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domenica 19 dicembre 2010

Zusammenfassung (3)

...sempre peggio...

8.12.2010, Lumière: Giungla d'asfalto (The asphalt jungle, Usa 1950) di John Huston. Straordinario noir, che sembra riecheggiato da molti film successivi (da Le doulos a The touch of evil a The killing), uomini distrutti ciascuno dal proprio vizio ("ma un bravo poliziotto / che sa fare il suo mestiere / sa che ogni uomo ha un vizio / che lo farà cadere" scrive un poeta e un altro canta) e dal caso, che domina e rege le vite umane. Da segnalare una giovanissima Marylin, amante di un anziano uomo ricco e ormai fallito.

11.12.2010, Lumière: The social network (Usa 2010) di David Fincher: coinvolgente, nevrotico, incalzante fin dal primo scambio di battute tra il protagonista e la ragazza che inseguirà ossessivamente nella sua giovan vita, in attesa di un'amicizia, seppur virtuale (ma più reale del reale, secondo la sua visione del mondo). Vorticosi il montaggio e i dialoghi, efficaci il sonoro e la colonna sonora, altrettanto ossessiva. Ritratto spietato e veritiero della società di oggi.

12.12.2010, Reggio Emilia, Teatro Valli: Die Dreigroschenoper di Brecht, regia di Bob Wilson (ricorda molto il suo Giorni felici). Entusiasmante versione (quasi) integrale (mancano nel terzo atto l'incontro tra Polly e Lucy, la preparazione al funerale di Polly e più brevi sono i colloqui con Mackie incrcerato), eccellentemente interpretata dal Berliner Ensemble, che merita ampiamente il quarto d'ora di applausi finali. Scenografia molto efficace nella stilizzazione e nell'uso delle luci. Appassionante.

mercoledì 1 dicembre 2010

neve per il Duse

Una fitta nevicata ha accompagnato la riapertura per una sola sera del Teatro Duse, affittato dall'Itc Teatro di San Lazzaro per lo spettacolo di Ascanio Celestini, Il razzismo è una brutta storia: si tratta di satura, nel senso più etimologico del termine: una serie di monologhi (molti dei quali già conosciuti grazie a Parla con me) collegati da alcuni fili conduttori (razzismo, orrori contemporanei della società italiana, precariato, conformismo, politica), con l'accompagnamento musicale di una chitarra (il bravo Matteo D’Agostino). Geniale il momento 'americano', quando l'attore incarna un italiano medio, apparentemente di destra e razzista non con le parole, ma coi fatti. Necessario.

domenica 21 novembre 2010

salvezza francese

Dopo il deludentissimo Sunset limited - spettacolo di Andrea Adriatico tratto dal testo (interessante dialogo 'socratico') di Cormac McCarthy visto sabato all'Arena del Sole (avrebbe bisogno di altri 6 mesi di studio e preparazione, dato che i monocordi attori Stefano Dionisi e Mambaye Diop non ricordano le battute e si sbagliano più volte; poco chiaro l'interno scenografato come esterno con foglie secche sulla banchina della metro) - François Ozon è venuto in nostro soccorso: Potiche (Francia 2010), visto in v.o. al Lumière, è una boccata di ossigeno. Nel complesso esile, è una commedia molto divertente nella sua semplicità, che vive della bella prova della Deneuve, donna-soprammobile (dal passato ricco di uomini) che prende in mano la propria vita con determinazione. Ambientata nel 1977/8, parla in realtà della società contemporanea, affrontando con molta ironia il ruolo della donna sul lavoro e nella famiglia, tra pregiudizi atavici e giuste rivendicazioni tuttora ingiustamente frustrate. Come mi fai notare, l'uso delle canzoni ricorda il teorema di Truffaut.

venerdì 19 novembre 2010

Zusammenfassung (2)

Domenica 7, Teatro Comunale di Ferrara: Donna Rosita nubile di F. Garcia Lorca, adattamento e regia Lluís Pasqual: testo datato (poco digeribile lo stile del grande letterato spagnolo sulla scena contemporanea), messa in scena tradizionale, incongruente il ruolo di Andrea Jonasson (per niente adatto a lei).

Mercoledì 10, Europa cinema: Gorbaciof (Italia 2010) di Stefano Incerti. Film dignitoso (ma nulla di più) costruito attorno a Toni Servillo; trama (non molto solida), regia e montaggio ricalcano Le conseguenze dell'amore.

Sabato 13, Arena del Sole: Il malato immaginario, regia di Gabriele Lavia, ist eine einzige Katastrophe! La prima volta che si fugge da teatro all'intervallo (ma già dopo la prima mezz'ora gli istinti fuggiaschi erano forti). Inconsistente e vanamente fastidioso. E gli inserti beckettiani che senso hanno? E la recitazione? Io con Lavia ho chiuso (dopo il Macbeth e le Memorie dal sottosuolo, che pure qualcosa di buono lo avevano...).

Domenica 14, Teatro Regio di Parma: Tutto su mia madre, regia di Leo Muscato, con Elisabetta Pozzi (Manuela), Alvia Reale (Huma Rojo), Eva Robin's (Agrado), Paola Di Meglio (madre di Rosa, Alicia, Isabel), Alberto Fasoli (dottore, Mario del Toro, Alex), Silvia Giulia Mendola (Suor Rosa), Giovanna Mangiù (Nina Cruz), Alberto Onofrietti (Esteban). Opera corale meravigliosa, ben orchestrata, coinvolgente, emozionante, regge il confronto con lo splendido film di Almodovar grazie all'utilizzo di un linguaggio diverso. Da rivedere ad ogni costo!



Martedì 16, Lumière: Noi credevamo (Italia 2010) di Mario Martone. Deludente, poco coinvolgente (a tratti noiosetto e comunque migliore il 4° episodio; barbaramente tagliato specie nel 1°), con alcuni voluti anacronismi non del tutto giustificati (se servono a rimarcare i probblemi contemporanei legati all'unità, beh, si poteva fare di meglio...).

Avrò dimenticato qualcosa?

Sì: Contracorriente di Javier Fuentes-León (Perù-Colombia-Francia-Germania 2009): sembra una soap, autogettizzante, orrendo.

giovedì 12 agosto 2010

terra e acqua (in alto)

Ricordo un lago (vero: Mergozzo), con sole, libri e cigno; di una cascata meravigliosa, che non vedevo da quando ero bambino (del Toce), di sole che va e viene sul sentiero per un altro lago (artificiale: del Morasco) seguito da una pausa tecnica e per torta ossolana (di pane con poco cacao e mela, notevole).



Ricordo uno spettacolo in dvd (Marco Paolini, I-Tigi a Gibellina: affascinante con coreografia naturale di furibondo temporale agostano, un racconto antidiluviano - prima dei voli low cost, dei cellulari e della tecnologia di oggi - di guerra fredda, di insabbiamenti, di 81 persone morte perchè si trovavano "nel posto sbagliato, nel momento peggiore"); ricordo pranzi, cene, pasticcini, tante parole e un treno che parte.

domenica 8 agosto 2010

understatement piemontese

Ottimo prologo quello di ieri sera nel Chiostro di S. Martino: Camillo Olivetti. Alle radici di un sogno, scritto da Laura Curino e Gabriele Vacis. Articolato in epilogo, prima parte, seconda parte e prologo (in questo ordine) la Curino racconta in un divertente e divertito (bollito) misto di voci, personaggi e situazioni la saga familiare dell'irrequieto e geniale fondatore della Olivetti, in una sapiente mescolanza di spettacolo e educazione (con anche il momento di interrogazione al pubblico sui nomi degli inventori, come fece anche Paolini in Io e Margaret Thatcher. Concentrato di piemontesità e di idee di sinistra, o meglio di incivilimento e progresso sociale (teatro come lavoro, lavoro come parte integrante e indispensabile della vita di un uomo, puché sia a sua misura e non causa di alienazione). Sono ricordi di viaggi in America, di educazione laica dei figli (il fienile-chiesa, l'edicazione casalinga), di una mente irrequieta e tesa ad accompagnare l'umanità nel progresso materiale e spirituale, frutto di un'educazione 'femminile', priva di una minacciosa figura paterna, come ben si ricorda nel finale di questo spettacolo accuratissimo specialmente sotto il profilo storico. E la ricetta del bollito misto (accompagnato dal bagnetto) è da antologia!

giovedì 5 agosto 2010

due buone idee non rendono bello uno spettacolo

È bello vivere liberi di Marta Cuscunà non mi è piaciuto, non certo per la storia raccontata, quella di Ondina Peteani, poco conosciuta e giustamente da diffondere come imprescindibile testimonianza civile di un passato d'orrore tra guerra e lager alla luce di un presente di pericolosissimo e colpevole oblio. Le ragioni sono meramente tecnico-artistiche: la voce dell'attrice, innanzitutto (fattore quantomai soggettivo ma ineliminabile), l'azione scenica troppo insistentemente cinematografica (rigordi il bello From Medea e le mie riserve proprio allo stesso riguardo?), l'uso del sonoro e delle musiche (la colonna sonora di 007 è uno dei peggiori oltraggi che si possano immaginare alla storia e alla cultura partigiana), il gesto scenico ammiccante (che non coinvolge), il complessivo tono scanzonato e svagato della prima metà dello spettacolo. Le due buone idee sono l'uso delle marionette per rievocare l'assassinio della spia nazista e l'uso dei pupazzi (in stile Sposa cadavere di Tim Burton) per il campo di concentramento.

(visto ieri sera al Parco della Zucca, museo della Memoria)

venerdì 30 luglio 2010

musica in atto

Tre giorni che hanno come denominatore comune la musica, in tre diverse forme: martedì, Chiostro di San Martino (all'interno di MusicaInsieme), la prima delle tre serate di Cristina Zavalloni, Folk Songs, accompagnata dall'Ensemble Sentieri Selvaggi (Paola Fre, flauto; Mirco Ghirardini, clarinetto; Francesca Tirale, arpa; Andrea Dulbecco e Luca Gusella, percussioni; Paolo Fumagalli, viola; Giorgio Casati, violoncello; Andrea Rebaudengo, pianoforte; Carlo Boccadoro, direzione). Programma tutto novecentesco e molto suggestivo:

G. Ligeti, da Musica Ricercata per pianoforte solo (II. Mesto rigido e cerimoniale [quello di Eyes wide shut]; III. Allegro con spirito; IV. Tempo di valse (à l'orgue de Barbarie); VII. Cantabile, molto legato; VIII. Vivace. Energico)

X. Monstalvatage, Cinco Canciones Negras per voce e pianoforte (Cuba dentro de un piano; Punto de habanera; Chévere; Canciòn de cuna para dormir a un negrito; Canto negro)

W. Lutoslawski, Preludia Taneczne (Dance Preludes) per clarinetto e pianoforte

L. Berio, Folk Songs per flauto, clarinetto, arpa, viola, violoncello e due percussionisti [meraviglioso].

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Mercoledì, parco della Zucca, Ballarini - studio (da trilogia degli occhiali, cap. III) di Emma Dante, con Manuela Lo Sicco e Sabino Civilleri: un'anteprima di uno spettacolo in costruzione, e il primo cui assistiamo della regista siciliana. Ottima impressione, sporattutto bravissimi gli attori nella loro fisicità scenica. L'impianto ricorda alla lontana 5 x 2 di Ozon: una coppia di anziani (molto grotteschi, forse un po' troppo, per quanto sia uno dei temi di tutta l'azione scenica) si prepara a festeggiare il capodanno, con coriandoli, una trombetta e un misero petardo, lei porge a lui quello che dev'essere l'abito migliore, si amano in piedi e estraggono dai due bauli in scena alcuni oggetti: una bottiglia di spumante, il velo da sposa, un carillon, che lei comincia a suonare. Si ode solo qualcosa, poi pian piano la musica sale, sono canzoni celeberrime e pop anni '50-'70. La coppia comincia a ballare, spogliandosi delle maschere e progressivamente di tutti i vestiti in una corsa all'indietro nel tempo, una storia d'amore lunga una vita rivissuta ballando ad un ritmo frenetico (e in margine ai testi delle canzoni, non si può non ricordare la frase di Fanny Ardant in La femme d'à côté): un figlio, il matrimonio, un capodanno passato, la richiesta di matrimonio, i giochi fatti da bambini. Sempre vorticosamente il passato svanisce, torna il triste presente, con la morte di lui, che la donna percepisce quando il suo gesto consueto di mostrare al marito il fazzoletto dopo un accesso di starnuti si perde nella sua assenza. Intenso e molto promettente.

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Ieri sera, auditorium DMS (causa diluvio), terza puntata della Zavalloni, Per caso Aznavour, accompagnata da eccellenti strumentisti: Stefano De Bonis, pianoforte; Antonio Borghini, basso elettrico; Cristiano Calcagnile, batteria e percussioni. Tra musiche di Charles Aznavour e Cristina Zavalloni. Entusiasmante, specie il brano Solidago, la ricetta di una medicina omeopatica con incastonata all'interno il rembetico Kaigomai, kaigomai.

sabato 17 luglio 2010

Appunti (ritardatari) da un viaggio in Sicilia

Forse stavolta ci riesco... si parla di cibo, teatro e luoghi da ricordare. Comincerei dal teatro, quello greco di Siracusa, vero motivo (o pretesto) del viaggio.

Aiace, nella messa in scena di Daniele Salvo, ha un impianto che definirei hollywoodiano, molto spettacolare - alla 300 o alla Troy, entrambi mai visti, ma bastano i trailer - e d'impatto (soprattutto nell'idea dello specchio d'acqua, ben utilizzato come spazio scenico, specie nella parodo, i funerali finali e la carneficina compiuta). Alcune scelte decisamente non condivisibili, come l'arrivo su baldacchino di Menealo; troppo enfatico (fino alla caricatura) l'Aiace di Maurizio Donadoni, molto brava (ma sa va sans dire) Elisabetta Pozzi nella parte di Tecmessa.

Fedra (o Ippolito) è invece molto più discutibile (e nel complesso meno riuscito), sia a livello registico (ad eccezione delle parti corali e delle musiche di Daniele D'Angelo) che testuale: la traduzione del compianto Sanguineti è affascinante e da studiare, ma inadatta al contesto (sarebbe più da lettura scenica, o da teatro di ricerca). Brava comunque la Pozzi nel ruolo di Fedra e anche Massimo Nicolini in quello di Ippolito (ma penosa la scena finale, con lui che si rialza, zampetta qua e là e battezza il padre...).

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Di cibo, di acque e di luoghi

Dove mangiare? Alla "Gazza ladra" a Ortigia (antipasto misto di verdure, penne alla palermitana e penne alle mandorle d'Avola: ottimo); "Da Andrea" a Palazzolo (deliziosi cucchiaini di benvenuto, ravioli di ricotta con pistacchi di Bronte, cavati con pomodorini, assaggio di olio e di formaggi); "La locanda del castello" a Modica Alta (antipasto misto, tagliatelle di farina di carrube con ragù di coniglio, arrosto di maiale con crema di lenticchie e patate); "La taverna del pescatore" ad Avola (cozzze marinate; ravioli di ricotta con gamberoni e crema di asparagi; triglie; sorbetto di limone).

Di spiagge: Eloro (la prima, non la seconda dove sfocia un fiume che si dice non troppo 'pulito'), proprio sotto l'acropoli (il parco archeologico è sempre chiuso, ma evidenti sono i punti privi di recinzione); Calamosche; Calafarina-Marzamemi; spiaggia di S. Lorenzo; Fontane Bianche.

Di luoghi: Palazzolo Acreide, il cui parco archeologico è delizioso, specialmente il teatro e il minuscolo odeion (non guasterebbe se fosse scavato di più e illustrato meglio, ma poteva andare peggio); Modica; Ragusa (impagabile la vista quando si arriva dalla statale); Isola delle correnti, Portopalo di Capo Passero; oasi di Vendicari; Noto; Cava Grande del Cassibile (meravigliosa).

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Sembra incredibile, ma ce l'ho fatta...

giovedì 15 luglio 2010

uno-due

Martedì, Imola, Rocca Sforzesca, apertura di Emilia Romagna Festival: stupendo concerto di Ute Lemper accompagnata dalla Filarmonica Arturo Toscanini diretta da Jan Latham-Koenig. Merita citare il programma per intero (con commenti tra parentesi):

I tempo, Nino Rota, medley della sola orchestra da Amarcord, La dolce vita e 8 1/2 (per restare in tema felliniano, il vento - quantomai gradito - gioca con gli spartiti: scene alla Keaton-Chaplin del finale di Limelight); Weill-Brecht, Moritat (puro piacere); Weill-Fernay, Youkali (tradizionale nell'esecuzione, anni '30; a me ricorda inevitabilmente il meraviglioso Max Gericke della Pozzi); Weill-Brecht, Der Song der Mandelay (travolgente); Weill-Deval, J'attend un naivre (piacevole scoperta); Weill-Nash, Speak low; Weill-Ira Gershwin, Saga of Jenny.

II tempo: Piazzolla, Oblivion (solo archi, eccellente); Marguerite Monnot-Moustaki, Milord (meravigliosa); Brel, Amsterdam e Ne me quitte pas (arrangiamenti simili a quelli sentiti a Padova, commoventi); Glanzberg-Contet, Padam (la vera scoperta, novecentesco, la voce del vento che ti insegue per Parigi); Piazzolla, Libertango (solo orchestra, non male, ma mi manca un bandoneon...); Kander, All that jazz (cabaret puro, con la Lemper che sfoggia il suo migliore repertorio di animale da palcoscenico: vale tutto lo spettacolo!); Kander-Ebb, Cabaret (degna chiusura di uno splendido concerto).

Bis: La vie en rose e All that jazz.

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Ieri sera, Parco della Zucca, museo della Memoria, Maggio '43 di e con Davide Enia, accompagnato alla chitarra e carillon da Giulio Broccheri (e preceduto da inatteso sound-check in scena (h. 20.50) chiuso con My funny Valentine). Un cunto che nasce da (e finisce con) un altro, una storia privata (della famiglia dell'attore) che si fa saga e leggenda nel racconto. Il giovane Gioacchino racconta alla tomba del fratello ciò che è successo attorno a quel maggio, quando la sua famiglia sfollò fortunatamente da Palermo prima che venisse bombardata a tappeto dagli alleati. Tra italiano e palermitano (con alcune indispensabili glosse), scandito dal movimento dei piedi e delle gambe di Enia (sempre seduto), il cunto procede con una sapiente mescolanza di pianto e riso, di momenti esilaranti (il gioco delle carte dello zio, la bicicletta, i limoni: ma è un riso che nasce da una situazione drammatica, è un riso liberatorio a posteriori) e drammatici, come il racconto del rastrellamento al mercato nero: la violenza sessuale di un gerarca fascista travestito da prete ad una donna, cui assiste dall'alto Gioacchino, che poi mente di fronte alle richieste di notizie del figlio di quella: "non ho visto niente" è il suo grido, che ripete anche alla donna cui ha sottratto le 10 lire che aveva lasciato sotto un sasso e che sarebbero servite a sfamare il proprio figlio. Da menzionare anche l'apporto di cicale e aerei che passano al momento giusto. Stupendo e da rivedere.

venerdì 9 luglio 2010

in affanno

Continuo ad essere in ritardo, e continuo con rapidi ricordi.

Lunedì, piazza Maggiore, La strada (Italia 1954) di Federico Fellini con poetica introduzione/divagazione di Capossela sul significato di 'strada' (e di 'on la strada' per Wonder): film un po' faticoso ma affascinante, commovente Gelsomina (Giulietta Masina), il mare che apre e chiude con significati differenti (homeland per lei, perdono per lui in un intenso finale), movimenti di macchina che ritornano (l'abbandono di Gelsomina come il finale dei Vitelloni), il mondo precario e disperato dei circensi, il Matto con il suo poetico sarcasmo e la sua fine violenta (che si predice: "morirò presto").

Mercoledì, piazza Maggiore (dopo la partita), I Vitelloni (Italia-Francia 1953) di Federico Fellini: piacevole seconda visione, alcune battute dimenticate ("onoratissimo"!); la provincia italiana, sempre uguale, quasi ciclica, con i suoi personaggi e le sue situazioni (e la fuga, solo per pochi però); drammmi piccoli e grandi (tradimenti, liti, carnevali che finiscono in ubriaca malinconia).

Giovedì, Parco della Zucca, museo della Memoria, Marco Baliani in Kohlhaas (di Remo Rostagno e Marco Baliani, tratto da Michael Kohlhaas di Heinrich von Kleist): bravissimo Baliani, sempre seduto su una sedia, riesce a incatenare alla storia con la sua voce e la sua gestualità intense (i cavalli al galoppo, il rumore degli zoccoli, il bussare alla porta, il cuore trafitto da spilli). Storia di una spirale di violenza, una sete di giustizia non ottenuta e perciò perseguita con altri illeciti mezzi (con redenzione finale). Un monologo dalle movenze omeriche (anche nell'uso delle similitudini), con la sua formularietà, la pluralità di voci che si fondono, confondono e rincorrono. Raccontare il passato (leggendario, ma accaduto) per parlare del presente, dell'impossibilità di accettare anche un minimo torto ("erano solo due morelli") da parte di chi è più potente per evitare che crollino le fondamenta della pacifica convivenza umana. Legge e giustiza, nomos basileus.

lunedì 28 giugno 2010

maratona demonica

Appagati, soddisfatti e non stanchi, con molto da ricordare e raccontare, un giorno lontano: questo lascia il memorabile spettacolo che abbiamo visto ieri a Ravenna, la messa in scena dei Demoni di Peter Stein. Pressoché impossibile scriverne, dato che si tratta di uno spettacolo imparagonabile a nessun altro: se Anna Karenina di Nekrosius era giocato più sull'azione che sulla parola, questo è una narrazione scenica ottimamente messa in scena e recitata da bravissimi attori (e finalmente ho adorato Maddalena Crippa nel meraviglioso ruolo di Varvara Petrovna). Ha il ritmo di un racconto, e le pause 4 pause brevi più 2 lunghe sono ben calibrate, per riposarsi, assimilare la storia e attendere impazientti la ripresa per arrivare al catastrofico finale (gli evangelici maiali indemoniati che simboleggiano il popolo russso ricordano gli orwelliani pigs). Il ritmo è alterno, a momenti meno coinvolgenti - come la prima parte della festa o l'assemblea politica (comunque avvincente alla luce dei fatti del Novecento) - si alternano altri meravigliosi, come la confessione scritta di Nikolàj (Ivan Alovisio) sull'origine della propria diabolicità, al limite della ribalta con voce e volto indemoniato, il violento crescendo di Pëtr Stepànovič (Alessandro Averone), la sua confessione di essere caratterizzato da un'aurea mediocrità, l'assalto nel bosco stilizzato, la rivolta dopo la festa e la violenza seguente, il dialogo tra Lizaveta e Nikolàj dopo l'unica notte d'amore e la morte di lei e del suo futuro e paziente marito. Indimenticabile, unico.

martedì 20 aprile 2010

gemelle in discesa


Sabato, Teatro delle Moline: Stanze. Il silenzio abitato delle case di Marcello Fois, regia di Marinella Manicardi, con la Manicardi, Alessandra Frabetti e Marina Pitta. Spettacolo coinvolgente e particolare, con una meravigliosa Pitta interprete di 4 differenti ruoli (vicina-amande del padre delle due gemelle; il loro padre; la loro madre; il marito della Frabetti, con maschera di coniglio). La scena, leggermente in discesa, rappresenta la stanza del padre delle due gemelle, morto da poco, dove giungono le due per decidere cosa fare di ciò che pensano spetti loro per eredità. La situazione innesca la schermaglia tra le due sorelle, una forte, spregiudicata e in carriera (Frabetti), l'altra succube, affettuosa e sognatrice (Manicardi), tra confidenze, ricordi d'infanzia, recriminazioni, ripicche.
Ricorderei alcune trovate: la Pitta che come madre o padre suggerisce le battute alle due sorelle; i momenti 'fantastici' della Manicardi, con le luci che cambiano e la realizzazione pratica di un pensiero che non si fa azione; l'idea che il padre abbandoni la famiglia non per un'altra donna, ma perché capisce di non voler fare più il padre di fronte alla malattia della Manicardi. Il finale, invece, pare un po' frettoloso (ma bella l'idea per cui la Manicardi debba non imporre la necessità di lasciare la casa all'amante del padre, ma far risultare ciò come inevitabile.

mercoledì 31 marzo 2010

angeli

Weekend teatrale 'angelico' all'Arena. Sabato Pop star dei Babilonia teatri: meglio di Pornobboy, lo spettacolo inizia con tre bare appoggiate ad un piedistallo che vengono aperte in successione, permettendo ai tre attori di cominciare i loro monologhi di solitudine (sul tema della Pausini) a rievocare le proprie vite (tutte più che mariginali ed estreme), che si intrecciano in punto di morte. Se il momento disco è ben fatto, nel complesso lo spettacolo non emoziona anzi annoia (e anche stavolta un attacco sbagliato dell'attore). Confesso di non capire l'intento di fondo, perciò con loro ho chiuso.

Domenica, Angels in America. Prima parte: si avvicina il millennio (di Tony Kushner), regia di Ferdinando Bruni e Elio De Capitani (Teatro dell'Elfo). Travolgente, cinematograficamente contaminato, emozionante e eccellente prova collettiva di tutti gli attori: Elio De Capitani (Roy M. Cohn / Prior 1, fantasma), Ida Marinelli (Hannah Porter Pitt, madre di Joe / Rabbino Isidor Chemelwitz/ Henry, medico di Roy), Elena Russo Arman (Harper Amaty Pitt, moglie di Joe / Martin Heller),
Cristina Crippa (Emily / Ella Chapter / la donna del South Bronx / Ethel Rosenberg),
Cristian Maria Giammarini (Joseph Porter Pitt / Prior 2, fantasma / l'Eschimese), Edoardo Ribatto (Prior Walter, il compagno di Louis / l'uomo nel parco), Fabrizio Matteini (Belize, ex amante di Prior / Mr Bugia), Umberto Petranca (Louis Ironson). Scene emozionanti: il sogno incrociato tra Harper nello specchio e Prior da Viale del tramonto; le scene con De Capitani ed il suo viscido personaggio, la prima in ufficio al telefono, dal dottore ("un omosessuale non ha potere") e al ristorante (dove dimostra il potere di una uomo/lobby sul potere di Washington); la prima scena nel parco con il preservativo che si rompe. Vorremmo vedere subito la seconda puntata!

martedì 23 marzo 2010

borghesia

Riassunto delle puntate precedenti: dei due Godard - Weekend (Francia-Italia 1967) e Made in U.S.A. (Francia 1966) - c'è ben poco da dire, specie sul secondo, nominalmente un noir alla francese con Anna Karina come protagonista, "un film alla Walt Disney con del sangue" che scivola inevitabilmente nel politico (oggi molto stantio e superato); la seconda visione di Weekend invece mi ha fatto notare che ricordavo solo il primo quarto d'ora (peraltro nella versione tagliata, quindi privo del pornografico racconto-sogno di lei al marito, come in Doppio sogno). In effetti, proprio il primo quarto d'ora è l'unica parte oggi salvabile del film (il resto è quasi indigeribile, specie il finale nella foresta: si sente l'assenza di una vera sceneggiatura, che porta all'improvvisazione più totale): il cinismo assoluto della coppia (e quindi della società) borghese, la lunga carrellata di incidenti stradali (con gag sparsi alla Tati - è del resto l'anno di Playtime), la morte e il sangue parte integrante della vita quotidiana, l'urlo disperato della donna per aver perso nell'incidente la propria borsetta firmata. Il pamphlet politico (cioè quasi tutto il resto del film) è invece indigesta, specie nella forma (caotica).

Teatro: La badante (testo e regia Cesare Lievi) è uno spettacolo riuscito (unica nota negativa la luci, il cui uso è discutibile e non sempre giustificato); testo impegnato in tre quadri (il secondo non in ordine cronologico), con alternanza di momenti divertenti che si sovrappongono ad una situazione molto triste. L'anziana ricca signora, interpretata dalla bravissima Ludovica Modugno, cambia il proprio atteggiamento nei confronti della propria badante dell'est europeo, inizialemtne ostile fino a decidere di destinarle tutto il suo immenso capitale, invece che ai due propri figli che detesta (e di cui nel terzo quadro prevede la reazione che abbiamo visto nel secondo): il suo però non è il riscatto morale di una vita gretta (figlia di un gerarca fascista, ha vissuto a Salò per tutta la sua vita), solo una vendetta (un po' alla Dürrenmatt). Molto bravi anche gli altri attori (primo figlio: Leonardo De Colle; secondo figlio: Emanuele Carucci Viterbi; Inge: Paola Di Meglio; Ludmilla: Giuseppina Turra); stupendo il primo quadro, con il dialogo tra la signora e il primo figlio.

mercoledì 3 marzo 2010

teatro e Godard

Un po' d'ordine, prima di una partenza: venerdì scorso al Duse un pessimo spettacolo: La caccia di e con Luigi Lo Cascio. Che sia liberamente ispirato alle Baccanti di Euripide non è certo un titolo d'onore per il tragico greco: lo spettacolo è povero di contenuti e inutile. L'identificazione di Dioniso e del dionisismo con il consumismo attuale (come suggeriscono anche i tre spot televisivi) è arbitrario e poco convincente (semmai si può pensare all'edonismo imperante, ma il discorso sarebbe troppo lungo e non ne vale davvero la pena). Grottesca la fine del saccente critico-bambino (che ripete interpretazioni fuorvianti), sbranato prima di rivelare "il vero e unico significato della tragedia" come negli Uccelli di Hitchcock. Da dimenticare. Ed era il terzo spettacolo orrendo consecutivo.

Sabato, invece, pace fatta con Dioniso: Filumena Marturano visto all'Arena interpretato da Lina Sastri e Luca De Filippo (regia di Francesco Rosi) è puro piacere taatrale. Ben orchestrato e ritmato, lo spettacolo è retto interamente dai due bravissimi protagonisti (al di là del testo meraviglioso), ben sostenuti dai personaggi minori (ad eccezione di uno). Tradizionale, ma molto ben fatto.

Ieri sera, Lumière: Le bel indifférent (Francia 1957) di Jacques Demy, tratto da una pièce di Cocteau, ricorda molto La besita umana (hai ragione): un kammerspiel con atmosfere alla Almodovar prima maniera (pareti della camera d'albergo rossissime, telefono, donna monologante sull'orlo di una crisi di nervi e di gelosia). Piacevole.

A seguire Bande à part (Francia 1964) di Jean-Luc Cinéma Godard (come si firma nei titoli di testa): divertentissimo rivisto la terza volta (e ad ogni visione si colgono nuove citazioni: stavolta la danza dei panini di Chaplin). Una scanzonata e disimpegnata parodia dei b-movies, una storia esile e traballante in cui sono inserite continue citazioni e allusioni da critico e amante del cinema. Un triangolo amoroso l'anno precedente di Jules et Jim, un po' meno tragico (e molto più comico). Sempre geniali il minuto di silenzio interrotto, la vista lampo al Louvre, il ballo dei tre nel bar con voce over che introduce la seconda parentesi, il riassunto di ciò che è successo nei primi 5 minuti di film per gli spettatori ritardatari. La prossima volta che lo vedo mi prometto di essere meno stanco!

domenica 21 febbraio 2010

riassunto (soprattutto Godard)

4 giorni, 5 film di Godard e 1 spettacolo teatrale. Nell'ordine:

La paresse (episodio di Les Sept Péchés Capitaux, Francia-Italia 1962): piacevolissimo corto con Eddie Constantine come geniale interprete del pigro protagonista, affaticato persino dal pensiero di doversi allacciare le scarpe, dal masticare un sanwich con pane bianco e maionese e soprattutto dal doversi rivestire dopo aver fatto l'amore: perciò, pigramente, desiste.

Il nuovo mondo (episodio di Ro.Go.Pa.G, Italia-Francia 1963): non può non venire in mente la Parigi e le atmosfere (notturne) di Alphaville. Il mondo è sconvolto da alcune (presunte?) esplosioni nucleari sopra Parigi, che causano un panico sopito, il ricorso a psicofarmaci (pillole ingerite in continuazione) e la morte dei sentimenti umani, quali l'amore: l'"io ti ex amo" che sarà poi ribaltato nel finale liberatorio di Alphaville. Anche qui le donne come la protagonista Alessandra girano armate di coltello negli slip, vanno in piscina ma non ammazzano uomini condannati, ma baciano sconosciuti senza sapere perché; si dimenticano parole, come "évidemment", che diviene "absolutement"; il linguaggio diviene artificoso e non serve più alla comunicazione, ma solo vuoto ripetuto.

Les carabiniers (Francia-Italia 1963): apologo sulla guerra e sugli ultimi dell'umanità che subiscono le guerre come carne da cannone; scenari da teatro minimalista e dell'assurdo (ma l'assurdo è la drammatica realtà); dialoghi talvolta surreali, ma nel complesso ricorda molto Brecht come intento didattico e di denuncia. Le cartoline che i Ulysses e Michelange mandano alle due donne (madre-moglie e figlia-sorella, se ho ben capito), il cui contenuto è espresso dagli inquietanti cartelli con cui i due raccontano gli agghiaccianti resoconti della guerra, ritornano nel finale come atti di proprietà dei beni conquistati sul campo, pronti per essere esatti alla fine del conflitto. Invano. Molto cervellotico, ma lascia molto su cui pensare (lignuaggio, simbolismi, politica, cultura e educazione).

Le grand escroc (Francia-Italia-Giappone 1963): episodio tagliato da Les plus belles escroqueries du monde, ha per protagonista la Seberg che si aggira da reporter americana per Marrakech armata di cinepresa per un documenatrio televisivo. L'intervista al falsario che regala banconote ai poveri è un trattato di filosofia politica, talvolta un po' involuto.

Le Mépris (Il disprezzo, Francia-Italia /1963): alla terza visione e alla prima al cinema, finalmente, sono stato travolto dal film e dalla sua storia, che pure mi aveva semre affascinato ma non avevo mi afferrato fino in fondo. La fine della storia d'amore di Camille (B.B.) e Paul (Piccoli) che finisce per identificarsi con quella di Penelope e Ulisse, come confermano, ad esempio, l'interpretazione autobiografica dell'Odissea spiegata a Friz Lang da Paul e il bagno finale di Camille nuda, così come nuotava la Penelope del fim in un giornaliero. La crisi improvvisa e violenta nasce da una colpa di lui, che a giudizio di lei la abbandona al produttore come se la inducesse al tradimento: la resa dei conti dura tutta la parte centrale del film, nella loro casa: qui avviene il duello, la resa dei conti divisa in due momenti dal meraviglioso intermezzo di monologhi interiori incrociati, su immagini di momenti cronologicamente precedenti e successive. Momenti di violenza, dolcezza, tenerezza, tutto con la sensazione che l'illusione del loro amore sarebbe potuta continuare se si fosse detta o non detta una sola parola. Ciò fatalmente non può avvenire, il vaso di Pandora si apre, Camille incalzata dalle domande di Paul confessa spietatamente la fine repentina del suo amore. Da lì, come in una tragedia greca, la loro storia non può che rovinare verso l'abisso, la fine tragica di lei in fuga e la triste partenza di lui verso un futuro incerto, mentre Lang gira la scena di Ulisse che scorge per la prima volta la sua patria all'orizzonte.
Osservazioni sparse: inserti metacinematografici, come i titoli di testa recitati in voce over, a cui Truffaut renderà omaggio (molto funzionale) in Fahrenheit nel 1966; feroce critica alla volgarità e idiozia del produttore: "quando sento la parola cultura metto mano al libretto degli assegni", corretto poi da Fritz Lang, che ricorda i tempi più bui; l'apprezzare la scena del bagno della sirena nuda; la necessità di modernizzare l'Odissea; la volgarità dei soldi e del potere; a Mullholland Drive fanno pensare la parrucca nera che indossa Camille in casa e poi nel teatro di posa (le coppie che danzano su sfondo bianco con ombre molto marcate fanno pensare anche ai titoli di testa di Lynch).

Oggi pomeriggio allo Storchi di Modena Il dio della carneficina di Yasmina Reza, con la regia di Roberto Andò, interpretato da Silvio Orlando, Alessio Boni, Anna Bonaiuto, Michela Cescon: molto deludente, prima mezz'ora noiosa e senza ritmo, poi un po' troppo prevedibile, nonostante alcune risate. Un po' troppo stirachciato il finale. Da dimenticare in fretta.

lunedì 15 febbraio 2010

domenica in crescendo

Pomeriggio all'Arena per un'orripilante Andromaca con insulsa e raccapricciante regia di Alessandro Maggi, priva di qualsiasi idea teatrale e drammaturgica e capace di far recitare male anche Mascia Musy.

Sera con Il concerto (Le Concert, Francia-Italia-Romania-Belgio 2009) di Radu Mihaileanu: piacevole intrattenimento tipico di una commedia di caratteri (stavolta ebero-russi), senza pretese, giustamente inverosimile e leggera fin dalla fine dei titoli di testa, con la ricezione del fax; alti e bassi ce ne sono, ma diverte e coinvolge. Ricorda molto da vicino la struttura e la scrittura di Train de vie, specie per gli inserti gitani e per un certo stile yiddish che mette alla berlina la Russia contemporanea di oligarchi ed ex comunisti nostalgici (e certe manie dei teatri occidentali).

lunedì 8 febbraio 2010

roaster & roasted

Weekend teatrale all'Arena del Sole, un alto e un basso. Orson Welles's roast di Michele De Vita Conti (anche regia) e Giuseppe Battiston, interpretato dallo stesso Battiston è stata una piacevole sorpresa: nel fumo denso del suo sigaro e avvolto da un accappatoio bianco il fantasma di Welles si muove sulla scena, prepotente, egocentrico ed esuberante come lo era in vita. Gli episodi salienti della sua vita artistica sono narrati come in una serata per un roasted (e non per persone bollite, o fritte, o lesse...) con accento italoamericano (molto convincente), con un ritmo incalzante e con un registro comico quasi irresistibile, fin dalla battuta iniziale: "il dottore mi ha vietato di preparare cene per quattro persone, se a tavola non ci sono le altre tre". La scena è pressoché spoglia, ma i pochi oggetti sono utilizzati molto bene (il panino con sola verdura, la melanzana che diventa bambolina voodoo e poi microfono!). Uno spettacolo molto ben fatto, che mette molta curiosità.

Le signorine di Wilko, invece, di Alvis Hermanis (tratto dal romanzo di Jaroslaw Iwaszkiewicz) lascia un po' perplessi (come stile ricorda Nekrosius, senza però raggiungerlo). Lo spettacolo alterna pochi momenti belli (la scena della tomba, la scottatura della mano, il fantasma sulla scena), a troppi momenti da dimenticare (il ballo, l'impiccagione). Anzi, talvolta è molto più bello il testo recitato dell'azione scenica, che vuole essere molto evocativa, senza però riuscirci sempre. Gioverebbe una scorciata. Come se si fosse andati in scena troppo presto...

mercoledì 3 febbraio 2010

a little bit late

Causa ortografici pensieri dominanti ho ritardato il dovuto post (e sarò di ecessità sintetico).

Venerdì L'uomo che verrà di Giorgio Diritti (Italia 2009): confesso di avere dei problemi con la poetica del regista, che trovo fredda, un po' artificiosa e poco emozionante (nulla da dire sulle inquadrature e le luci: lo preferirei come semplice fotografo); hai ragione a dire che mancano adeguati riferimenti alla Storia (sarebbero state necessrie più date, o almeno una grande didascalia finale per spiegare cosa è accaduto a Marzabotto e perché); talvolta la narrazione e i dialoghi sanno di fiction televisiva; stupenda la colonna sonora.

Sabato, Imola, Teatro dell'Osservanza, La strana coppia di Neil Simon, con Mariangela D’Abbraccio e Elisabetta Pozzi (regia Francesco Tavassi): abbiamo capito che noi abbiamo qualche problema con Simon (i suoi testi sentono tutto il tempo che è passato, come A piedi nudi nel parco); dialoghi piacevoli un po' alla Sex and the city; molto piacevole il primo atto (adorabile il caos); bravi gli attori; piacevole (e forse chiediamo sempre l'eccellenza). Ma la cosa più bella è la chiacchierata nei camerini dopo lo spettacolo (con alcune gustose anticipazioni).

Domenica (partenza nevosa), Padova (sole), Teatro Verdi, Ute Lemper con lo spettacolo Last tango in Berlin. From Brecht in Berlin to the bars of Buenos Aires: travolgente, uno dei concerti più belli mai vissuti: brani di Bertolt Brecht e Kurt Weill, le canzoni di Edith Piaf e di Jacques Brel, tanghi di Astor Piazzolla e E la nave va di Nino Rota. La Lemper è un animale da palcoscenico, i musicisti sono molto bravi e meravigliose sono le contaminazioni jazz. Da ricordare Los pajaros perdidos, Maria de Buenos Aires, Mackie Messer (che inizia a tango con bandoneon solo, si trasforma in improvvisazione jazz e finisce in tango), Lili Marlene (che si trasforma in jazz con inserti dai Doors - show me the way to ne next whyski bar - con la Lemper sul pianoforte che imita con la propria voce il suono del sax). E straordinario il bis (sussurrato e sofferto) di Ne me quitte pas. E ho tralasciato tutte le emozioni provate! Uao!