martedì 31 marzo 2009

"sofficiosa sei"

Ponyo sulla scogliera di Miyazaki (Giappone 2008, 100') è un piacevole ritorno all'infanzia: storia esile e fiabesca, eccellenti disegni, coinvolgente. Stupendi i primi tre quarti d'ora nella loro fantasia creativa (lo tsunami di pesci-acqua di mare è puro genio), più controllata nella seconda parte. Davvero carino!

lunedì 30 marzo 2009

non hai perso nulla

Si può vivere lo stesso senza Two lovers (di James Gray, Usa 2008, 100'), visto ieri al Lumière in lingua: ricorda un po' Match point, senza però la profondità di Woody Allen. Non male la scena iniziale (il tuffo-tentato suicidio) ed il finale (certo scontato), ma, nel complesso, nulla di nuovo sotto il sole. Film da domenica pomeriggio, sul divano davanti alla tv, sonnecchiando tra un sorso di the e l'altro.

domenica 29 marzo 2009

Ragazze!

Sempre piacevoli, divertenti ed intelligenti gli spettacoli di Lella Costa: Ragazze nelle lande scoperchiate del fuori (di Lella Costa, M. Cirri e Giorgio Gallione, regia di Giorgio Gallione) non si sottrae certo a questa definizione. Brillante lo spunto del mito di Orfeo ed Euridice, geniali le false etimologie disseminate per il testo, echi di canzoni (De André su tutti, ma non solo), riflessioni sulla condizione femminile (il ciclo, il punto g, la pensione). E un finale esilarante (il dialogo tra Eva, che scopre la forza di gravità, e il dio del Genesi che è donna!). Merci Lella!

sabato 28 marzo 2009

parole abusate...

... che mi prometto di non pronunciare mai più, cantava qualcuno: da evitare sono 'assolutamente', 'piuttosto che', 'nonché'. Idiosincrasie da correttore di bozze?

La parola

È un piacere rivedere dopo anni (almeno 5) Ordet di Dreyer (Danimarca 1954) al Lumière: un film di cui ricordavo immagini (il padre che chiama Johannes sulla collina mentre sventolano i lenzuoli al vento), ma non avrei saputo più raccontare. Questa volta mi ha colpito la geometria pittorica delle inquadrature e le studiate prospettive dei piani sequenza. Ricordavo la densità tematica, la serietà filosofica con cui il regista affronta due temi enormi come la fede e la morte. Ma ciò che più mi ha sorpreso è il finale: nella mia memoria il film finiva due inquadrature prima, senza la confessione di Mikkel alla moglie Inger di aver ritrovato la fede, il carnale bacio di lei (amore, fede e morte: viene in mente la Merini e tanta altra letteratura mistica), e la tripetizione finale della parola 'vita'.

lunedì 23 marzo 2009

rivisitando Pirandello

Piacevole scoperta quella di Happy family di Alessandro Genovesi (con Gabriele Calindri, Linda Gennari, Elisa Langone, Martina Galletta, Roberta Rovelli, Corinna Agustoni, Alessandro Genovesi, Jean-Christophe Potvin, Olga Rossi, Massimiliano Speziani) visto al Duse (ringrazio per la segnalazione). Quello che più mi colpisce nella leggerezza brillante della commedia è l'idea di trasformare e rivisitare in chiave moderno-nevrotica i Sei personaggi. Genovesi, l'autore-attore, interpreta infatti un moderno Pirandello e si pone sulla scena in prima persona al posto del capocomico: egli compone sul proprio Mac un romanzo che viene agito dagli altri attori, ma ben presto è risucchiato dal mondo che ha creato. Come Alice, entra nella propria fantasia e se ne innamora (in tutti i sensi), cerca di dominarla, ma ne è coinvolto fino alla fine della propria opera creativa. In questo mondo egli diviene migliore, ben lontano dalla squallida realtà autobiografica, fatta di prostitute cinesi e una vita triste e solitaria, come gli rinfacciano i personaggi in scena quando esita a partecipare alla cena organizzata (la recitazione all'unisono ricorda uno dei momenti più esilaranti de Le cognate: la tombola!).
Divertenti (e altrettanto pirandelliane) sono poi le richieste dei suoi personaggi (per avere più battute, più spazio), l'incipit con la presentazione dei personaggi che si mettono a ballare, l'impostazione cinematografica, i falsi finali. E geniale è il cane che pensa e parla in francese: esilarante!

sabato 21 marzo 2009

superficialità di una storia

Quinta (o quarta) delusione cinematografica della stagione: The reader (di Stephen Daldry, Usa-Germania 2008) è da evitare! Banale, anzi 'posticcia' la storia (il problema morale e l'Olocausto sembrano puri pretesti), un'americanata nel senso deteriore del temine, un inizio da porno-soft fine a se stesso, inconcludente, brutto insomma! Senza dire dell'incongruenza di usare libri inglesi a Berlino, o che Kate Winslet, tedesca, impari a leggere su un libro in inglese: follie...

giovedì 19 marzo 2009

echi di tanghi in Capossela?

considerazioni mattutine:
vuelvo al sur
como se vuelve siempre al amor

A. Piazzolla-F. Solanas, Vuelvo al sur

sud
fuga dell'anima tornare a sud
di me
come si torna sempre all'amore

V. Capossela, Camera a sud

***

qué ganas de llorar
en esta tarde gris,
en su repiquetear
la lluvia habla de ti.

M. Mores-J.M. Contursi, En esta tarde gris

ti prego chiamami tesoro adesso
mentre piove e l’aria è fredda
e ogni goccia d’acqua che mi sta bagnando
mi parla un po’ di te

V. Capossela, Orfani ora

domenica 15 marzo 2009

proprio no

Spiace dirlo, ma Alla meta di Thomas Bernhard, diretto e interpretato da Teatrino Giullare, è lo spettacolo più brutto e deludente della stagione. So bene che ha vinto il premio Ubu 2006, che fa parte di una trilogia, che ha ricevuto elogi quasi unanimi da parte della critica, ecc.: ciò non toglie che lo spettacolo sia noioso (e bene ha fatto una coppia ad andarsene dopo mezz'ora). Cosa rimane alla fine? Che cosa si intende comunicare con l'uso dei manichini e delle voci microfonate? E con la lampada-faro? Forse l'automatismo dell'esistenza? La ripetitività delle vite dei personaggi (e di noi spettatori)? L'essere parte dell'enorme teatro del mondo? La deformità dell'essere? La paralisi dell'azione e della vita? La conflittualità genitore-figli? (Tutti questi sono temi del grandissimo autore austriaco, è ovvio.) Se così fosse, se l'intento è tanto alto, allora bisognerebbe eliminare la dizione bolognese, che abbassa di molto il tono! Ma, in generale, la sperimentazione di questa forma espressiva (l'uso di manichini), per quanto tecnicamente apprezzabile, non arricchisce il testo rappresentato, bensì lo immiserisce in un mero schematismo formale.

sabato 14 marzo 2009

"uno spettacolo sulla fisica? tu???"

Imperdibile la messa in scena di Copenaghen di Michael Frayn, regia Mauro Avogadro, con Umberto Orsini, Massimo Popolizio e Giuliana Lojodice: il testo è denso, difficile e sicuramente faticoso per un venerdì sera, ma la fatica vale tutta. I tre attori sono impeccabili, con Orsini nel ruolo di Niels Bohr, la Lojodice in quello di sua moglie e Popolizio che interpreta Eisemberg: molto sobri, anzi austeri, vestiti di grigio come si conviene ad un aldilà indefinito, si muovono attraverso la scena come elementi, anzi come elettroni e particelle, secondo orbite 'indeterminate' ma precise. Nella ricostruzione tripetuta dell'incontro avvenuto a Copenaghen nel 1941 emergono tuti i contrasti tra i due, le fatiche e i contrasti insiti nella ricerca scientifica, le rivalità e gli scrupoli morali sulla libertà di pensiero e di azione, una seduta psicanalitica (guidata spesso dalla Lojodice), un agone e una rievocazione di un'amicizia in apparenza solida. Appassionante è l'assidua e inesausta ricerca della verità (intangibile) delle azioni umane (tutto comincia con la domanda: "perché Eisemberg venne a far visita al suo maestro Bohr quel giorno del settembre 1941?"), per arrivare ad una versione condivisa, oggettiva, 'scientifica', anche se in fondo falsa, perché si tratta sempre di una ricostruzione post mortem rappresentata su di una scena.
Infine va menzionata anche la scena, anch'essa particolare: in leggera discesa, un emiciclo di un'aula universitaria delimitata da lavagne riempite di formule.

martedì 10 marzo 2009

nec satiati

Lascia un po' così, con le aspettative (forti) non del tutto soddisfatte, Le regole del saper vivere nella società moderna di Jean-Luc Lagarce visto domenica al Teatro delle Moline. Molto buone sono sia la regia di Marinella Manicardi che l'interpretazione di Alessandra Frabetti, in bilico tra cinismo, conformismo e momenti di finto smarrimento. Invece è proprio il testo a sembrare non del tutto graffiante: la critica feroce alla società ed alle sue vuote regole e cerimonie sociali resta quasi in sordina, sullo sfondo di un catalogo di occasioni e rituali codificati, che hanno, mi pare, il sapore di vecchio e di troppo lontano dall'attuale sensibilità. In un certo senso è un testo che suona oggi datato, non tanto nella critica alle convenzioni, ma proprio alle occasioni di cui si parla: esiste ancora ai giorni nostri un fidanzamento fatto così come viene descritto (e prescritto)? E il lutto di una vedova si porta ancora così? E proprio la distanza di tali eventi - sottolineata dalle immagini tratte dall'Archivio nazionale dei film di famiglia - contribuisce a depotenziare l'intento iconoclasta: da qui l'uscire dal teatro non completamente 'saziati'.

domenica 8 marzo 2009

rapsodia jazz

Gran concerto quello di venerdì 6 al teatro Manzoni con l'orchestra e coro del Teatro Comunale di Bologna diretto da Wayne Marshall: straordinaria la prima parte, con Rhapsody in blue di George Gershwin (suonata ad un ritmo indiavolato) e soprattutto la Nutcracker suite di Čajkovskij nella versione di Duke Ellington e Bill Strayhorn (adattamento orchestrale Jeff Tyzik). Belle anche le Danze Polovesiane da Il principe Igor di Aleksandr Borodin, più difficile la Sinfonia n. 2 in Si minore "Eroica". Sia lode ai last minute!

venerdì 6 marzo 2009

la terza (o quarta) delusione

Dopo La terra degli uomini rossi, Home e forse Happy go lucky ("ma ritorna troppo spesso, e ti ricorderai sempre di Poppy e di Erra-a") arriva l'ennesima delusione cinematografica della stagione: Il dubbio (Doubt, di John Patrick Shanley, con Meryl Streep, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams, Usa 2008). Debole, sciatto per quanto riguarda la regia e la sceneggiatura e non salvato dai pur bravi protagonisti. Da dimenicare in fretta.

domenica 1 marzo 2009

f.p. vs i.m.

Interessante la lettura fatta dal Teatro delle albe de La canzone degli F.P. e degli I.M. (capolavoro novecentesco di Elsa Morante) vista poco fa al Teatro san Martino. Pochi tagli al testo, che viene interpretato (a luci accese) da un matto di una casa di cura (un f.p.), tenuto (più o meno) a bada da due rudi infermieri e un medico (tre i.m.). Molto movimento (anche in mezzo al pubblico) e alcune situazioni divertenti, che sfruttano il testo per rappresentare nella pratica la continua sfida dei 'felici pochi' al grigiore degli 'infelici molti'. L'unica critica è proprio insita in questa scelta, che rischia forse di appiattire un testo molto complesso e vivo, facendo leva su di un'unica lettura, che, va detto, resta certamente interessante e stimolante: che sia un matto a farsi portavoce di questo canto di dolorosa speranza e di profonda e poetica utopia rende in qualche modo il messaggio ancora più disperato e non divertente, come invece è avvertito durante l'azione scenica.

parlare d'altro

Per reagire ad una domenica piovosa e fredda di brutte notizie, di tristezze, di parole amare, di sguardi spenti, di ospedali, di vita morente sento la necessità, quasi l'urgenza, di pensare ad un viaggio berlinese e a ripensare al nostro weekend, ai due spettacoli molto diversi visti all'Arena del Sole.

Venerdì L'accompagnatrice, tratto dal romanzo breve di Nina Berberova (che ricorda per certi aspetti la trama del film La voltapagine), con Micaela Esdra (regia Walter Pagliaro): uno spettacolo potenzialmente emozionante, ma reso in modo troppo freddo e schematico, con parole e musica (suonata al pianoforte live) che non riescono mai davvero a sposarsi, rimanendo quasi sempre estranee tra loro. Mi piace ricordare solo il palcoscenico pieno di spertiti spiegazzati e il momento in cui l'accompagnatrice Soniecka ricorda l'incontro furtivo tra la sua 'padrona' e l'amante in un locale di Parigi.

Molto differente è invece l'Enrico IV di Pirandello, con Ugo Pagliai e Paola Gassman (regia Paolo Valerio): una messa in scena tutto sommato classica, che fa risaltare l'eccellente performance globale di tutti gli interpreti, su tutti dei due sopradetti. Appunti sparsi: il quadrato di terra di 'proprietà' di Enrico IV, entro il quale dispiega per intero la sua lucida follia, la cavalcata con accenni erotici che precede lo svelamento della sua sanità mentale, il finale rapidissimo, con Enrico che prende coscienza della necessità di vivere 'forever crazy', imprigionato a causa della vendetta d'amore.

tristi (ma veritiere) riflessioni politiche

[...] Coloro che, dopo averlo votato un anno fa, oggi si dicono astensionisti, agnostici o molto incerti (circa il 30% della base PD) appaiono elettori consapevoli, istruiti, politicamente coinvolti. Rispetto agli elettori fedeli del PD, si collocano più a sinistra. Si riconoscono nei valori della Costituzione. Sono laici e tolleranti. Ça va sans dire. Oggi nutrono una sfiducia totale nei confronti della politica e dei partiti. Anzitutto verso il Pd, per cui hanno votato. Per questo, non si sentono traditori, ma semmai traditi. Perché hanno creduto molto in questo soggetto politico. Per cui hanno votato: alle elezioni e alle primarie. E oggi non riescono a guardare altrove, a cercare alternative.

La loro sfiducia, d'altronde, si rivolge oltre il partito di riferimento. Anzi: oltre i partiti. Oltre la politica. Si allarga al resto della società. Agli altri cittadini. Con-cittadini. Rispetto ai quali, più che delusi, si sentono estranei. Gli ex-democratici. Guardano insofferenti gli italiani che votano per Berlusconi e per Bossi. Quelli che approvano le ronde e vorrebbero che gli immigrati se ne tornassero tutti a casa loro. La sera. Dopo aver lavorato il resto del giorno nei nostri cantieri. Gli ex-democratici. Provano fastidio - neppure indignazione - per gli italiani. Che preferiscono il maggiordomo di Berlusconi a Soru. Che guardano Amici e il Festival di Sanremo, il Grande Fratello. Che non si indignano per le interferenze della Chiesa. Né per gli interventi del governo sulla vicenda di Eluana Englaro.

Non sono semplicemente delusi e insoddisfatti, come gli azzurri che, per qualche anno, si allontanarono da Berlusconi. Ma risposero al suo richiamo nel momento della sfida finale. Questi ex-democratici. Vivono da "esuli" nel loro stesso paese. Lo guardano con distacco. Anzi, non lo guardano nemmeno. Per soffrire di meno, per sopire il disgusto: si sono creati un mondo parallelo. Non leggono quasi più i giornali. In tivù evitano i programmi di approfondimento politico, ma anche i tiggì (tutti di regime). Meglio, semmai, le inchieste di denuncia, i programmi di satira. Che ne rafforzano i sentimenti: il disprezzo e l'indignazione.

Questa raffigurazione, un po' caricata (ma non troppo), potrebbe essere estesa a molti altri elettori di sinistra (cosiddetta "radicale"). Scomparsi anch'essi nel 2008 (2 milioni e mezzo in meno del 2006: chi li ha visti?). Non sarà facile recuperarli. Per Franceschini, Bersani, D'Alema, Letta. Né per Ferrero, Vendola, lo stesso Di Pietro. Perché non si tratta di risvegliare gli indifferenti o di scuotere i delusi. Ma di restituire fiducia nella politica e negli altri. Di far tornare gli esuli. Che vivono da stranieri nella loro stessa patria.


Ilvo Diamanti, La Repubblica, 1 marzo 2009