sabato 31 gennaio 2009
un western deludente
Non fossi un cultore del genere, Appaloosa (Usa 2008, 116') potrebbe pure raggiungere la sufficienza: tuttavia, il film di Ed Harris (anche protagonsta) lascia ampiamente insoddisfatti. Ci sono tutti i topoi, gli elementi tipici del genere, come se volesse mostrare di conoscerlo e di svolgere un compitino per la maestra ("allora, bambini, per domani mi portate un tema di argomento western"), ma manca ritmo e personalità: l'unico momento davvero da ricordare sono i titoli di coda, per il resto... Anche una delle scene madri, il duello finale e ancora di più la sparatoria al carcere è troppo sbrigativa (come una sveltina, e in un western il pubblico non la gradisce). E fuori luogo è la colonna sonora con echi jazz!
venerdì 30 gennaio 2009
applausi a Sean Penn
Un gran film Milk di Gus van Sant (Usa 2008, 128'), con una eccellente interpretazione di Sean Penn nella parte di Harvey Milk, il primo politico gay ad essere stato eletto ad una carica pubblica negli Stati Uniti nel 1978. La storia (che si svolge tra il 1970 ed il 1978) è ben raccontata, montata e fotografata e impiega anche alcune immagini di repertorio (soprattutto nei titoli di testa).
Ciò che più colpisce sono certe affermazioni discriminatorie e razziste contro le minoranze considerate 'diverse', 'deviate', che assomigliano (troppo) a quelle di alcuni nostri politici o ecclesiastici, paladini della morale cattolica alla base (a loro dire) della nostra società e da difendere contro l'assalto del relativismo culturale portatore di corruzione della morale. Il valore della lotta di Milk consiste in questo, nel tentativo di estendere a tutti i diritti civili e l'uguaglianza sancita dalla costituzione americana, per mezzo dell'impegno attivo nella vita politica (notevole è la sua metamorfosi in vista della sua seconda campagna elettorale).
Sorprende (per mia personale ignoranza della vicenda) anche il fatto che sia stato assassinato non per motivi politici, ma quasi esclusivamente personali da un politico fallito. (E nel suo vagare per i corridoi del palazzo prima del duplice omicidio, il regista compie un'autocitazione da Elephant.)
Un film politico e prepotentemente attuale (la frequenza della parola 'speranza', l'esigenza di estendere i diritti e difendere quelli già acquisiti ma minacciati), qualcosa su cui riflettere, dopo aver digerito le emozioni.
Ciò che più colpisce sono certe affermazioni discriminatorie e razziste contro le minoranze considerate 'diverse', 'deviate', che assomigliano (troppo) a quelle di alcuni nostri politici o ecclesiastici, paladini della morale cattolica alla base (a loro dire) della nostra società e da difendere contro l'assalto del relativismo culturale portatore di corruzione della morale. Il valore della lotta di Milk consiste in questo, nel tentativo di estendere a tutti i diritti civili e l'uguaglianza sancita dalla costituzione americana, per mezzo dell'impegno attivo nella vita politica (notevole è la sua metamorfosi in vista della sua seconda campagna elettorale).
Sorprende (per mia personale ignoranza della vicenda) anche il fatto che sia stato assassinato non per motivi politici, ma quasi esclusivamente personali da un politico fallito. (E nel suo vagare per i corridoi del palazzo prima del duplice omicidio, il regista compie un'autocitazione da Elephant.)
Un film politico e prepotentemente attuale (la frequenza della parola 'speranza', l'esigenza di estendere i diritti e difendere quelli già acquisiti ma minacciati), qualcosa su cui riflettere, dopo aver digerito le emozioni.
giovedì 29 gennaio 2009
una fortunata anteprima
In un giorno 'di festa' (ein bisschen unruhig wegen einer Neuigkeit) c'è stata al Future Film Festival l'anteprima de Il curioso caso di Benjamin Button (The Curious Case of Benjamin Button) di David Fincher (Usa 2009, 166'), interpretato dagli ottimi Brad Pitt e Cate Blanchett. Il film è ben fatto ("pronto per sbancare gli Oscar", e hai ragione), commovente (c'è chi ha pianto dal primo minuto, come confessa una spettatrice davanti, o nell'ultima mezz'ora, come te), ma lontano dalla genialità e bravura del miglior Fincher. Piacevole. Da ricordare la sequenza di danza in controluce e la riflessione sulla casualità della vita che porta all'incidente della protagonista. Mostruosa la bravura dei truccatori, e la battuta rivolta a Pitt "sei perfetto".
martedì 27 gennaio 2009
il film vincitore del Torino Film Festival
Molto intenso, ma quanta sofferenza e fatica nel vedere Tony Manero (Cile-Brasile 2008, 98') di Pablo Larrain: un film che angoscia, inquieta e toglie ogni speranza nell'uomo e nella vita. Ambientato a Santiago del Cile nei primi anni della dittatura di Pinochetn (gli eventi storici sono solo accennati e contribuiscono al senso di precarietà che aleggia), il protagonista, interpretato ottimamente da Alfredo Castro (anche cosceneggiatore), fa della sua ossessione di interpretare il protagonista di Saturday night fever un mestiere, che lo porta a eliminare tutti gli ostacoli sul proprio cammino, divenendo così un indifferente angelo della morte (e agghiacciante è il finale sull'autobus dopo il concorso, ellittico ma chiarissimo nell'anticipare le intenzioni funeste del protagonista). La vita non ha alcun valore, e meno che mai gli affetti: angosciante è il lunghissimo piano-sequenza che porta Tony a sedurre sua figlia e a portarsela in camera; altrettanto vuoto è il rapporto con le altre due donne che affermano di amarlo. Disperato e disperante.
Leconte e Simenon
Ci sono poche inquadrature stonate (soprattutto nel finale) in L'insolito caso di Monsieur Hire (Monsieur Hire, Francia 1989, 81') di Patrice Leconte, che firma un buon film tratto dal romanzo Les fiançailles de monsieur Hire (Il fidanzamento di monsieur Hire) di George Simenon (che mi prometto di leggere). Tipica di Simenon è l'umanità derelitta, votata alla sconfitta e segnata dalla cattiveria: ogni personaggio, anche il più marginale, non è mai completamente buono, al di là delle apparenze, come la signora di cui si racconta desse da mangiare quotidianamente ai piccioni grano avvelenato. Molto bravi i due protagonisti, allora giovanissimi, Sandrine Bonnaire e Michel Blanc, l'una con la sua crudele ambiguità, l'altro con il suo isolamento e col suo voyeurismo che lo porta ad un amore disperato e fatale. Bello anche l'arrangiamento di Michael Nyman del quartetto op. 25 di Brahms.
Di bottiglie, sorelle e paesaggi ...
Dittico affascinante quello costruito tra sabato sera al Teatro delle Moline, con lo spettacolo Morandi (di Luigi Gozzi, regia Marinella Manicardi) con Marinella Manicardi, Alessandra Frabetti e Marina Pitta, tutte molto brave, e domenica sera al MAMbo alla splendida mostra Giorgio Morandi 1890-1964. (A seguire giro sotto la pioggia per l'Art White Night.) Dico affascinante perché lo spettacolo e la mostra si completano e si influenzano a vicenda, offrono chiavi interpretative sorprendenti e curiose: la ricerca dello straccio (giallo o verde?), la pallina (come l'hanno chiamata nello spettacolo?), Grizzana, l'ossessione per gli oggetti piccoli e semplici (che ne contengono altri al proprio interno), ma con valore trascendente nella forma e nel colore.
Lo spettacolo (in visione quasi privata: una ventina al massimo gli spettatori!) si ricorda per molti aspetti: su tutti l'affiatamento delle attrici in scena, che impersonano le tre sorelle di Giorgio Morandi, sempre nubili e votate alla sua cura (un po' come quelle di Pascoli). Molto carino è l'incipit, con le tre che si fanno oggetti di quadri ideali del pittore:

Uno dei momenti più intensi è certo il momento del caffè, quando sono rievocate le poche e scelte frequentazioni del 'maestro' (che rifiutava questo nome!), tra cui anche Monica Vitti, che lesse delle poesie proprio male. Ancora, le Alpi (troppo alte) e il loro 'colurazz', i gusti letterari e l'abitudinarietà della vita di Morandi, rievocata con grande delicatezza.
Lo spettacolo (in visione quasi privata: una ventina al massimo gli spettatori!) si ricorda per molti aspetti: su tutti l'affiatamento delle attrici in scena, che impersonano le tre sorelle di Giorgio Morandi, sempre nubili e votate alla sua cura (un po' come quelle di Pascoli). Molto carino è l'incipit, con le tre che si fanno oggetti di quadri ideali del pittore:

Uno dei momenti più intensi è certo il momento del caffè, quando sono rievocate le poche e scelte frequentazioni del 'maestro' (che rifiutava questo nome!), tra cui anche Monica Vitti, che lesse delle poesie proprio male. Ancora, le Alpi (troppo alte) e il loro 'colurazz', i gusti letterari e l'abitudinarietà della vita di Morandi, rievocata con grande delicatezza.
venerdì 23 gennaio 2009
guerra animata e memoria
Ali Forman con Valzer con Bashir (Waltz with Bashir, Israele-Germania-Francia 2008, 87') ha creato qualcosa di importante (e non solo per sé stesso, come terapia non so fino a che punto autobiografica, come si accenna nella battute iniziali): ha messo in scena le atrocità della guerra e ne ha comunicato l'orrore per mezzo dell'animazione in modo più vivo e 'vero' di quanto non avrebbe fatto un film tradizionale, con attori in carne ed ossa. Molto dice già Gabriele Romagnoli che mi segnali (Il mondo a fumetti, in La Repubblica, 13 gennaio):
Aggiungerei solo le numerose citazioni da Full metal jacket e Apocalypse now, omaggi sì, ma anche necessarie a creare il giusto mood nello spettatore. Certe parti narrative (come le parentesi olandesi) sembrano a volte ridondanti, ma hanno la funzione di pausare lo scavo nella memoria e di assimilare le emozioni e le immagini. Da ricordare anche la sequenza iniziale, l'incubo iniziale con i cani neri, e il ritorno a casa del protagonista durante una licenza, con la vita quotidiana che scorre velocissima rispetto a lui.
Quattro figure umane, nude e armate, emergono gialle accecanti dal mare nero e avanzano nella notte verso il lungomare di Beirut, traviata bellezza di palme spiumate e grattacieli deserti. Li accompagna una musica hard rock. Non sono irreali, sono iperreali. Come lo era la ragazzina bidimensionale inscritta a forza nel velo nero, in una Teheran sontuosamente claustrofobica. Come lo erano i topi nel lager. O le montagne di rifiuti che rappresenteranno un giorno l' unico paesaggio visibile sul pianeta Terra. Adesso che Valzer con Bashir ha vinto il Golden Globe per il miglior film straniero e si avvicina all' Oscar (niente patriottismi per Gomorra, si rispetti l' imbarazzo di chi dovrà scegliere), adesso è chiaro che la storia si può raccontare in un modo nuovo e più efficace: disegnandola. Oggi Bashir (e Wall-E), ieri Persepolis. Prima ancora Maus. Chiamarli fumetti o cartoni è diventato riduttivo. Se ne sono accorti perfino a Hollywood: due anni fa commisero l' errore di nominare Persepolis nella categoria "film animati" e il peccato capitale di preferirgli Ratatouille, variazione sul tema del topo fortunato. Quest' anno stanno per spedire Bashir dove gli compete: tra i film punto e basta. che le immagini siano disegnate anziché riprese è una geniale trovata di forma che non altera il contenuto, ma lo potenzia. Finita per sempre è l' epoca in cui fumetto e cartone erano sinonimi di storie a lieto fine, avventure di pura fantasia aventi per protagonisti animali umanizzati per incarnare virtù o, se proprio si doveva, blandi difetti. Art Spiegelman, con Maus ha infranto il tabù. Impadronendosi dell' invettiva nazista contro Topolino («Non è accettabile l' idealizzazione del più sporco e carico di batteri tra gli animali! Basta con le brutalizzazioni giudaiche! Basta con Topolino!») l' ha portata alle estreme conseguenze, disegnando i prigionieri nei lager come topi, i loro carnefici tedeschi come gatti (e cani gli americani, rane i francesi). Ha abbattuto una barriera e aperto una strada. Non a caso i giurati del Pulitzer, pur attribuendogli un premio speciale, lo trovarono «difficile da classificare». Non sapevano bene in quale categoria farlo rientrare, come se il lampo di genio non fosse proprio quello valica in un sol colpo tutti gli steccati e le divisioni messe giù a priori. Seduto nel suo affollato studio di New York, all' ombra delle Torri destinate a scomparire (e intitolare con la loro assenza un suo successivo lavoro), Spiegelman apriva due porte in contemporanea, facendo entrare la Storia nel fumetto e il fumetto nella storia. Perché fermarsi al passato quando è possibile, con lo stesso strumento, raccontare il presente, tentare la graphic novel in presa diretta? È quello che ha fatto poco dopo Joe Sacco con Palestina, reportage a strisce dal Medio Oriente, che proseguirà fino ad arrivare in Bosnia. Era lo spirito dei tempi. Era una scelta che si andava propagando. Uscita dall' adolescenza e dall' Iran, l' esule Marjane Satrapi voleva comunicare la sua esperienza. Ricordava soltanto l' oppressione, l' oscurità. L' inchiostro fu il suo modo di riprodurle. Un tratto semplice, come lo è la sopraffazione, rendeva ancor più intollerabile il regime. Nel passaggio dal fumetto al cartoon Persepolis ci guadagnava, accrescendo la forza di persuasione delle immagini e diventando un veicolo nascosto della contestazione, sfidando la censura più di qualunque altro prodotto culturale ("Leggere Lolita a Teheran" si è tradotto più diffusamente in "Vedere Persepolis" nella capitale iraniana). In qualche modo la linearità del tratto e il suo carattere monocromatico hanno reso universale una storia tanto particolare. E siamo al Valzer con Bashir, ultimo giro di pista della storia a fumetti. Il regista israeliano da anni spettacolarizzava i sensi di colpa, avendo scritto la versione originale della serie tv In treatment. Da altrettanto tempo ricostruiva la realtà in scala 1 a 1 attraverso la forma del documentario. Lo colse la rivelazione, gli si squarciò nella memoria il velo dipinto che aveva avvolto la sua partecipazione al massacro nel campo profughi libanese di Sabra e Shatila. Come rendere conto di questa infame epifania? Un documentario? Ne esisteva già uno. Si intitolava 2000 terroristi, titolo mutuato dall' espressione usata dal premier israeliano Sharon («Ci sono duemila terroristi in quel campo profughi»). Lo aveva girato una coppia di olandesi, cercando di metterci imparzialità e distanza, raccontando attraverso le parole dei sopravvissuti e le immagini del repertorio. L' ho visto a un festival del cinema a Beirut, nel 2004 e non aveva metà della forza di "Bashir". Impossibilitato a tornare sui luoghi l' israeliano li evoca e li colora. La storia diventa ancor più tremenda per due motivi: non è raccontata dalla parte delle vittime, ma da quella dei carnefici (volendo distinguere, dei loro complici). Ma soprattutto, come già l' Iran della Satrapi, il Libano di Folman trova nella sua rappresentazione animata una definitiva collocazione nel regno della ferocia. Non c' è più nessuna via di scampo: anche i personaggi disegnati non hanno riscatto, anche i loro gesti, per forza di cose limitati perché inscritti nelle limitate possibilità della struttura, sono gesti di morte. Più lontano dalla realtà significa, in questo come nel caso di Maus, più vicino alla follia. È un percorso senza ritorno che sdogana il fumetto e il cartone come forme d' arte, li sottrae alla provincia del giovanilismo, li rende universale messinscena del male della storia, tanto più efficace quanto in teoria incapace di essere feroce. Tutta la violenza che abbiamo sempre visto come irreale nei quotidiani massacri che infliggevano gli struzzi ai coyote, gli scoiattoli ai paperi, diventa qui reale, iperreale. Diventa storia a colori per generazioni che non hanno voluto saperne, che hanno sperato di dimenticare evitando qualche libro, un documentario, la pedante versione di superstiti da sempre confinati nel girone dei disperati. Invece, a tradimento, la verità li aspettava proprio dove aspettava Folman, a un soffio dal fondo del pozzo dell'oblio: in un sogno a tinte forti, con personaggi dalle facce smussate e un sottofondo di musica hard rock. In un cartone così animato, da potersi permettere di raccontare la perdita dell'anima.
Aggiungerei solo le numerose citazioni da Full metal jacket e Apocalypse now, omaggi sì, ma anche necessarie a creare il giusto mood nello spettatore. Certe parti narrative (come le parentesi olandesi) sembrano a volte ridondanti, ma hanno la funzione di pausare lo scavo nella memoria e di assimilare le emozioni e le immagini. Da ricordare anche la sequenza iniziale, l'incubo iniziale con i cani neri, e il ritorno a casa del protagonista durante una licenza, con la vita quotidiana che scorre velocissima rispetto a lui.
giovedì 22 gennaio 2009
un musical mancato
Jacques Demy aveva pensato ad un musical per il suo Lola, donna di vita (Lola, Francia 1961), un melò che fin dal titolo intende richiamare il personaggio interpretato da Marlene Dietrich. Un film scanzonato (anche nelle assurde illuminazioni: il sole di mezzogiorno alle otto di sera!), leggerissimo e a suo modo divertente (la sala ride), ma non entusiasmante. La Nausea di Sartre capovolta in registro comico, mescolato con un intreccio di commedia amorosa, così si può riassumere il film. Nulla di più, purtroppo.
lunedì 19 gennaio 2009
il fascino estetico di Resnais
Ed ecccoci ad Hiroshima, mon amour (Francia-Giappone 1959) di Alain Resnais, rivisto al Lumière ieri sera dopo ormai 4 o 5 anni (e fanno 3 volte, anche se la prima l'ho mezza dormita). Ogni volta questo film mi colpisce ed emoziona in modo differente: ieri ho notato l'affinità con il finale dell'Eclisse di Antonioni per quanto riguarda le riprese di Hiroshima, sempre semantiche ed evocative, non solo nella sezione documentaristica iniziale, ma anche e soprattutto nella parte centrale-terminale. (La recitazione antinaturalista e teatrale dei protagonisti, specie quella femminile, mi ha ricordato invece Isabelle Huppert in Psychosis 4.48 di Sara Kane visto anni fa al Piccolo.)
Mi chiedi: "non è difficile per un uomo comprendere il film e seguire i pensieri della protagonista?" Certo che sì, è molto difficile, anche perché la sceneggiatura della Duras è un piccolo capolavoro di densità, è estremamente evocativa e polisemantica, per cui non credo di aver afferrato tutto neppure stavolta. I sentimenti della protagonista, la sua follia d'amore (il graffiarsi le mani in cantina, il sangue, il grido), il suo terrore dell'inevitabile oblio della persona amata, il suo sovrapporre l'amore del passato con quello presente (la mano dei due che si sovrappongono nella dissolvenza incrociata) mi suscitano ogni volta sensazioni, pensieri ed emozioni sicuramente diverse dalle tue, che sento però complementari e profonde. Si tratta, in un certo senso, di umiltà: mi metto ad ascoltare e provo a capire con pazienza, ce la metto tutta, forse non ci arriverò e dovrai portarmi per mano fin là.
Resta su tutto la ricchezzaa e la potenza delle parole e delle immagini, l'emozione (fredda, anzi glaciale) della sovrapposizione di due amori diversi ed entrambi perduti, di piani di lettura molteplici, dalla pura contingenza amorosa dei protagonisti all'allegoria (la protagonista francese che impersona i vincitori della guerra si innamora perdutamente prima di un tedesco e poi di un giapponese, entrambi annientati dalla Storia; inoltre il fatto che Hiroshima e Névers, come si chiamano alla fine i due protagonisti, non si incontreranno mai più nella loro vita, a meno di una nuova guerra e i continui riferimenti all'oblio possono essere letti anche così, oltre che sul piano letterale).
Resta, anche questa volta, la fatica della visione, la sala religiosamente silenziosa, il problema della memoria che svanisce, il tempo che cancella e che ritorna diverso e uguale, l'uomo e la sua follia (bellica e amorosa), il dolore, la passione, l'amore.
Mi chiedi: "non è difficile per un uomo comprendere il film e seguire i pensieri della protagonista?" Certo che sì, è molto difficile, anche perché la sceneggiatura della Duras è un piccolo capolavoro di densità, è estremamente evocativa e polisemantica, per cui non credo di aver afferrato tutto neppure stavolta. I sentimenti della protagonista, la sua follia d'amore (il graffiarsi le mani in cantina, il sangue, il grido), il suo terrore dell'inevitabile oblio della persona amata, il suo sovrapporre l'amore del passato con quello presente (la mano dei due che si sovrappongono nella dissolvenza incrociata) mi suscitano ogni volta sensazioni, pensieri ed emozioni sicuramente diverse dalle tue, che sento però complementari e profonde. Si tratta, in un certo senso, di umiltà: mi metto ad ascoltare e provo a capire con pazienza, ce la metto tutta, forse non ci arriverò e dovrai portarmi per mano fin là.
Resta su tutto la ricchezzaa e la potenza delle parole e delle immagini, l'emozione (fredda, anzi glaciale) della sovrapposizione di due amori diversi ed entrambi perduti, di piani di lettura molteplici, dalla pura contingenza amorosa dei protagonisti all'allegoria (la protagonista francese che impersona i vincitori della guerra si innamora perdutamente prima di un tedesco e poi di un giapponese, entrambi annientati dalla Storia; inoltre il fatto che Hiroshima e Névers, come si chiamano alla fine i due protagonisti, non si incontreranno mai più nella loro vita, a meno di una nuova guerra e i continui riferimenti all'oblio possono essere letti anche così, oltre che sul piano letterale).
Resta, anche questa volta, la fatica della visione, la sala religiosamente silenziosa, il problema della memoria che svanisce, il tempo che cancella e che ritorna diverso e uguale, l'uomo e la sua follia (bellica e amorosa), il dolore, la passione, l'amore.
domenica 18 gennaio 2009
appunti sulla Nouvelle Vague (Godard e Malle)
Al Cinema Lumière (a proposito, auguri in ritardo per la festa di ieri, 25 anni portati bene) è in corso una retrospettiva sulla Nouvelle Vague, un modo per rivedere alcuni film molto belli, vederne di mai visti e rifletterci sopra a distanza. Giovedì doppio Godard con Vivre sa vie (Questa è la mi vita, Francia 1962) e Une femme est une femme (La donna è donna, Francia 1961), mentre venerdì Le feu follet (Fuoco fatuo, Francia-Italia 1963) di Louis Malle, preceduto dall'inguardabile Le chant du styrène di Alain Resnais, un documentario avanguardista sulla plastica di cui "il tacer è bello".
La nota comune resta la perizia tecnica della regia, accurata e manierista (specie Godard, come nella sequenza della revolverata di Vivre sa vie), ma le differenze restano enormi: il vero denominatore comune dei registi della Novelle vague pare essere solo l'adesione alla critica cinematografica militante e la volontà di incidere sulla storia del cinema e di rivivificarlo: per raggiungere questo fine, però, ciascun regista agisce nel modo più personale e antidogmatico per eccellenza (e il riferimento a Dogma 1995 e tutt'altro che casuale). Malle (e Resnais, di cui dirò meglio dopo il film di stasera) lavora su un piano più freddamente intellettuale e filosofico, raccontando il premeditato suicidio del protagonista alcolista e malato d'amore con sofistiche inquadrature (mentre lo spettatore in sala soffre le pende dell'inferno, nel frattempo): sofistiche - ma non prive di bellezza - come quella al party in casa di amici, dove il suo sfogo da ubriaco è accompagnato dal ritmo franto delle inquadrature, o, all'inizio, la scena nell'hotel con l'altra donna amata (che ricorda l'incipit di Hiroshima mon amour), o ancora l'aggirarsi del protagonista nella sua stanza presso la casa di cura attraverso le foto della moglie e dell'amante ed attraverso tutti i suoi ricordi.
I due film di Godard, invece, pur nella loro diversità, mantengono un tasso tecnico decisamente più alto (proprio di un tecnico maniacale della moviola): in entrambi la scena è dominata da Anna Karina, che ha l'onore della pointe finale in Une femme est une femme (con gioco di parole annesso). Questo film, tra l'altro, mi sembra quasi una meteora nella seriosità della produzione del regista, dato che sceglie il registro comico da commedia musicale: divertentissimi sono l'invenzione di una grammatica amorosa tramita una combinatoria di titoli di libri (preludio a futuri giochi linguistici del Godard più criptico), il lancio dell'uovo al tegamino (da slapstik), i battibecchi tra i due innamorati e l'ingresso di Belmondo nel triangolo amoroso. Sempre comiche e metacinematografiche sono anche le sue battute su Au bout de souffle in televisione e il dialogo con Jeanne Moreau sul contemporaneo Jules et Jim.
Un processo analogo, ma su un registro più impegnato e serio, si verifica anche nella celeberrima scena di Vivre sa vie, quando la protagonista entra al cinema a vedere La passion de Jeanne d'Arc di Dreyer e si assiste ad una sovrapposizione tra le due protagoniste. O ancora nel passaaggio di fronte al cinema in cui proiettano proprio Jules et Jim. Nel complesso è un film a emozioni volutamente alterne, in cui momenti commoventi (come l'interrogatorio alla polizia e il finale) sono intervallati a squarci documentaristici sulla vita di una prostituta parigina. (La stessa disomogeneità si riscontra, tra l'altro, anche in Le mépris.) Film, in ogni caso, molto belli nelle loro differenze e nel loro voler essere sperimentali a tutti i costi.
La nota comune resta la perizia tecnica della regia, accurata e manierista (specie Godard, come nella sequenza della revolverata di Vivre sa vie), ma le differenze restano enormi: il vero denominatore comune dei registi della Novelle vague pare essere solo l'adesione alla critica cinematografica militante e la volontà di incidere sulla storia del cinema e di rivivificarlo: per raggiungere questo fine, però, ciascun regista agisce nel modo più personale e antidogmatico per eccellenza (e il riferimento a Dogma 1995 e tutt'altro che casuale). Malle (e Resnais, di cui dirò meglio dopo il film di stasera) lavora su un piano più freddamente intellettuale e filosofico, raccontando il premeditato suicidio del protagonista alcolista e malato d'amore con sofistiche inquadrature (mentre lo spettatore in sala soffre le pende dell'inferno, nel frattempo): sofistiche - ma non prive di bellezza - come quella al party in casa di amici, dove il suo sfogo da ubriaco è accompagnato dal ritmo franto delle inquadrature, o, all'inizio, la scena nell'hotel con l'altra donna amata (che ricorda l'incipit di Hiroshima mon amour), o ancora l'aggirarsi del protagonista nella sua stanza presso la casa di cura attraverso le foto della moglie e dell'amante ed attraverso tutti i suoi ricordi.
I due film di Godard, invece, pur nella loro diversità, mantengono un tasso tecnico decisamente più alto (proprio di un tecnico maniacale della moviola): in entrambi la scena è dominata da Anna Karina, che ha l'onore della pointe finale in Une femme est une femme (con gioco di parole annesso). Questo film, tra l'altro, mi sembra quasi una meteora nella seriosità della produzione del regista, dato che sceglie il registro comico da commedia musicale: divertentissimi sono l'invenzione di una grammatica amorosa tramita una combinatoria di titoli di libri (preludio a futuri giochi linguistici del Godard più criptico), il lancio dell'uovo al tegamino (da slapstik), i battibecchi tra i due innamorati e l'ingresso di Belmondo nel triangolo amoroso. Sempre comiche e metacinematografiche sono anche le sue battute su Au bout de souffle in televisione e il dialogo con Jeanne Moreau sul contemporaneo Jules et Jim.
Un processo analogo, ma su un registro più impegnato e serio, si verifica anche nella celeberrima scena di Vivre sa vie, quando la protagonista entra al cinema a vedere La passion de Jeanne d'Arc di Dreyer e si assiste ad una sovrapposizione tra le due protagoniste. O ancora nel passaaggio di fronte al cinema in cui proiettano proprio Jules et Jim. Nel complesso è un film a emozioni volutamente alterne, in cui momenti commoventi (come l'interrogatorio alla polizia e il finale) sono intervallati a squarci documentaristici sulla vita di una prostituta parigina. (La stessa disomogeneità si riscontra, tra l'altro, anche in Le mépris.) Film, in ogni caso, molto belli nelle loro differenze e nel loro voler essere sperimentali a tutti i costi.
a proposito di domenica scorsa
dopo il pomeriggio al Pratello, interpretazioni da conservare:
(con il testo originale non censurato)
(con il testo originale non censurato)
mercoledì 14 gennaio 2009
Zotto!
Senza parole, pure emozioni, tango puro e acrobatango. Grazie, grazie, grazie! Come si possono descrivere simili magie e velocità di movimenti, senza sbavature? Due ore di ballo con Miguel Angel Zotto e la sua compagnia nello spettacolo al Manzoni accompagnate da un eccellente quartetto (anonimo). Divertenti, tra i momenti di ballo tra uomini (una simulazione di scuola) e il ballo a fil di palcoscenico.
domenica 11 gennaio 2009
duelli di parole
La verità non conta, conta solo vincere la causa per cui si viene pagati. Che James Stewart sia convinto della premeditazione del tenente nell'aver ucciso l'uomo che ha (forse) violentato sua moglie non ha alcun valore, dal momento che, in veste di avvocato difensore, è (meglio, sarebbe) pagato per scagionare il suo cliente. Anatomia di un delitto di Otto Preminger (Anatomy of a Murder, Usa 1959, 160'), ambientato prevalentemente nell'aula di un tribunale, è un film che celebra il potere della parola, utilizzato non al servizio del bene o dell'accertamento della verità dei fatti, ma solo come arma. L'aula è un teatro e un arena di gladiatori contemporaneamente, il sangue scorre in modo metaforico e la regia è ecellente nel ricercare e nel sottolineare il duello a fil di lingua. Da ricordare, ad esempio, è l'interrogatorio alla moglie del tenente fatto dall'avvocato accusatore, che si interpone tra la teste e Stewart, che si sporge e si sposta continuamente e protesta con il giudice.
Belle le musiche di Duke Ellington (con cammeo) e la fotografia, specialmente l'inquadratura notturna del dialogo tra Stewart e la moglie del tenente al campeggio delle roulotte.
Belle le musiche di Duke Ellington (con cammeo) e la fotografia, specialmente l'inquadratura notturna del dialogo tra Stewart e la moglie del tenente al campeggio delle roulotte.
sabato 10 gennaio 2009
venerdì 9 gennaio 2009
cpt statunitensi
Abituati alla situazione italiana, spesso si corre il rischio di dimenticare che le pessime abitudini nei confronti degli immigrati riguardano anche altre democrazie: a ricordarlo provvede il bel film di Thomas McCarty, L'ospite inatteso (The visitor, Usa 2007, 104'), con la triste storia del siriano Tarek, clandestino ma perfettamente e felicemente integrato nella vita di New York (fotografata nella sua bruttezza, hai ragione). Ma la storia racconta anche lati piacevoli al ritmo di jambé, che il professore fallito Walter Vale impara a conoscere e suonare: e molto bella è l'ultima sequenza in metropolitana, quando realizza il sogno mai realizzato né più realizzabile di Tarek: mentre suona in mezzo ai treni che passano sfoga tutta la sua rabbia per l'amico perduto, per l'amore partito per sempre (la madre di Tarek) e, chissà, per la sua vita sprecata sino a poche settimane prima dell'incontro con loro).
In certi momenti il personaggio di Walter, interpretato da Richard Jenkins, mi ha ricordato il grande Servillo de Le conseguenze dell'amore; va detto che tutti i quattro protagonisti sono molto bravi nella caratterizzazione dei personaggi, anche in considerazione dei molti primi piani.
Da ricordare anche la sequenza sulle scale, con inquadratura dal basso, con il rimprovero a Tarek fattogli dalla sua ragazza Zainab e con la riappacificazione interrotta dalla comparsa del professore in alto.
In certi momenti il personaggio di Walter, interpretato da Richard Jenkins, mi ha ricordato il grande Servillo de Le conseguenze dell'amore; va detto che tutti i quattro protagonisti sono molto bravi nella caratterizzazione dei personaggi, anche in considerazione dei molti primi piani.
Da ricordare anche la sequenza sulle scale, con inquadratura dal basso, con il rimprovero a Tarek fattogli dalla sua ragazza Zainab e con la riappacificazione interrotta dalla comparsa del professore in alto.
mercoledì 7 gennaio 2009
comicità sul nulla
Mi pare questa la sintesi di Burn after reading dei fratelli Coen (Usa 2008, 96') visto ieri sera al Lumière in lingua originale. La vita e gli eventi sono esclusivamente frutto del caso, la volontà umana non conta nulla e se qualcuno ottiene qualcosa (un lifting) non è certo per le scelte e le azioni compiute, se non molto indirettamente. Certo, si ride, il film è divertente, puro entertainment, ma bastano due minuti per dimenticarlo: troppo, troppo debole anche per una commedia. (Non oso immaginare la versione doppiata: Brad Pitt che fa la parte dell'imbecille istruttore di body building con un linguaggio di 20 parole, tra cui shit è la più ricorrente, George Clooney e John Malkovich con fuck e derivati sono buffi, ma mere maschere.)
lunedì 5 gennaio 2009
risate e danza
Riassunto di due giorni: sabato sera all' Arena del sole Vita e miracoli di un commesso viaggiatore, con Vito e Maria Pia Timo: molto divertente, comicità tutta bolognese e per iniziati (pugnette, stradelli guelfi, ...).
Domenica pomeriggio digestiva al Duse Amor de tango, balletto con, tra gli altri, Raffaele Paganini su musiche di Gardel e Piazzolla suonate live dal trio Adeòn (pianoforte, clarino, violoncello: molto bravi, ma si sente la mancanza di un violino e/o bandoneòn, purtroppo). Nessun passo di tango, ma balletto classico, per cui non mi sento di dire nulla, non ho i mezzi (alcune coreografie belle, altre meno).
Domenica pomeriggio digestiva al Duse Amor de tango, balletto con, tra gli altri, Raffaele Paganini su musiche di Gardel e Piazzolla suonate live dal trio Adeòn (pianoforte, clarino, violoncello: molto bravi, ma si sente la mancanza di un violino e/o bandoneòn, purtroppo). Nessun passo di tango, ma balletto classico, per cui non mi sento di dire nulla, non ho i mezzi (alcune coreografie belle, altre meno).
sabato 3 gennaio 2009
she ain't no angel
Ancora un film attorno al codice Hays, Non sono un angelo (I'm no angel, Usa 1933, 84') di W. Ruggles con Mae West e Cary Grant: divertente, ma come per Disonorata, ingiudicabile causa doppiaggio. Geniali alcune battute (- E lei che mestiere fa? – L'uomo politico. – Neanche a me piace lavorare) ed il processo finale, con Mae West che controinterroga i suoi passati amanti, smontandoli uno ad uno. Da rivedere in lingua!
venerdì 2 gennaio 2009
... et commencer avec Paolini!
Grazie a La7 che ha trasmesso in diretta e senza pubblicità il nuovo spettacolo teatrale di Marco Paolini, La macchina del capo: un modo stupendo di cominciare il 2009.
Uno spettacolo emozionante, in cui Paolini, accompagnato da Lorenzo Monguzzi dei Mercanti di Liquore, impersona il suo alter ego Nicola, rievocando un mondo quasi preistorico, gli anni Sessanta. Ricordi di povertà, di scuole elementari (con la gomma e l'inchiostro), di giochi di bambini (il calcio, con il pallone che finisce inevitabilmente dalle suore, le olimpiadi), la colonia (un terrore di generazioni passate). Molto divertente e malinconico al punto giusto nella rievocazione di un mondo perduto.
Belle le musiche e la scenografia, semplice ma efficace: il palco è un'enorme lavagna corredata di grandi gessi, coi quali Marco stilizza il suo mondo, alla maniera di un bambino, poi proiettati sulla facciata che fa da sfondo insieme ad altri disegni; un filo per i panni, su cui sono stesi una malgietta, un paio di calzoni corti e uno di calze, tutti giganti; due matitone e una grande gomma per cancellare l'inchiostro.
La morale della storia, come dice Paolini, è proprio questa: "il difficile è scancellare".
Uno spettacolo emozionante, in cui Paolini, accompagnato da Lorenzo Monguzzi dei Mercanti di Liquore, impersona il suo alter ego Nicola, rievocando un mondo quasi preistorico, gli anni Sessanta. Ricordi di povertà, di scuole elementari (con la gomma e l'inchiostro), di giochi di bambini (il calcio, con il pallone che finisce inevitabilmente dalle suore, le olimpiadi), la colonia (un terrore di generazioni passate). Molto divertente e malinconico al punto giusto nella rievocazione di un mondo perduto.
Belle le musiche e la scenografia, semplice ma efficace: il palco è un'enorme lavagna corredata di grandi gessi, coi quali Marco stilizza il suo mondo, alla maniera di un bambino, poi proiettati sulla facciata che fa da sfondo insieme ad altri disegni; un filo per i panni, su cui sono stesi una malgietta, un paio di calzoni corti e uno di calze, tutti giganti; due matitone e una grande gomma per cancellare l'inchiostro.
La morale della storia, come dice Paolini, è proprio questa: "il difficile è scancellare".
giovedì 1 gennaio 2009
pour terminer avec Marlene ...
Dopo aver perso durante l'edizione di quest'anno del Cinema ritrovato Disonorata (Dishonored, USA 1931, 87') dell'accoppiata Sternberg-Dietrich (l'unico che mancava), dopo l'articolo di Irene Bignardi sul codice Hays e dopo che lo hai ritrovato registrato da un Ghezzi lontano, non si poteva che finire così... doppiaggio italiano folle e straniante che non permette di formulare un giudizio vero e proprio, anche se il film è così così. E ha ragione il Mereghetti sulla scena finale, con Marlene di fronte al plotone d'esecuzione nei suoi vecchi abiti da prostituta che si sistema le calze: irriverente!
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