martedì 28 settembre 2010

"il peggio del manicomio è il manicomio"

Dopo aver visto negli anni passati il suo spettacolo e aver finito di leggere pochi giorni fa il relativo libro, mancava solo il film (presentato allo scorso Festival del cinema di Venezia), visto ieri sera al Rialto: La pecora nera di Ascanio Celestini (presente alla proiezione in anteprima e al dibattito successivo), va detto subito, è un film eccellente. Riadattando il testo teatrale ed il libro, frutto di anni di indagine sui manicomi italiani, il film è comunque un passo ulteriore, che aggiunge ben "22 pagine di sceneggiatura scritte vedendo le immagini montate". Proprio queste sono la parte migliore dell'opera dell'artista romano, che contribuiscono in misura decisiva a trasmettere nello spettatore la percezione della schizofrenia di Nicola, della separazione tra il mondo che ha nella testa e quello esterno (specie nella scena del supermercato). Differente rispetto ai lavori precedenti, al di là di singoli dettagli, è il montaggio dei blocchi narrativi, qui amalgamati in un sussegursi di presente e passato.

Celestini ha scelto di raccogliere e raccontare solamente le storie più verisimili che gli sono state raccontate durante le sue indagini, evitando quelle che sarebbero potute sembrare false: è così riuscito a costruire un film decisamente equilibrato e sensibile, che coinvolge ed emoziona, senza eccessi ideologici. (Nel dibattito, invece, la discussione si allarga: tuttavia, come mi si fa notare, La pars destruens nei confronti dell'istituzione-manicomio, assimilabile ad un lager o carcere e conseguentemente mero strumento repressivo-distruttivo che deve essere abolito senza se e senza ma, difetta però di una pars construens; non condivisibili le opinioni sulla scuola come mezzo di inculcare violentemente l'idea di autorità, ma il discorso sarebbe troppo lungo e 'fuori tema': si dovrebbe riflettere sulla differenza tra educazione e istruzione, ad esempio.)

La narrazione, come afferma Celestini, vuole essere "evocativa" e non passiva: lo spettatore (anche chi conosce già la trama) entra progressivamente nel manicomio insieme a Nicola, quasi senza accorgersene, ma ne subisce gli eventi, specie quelli più drammatici (il termosifone, ad esempio). Tra i momenti migliori ricordo quelli nel supermercato, dove la pazzia di Nicola è opposta a quella indotta dal consumismo sfrenato, e si riflette nella scena della dispensa: l'ordine all'interno del manicomio - sostiene Celestini - è analogo a quello di un supermercato. Ciascuno tragga le proprie conclusioni.

sabato 25 settembre 2010

ballad for a drowning man

Lumière, 21.9, Vivere! (Giappone 1952) di Akira Kurosawa (peccato che sia stata proiettata la versione in dvd più breve di 30'...): molti sono i temi che si intrecciano - anche grazie allo splendido montaggio tutt'altro che lineare - e si rincorrono, primo fra tutti quale sia il senso di una vita. Un uomo, meglio un grigio burocrate municipale invischiato e appiattito nella passività quotitiana del lavoro banausico d'ufficio, scopre (dopo lo spettatore, che ne è informato fin dal primo agghiacciante fotogramma) di avere un cancro incurabile allo stomaco (eccellente è la sequenza della sala d'aspetto, dove uno sconosciuto gli fornisce la chiave per decodificare il messaggio del medico). L'uomo, in preda alla disperazione, si assenta dal posto di lavoro per la prima volta dopo quasi 30 anni senza mai un'assenza, come nella barzelletta raccontata da una giovane collega ("perché non voleva sapere di non essere indispensabile"): dopo vani tentativi di porre fine alla propria esistenza (cui si allude soltanto), egli affoga la propria disperazione nell'alcol, prima di essere portato sulla via dello svago dissoluto da un giovane scrittore (il "suo mefistofele"). Cercherà poi di sentirsi nuovamente giovane e vivo perseguendo l'amore impossibile della giovane collega, per votarsi repentinamente - quasi una folgorazione dopo il secco rifiuto alle sue disperate avances - ad una causa giusta: accogliere le proteste di un gruppo di donne disperate per il degrado del proprio quartiere (rimpallate all'inizio del film da un ufficio comunale all'altro, senza ottenere nulla) e avviare la realizzazione di un parco, riqualificando l'area.

La seconda parte del film (artatamente bipartito) inizia con il funerale dell'uomo, dove per successivi racconti, punti di vista e flashbacks (un po' come in Rashomon) si cerca di ricostruire la verità sulla vicenda: emerge qui il rapporto controverso tra potere politico e cittadini, e soprattutto il contrasto tra iniziativa personale, riconoscimento pubblico e l'appropriazione a fini elettorali di un opera di un singolo, il cui nome è persino quasi cancellato, se non fosse per l'opera delle donne del quartiere risanato.

Un altro tema minore è il rapporto genitori-figli, cui si lega strettamente quello dell'educazione dei figli e la rinuncia ad una vita propria per il loro bene, ricambiato però da un interesse meramente materiale e legato a probelmi di eredità.

Fotografia meravigliosa (come nelle sequenze sul ponte, con il protagonista ridotto a mera silhouette). Un capolavoro, purtroppo non visto nella versione integrale.

venerdì 17 settembre 2010

finzione/realtà

A proposito di due film visti al Lumière: Il Cassanova di Federico Fellini (Italia 1976) non mi è piaciuto per nulla, va detto subito. Non so se ciò sia dovuto al suo essere invecchiato troppo in fretta, superato dalla contemporaneità televisiva e pornografica, alla dichiarata e programmatica finzione della scenografia (il mare, la Venezia iniziale), al tono eccessivamente e volutamente grottesco o a qualcos'altro che non so spiegare. La meccanicità del sesso (sottolineata da quella specie di cucù e dalla musica), la gara durante la festa romana (che ricorda molto Roma e il Satyricon), il generale vuoto d'amore dominante che produce disgregazione sociale sono, mi pare, i temi portanti, ripetuti in modo esasperato come in una catena di montaggio: proprio questo è l'aspetto più invecchiato del film (non meno attuale, comunque). Il finale, con Casanova invecchiato (di cui sono inquadrati in primissimo piano gli occhi - ricordo di alcune scene di Kubrik?) che sogna il robot-prostituta è a suo modo profetico, ma non emoziona (mea quidem sententia).

Focaccia blues (Italia 2009) di Nico Cirasola è una piacevole docufiction (con alcune ingenuità e esialranti interviste, arricchito da alcune comparsate: Banfi e Arbore in cucina, Vendola come maschera, Placido come proiezionista): il racconto ex post di come una corporation sia stata sconfitta da una radicata cultura del mangiare bene e sano, legato ai prodotti tipici della propria terra (madre, tanto per citare). Stupenda nella sua semplicità il gesto sprezzante e schifato di togliere i pomodorini dalla focaccia, poi mangiata con diffidenza e disgusto.

sabato 11 settembre 2010

bis

Anno ricco, "doppio bis, Ute Lemper e Fiorella Mannoia". Il bis del live di quest'ultima ieri sera alla festa dell'Unità: sempre coinvolgente e travolgente, specie con Il pescatore, Lunaspina e Via con me. Alcune variazioni rispetto al concerto del Manzoni, con in aggiunta Posso dire la mia sugli uomini e Belle speranze. E grandioso il mini fan-club alle nostre spalle!

venerdì 10 settembre 2010

d'amore e di guerra

A proposito di due film al Lumière: L'amore buio (Italia 2010) di Antonio Capuano (fuori concorso a Venezia) è un film decisamente imperfetto e sbilanciato: se il prologo è ben girato (con sovraesposizione notturna della pellicola e ellissi sulla violenza) e la parte sulla vita carceraria è molto interessante (con certo alcune banalità e cadute di stile), non altrettano può dirsi del coté femminile, troppo tendente ad una fiction di bassa qualità e con voragini di sceneggatura (ma la sorella, che fine ha fatto?). Inutili le citazioni cinematografiche sparse (Respiro, forse causa Golino?, Amarcord, und und und). Si può perdere.

I sette samurai (Schichinin no samurai, Giappone 1954) di Akira Kurosawa era uno di quei must che mi mancava: epico (e perciò saccheggiato dai registi di western) e grandioso, dilatato nelle attese e dettagliatissimo nella descrizione delle battaglie e della loro preparazione. Conflitto tra tre categorie, banditi, contadini e samurai. Solo questi ultimi sono perfettamente consapevoli di essere sempre gli sconfitti, pur sopravvivendo "anche a questa battaglia". Film di vita, morte, amicizia e amore (impossibile tra caste diverse). Inutile dirlo, ma ogni inquadratura ha una profondità di campo tipica di un maestro del cinema.

venerdì 3 settembre 2010

uff

Ennesimo film al di sotto delle aspettative: Le père de mes enfants (Il padre dei miei figli (Francia-Germania 2009) di Mia Hansen-Løve, ispirato ad una storia vera, "non decolla" mai, costruito com'è per giustapposizioni di blocchi narrativi successivi, concentrati sui diversi personaggi del film. Struttura complessiva bipartita (ante e post mortem), doppiaggio inascoltabile, musiche non sempre appropriate, uno dei pochi pregi è l'argomento, una casa di produzione cinematografica in crisi finanziaria (quasi un unicum). Per il resto ben poco.

mercoledì 1 settembre 2010

uno più uno più uno

Due film casalinghi nel weekend e uno al cinema (3 spettatori!) ieri:

1. Il diavolo è femmina ( Sylvia Scarlett, Usa 1935) di Cukor: grandi aspettative, ma deboluccio e molto, molto invecchiato. Ringraziamo la lingua originale del dvd, perché il doppiaggio italiano è ridicolo. Commedia di travestimenti, un po' menandrea con happy end inevitabile.

2. A proposito di tutte queste signore (Svezia 1964) di Ingmar Bergman è una piacevolissima seconda visione: leggero, iconoclasta, sarcastico nei confronti della critica, ispirato allo slapstik puro con gag semplici e da non sovrainterpretare, come spiega un cartello. Anche qui il doppiaggio italiano è ridicolo (la prima frase da "così diverso, eppure così uguale" è diventata "così genio, eppure così vivo").

3. Il Rifugio (Le refuge, Francia 2009) di François Ozon, certamente ovinato dal doppiaggio, è invece troppo fredo e privo di emozioni: da una morte ad una nuova vita donata alla famiglia che ha subito il lutto (con voce over finale orrenda e superflua). Passione passata e riversata su un presente fratello gay del defunto (la sceneggiatura è banalotta, i dialoghi pure). Da dimenticare.