lunedì 28 giugno 2010

maratona demonica

Appagati, soddisfatti e non stanchi, con molto da ricordare e raccontare, un giorno lontano: questo lascia il memorabile spettacolo che abbiamo visto ieri a Ravenna, la messa in scena dei Demoni di Peter Stein. Pressoché impossibile scriverne, dato che si tratta di uno spettacolo imparagonabile a nessun altro: se Anna Karenina di Nekrosius era giocato più sull'azione che sulla parola, questo è una narrazione scenica ottimamente messa in scena e recitata da bravissimi attori (e finalmente ho adorato Maddalena Crippa nel meraviglioso ruolo di Varvara Petrovna). Ha il ritmo di un racconto, e le pause 4 pause brevi più 2 lunghe sono ben calibrate, per riposarsi, assimilare la storia e attendere impazientti la ripresa per arrivare al catastrofico finale (gli evangelici maiali indemoniati che simboleggiano il popolo russso ricordano gli orwelliani pigs). Il ritmo è alterno, a momenti meno coinvolgenti - come la prima parte della festa o l'assemblea politica (comunque avvincente alla luce dei fatti del Novecento) - si alternano altri meravigliosi, come la confessione scritta di Nikolàj (Ivan Alovisio) sull'origine della propria diabolicità, al limite della ribalta con voce e volto indemoniato, il violento crescendo di Pëtr Stepànovič (Alessandro Averone), la sua confessione di essere caratterizzato da un'aurea mediocrità, l'assalto nel bosco stilizzato, la rivolta dopo la festa e la violenza seguente, il dialogo tra Lizaveta e Nikolàj dopo l'unica notte d'amore e la morte di lei e del suo futuro e paziente marito. Indimenticabile, unico.

sabato 26 giugno 2010

buona la prima

(In attesa di scrivere della Sicilia,) finalmente il Cinema ritrovato! Giorno 1, 3 film (con l'assenza, per la prima volta da un po' di tempo, dalla piazza serale: Il gattopardo, che non riusciamo a vedere...).

The black watch (Usa 1929) di John Ford: si può dimenticare, soprattutto la donna ritenuta dea da una tribù dell'India che si professa ariana discendente da Alessandro Magno... interessante solo lo spunto dello scontro di civiltà tra europei coloniali e islam.

Johnny Guitar (Usa 1954) di Nicholas Ray: finalmente in una bella pellicola, capolavoro western, dall'eccellente sceneggiatura e con una grandiosa Joan Crawford; splendidi giochi cromatici (il rogo, i vestiti della Crawford). Meravigliosi i dialoghi tra lei e Johnny ("un altro rispetto a quello di Surabaia"!), pungenti, ironici e malinconici (quello notturno su tutti), il duello finale tra le due donne.



Two for the road (di Stanley Donen (UK 1967), con Audrey Hepburn e Albert Finney: sorpresa, piacevole, "con alcuni eccessi macchiettistici" (condivido), moderno. Stupendo il montaggio, che incrocia almeno 5 momenti diversi di vacanza della coppia in Francia, sulle medesime strade a distanza di anni e in moods differenti, dallo sbocciare di un sentimento alla resa dei conti finale (?).

martedì 15 giugno 2010

leggerezza

Sabato sera, Arena Puccini (stracolma con lunga fila per entrare: sollievo e compiacimento dopo le 'minacce' di chiusura), Basilicata coast to coast (Italia 2010) di Rocco Papaleo, presente a presentare il film e a gigioneggare dopo la proiezione. Opera leggera e intelligente, che coinvolge e diverte, fin dalle prime inquadrature (la voce over di un poco credibile dio, l'assenza della Basilicata dalla cartina e 'vogliamo anche noi la nostra mafia!'). Ben scritto, fotografato, girato e interpretato (da segnalare Max Gazzè e le sue battute finali), geniali i momenti musicali: Il panino con la frittata che fa mia madre e il momento da video di mtv durante la canzone della Mezzogiorno.



E momenti di puro surrealismo, come l'arrivo a cavallo (con casco in testa) del fratello di una paesana. Un (apparentemente sgangherato) road movie a piedi per la Basilicata, tra paesini, solitudini, deserti, momenti popolareggianti e spruzzate sapienti di dialetto.

giovedì 10 giugno 2010

appunto notturno

Ringrazio Giammaria Testa (oltre alla bellezza delle sue canzoni) per aver citato in Solo. Dal vivo una meravigliosa poesia di Pier Mario Giovannone:

Avrei voluto baciarti
con la forza del vento,
urlarti che t'amo...

Con un filo di voce
ti salutai,
come si saluta il panettiere

venerdì 4 giugno 2010

mattone italiano

Di La nostra vita di Daniele Luchetti (Italia 2010) si lascia ricordare solo la grande prova di Elio Germano - un personaggio che vive dei soldi e per i soldi, che vive i sentimenti dopo la morte della moglie per loro tramite - e l'intenzione di raccontare lo squallido mondo dei palazzinari (con qualche spruzzata di sfruttamento dell'immigrazione, morti bianche e illegalità italiana diffusa). Onesta la regia, sceneggiatura invece risibile: al di là del personaggio di Germano, tutti gli altri sono pure macchiette. Non ci viene risparmiato nulla, dalla rumena a caccia di marito, perso proprio nel cantiere dove lavorava il protagonista, che poi si fa carico dell'orfano; sorella e fratello del protagonisti immacolati e senza difetti, quasi santi; la moglie che (prevedibilmente) muore di parto lasciando (pateticamente) vivo il piccolo Vasco (offerto come ostaggio a Zingaretti per i soldi avuti in prestito); la 'seduta spiritica' finale con i figli, con il ritorno della compagna di Zingaretti e del biglietto per la Sardegna prenotato dalla moglie (ma se non sbaglio, la coppia stava solo progettando il viaggio per l'anno venturo di ritorno da Ostia, proprio quando lei ha le doglie e prima del decesso: mah...).