Platonov (un ottimo Haber).
Notevole il cambio di registro tra i primi tre atti e l'ultimo (dal tragicomico al tragico): per me il migliore resta il terzo, con i dialoghi del casanova Platonov con le rispettive tre amanti (molto brava Susanna Marcomeni), dai quali emerge il suo complesso e problematico carattere.
- "Mi ami?", - "Ma certo che non ti amo, solo avevo tempo da perdere (o qualcosa del genere: battuta rivelatrice di uno dei tanti aspetti del carattere di Platonov)
(Da ricordare il gesto di Haber che passa la mano destra sul viso di Sofia (?) per asciugarle le lacrime).
lunedì 3 novembre 2008
cattivo pensiero per calciatori (e non solo)
Gianni Mura, Il rigore di luigi e le multe di Novellino
(Repubblica, 02 novembre 2008)
Una settimana a discutere se Gilardino è sleale o no. In assoluto, no. A Palermo lo è stato. Fine della trasmissione. Si è discusso meno su una new entry: i bastoni fasciati nel tricolore. Uso improprio di bandiera nazionale. O no? Si è perfino discusso sull'opportunità di dare agli scolari una copia della Costituzione. "Meglio un leccalecca verde", ha suggerito Borghezio, anche noto come il genio del turacciolo. Così ho deciso che si può discutere sul caso di Luigi M., per come lo riporta il "Mattino di Padova". Luigi gioca nella categoria Allievi, ha 15 anni, la partita è tra Virtus Villafranca e Albignasego. Sul 7-0 per l'Albignasego l'arbitro fischia un rigore contro la Virtus per fallo di mano in area di un difensore, che espelle. Il ragazzo continua a dire che ha toccato con la mano, ma il pallone era già uscito dal campo. Luigi è il rigorista. Cenno d' intesa con i compagni, poi prende la rincorsa e tira fuori. L' allenatore lo chiama a sé e subito dopo lo sostituisce. L' allenatore ha 45 anni, si chiama Antonio Veloce. «L' ho sostituito perché quando gli ho chiesto se l' aveva calciato fuori apposta lui mi ha detto di sì. Quando si è in campo ci sono delle regole da rispettare, e le decisioni dell' arbitro vanno rispettate. Andare contro è un atto improprio nei confronti dell' arbitro e della squadra avversaria che magari non vuole regali. Calciare fuori un rigore fischiato dall' arbitro può significare mancanza di rispetto verso il suo operato». Autodifesa di Luigi: «Per noi il rigore non c'era. L'ho tirato fuori per riguardo. A fine partita il mister ha spiegato il suo punto di vista nello spogliatoio e ora mi pento di averlo tirato fuori». Non pentirti, Luigi. Hai fatto la cosa più giusta e non esitare a rifarla, in casi del genere. Non conosco il tuo allenatore, non so se è di quelli che sbraitano per una rimessa laterale invertita, di quelli cui piace vincere anche 9-0, di quelli che dicono che voi non dovete pensare: arbitro fischia, rigorista segna. Non pentirti perché hai fatto due cose giuste, non una sola. E pazienza se l' arbitro non ti ha stretto la mano, come fanno i grandi arbitri, e pazienza se il tuo mister ti ha sostituito per punizione, così impari. La seconda cosa giusta è che hai ammesso di avere sbagliato apposta. Potevi anche dire che avevi calciato male, e il tuo mister non ti avrebbe tenuto lezioni su come ci si comporta in campo. Tu, a 15 anni, ti sei comportato da adulto, ti sei preso le tue responsabilità. Hai dimostrato, scusa il gioco di parole, un grande rigore. Hai deciso da solo, dopo un cenno coi compagni. Non hai chiesto niente alla panchina. Stavate anche sopra di 7 gol, ma voglio pensare che ti saresti comportato allo stesso modo con un punteggio diverso. Non ti affibbio un voto (che sarebbe alto), il che mi esime dall' affibbiarne uno (che sarebbe molto basso) al tuo mister. Però ti riscrivo alcune righe che sono uscite ieri su Repubblica, nell' intervista a Eduardo Galeano, un grande scrittore che ha scritto anche di calcio. «Quando io vinco, vinco io. Quando io perdo, siete voi a perdere. Così ragiona il Mercato. Questo mondo alla rovescia sta dimostrando in modo clamoroso che castiga l' onestà e ricompensa la mancanza di scrupoli». Si parla di una crisi mondiale, non di un rigore tra Virtus Villafranca e Albignasego, ma andare contro un'ingiustizia è sempre giusto. [...]
(Repubblica, 02 novembre 2008)
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