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martedì 23 novembre 2010

"meglio porci"

E anche questa volta, con Porco Rosso (Giappone 1992), Miyazaki ci incanta. Meno magia del solito (ad eccezione della misteriosa metamorfosi del protagonista), disegni (apparentemente) più semplici, ma storia avvincente, densa di passione e ironia, del tutto in linea con l'immagine che si ha della fine degli anni '20 (la storia è ambientata nel 1929 in sul mare Adriatico che ricorda molto l'Oceano Pacifico). Un epoca in cui i 'baroni rossi' ed i loro valori sono sul viale del tramonto: la prima Guerra Mondiale si è portata via gran parte di loro, le cui anime sono perennemente in volo con i loro aerei in una Via Lattea degli aviatori (sequenza splendida).



Il nostro eroe è un cavaliere antico (la scazzottata dopo il duello aereo per onore e per salvare la ragazza da un matrimonio), che non si piega alla modernità (la riparazione del vecchio aereo da guerra), al fascismo e all'amore (ma il finale aperto lascia aperta ogni possibile interpretazione). Poesia pura!

venerdì 19 novembre 2010

Zusammenfassung (2)

Domenica 7, Teatro Comunale di Ferrara: Donna Rosita nubile di F. Garcia Lorca, adattamento e regia Lluís Pasqual: testo datato (poco digeribile lo stile del grande letterato spagnolo sulla scena contemporanea), messa in scena tradizionale, incongruente il ruolo di Andrea Jonasson (per niente adatto a lei).

Mercoledì 10, Europa cinema: Gorbaciof (Italia 2010) di Stefano Incerti. Film dignitoso (ma nulla di più) costruito attorno a Toni Servillo; trama (non molto solida), regia e montaggio ricalcano Le conseguenze dell'amore.

Sabato 13, Arena del Sole: Il malato immaginario, regia di Gabriele Lavia, ist eine einzige Katastrophe! La prima volta che si fugge da teatro all'intervallo (ma già dopo la prima mezz'ora gli istinti fuggiaschi erano forti). Inconsistente e vanamente fastidioso. E gli inserti beckettiani che senso hanno? E la recitazione? Io con Lavia ho chiuso (dopo il Macbeth e le Memorie dal sottosuolo, che pure qualcosa di buono lo avevano...).

Domenica 14, Teatro Regio di Parma: Tutto su mia madre, regia di Leo Muscato, con Elisabetta Pozzi (Manuela), Alvia Reale (Huma Rojo), Eva Robin's (Agrado), Paola Di Meglio (madre di Rosa, Alicia, Isabel), Alberto Fasoli (dottore, Mario del Toro, Alex), Silvia Giulia Mendola (Suor Rosa), Giovanna Mangiù (Nina Cruz), Alberto Onofrietti (Esteban). Opera corale meravigliosa, ben orchestrata, coinvolgente, emozionante, regge il confronto con lo splendido film di Almodovar grazie all'utilizzo di un linguaggio diverso. Da rivedere ad ogni costo!



Martedì 16, Lumière: Noi credevamo (Italia 2010) di Mario Martone. Deludente, poco coinvolgente (a tratti noiosetto e comunque migliore il 4° episodio; barbaramente tagliato specie nel 1°), con alcuni voluti anacronismi non del tutto giustificati (se servono a rimarcare i probblemi contemporanei legati all'unità, beh, si poteva fare di meglio...).

Avrò dimenticato qualcosa?

Sì: Contracorriente di Javier Fuentes-León (Perù-Colombia-Francia-Germania 2009): sembra una soap, autogettizzante, orrendo.

sabato 6 novembre 2010

Tati è di nuovo tra noi

Da una sceneggiatura di Jacques Tati mai portata sullo schermo nasce L'illusionista (L'illusioniste, UK-Francia 2010) di Sylvain Chomet, già autore del meraviglioso Appuntamento a Belleville. Non poteva che essere il disegno l'unico modo per mettere in scena questa storia tanto triste, che ha in sé tutti gli elementi della poetica e della comicità del grande comico francese: la fine di un mondo e di un determinato tipo di comicità di fronte all'avanzare inesorabile di una modernità senza umanità, maghi e clown votati al fallimento, alla solitudine e alla strada, senza che nessuno li possa salvare (come non ricordarsi di Memorie di un clown?). Il consumismo (della ragazzina) che contagia ogni strato della società; l'alienazione della vita da ufficio (il mago è un pesce fuor d'acqua) o in officina.

Film meraviglioso con molte sequenze da ricordare, tra cui l'inizio, con l'ingresso sul palcoscenico della dinoccolata cantante subito dopo l'esibizione di Tatischeff (il vero cognome di Tati) che cerca di recuperare lo scorbutico (e ribelle) coniglio; i numerosi gag, come tutta la sequenza nell'officina, la zuppa cucinata dalla ragazzina (di coniglio?) o la nevicata (di piume); il mago che entra al cinema durante la proiezione di Mon oncle.

martedì 28 settembre 2010

"il peggio del manicomio è il manicomio"

Dopo aver visto negli anni passati il suo spettacolo e aver finito di leggere pochi giorni fa il relativo libro, mancava solo il film (presentato allo scorso Festival del cinema di Venezia), visto ieri sera al Rialto: La pecora nera di Ascanio Celestini (presente alla proiezione in anteprima e al dibattito successivo), va detto subito, è un film eccellente. Riadattando il testo teatrale ed il libro, frutto di anni di indagine sui manicomi italiani, il film è comunque un passo ulteriore, che aggiunge ben "22 pagine di sceneggiatura scritte vedendo le immagini montate". Proprio queste sono la parte migliore dell'opera dell'artista romano, che contribuiscono in misura decisiva a trasmettere nello spettatore la percezione della schizofrenia di Nicola, della separazione tra il mondo che ha nella testa e quello esterno (specie nella scena del supermercato). Differente rispetto ai lavori precedenti, al di là di singoli dettagli, è il montaggio dei blocchi narrativi, qui amalgamati in un sussegursi di presente e passato.

Celestini ha scelto di raccogliere e raccontare solamente le storie più verisimili che gli sono state raccontate durante le sue indagini, evitando quelle che sarebbero potute sembrare false: è così riuscito a costruire un film decisamente equilibrato e sensibile, che coinvolge ed emoziona, senza eccessi ideologici. (Nel dibattito, invece, la discussione si allarga: tuttavia, come mi si fa notare, La pars destruens nei confronti dell'istituzione-manicomio, assimilabile ad un lager o carcere e conseguentemente mero strumento repressivo-distruttivo che deve essere abolito senza se e senza ma, difetta però di una pars construens; non condivisibili le opinioni sulla scuola come mezzo di inculcare violentemente l'idea di autorità, ma il discorso sarebbe troppo lungo e 'fuori tema': si dovrebbe riflettere sulla differenza tra educazione e istruzione, ad esempio.)

La narrazione, come afferma Celestini, vuole essere "evocativa" e non passiva: lo spettatore (anche chi conosce già la trama) entra progressivamente nel manicomio insieme a Nicola, quasi senza accorgersene, ma ne subisce gli eventi, specie quelli più drammatici (il termosifone, ad esempio). Tra i momenti migliori ricordo quelli nel supermercato, dove la pazzia di Nicola è opposta a quella indotta dal consumismo sfrenato, e si riflette nella scena della dispensa: l'ordine all'interno del manicomio - sostiene Celestini - è analogo a quello di un supermercato. Ciascuno tragga le proprie conclusioni.

venerdì 10 settembre 2010

d'amore e di guerra

A proposito di due film al Lumière: L'amore buio (Italia 2010) di Antonio Capuano (fuori concorso a Venezia) è un film decisamente imperfetto e sbilanciato: se il prologo è ben girato (con sovraesposizione notturna della pellicola e ellissi sulla violenza) e la parte sulla vita carceraria è molto interessante (con certo alcune banalità e cadute di stile), non altrettano può dirsi del coté femminile, troppo tendente ad una fiction di bassa qualità e con voragini di sceneggatura (ma la sorella, che fine ha fatto?). Inutili le citazioni cinematografiche sparse (Respiro, forse causa Golino?, Amarcord, und und und). Si può perdere.

I sette samurai (Schichinin no samurai, Giappone 1954) di Akira Kurosawa era uno di quei must che mi mancava: epico (e perciò saccheggiato dai registi di western) e grandioso, dilatato nelle attese e dettagliatissimo nella descrizione delle battaglie e della loro preparazione. Conflitto tra tre categorie, banditi, contadini e samurai. Solo questi ultimi sono perfettamente consapevoli di essere sempre gli sconfitti, pur sopravvivendo "anche a questa battaglia". Film di vita, morte, amicizia e amore (impossibile tra caste diverse). Inutile dirlo, ma ogni inquadratura ha una profondità di campo tipica di un maestro del cinema.

venerdì 3 settembre 2010

uff

Ennesimo film al di sotto delle aspettative: Le père de mes enfants (Il padre dei miei figli (Francia-Germania 2009) di Mia Hansen-Løve, ispirato ad una storia vera, "non decolla" mai, costruito com'è per giustapposizioni di blocchi narrativi successivi, concentrati sui diversi personaggi del film. Struttura complessiva bipartita (ante e post mortem), doppiaggio inascoltabile, musiche non sempre appropriate, uno dei pochi pregi è l'argomento, una casa di produzione cinematografica in crisi finanziaria (quasi un unicum). Per il resto ben poco.

mercoledì 1 settembre 2010

uno più uno più uno

Due film casalinghi nel weekend e uno al cinema (3 spettatori!) ieri:

1. Il diavolo è femmina ( Sylvia Scarlett, Usa 1935) di Cukor: grandi aspettative, ma deboluccio e molto, molto invecchiato. Ringraziamo la lingua originale del dvd, perché il doppiaggio italiano è ridicolo. Commedia di travestimenti, un po' menandrea con happy end inevitabile.

2. A proposito di tutte queste signore (Svezia 1964) di Ingmar Bergman è una piacevolissima seconda visione: leggero, iconoclasta, sarcastico nei confronti della critica, ispirato allo slapstik puro con gag semplici e da non sovrainterpretare, come spiega un cartello. Anche qui il doppiaggio italiano è ridicolo (la prima frase da "così diverso, eppure così uguale" è diventata "così genio, eppure così vivo").

3. Il Rifugio (Le refuge, Francia 2009) di François Ozon, certamente ovinato dal doppiaggio, è invece troppo fredo e privo di emozioni: da una morte ad una nuova vita donata alla famiglia che ha subito il lutto (con voce over finale orrenda e superflua). Passione passata e riversata su un presente fratello gay del defunto (la sceneggiatura è banalotta, i dialoghi pure). Da dimenticare.

giovedì 26 agosto 2010

ombre e arte da strada

The Ghost Writer di Roman Polanski (L'uomo nell'ombra, USA-Germania-Francia 2010) è ben girato e montato, ma molto debole nella trama e assurdo nel finale (perché camminare in mezzo alla strada? L'essere sconvolti davvero non basta).

Il Ferrara Buskers Festival, invece, è degno della massima considerazione: atmosfera particolarissima e sorprese ad ogni angolo. Da rifare!

sabato 14 agosto 2010

passeggiate al chiuso (tra musica e cinema)

Tra temporali e scrosci (quasi continui) di pioggia sono riuscito a fare qualcosa: ieri sera, prima edizione delle Passeggiate musicali. Festival internazionale di musica antica a Mergozzo: primo tempo con Ayako Matsunaga (violino) e Takashi Kaketa (violoncello) ad eseguire le sonate k 46d e 46e e il duo in do maggiore k 423 di Mozart (interessante, nonostante il fastidioso brusio del pubblico, quasi un basso continuo nella chiesa di santa Maria Assunta); secondo tempo con Avi Avital al mandolino - la vera scoperta della serata - che ha eseguito la terza partita in do maggiore di Filippo Sauli, un'eccellente trascrizione della ciaccona della seconda sonata in re minore per violino solo di Bach e tre travolgenti canzoni tradizionali sefardite (Etra la suerta, Como la rosa e Moranica); terzo con Alessandro Tampieri (violino barocco) e Giorgio Dellarole (fisarmonica '415') su musiche di compositori italiani di fine Cinquecento-inizio Seicento (Cima, Castello, Frescobaldi, Rognoni e Merula) decisamente noioso.

Oggi Locarno! Pietro (Italia 2010) di Daniele Gaglianone è un ottimo film: violenza genera violenza, che lo spettatore subisce sia quando è perpetrata ai danni del protagonista, sia quando è il ragazzo 'handicappato' (così si definisce egli stesso) ad esercitarla sugli altri. Ottimo l'uso dei suoni e del montaggio (ad esempio la scena sotto i portici di Torino con suonatore di fisarmonica), con gli stacchi al nero che corrispondono in situazioni differenti a quelli del sonoro. Storia scandita in brevi capitoli (che prendono il titolo da frasi pronunciate nel corso di essi), poi condensati e ripercorsi dal monologo finale di Pietro, che ha la medesima struttura impressionistica del film nel rievocare la propria nascita e passato scolastico. Le angherie inflittegli dai compagni, dal fratello (tossicomane) e dagli amici di questo nel corso di anni e serate al pub esplodono dopo il tentativo di violenza alla sua 'fidanzata' ("se arriva a millecinque..."): la redenzione non può fare parte di questo mondo di emarginati. Ciò nonostante (o proprio per questo), è un'opera di grande umanità.

A seguire il meraviglioso Ich will doch nur, dass ihr mich liebt (Germania 1976) di Rainer Werner Fassbinder, in versione restaurata: agghiacciante apologo sul rapporto genitori-figli unito all'idea capitalista "produci, consuma, crepa": tentativo (destinato alla catastrofe) di un muratore di farsi amare dalla propria famiglia e di essere degno della loro attenzione, anche a costo di una rovinosa gara di emulazione nel raggiungimento di uno standard altoborghese di benessere e comfort. Il (troppo) lavoro non nobilita, ma spersonalizza, mentre il modello di sociatà lo costringe subliminalmente a acquistare elettrodomestici per la moglie indebitandosi fino al collo. Lapidari i cartelli (che illustrano il rapporto genitori-figlio) e il titolo finale, quasi un cartello godardiano.

martedì 27 luglio 2010

1 e 1/2

Domenica, piazza Maggiore, Cous cous (La Graine et le Mulet, Francia 2007) di Abdellatif Kechiche: film interessante, ma faticosissima la regia, ossessiva nella ricerca dei primi piani (volutamente sgradevoli quelli del teso pranzo della domenica, con movenze che ricordano l'incipit di Giù la testa); scontato finale drammatico su una danza di morte (nell'intramontabile accoppiata con il sesso, rappresentato dall'estenuante scena della danza del ventre in montaggio parallelo con il vano inseguimento di Slimane al proprio motorino preda di tre monelli). Film decisamente bipartito, meglio comunque la prima parte, in cui si racconta di una famiglia da incubo ma apparentemente a posto, di amori fragili, di licenziamenti e questioni operaie.

Ieri sera, passaggio veloce per Waltz with Bashir (Israele-Francia-Germania 2008) di Ari Folman: poco da aggiungere, ma meritava una seconda visione (per le musiche, la lingua originale e alcune scene: l'emersione dal mare dei soldati a Beirut, l'inizio dell'invasione israeliana, la licenza del protagonista).

domenica 25 luglio 2010

Zusammenfassung

...sempre peggio... quasi scandaloso nel ritardo...

Venerdì 16, piazza Maggiore: L'armata Brancaleone (Italia-Francia-Spagna 1966) di Mario Monicelli: divertentissima commedia, geniale pastiche (meta)linguistico, le avventure di una sgangherata compagnia in un fantastico medioevo contemporaneo, tra bizantine sadomaso, file longobarde, pestilenze, duelli esilaranti, orse concubine, assalti di pirati e profeti di crociate in Terra Santa. Non molto diverso dall'oggi...

Sabato 17, piazza Maggiore: Sedotta e abbandonata (Italia-Francia 1963) di Pietro Germi: da una commedia grottesca ad una tragicommedia, dove si ride moltissimo di un'Italia dalla mentalità arcaica nei rapporti amorosi (ma così tanto?). Una giovanissima Stefania Sandrelli è oggetto e soggetto di desiderio, difeso e ostentato dal padre-padrone Vincenzo Ascalone, sulla cui lapide, alla fine, campeggerà la scritta "Onore e famiglia", che ben riassume la lotta spietata per le apparenze e convenienze di paese. Questioni d'onore ferito, finti rapimenti, matrimoni combinati. Meravigliosa la scena iniziale di seduzione, operata dal fidanzato della sorella della Sandrelli, poi rovesciata nella ricostruzione di fronte al pretore. Meravigliosa sceneggiatura di Furio Scarpelli, anzi perfetta.

Lunedì 19, piazza Maggiore: Fargo (Usa 1995) di Joel ed Ethan Coen: niente di che, si dimentica in fretta, il trionfo del caso e dei dettagli nella provincia amreicana (alla tenente colombo). Inizia bene, ma si perde nel finale.

Giovedì 22, piazza Maggiore: The General (Usa 1926) di Clyde Bruckman e Buster Keaton, con musiche di Marco Dalpane, ben orchestrate ma talvolta tendono a sostituire il film e i suoi gag. Sul film, beh, poco da dire, se non che è un orologio comico, puntualissimo. Puro piacere.

Venerdì 23, Arena Puccini: Matrimoni e altri disastri (Italia 2010) di Nina Di Majo: se si parte con scarse pretese, non è malaccio (o "discretuccio" per riprendere una battuta dello studente sulla Silvia leopardiana), sostentuto dalla bravissima Margherita Buy.

Sabato 24, Teatro Comunale: due operette buffe, La serva padrona di Pergolesi e Pomme d'Api di Offenbach. Piacevoli, specie la prima, la seconda troppe discrasie tra cantanti e orchestra e inascoltabile pronuncia francese.

Dopo, piazza Maggiore, Italianamerican (Usa 1974) di Martin Scorsese, home-movie genale e profondo nella sua semplicità, denso di ricordi di immigrazione dei genitori del regista, i problemi di vicinato con irlandesi e cinesi arrivati prima a New York (un po' come i bambini, spiega lei, chi vede qualcosa per primo la vuole solo per sè, poi ci si integra...); ricordi di miseria siciliana e di espatrio necessario per sopravvivere. E stupendi i titoli di coda con la ricetta delle polpette cucinata dalla madre del regista.

martedì 13 luglio 2010

parabola da Kammerspiel

Definirei così Prova d'orchestra (Italia-RFT 1979) di Federico Fellini, un film che nasce come pseudo-documentario televisivo girato nel chiuso di un vecchio oratorio medievale, con Fellini stesso a intervistare gli orchestrali, un campionario dell'Italia di fine anni '70 (ma non troppo difforme dall'oggi, per volgarità e menefreghismo individualista). Il direttore d'orchestra, germanofono, si scontra con la riottosità degli orchestrali, la cui ribellione esplode dopo una pausa tecnica, quando salta la luce: scritte ingiuriose sui muri, slogan violenti e volgari, violenza, il direttore in disparte circondato da pochi fedelissimi mentre il suo ruolo viene sostituito da un metronomo gigante (e bello il movimento di macchina alle spalle di questo). Solo la demolizione di una parete (che chiarisce il senso dei sordi colpi che si sentivano in precedenza), la morte di una donna, le macerie e il panico riescono a riportare l'ordine, con il direttore che ricompone questa umanità alla deriva sotto la propria autorità: crea sì armonia nel caos, ma nel fading in nero la sua voce ritorna dittatoriale, e gli ordini ora solo in tedesco si fanno minaccicosi, da Fuehrer. Un apologo in cui non c'è salvezza tra dittatura e distruzione: l'unica, apparente, riposa solo nel breve istante dell'arte.

venerdì 9 luglio 2010

in affanno

Continuo ad essere in ritardo, e continuo con rapidi ricordi.

Lunedì, piazza Maggiore, La strada (Italia 1954) di Federico Fellini con poetica introduzione/divagazione di Capossela sul significato di 'strada' (e di 'on la strada' per Wonder): film un po' faticoso ma affascinante, commovente Gelsomina (Giulietta Masina), il mare che apre e chiude con significati differenti (homeland per lei, perdono per lui in un intenso finale), movimenti di macchina che ritornano (l'abbandono di Gelsomina come il finale dei Vitelloni), il mondo precario e disperato dei circensi, il Matto con il suo poetico sarcasmo e la sua fine violenta (che si predice: "morirò presto").

Mercoledì, piazza Maggiore (dopo la partita), I Vitelloni (Italia-Francia 1953) di Federico Fellini: piacevole seconda visione, alcune battute dimenticate ("onoratissimo"!); la provincia italiana, sempre uguale, quasi ciclica, con i suoi personaggi e le sue situazioni (e la fuga, solo per pochi però); drammmi piccoli e grandi (tradimenti, liti, carnevali che finiscono in ubriaca malinconia).

Giovedì, Parco della Zucca, museo della Memoria, Marco Baliani in Kohlhaas (di Remo Rostagno e Marco Baliani, tratto da Michael Kohlhaas di Heinrich von Kleist): bravissimo Baliani, sempre seduto su una sedia, riesce a incatenare alla storia con la sua voce e la sua gestualità intense (i cavalli al galoppo, il rumore degli zoccoli, il bussare alla porta, il cuore trafitto da spilli). Storia di una spirale di violenza, una sete di giustizia non ottenuta e perciò perseguita con altri illeciti mezzi (con redenzione finale). Un monologo dalle movenze omeriche (anche nell'uso delle similitudini), con la sua formularietà, la pluralità di voci che si fondono, confondono e rincorrono. Raccontare il passato (leggendario, ma accaduto) per parlare del presente, dell'impossibilità di accettare anche un minimo torto ("erano solo due morelli") da parte di chi è più potente per evitare che crollino le fondamenta della pacifica convivenza umana. Legge e giustiza, nomos basileus.

sabato 3 luglio 2010

8 film

Appunti sui giorni precedenti di Cinema ritrovato.

Lunedì, piazza Maggiore. Heureux anniversaire (Francia 1962, 12') di Pierre Etaix e Jean-Claude Carrière: un comico giustamente dimenticato e inutilmente ritrovato.

Singin' in the rain (Usa 1952) di Stanely Donen e Gene Kelly: molto piacevole (e lo dice uno che non ama il musical come genere, eccezion fatta per The Blues Brothers...), numeri musicali eccezionali (gli attori erano di un'altra categoria, e non sono un semplice laudator temporis acti, ma quando si vede il numero di Donald O'Connor che concentra tutto lo slapstick in 5 minuti, beh... divertente passeggiata nella storia del cinema.

Giovedì, Arlecchino: Pilgrimage (Usa 1933) di John Ford: educazione sentimentale di una madre verso il figlio, mandato al macello della prima guerra mondiale in Francia per strapparlo alle grinfie (nella prospettiva di lei) della ragazza che ama, per poi covare il proprio dolore rifiutando e osteggiando il bambino nato dalla loro unione. Il pellegrinaggio sulla tomba del figlio è il mezzo con cui riesce a elaborare il proprio dolore e a educare a sua volta un'altra madre, che potrebbe macchiarsi dello stesso 'crimine'. Con necessairo happy ending. Toni variegati tra tragedia, mélo e commedia, ben mescolati.

Youth runs wild (Usa 1944) di Mark Robson: sulla delinquenza giovanile statunitense in tempo di guerra, si riconoscono le parti origniarie (più crude) da quelle edulcorate imposte dalla produzione. Un ibrido.

Roma (Italia 1972) di Federico Fellini: splendido nel colore restaurato (ancora su supporto digitale, però) e soprattutto nella giustapposizione (tipicamente felliniana) di blocchi narrativi che mescolano presente, passato e momenti onirici. Una fenomenologia della caciaronaggine (e dell'evoluzione dei costumi della società italiana), echi di altre opere (Amarcord), con sullo sfondo gli scontri studenti-polizia a Trastevere. E la calata dei barbari in motocicletta per le strade notturne di Roma, a chiudere il film.

Giovedì, piazza Maggiore: Isole nella laguna (Italia 1948, 12') di Luciano Emmer e Enrico Gras: la laguna veneziana in chiave poeticamente funebre, eccellente fotografia. Intenso.

The African Queen (Usa-UK 1951) di John Huston: film dalla trama improbabile (adattamento da Forster), fatto per la coppia Humphrey Bogart-Katharine Hepburn. Piacevole ma si dimentica in fretta (o no, come Poppy?). In effetti, "faccio l'ippopotamo"... e tutto quel gin...

Venerdì, piazza Maggiore: Metropolis (Germania 1927) di Fritz Lang: finalmente nella versione più completa conosciuta (149'), potente e indimenticabile capolavoro, un apologo che mescola marxismo e cristianesimo, in puro stile espressionista tedesco. Colonna sonora (ben eseguita dall'orchestra del Comunale) non del tutto convincente, con i suoi echi di Wagner, varietà statunitense e Marsigliese.

martedì 15 giugno 2010

leggerezza

Sabato sera, Arena Puccini (stracolma con lunga fila per entrare: sollievo e compiacimento dopo le 'minacce' di chiusura), Basilicata coast to coast (Italia 2010) di Rocco Papaleo, presente a presentare il film e a gigioneggare dopo la proiezione. Opera leggera e intelligente, che coinvolge e diverte, fin dalle prime inquadrature (la voce over di un poco credibile dio, l'assenza della Basilicata dalla cartina e 'vogliamo anche noi la nostra mafia!'). Ben scritto, fotografato, girato e interpretato (da segnalare Max Gazzè e le sue battute finali), geniali i momenti musicali: Il panino con la frittata che fa mia madre e il momento da video di mtv durante la canzone della Mezzogiorno.



E momenti di puro surrealismo, come l'arrivo a cavallo (con casco in testa) del fratello di una paesana. Un (apparentemente sgangherato) road movie a piedi per la Basilicata, tra paesini, solitudini, deserti, momenti popolareggianti e spruzzate sapienti di dialetto.

venerdì 4 giugno 2010

mattone italiano

Di La nostra vita di Daniele Luchetti (Italia 2010) si lascia ricordare solo la grande prova di Elio Germano - un personaggio che vive dei soldi e per i soldi, che vive i sentimenti dopo la morte della moglie per loro tramite - e l'intenzione di raccontare lo squallido mondo dei palazzinari (con qualche spruzzata di sfruttamento dell'immigrazione, morti bianche e illegalità italiana diffusa). Onesta la regia, sceneggiatura invece risibile: al di là del personaggio di Germano, tutti gli altri sono pure macchiette. Non ci viene risparmiato nulla, dalla rumena a caccia di marito, perso proprio nel cantiere dove lavorava il protagonista, che poi si fa carico dell'orfano; sorella e fratello del protagonisti immacolati e senza difetti, quasi santi; la moglie che (prevedibilmente) muore di parto lasciando (pateticamente) vivo il piccolo Vasco (offerto come ostaggio a Zingaretti per i soldi avuti in prestito); la 'seduta spiritica' finale con i figli, con il ritorno della compagna di Zingaretti e del biglietto per la Sardegna prenotato dalla moglie (ma se non sbaglio, la coppia stava solo progettando il viaggio per l'anno venturo di ritorno da Ostia, proprio quando lei ha le doglie e prima del decesso: mah...).

lunedì 31 maggio 2010

ma come ho fatto...

Mi sembra di aver bisogno anch'io di un'agenzia simile a P(alle) R(oventi) di Clerici per starmi dietro... ma andiamo con ordine...

Giovedì, Lumière, Fellini, (Italia 1963): mi chiedo come abbia fatto a vivere sino a quel giorno senza averlo visto... un film molto maschile, anche psicanalitico, sul mestiere di creatori di qualcosa, soprattutto (ma non solo) in senso artistico e poetico (nel senso più astratto del termine poiesis). L'onirico che si mescola e fonde con il reale (anch'esso fantastico), con le fantasie e le ossessioni di Fellini riversate su pellicola e interpretate da Mastroianni, regista dongiovanni in crisi creativa (e geniali i momenti in cui è alle prese con la troupe e i produttori). Il film è anche una storia d'amore tormentato con la moglie, prima assente e poi novella Beatrice, cui solo alla fine riesce a pacificarsi dandole la mano e danzando con lei nel girotondo finale. Sequenze clownesche, angosciose nel sogno e nel ricordo, specie nei provini per il film autobiografico, ambigui gli ambienti (la casa dove da bambino aveva fatto il bagno nel vino diventa il luogo del proprio harem). Da rivedere una volta all'anno, almeno.

Sabato sera, Lumière, Non è ancora domani (la pivellina) (Italia-Austria 2009) di Tizza Covi e Rainer Frimmel: spaccato di un mondo di circensi precari, che vivono in roulottes e container nella borgata romana ai margini e paralleli alla vita che si giudica 'normale': il ritrovamento della piccola A(s)ia, temporaneamente abbandonata dalla madre, cambia la vita di una donna e di chi vive con lei, il marito e il figlio (avuto da un altro uomo). Atmosfere che ricordano quelle di La bocca del lupo sia per la sensibilità e la delicatezza del racconto, che per il modo in cui è narrata una storia piccola, grazie a cui è possibile conoscere un mondo di cui si ignora quasi l'esistenza. Personaggi ben costruiti grazie alle immagini e alle loro parole. Un gioiellino.

venerdì 7 maggio 2010

prove tecniche di cinema

J.L. Godard, Prénom: Carmen (Francia 1983): film lungamente inseguito, la visione al Lumière è stata essenziale per apprezzare il formato (4:3) e il cartello finale per commemorare questo formato demodé ("in memoriam small films". Storie parallele montate parallelamente, quella di Carmen e Joseph e quella della colonna sonora, un quartetto d'archi alle prese con Beethoven, che si riuniscono nella sequenza finale (durante le riprese pretesto per tentativo di rapimento).



(Cela s'appelle l'aurore, titolo di un film di Bunuel del 1955 (Gli amanti di domani e battuta conclusiva dell'Elettra di J. Giraudoux: non a caso Carmen è soprannominata dallo zio 'piccola Elettra', proprio quando le pone la medesima domanda che lei fa al cameriere.)

Affine a Sauve qui peut sia nella riflessione sul linguaggio cinematografico e sull'uso della colonna sonora (l'habanera di Bizet è solo fischiettata un paio di volte per caso), il film è ancora una volta una prova tecnica. Della storia di Carmen Godard - che interpreta il ruolo dello zio pazzo ed ex-regista ossessionato (ricorda Il nipote di Wittgenstein - amplia una parte trascurata, la passione esplosiva e distruttiva tra i due protagonisti. Il loro rapporto è fin dal primo incontro durante la rapina alla banca (Joseph è una guardia giurata) oscilla continuamente tra passione (esplicitamente erotica) e violenza verbale e fisica: ci sono echi di Vivre sa vie (Carmen parla senza il sonoro) e soprattutto di Le mépris, specie nella sequenza accompagnata da Ruby's arms:



Alcune chicche: i tulipani nella stanza di ospedale ricordano quelli di Domicile coniugal di Truffaut; le scene erotiche tra Carmen e Joseph nella casa spoglia ricordano quelle di Bertolucci; la donna delle pulizie che dopo la sparatoria nella banca lava (male) il sangue sa di Bunuel, come molti altri piccoli dettagli: critica cinematografica sparsa, più che vero film, ma tant'è.

Poche parole, invece, merita il film di Soldini, Cosa voglio di più (Italia-Svizzera 2010): così così, il solito film italiano sulla crisi della famiglia, questioni di corna e sogni infranti, coraggio poco e impocrisia tanta. Troppo appiattito sul quotidiano. Già visto e sentito. Sbadiglio.

venerdì 30 aprile 2010

damnatio memoriae, pars altera

Patetico, scontato, noioso, furbamente strappalacrime, confezionato per piacere ad un pubblico occidentale: Departures di Yojiro Takita (Giappone 2008).

domenica 18 aprile 2010

dunque

Mercoledì, Lumière: Sauve qui peut (la vie) (Francia-Svizzera 1980), preceduto da Quelques remarques sur la realization et la production du film Sauve qui peut (la vie) (Svizzera 1980) di Godard. Molto interessante il secondo, un blob godardiano di introduzione al film, con un flusso di coscienza sull'uso della musica e dei rallentati nel film (per esplorare una diversa percezione e fruizione dell'immagine e della narrazione); molto poetico (in senso godardiano) il finale, con la sovrapposizione di un'ipotetica immagine finale del film, con dissolvenze incrociate su un prato verde e un'orchestra durante un concerto, con la musica che chiude il film e riporta noi spettatori "dans l'enfer" che ci circonda.

Lo stesso vale per il film vero e proprio, che ha più la forza di un esperimento, di un saggio sull'immagine e la narrazione cinematografica. Esiste una trama, ma è svuotata e ininfluente, ciò che conta sono la riflessione sul tempo (con i ralenti), sulla musica in opere cinematografiche (i personaggi che si domandano da dove venga la musica che sentono, che costituisce la colonna sonora; nel finale un'orchestra di violini suona nel vicolo dove passano madre e figlio, come già nel finale del corto precedente), sui rapporti umani, sulla condizione femminile (la prostituta Huppert) e sulla pornografizzazione-mercificazione inarrestabile della contemporaneità. Momenti bunueliani alla stazione ferroviaria: la macchina di formula uno col pilota che scende, imbuca una lettera e riparte; il treno che passa e copre le voci dei protagonisti.

Giovedì, Rialto: Il profeta di Jacques Audriard (Francia-Italia 2009). Film eccellente, coinvolgente e di denuncia della condizione carceraria (siamo in Francia, ma potrebbbe essere l'Italia). Malik El Djebena, ragazzo 19enne, arabo-francese cresciuto in orfanotrofio, scala la malavita francese servendosi prima della malavita còrsa (il cui boss Luciani lo sfrutta violentemente): un'"educazione sentimentale" che lo porta ad uscire di prigione atteso dalla sua nuova compagna ('ereditata' da un suo amico di carcere morto di tumore) e scortato da tre macchine di scagnozzi (una scena stupenda che mi ricorda il finale di Mystic River). Scene violentissime e agghiaccianti (penso alla cella d'isolamento), fotografia giustamente livida e cupa, istanti di vita carceraria, dove chi ha potere lo mantiene tramite la corruzione e l'esercizio quotidiano della forza. Peccato solo non averlo visto in lingua.