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lunedì 24 maggio 2010

late

Quando si dice ritardo... recupero in fretta: la mostra su Fellini al MAMbo è stupenda e istruttiva (e i musei aperti di sera sono una benedizione...); senza dimenticare l'affascinante installazione di Matej Krén, Scanner, vertigine illusionistica in un claustrofobico cilindro costruito con più di 90.000 libri.



Quanto poi a Je vous salue, Marie (Svizzera-Francia-GB 1984) di Jean-Luc Godard (visto domenica 16 con a seguire l'incontro con la protagonista Myriem Roussel, c'è poco da dire: che il regista abbia scritto il film durante la lavorazione si vede, considerando la delirante confusione narrativa. Belle alcune immagini e sequenze (la scena mistica sul letto della protagonista nuda, ad esempio), ma si dimentica in fretta... e poi la mistica non è nelle mie corde. Molto meglio il corto della Mieville che lo precede (Il libro di Maria), un film lacustre sull'infanzia di una Maria contemporanea (con citazione esplicita de Le mépris).

venerdì 7 maggio 2010

prove tecniche di cinema

J.L. Godard, Prénom: Carmen (Francia 1983): film lungamente inseguito, la visione al Lumière è stata essenziale per apprezzare il formato (4:3) e il cartello finale per commemorare questo formato demodé ("in memoriam small films". Storie parallele montate parallelamente, quella di Carmen e Joseph e quella della colonna sonora, un quartetto d'archi alle prese con Beethoven, che si riuniscono nella sequenza finale (durante le riprese pretesto per tentativo di rapimento).



(Cela s'appelle l'aurore, titolo di un film di Bunuel del 1955 (Gli amanti di domani e battuta conclusiva dell'Elettra di J. Giraudoux: non a caso Carmen è soprannominata dallo zio 'piccola Elettra', proprio quando le pone la medesima domanda che lei fa al cameriere.)

Affine a Sauve qui peut sia nella riflessione sul linguaggio cinematografico e sull'uso della colonna sonora (l'habanera di Bizet è solo fischiettata un paio di volte per caso), il film è ancora una volta una prova tecnica. Della storia di Carmen Godard - che interpreta il ruolo dello zio pazzo ed ex-regista ossessionato (ricorda Il nipote di Wittgenstein - amplia una parte trascurata, la passione esplosiva e distruttiva tra i due protagonisti. Il loro rapporto è fin dal primo incontro durante la rapina alla banca (Joseph è una guardia giurata) oscilla continuamente tra passione (esplicitamente erotica) e violenza verbale e fisica: ci sono echi di Vivre sa vie (Carmen parla senza il sonoro) e soprattutto di Le mépris, specie nella sequenza accompagnata da Ruby's arms:



Alcune chicche: i tulipani nella stanza di ospedale ricordano quelli di Domicile coniugal di Truffaut; le scene erotiche tra Carmen e Joseph nella casa spoglia ricordano quelle di Bertolucci; la donna delle pulizie che dopo la sparatoria nella banca lava (male) il sangue sa di Bunuel, come molti altri piccoli dettagli: critica cinematografica sparsa, più che vero film, ma tant'è.

Poche parole, invece, merita il film di Soldini, Cosa voglio di più (Italia-Svizzera 2010): così così, il solito film italiano sulla crisi della famiglia, questioni di corna e sogni infranti, coraggio poco e impocrisia tanta. Troppo appiattito sul quotidiano. Già visto e sentito. Sbadiglio.

domenica 18 aprile 2010

dunque

Mercoledì, Lumière: Sauve qui peut (la vie) (Francia-Svizzera 1980), preceduto da Quelques remarques sur la realization et la production du film Sauve qui peut (la vie) (Svizzera 1980) di Godard. Molto interessante il secondo, un blob godardiano di introduzione al film, con un flusso di coscienza sull'uso della musica e dei rallentati nel film (per esplorare una diversa percezione e fruizione dell'immagine e della narrazione); molto poetico (in senso godardiano) il finale, con la sovrapposizione di un'ipotetica immagine finale del film, con dissolvenze incrociate su un prato verde e un'orchestra durante un concerto, con la musica che chiude il film e riporta noi spettatori "dans l'enfer" che ci circonda.

Lo stesso vale per il film vero e proprio, che ha più la forza di un esperimento, di un saggio sull'immagine e la narrazione cinematografica. Esiste una trama, ma è svuotata e ininfluente, ciò che conta sono la riflessione sul tempo (con i ralenti), sulla musica in opere cinematografiche (i personaggi che si domandano da dove venga la musica che sentono, che costituisce la colonna sonora; nel finale un'orchestra di violini suona nel vicolo dove passano madre e figlio, come già nel finale del corto precedente), sui rapporti umani, sulla condizione femminile (la prostituta Huppert) e sulla pornografizzazione-mercificazione inarrestabile della contemporaneità. Momenti bunueliani alla stazione ferroviaria: la macchina di formula uno col pilota che scende, imbuca una lettera e riparte; il treno che passa e copre le voci dei protagonisti.

Giovedì, Rialto: Il profeta di Jacques Audriard (Francia-Italia 2009). Film eccellente, coinvolgente e di denuncia della condizione carceraria (siamo in Francia, ma potrebbbe essere l'Italia). Malik El Djebena, ragazzo 19enne, arabo-francese cresciuto in orfanotrofio, scala la malavita francese servendosi prima della malavita còrsa (il cui boss Luciani lo sfrutta violentemente): un'"educazione sentimentale" che lo porta ad uscire di prigione atteso dalla sua nuova compagna ('ereditata' da un suo amico di carcere morto di tumore) e scortato da tre macchine di scagnozzi (una scena stupenda che mi ricorda il finale di Mystic River). Scene violentissime e agghiaccianti (penso alla cella d'isolamento), fotografia giustamente livida e cupa, istanti di vita carceraria, dove chi ha potere lo mantiene tramite la corruzione e l'esercizio quotidiano della forza. Peccato solo non averlo visto in lingua.

martedì 23 marzo 2010

borghesia

Riassunto delle puntate precedenti: dei due Godard - Weekend (Francia-Italia 1967) e Made in U.S.A. (Francia 1966) - c'è ben poco da dire, specie sul secondo, nominalmente un noir alla francese con Anna Karina come protagonista, "un film alla Walt Disney con del sangue" che scivola inevitabilmente nel politico (oggi molto stantio e superato); la seconda visione di Weekend invece mi ha fatto notare che ricordavo solo il primo quarto d'ora (peraltro nella versione tagliata, quindi privo del pornografico racconto-sogno di lei al marito, come in Doppio sogno). In effetti, proprio il primo quarto d'ora è l'unica parte oggi salvabile del film (il resto è quasi indigeribile, specie il finale nella foresta: si sente l'assenza di una vera sceneggiatura, che porta all'improvvisazione più totale): il cinismo assoluto della coppia (e quindi della società) borghese, la lunga carrellata di incidenti stradali (con gag sparsi alla Tati - è del resto l'anno di Playtime), la morte e il sangue parte integrante della vita quotidiana, l'urlo disperato della donna per aver perso nell'incidente la propria borsetta firmata. Il pamphlet politico (cioè quasi tutto il resto del film) è invece indigesta, specie nella forma (caotica).

Teatro: La badante (testo e regia Cesare Lievi) è uno spettacolo riuscito (unica nota negativa la luci, il cui uso è discutibile e non sempre giustificato); testo impegnato in tre quadri (il secondo non in ordine cronologico), con alternanza di momenti divertenti che si sovrappongono ad una situazione molto triste. L'anziana ricca signora, interpretata dalla bravissima Ludovica Modugno, cambia il proprio atteggiamento nei confronti della propria badante dell'est europeo, inizialemtne ostile fino a decidere di destinarle tutto il suo immenso capitale, invece che ai due propri figli che detesta (e di cui nel terzo quadro prevede la reazione che abbiamo visto nel secondo): il suo però non è il riscatto morale di una vita gretta (figlia di un gerarca fascista, ha vissuto a Salò per tutta la sua vita), solo una vendetta (un po' alla Dürrenmatt). Molto bravi anche gli altri attori (primo figlio: Leonardo De Colle; secondo figlio: Emanuele Carucci Viterbi; Inge: Paola Di Meglio; Ludmilla: Giuseppina Turra); stupendo il primo quadro, con il dialogo tra la signora e il primo figlio.

mercoledì 3 marzo 2010

teatro e Godard

Un po' d'ordine, prima di una partenza: venerdì scorso al Duse un pessimo spettacolo: La caccia di e con Luigi Lo Cascio. Che sia liberamente ispirato alle Baccanti di Euripide non è certo un titolo d'onore per il tragico greco: lo spettacolo è povero di contenuti e inutile. L'identificazione di Dioniso e del dionisismo con il consumismo attuale (come suggeriscono anche i tre spot televisivi) è arbitrario e poco convincente (semmai si può pensare all'edonismo imperante, ma il discorso sarebbe troppo lungo e non ne vale davvero la pena). Grottesca la fine del saccente critico-bambino (che ripete interpretazioni fuorvianti), sbranato prima di rivelare "il vero e unico significato della tragedia" come negli Uccelli di Hitchcock. Da dimenticare. Ed era il terzo spettacolo orrendo consecutivo.

Sabato, invece, pace fatta con Dioniso: Filumena Marturano visto all'Arena interpretato da Lina Sastri e Luca De Filippo (regia di Francesco Rosi) è puro piacere taatrale. Ben orchestrato e ritmato, lo spettacolo è retto interamente dai due bravissimi protagonisti (al di là del testo meraviglioso), ben sostenuti dai personaggi minori (ad eccezione di uno). Tradizionale, ma molto ben fatto.

Ieri sera, Lumière: Le bel indifférent (Francia 1957) di Jacques Demy, tratto da una pièce di Cocteau, ricorda molto La besita umana (hai ragione): un kammerspiel con atmosfere alla Almodovar prima maniera (pareti della camera d'albergo rossissime, telefono, donna monologante sull'orlo di una crisi di nervi e di gelosia). Piacevole.

A seguire Bande à part (Francia 1964) di Jean-Luc Cinéma Godard (come si firma nei titoli di testa): divertentissimo rivisto la terza volta (e ad ogni visione si colgono nuove citazioni: stavolta la danza dei panini di Chaplin). Una scanzonata e disimpegnata parodia dei b-movies, una storia esile e traballante in cui sono inserite continue citazioni e allusioni da critico e amante del cinema. Un triangolo amoroso l'anno precedente di Jules et Jim, un po' meno tragico (e molto più comico). Sempre geniali il minuto di silenzio interrotto, la vista lampo al Louvre, il ballo dei tre nel bar con voce over che introduce la seconda parentesi, il riassunto di ciò che è successo nei primi 5 minuti di film per gli spettatori ritardatari. La prossima volta che lo vedo mi prometto di essere meno stanco!

domenica 21 febbraio 2010

riassunto (soprattutto Godard)

4 giorni, 5 film di Godard e 1 spettacolo teatrale. Nell'ordine:

La paresse (episodio di Les Sept Péchés Capitaux, Francia-Italia 1962): piacevolissimo corto con Eddie Constantine come geniale interprete del pigro protagonista, affaticato persino dal pensiero di doversi allacciare le scarpe, dal masticare un sanwich con pane bianco e maionese e soprattutto dal doversi rivestire dopo aver fatto l'amore: perciò, pigramente, desiste.

Il nuovo mondo (episodio di Ro.Go.Pa.G, Italia-Francia 1963): non può non venire in mente la Parigi e le atmosfere (notturne) di Alphaville. Il mondo è sconvolto da alcune (presunte?) esplosioni nucleari sopra Parigi, che causano un panico sopito, il ricorso a psicofarmaci (pillole ingerite in continuazione) e la morte dei sentimenti umani, quali l'amore: l'"io ti ex amo" che sarà poi ribaltato nel finale liberatorio di Alphaville. Anche qui le donne come la protagonista Alessandra girano armate di coltello negli slip, vanno in piscina ma non ammazzano uomini condannati, ma baciano sconosciuti senza sapere perché; si dimenticano parole, come "évidemment", che diviene "absolutement"; il linguaggio diviene artificoso e non serve più alla comunicazione, ma solo vuoto ripetuto.

Les carabiniers (Francia-Italia 1963): apologo sulla guerra e sugli ultimi dell'umanità che subiscono le guerre come carne da cannone; scenari da teatro minimalista e dell'assurdo (ma l'assurdo è la drammatica realtà); dialoghi talvolta surreali, ma nel complesso ricorda molto Brecht come intento didattico e di denuncia. Le cartoline che i Ulysses e Michelange mandano alle due donne (madre-moglie e figlia-sorella, se ho ben capito), il cui contenuto è espresso dagli inquietanti cartelli con cui i due raccontano gli agghiaccianti resoconti della guerra, ritornano nel finale come atti di proprietà dei beni conquistati sul campo, pronti per essere esatti alla fine del conflitto. Invano. Molto cervellotico, ma lascia molto su cui pensare (lignuaggio, simbolismi, politica, cultura e educazione).

Le grand escroc (Francia-Italia-Giappone 1963): episodio tagliato da Les plus belles escroqueries du monde, ha per protagonista la Seberg che si aggira da reporter americana per Marrakech armata di cinepresa per un documenatrio televisivo. L'intervista al falsario che regala banconote ai poveri è un trattato di filosofia politica, talvolta un po' involuto.

Le Mépris (Il disprezzo, Francia-Italia /1963): alla terza visione e alla prima al cinema, finalmente, sono stato travolto dal film e dalla sua storia, che pure mi aveva semre affascinato ma non avevo mi afferrato fino in fondo. La fine della storia d'amore di Camille (B.B.) e Paul (Piccoli) che finisce per identificarsi con quella di Penelope e Ulisse, come confermano, ad esempio, l'interpretazione autobiografica dell'Odissea spiegata a Friz Lang da Paul e il bagno finale di Camille nuda, così come nuotava la Penelope del fim in un giornaliero. La crisi improvvisa e violenta nasce da una colpa di lui, che a giudizio di lei la abbandona al produttore come se la inducesse al tradimento: la resa dei conti dura tutta la parte centrale del film, nella loro casa: qui avviene il duello, la resa dei conti divisa in due momenti dal meraviglioso intermezzo di monologhi interiori incrociati, su immagini di momenti cronologicamente precedenti e successive. Momenti di violenza, dolcezza, tenerezza, tutto con la sensazione che l'illusione del loro amore sarebbe potuta continuare se si fosse detta o non detta una sola parola. Ciò fatalmente non può avvenire, il vaso di Pandora si apre, Camille incalzata dalle domande di Paul confessa spietatamente la fine repentina del suo amore. Da lì, come in una tragedia greca, la loro storia non può che rovinare verso l'abisso, la fine tragica di lei in fuga e la triste partenza di lui verso un futuro incerto, mentre Lang gira la scena di Ulisse che scorge per la prima volta la sua patria all'orizzonte.
Osservazioni sparse: inserti metacinematografici, come i titoli di testa recitati in voce over, a cui Truffaut renderà omaggio (molto funzionale) in Fahrenheit nel 1966; feroce critica alla volgarità e idiozia del produttore: "quando sento la parola cultura metto mano al libretto degli assegni", corretto poi da Fritz Lang, che ricorda i tempi più bui; l'apprezzare la scena del bagno della sirena nuda; la necessità di modernizzare l'Odissea; la volgarità dei soldi e del potere; a Mullholland Drive fanno pensare la parrucca nera che indossa Camille in casa e poi nel teatro di posa (le coppie che danzano su sfondo bianco con ombre molto marcate fanno pensare anche ai titoli di testa di Lynch).

Oggi pomeriggio allo Storchi di Modena Il dio della carneficina di Yasmina Reza, con la regia di Roberto Andò, interpretato da Silvio Orlando, Alessio Boni, Anna Bonaiuto, Michela Cescon: molto deludente, prima mezz'ora noiosa e senza ritmo, poi un po' troppo prevedibile, nonostante alcune risate. Un po' troppo stirachciato il finale. Da dimenticare in fretta.