mercoledì 31 dicembre 2008
Riunione di famiglia
Rachel sta per sposarsi (Rachel getting married, di Jonathan Demme, USA 2008, 114') è un film particolare, bello, imperfetto e carico di sofferenza. Bello perché emoziona, ma imperfetto perché certi momenti sono un po' troppo dilatati (come le danze alla festa di nozze, o certi dialoghi, forse a causa del doppiaggio?). Regia nervosa e personaggi complessi: ad esempio, Rachel, il cui rapporto con la sorella ex tossicomane Kym non è mai lineare, ma altalenante di situazione in situazione. Carico di sofferenza per la tossicodipendenza di Kym e la sua colpa (il suo peccato originale) di aver ucciso il proprio fratello piccolo, i difficili rapporti con la sorella (come quando Rachel annuncia alla famiglia di essere incinta durante una lite con lei) e con i genitori separati (il pugno della madre e lo schiaffo della figlia). Tutto questo immerso in un'atmosfera di matrimonio americano in stile Hawaii ("in nome dei poteri conferitimi dallo stato del Connecticut e da Neil Young vi dichiaro marito e moglie"), con (tremenda) prova generale, preparativi vari, cibo e lavastoviglie da caricare (con gara annessa), danze, amori fugaci. E bel finale elegiaco sui titoli di coda, con la novella sposa che guarda seduta in veranda il marito e due amici che suonano nel prato.
riassunto dei film delle feste
24 dicembre: A. Hitchcock, La finestra sul cortile (TSI 2)
26 dicembre: Gli aristogatti (Raitre)
27 dicembre: P. Sorrentino, Il divo (dvd)
29 dicembre: W. Wyler, Ombre malesi (tit.or. The letter, dallo splendido racconto di S. Maugham) (dvd)
26 dicembre: Gli aristogatti (Raitre)
27 dicembre: P. Sorrentino, Il divo (dvd)
29 dicembre: W. Wyler, Ombre malesi (tit.or. The letter, dallo splendido racconto di S. Maugham) (dvd)
sabato 27 dicembre 2008
lunedì 22 dicembre 2008
cattivi pensieri (di Mura)
Una sola domanda, adesso che Beckham è arrivato con tutto il contorno e il rituale dovuti: quando parte? [...] Non nello sport, ma altrove emerge la tolleranza zero. Nel caso di Eluana Englaro e del ministro Sacconi, che va contro una sentenza della Cassazione manco fosse uno zar, che minaccia apertamente una struttura sanitaria, che si prenderebbe il suo 0 perché a Natale siamo tutti più buoni (colossale balla), però a Natale manca qualche giorno e quindi Sacconi -5. E di riflesso 9 a Claudio Riccobon, amministratore delegato della clinica Città di Udine. Poteva cavarsela con frasi di circostanza e invece ha detto quello che andava detto: «Siamo stati paragonati ai nazisti e ai loro metodi di sterminio. Siamo stati accusati delle nefandezze più inaudite, da chi si trincera dietro il vessillo della carità cristiana. Siamo stati coperti di insulti. E' una situazione in cui è morta anche la pietà». Sì, e non è la sola. Ed è automatico avere nostalgia di altre stagioni. Tanto più, ho letto su Repubblica, che gli studi condotti a Southampton dal professor Sedikides, rivalutano la nostalgia: "Ha un effetto terapeutico sulla salute mentale ed è fonte di positività". Con nostalgia, quindi, oggi che l'Uisp festeggia i 60 anni di vita, penso a Gianmario Missaglia detto Mix (9), il miglior dirigente sportivo che abbia mai incontrato, uno che sapeva incollare sogni e progetti, realismo e utopia, allegria e pensiero, uno per cui la definizione (logorata, ormai) di bella persona veniva automatica. Oggi l'Uisp (7,5) ha 1.200.000 tesserati e lo sport per tutti resta la sua bandiera. Spazio sui giornali, sempre poco. Se non c' è Beckham ci sarà qualcun altro. Ma qualche riga, giusto per ricordare che c' è un' altra Italia e un altro sport, volevo scriverla. [...]
Gianni Mura
(La Repubblica, 21 dicembre 2008)
terzo appunto sul cinema di Meliville
Bob il giocatore (Bob le flambeur, Francia 1956, 98') di Jean-Pierre Melville, va detto subito, è un signor noir, a cui si mescola nella prima parte (la migliore) una dichiarazione d'amore per Montmartre, fotografata in un bianco e nero da intenditori. Il film è costruito attorno a Bob (Roger Duchesne), un ex delinquente e giocatore incallito (tanto da avere in casa una slot machine personale, a cui gioca ogni volta che rientra) che si trova a fare quotidianamente i conti con la Sorte, sa vieille maîtresse, sia ai tavoli da gioco che nei rapporti umani. Superflua solo la voce over di un narratore esterno nell'incipit e al momento del colpo, ma è un difetto lieve. Proprio del genere è il rapporto del protagonista con gli amici, tra cui anche un commissario di polizia, e con le donne, la barista e una giovane Isabelle Corey; rimane il senso melvilliano di lotta di ciascun personaggio con il proprio destino ed il ruolo che ciascuno ha (o si è scelto) nel mondo.
domenica 21 dicembre 2008
Allegre.com
Venerdì, dopo un piacevole brindisi con Barbera e Nebbiolo, abbiamo visto al teatro San Martino lo spettacolo teatrale Allegre.com, tratto da Le allegre comari di Windsor di Shakespeare nella messa in scena del Gruppo Libero; questo il cast: Anne Page: Alessandra Chieli; Comare Page: Tiziana Di Masi; Comare Ford: Alessandra Cortesi; Comare Quickly: Angela Malfitano (sostituita da ???, mi ricordassi il nome, accidenti a me...); Sir John Falstaff: Renzo Morselli; Robin: Luca Comastri; Bardolph: Davide Del Ninno; Mastro Slender: Sergio Bagnato; Parroco Evans/Mastro Page: Davide Lora; Dottor Caio (Cajus): Filippo Pagotto; regia di Renzo Morselli; costumi: Roberta Barraja; disegno luci: Matteo Nanni; trucco; Alessandra Santanera; scenografia ideata da Paolo Conti (menzioni meritatissime). Due ore molto piacevoli e divertenti, spettacolo ben costruito (a parte il finale decisamente posticcio e molto slegato dal resto della pièce), che richiama moltissimo lo stupendo Così è, se vi pare di Massimo Castri, sia per la recitazione, che per la scenografia e per le situazioni (il girotondo, per dirne una). Tra le scene da ricordare la ricerca di Falstaff nascosto nella cassa dei panni sporchi a ritmo di musica, il duetto tra comare Page e comare Ford quando si accorgono di aver ricevuto da Falstaff la stessa lettera; tutto l'inizio del secondo atto, con una splendida Alessandra Cortesi ("molto cinematografica").
Che Dioniso sia sempre propizio!
Che Dioniso sia sempre propizio!
Racconto di Natale
Racconto di Natale, di Arnaud Desplechin con Catherine Deneuve, Jean-Paul Roussillon, Mathieu Amalric, Emile Berling, Françoise Bertin, Laurent Capelluto, Anne Consigny, Emmanuelle Devos, David Frenkel, Hippolyte Girardot, Romain Goupil, Samir Guesmi, Azize Kabouche, Chiara Mastroianni, Melvil Poupaud, Miglen Mirtchev, Clément Obled, Thomas Obled; Francia 2008, 150'.
Necesario questo elenco degli attori principali di questo stupendo film corale (visto giovedì scorso al Rialto). Si tratta di un'opera semplice e complessa, drammatica e comica, leggera e profonda, in una miscela sapiente e ben studiata, valorizzata anche da un montaggio per nulla scontato e convenzionale. L'unico peccato è averlo visto doppiato, per quanto ben fatto, però... che il Lumière sia propizio, lo rivedrei (rivedremmo) anche domani! Tra i tanti pregi vorrei ricordarmi della ricchezza di emozioni diverse che trasmette, talvolta anche in un semplice campo e controcampo, e dei ricordi cinematografici che risveglia nei cinefili doc (ma che non pregiudicano la comprensione o il godimento del film per chi non è così ferrato in materia), come Magnolia e Coeurs, ma anche echi letterari (molto personali, sia chiaro), come L'amore ai tempi del colera per la bellissima dichiarazione di amore assoluto del cugino pittore ("non riuscirei ad alzarmi dal letto ogni mattina senza il pensiero di te") e Ultimo amore di Capossela per il fratello cattivo. Intanto basti questo, ma ne scriverò ancora.
Necesario questo elenco degli attori principali di questo stupendo film corale (visto giovedì scorso al Rialto). Si tratta di un'opera semplice e complessa, drammatica e comica, leggera e profonda, in una miscela sapiente e ben studiata, valorizzata anche da un montaggio per nulla scontato e convenzionale. L'unico peccato è averlo visto doppiato, per quanto ben fatto, però... che il Lumière sia propizio, lo rivedrei (rivedremmo) anche domani! Tra i tanti pregi vorrei ricordarmi della ricchezza di emozioni diverse che trasmette, talvolta anche in un semplice campo e controcampo, e dei ricordi cinematografici che risveglia nei cinefili doc (ma che non pregiudicano la comprensione o il godimento del film per chi non è così ferrato in materia), come Magnolia e Coeurs, ma anche echi letterari (molto personali, sia chiaro), come L'amore ai tempi del colera per la bellissima dichiarazione di amore assoluto del cugino pittore ("non riuscirei ad alzarmi dal letto ogni mattina senza il pensiero di te") e Ultimo amore di Capossela per il fratello cattivo. Intanto basti questo, ma ne scriverò ancora.
mercoledì 17 dicembre 2008
"Io con Mike Leigh ho chiuso!"
... il tuo lapidario commento (che condivido in pieno) dopo la visione di La felicità porta fortuna (Happy go lucky, Gran Bretagna 2008, 118'): raramente divertente, inconsistente, noioso, brutto! E non si dica altro!
lunedì 15 dicembre 2008
articolo 9 della Costituzione italiana
La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
Questo l'esergo che campeggiava dietro ai musicisti e coristi del Teatro Manzoni di Bologna, sabato 13 dicembre, in occasione del concerto gratuito straordinario "Contro i tagli al FUS" previsti.
G. Rossini, La gazza ladra, sinfonia
G. Verdi, I Lombardi alla prima Crociata, coro O Signore dal tetto natio
G. Donizetti, La Favorita, sinfonia
G. Verdi, Machbeth, coro di profughi scozzesi Patria oppressa; Nabucco, sinfonia e coro Gli arredi festivi; I vespri siciliani, sinfonia; bis: Va pensiero.
Serata necessaria: come diceva R. Chiaberge nel suo Contrappunto di domenica 7 dicembre (il domenicale de Il sole 24 ore)
un popolo che diserta le sale da concerto, i musei, i templi, non è un popolo moderno o laico, è solo un popolo senz'anima, che si sta imbarbarendo.
sabato 13 dicembre 2008
amleto sofista
Così una mia amica ha definito a ragione lo spettacolo Examleto, monologo di Roberto Herlitzka (che avevo già visto qualche anno fa all'Itc di San Lazzaro): dico a ragione perché è uno spettacolo molto cerebrale, dove ogni parola ed inflessione è studiatissima (ai limiti della capziosità) e richiede una necessaria rimeditazione. A suo modo è uno spettacolo freddo e difficile da seguire (e hai certo ragione anche tu), ma per me affascinante. Al di là dell'ammirazione per l'attore che riesce a tenere a mente un testo così difficile, dove sono condensate in un'ora e mezza le battute del solo Amleto con pochi inserti degli altri personaggi (e proprio qui risiede la difficoltà maggiore per lo spettatore, se non ricorda bene il testo di Shakespeare), la recitazione è impostata su un registro comico (in senso lato, come "àdula, o adùla"), dominata da una sorta di invasata ma razionalmente studiata pazzia di Amleto, che può a volte sconcertare, producendo effetti in qualche modo stranianti rispetto alle letture più consuete del dramma. Qui risiede, secondo me, il fascino particolare dello spettacolo, che mantiene ancora lati oscuri e problematici. E mi darà ancora da pensare.
(Sempre stupendo è la pantomima dello spettacolo degli attori che inscenano la morte del padre di Amleto, e il dialogo con Ofelia e col becchino).
(Sempre stupendo è la pantomima dello spettacolo degli attori che inscenano la morte del padre di Amleto, e il dialogo con Ofelia e col becchino).
giovedì 11 dicembre 2008
il mare in discesa
mercoledì 10 dicembre 2008
secondo appunto sul cinema di Melville
Un signor noir Lo spione (Le Doulos, Francia-Italia, 1962, 108'), chapeau! Ottimamente giocato sulle musiche e sulle luci che definiscono atmosfere cupe e inquietanti, il film, brillante nel suo essere di genere, è sorretto (e vive attorno) al mefistofelico personaggio di Jena-Paul Belmondo, Silien, sul cui volto è quasi sempre stampato un ghigno diabolico e seducente, che porta alla rovina chi lo circonda. Tiene fede all'epigrafe di Céline (da Viaggio al termine della notte) che apre il film:
(ACHTUNG: RIVELERÒ IL FINALE DEL FILM)
Un criminale per i criminali, uno Iago che muore quasi per sbaglio, per mano di un killer che credeva di aver ucciso, come in un horror di serie z (sembra quasi uno stratagemma per chiudere il film): appunto, il suo fascino maligno seduce lo spettatore, che si trova a fare il tifo per lui. Memorabile è la telefonata prima di spirare che fa alla sua donna, dicendole solo "stasera non vengo".
Da ricordare anche un giovanissimo Michel Piccoli, molto bravo nella parte di chi capisce di essere condannato, la scena dell'interrogatorio con il lungo pianosequenza, alcune inquadrature di volti allo specchio.
il faut choisir, mourir ou mentir(Melville ha però tagliato il seguito: "Moi, je vis", quanto a me, io vivo). A questa massima si adegua il delatore Silien: non conosciamo tuttavia i motivi che lo abbiano indirizzato a questa 'professione', a cui si dedica totalmente.
(bisogna scegliere, morire o mentire).
(ACHTUNG: RIVELERÒ IL FINALE DEL FILM)
Un criminale per i criminali, uno Iago che muore quasi per sbaglio, per mano di un killer che credeva di aver ucciso, come in un horror di serie z (sembra quasi uno stratagemma per chiudere il film): appunto, il suo fascino maligno seduce lo spettatore, che si trova a fare il tifo per lui. Memorabile è la telefonata prima di spirare che fa alla sua donna, dicendole solo "stasera non vengo".
Da ricordare anche un giovanissimo Michel Piccoli, molto bravo nella parte di chi capisce di essere condannato, la scena dell'interrogatorio con il lungo pianosequenza, alcune inquadrature di volti allo specchio.
lunedì 8 dicembre 2008
risposta: sì!
Tornando a casa, ieri sera, sotto i portici di via Irnerio, canticchiavi "scivola, scivola vai via, non te ne andare ...": "Ecco, questa canzone l'avevo dimenticata nel post precedente!" (II tempo, per la cronaca)
Tornando a casa dal Lumière, dopo la proiezione di Stella (di Sylvie Verheyde, Francia 2008, 102'), un bel film francese in tutto e per tutto: per l'atmosfera, la sensibilità e la delicatezza nel trattare situazioni familiari e personali molto difficoltose. Il grande pregio di questo film consiste nella scelta di girare tutto ad altezza protagonista, cioè ad altezza di bambina (molto espressiva la giovanissima Leora Barbara): e proprio sotto questo angolo di osservazione la regista sceglie di raccontare solo la sua sfida quotidiana alla vita e all'ambiente (non certo positivo) che la circonda. I problemi (e la crisi) di coppia vissuti dai suoi genitori, le difficoltà di vivere dentro e al piano di sopra del caffè gestito da loro, il rapporto con gli avventori (tra cui anche un inequivocabile 'orco'), tutto questo non è volutamente approfondito, drammatizzato, ma osservato, vissuto e raccontato attraverso gli occhi e i pensieri di Stella, ingenui e profondi allo stesso tempo. Ad esempio, quando si sta recando per la prima volta a casa della sua amica-compagna di banco Gladys (dal viso tondo e buffo), riflette sulla sua diversità (citazione a memoria con inevitabili omissioni): "so tutto del campionato di calcio, so come si scopa o come si fa un bambino, so tutto del biliardo e delle carte, ma nulla delle cose che contano nella vita". Stella si riferisce alla diversa estrazione culturale rispetto all'amica, a differenza della quale non conosce Fontainbleaux, Balzac o Cocteau, ma che per emulazione e curiosità decide di cominciare a frequentare, appassionandosi alla lettura (e attirandosi gli sguardi e le perplessità della madre, che vedendola leggere e rifiutare un giro di shopping le chiede se sia per caso innamorata). La critica non ha sbagliato a parlare di questo film come de I quattrocento colpi al femminile (aggiungendo anche il confronto con Il tempo delle mele): la differenza sta forse nel tocco ancora più leggero e femminile della regista, che lo distingue dal grande Truffaut e fa sì che non ne sia una copia in qualche modo attualizzata. E tanti sono i momenti da ricordare, come il dialogo tra madre e figlia dopo la convocazione in presidenza ("è a lei che bisognerebbe spaccare la faccia contro il termosifone"), al rapporto tra Stella e l'amica di campagna, il momento in cui Stella imbraccia il fucile e intima all'amante della madre di andarsene, le prime mestruazioni di Stella, la corsa all'uscita della libreria dopo l'acquisto di un libro di Cocteau ...
Insomma, un film che vorrei rivedere tra qualche anno, quando lo avrò quasi dimenticato: uno dei complimenti migliori per qualsiasi opera d'arte.
Tornando a casa dal Lumière, dopo la proiezione di Stella (di Sylvie Verheyde, Francia 2008, 102'), un bel film francese in tutto e per tutto: per l'atmosfera, la sensibilità e la delicatezza nel trattare situazioni familiari e personali molto difficoltose. Il grande pregio di questo film consiste nella scelta di girare tutto ad altezza protagonista, cioè ad altezza di bambina (molto espressiva la giovanissima Leora Barbara): e proprio sotto questo angolo di osservazione la regista sceglie di raccontare solo la sua sfida quotidiana alla vita e all'ambiente (non certo positivo) che la circonda. I problemi (e la crisi) di coppia vissuti dai suoi genitori, le difficoltà di vivere dentro e al piano di sopra del caffè gestito da loro, il rapporto con gli avventori (tra cui anche un inequivocabile 'orco'), tutto questo non è volutamente approfondito, drammatizzato, ma osservato, vissuto e raccontato attraverso gli occhi e i pensieri di Stella, ingenui e profondi allo stesso tempo. Ad esempio, quando si sta recando per la prima volta a casa della sua amica-compagna di banco Gladys (dal viso tondo e buffo), riflette sulla sua diversità (citazione a memoria con inevitabili omissioni): "so tutto del campionato di calcio, so come si scopa o come si fa un bambino, so tutto del biliardo e delle carte, ma nulla delle cose che contano nella vita". Stella si riferisce alla diversa estrazione culturale rispetto all'amica, a differenza della quale non conosce Fontainbleaux, Balzac o Cocteau, ma che per emulazione e curiosità decide di cominciare a frequentare, appassionandosi alla lettura (e attirandosi gli sguardi e le perplessità della madre, che vedendola leggere e rifiutare un giro di shopping le chiede se sia per caso innamorata). La critica non ha sbagliato a parlare di questo film come de I quattrocento colpi al femminile (aggiungendo anche il confronto con Il tempo delle mele): la differenza sta forse nel tocco ancora più leggero e femminile della regista, che lo distingue dal grande Truffaut e fa sì che non ne sia una copia in qualche modo attualizzata. E tanti sono i momenti da ricordare, come il dialogo tra madre e figlia dopo la convocazione in presidenza ("è a lei che bisognerebbe spaccare la faccia contro il termosifone"), al rapporto tra Stella e l'amica di campagna, il momento in cui Stella imbraccia il fucile e intima all'amante della madre di andarsene, le prime mestruazioni di Stella, la corsa all'uscita della libreria dopo l'acquisto di un libro di Cocteau ...
Insomma, un film che vorrei rivedere tra qualche anno, quando lo avrò quasi dimenticato: uno dei complimenti migliori per qualsiasi opera d'arte.
domenica 7 dicembre 2008
Un'altra volta, bionda ...
Concerto-spettacolo teatrale da urlo quello di Vinicio Capossela ieri al Teatro Duse (Solo show): più di due ore di musica travolgente (con cammeo di Bergonzoni nel finale) e non solo (lui è sempre più un'animale (un minotauro?) da palcoscenico, accompagnato da musicisti impeccabili e dal mago Christopher Wonder (la human pignatta).
I tempo, o "parte spirituale del concerto": Il gigante e il mago, In clandestinità (eseguita più veloce che nell'album), Parla piano, Una giornata perfetta, Il paradiso dei calzini (eseguita su un pianofortino per bambini; introdotta dalla storia dei guantini), Orfani ora, Vetri appannati d'America, Dall'altra parte della sera, La faccia della terra, Non c'è disaccordo nel cielo.
intervallo: intrattiene il mago Wonder
II tempo, o "parte corporale del concerto" (se ricordo bene): Bardamù (travolgente), Con una rosa, Marajà (hors categorie, inarrivabile, da far venire giù il teatro, con Vinicio in gabbia), Medusa cha cha, Canzone a manovella (con annesso palombaro, dedicata a chi si è perso per il Pratello, e con Vinicio che esce di scena con coda da sirena), medley con La marcia del camposanto e Pena de l'alma ad introdurre l'Uomo vivo accompagnato dal numero della human pignatta, chiusa da una strofa di Al colosseo, Brucia troia (ancora con Vinicio in gabbia e con l'ormai usuale maschera da minotaruro; alla fine discesa tra il pubblico della platea per prelevare due "ostaggi" da chiudere in gabbia).
III tempo, o appendice delle confidenze, al piano da saloon, fronte al pubblico: Sante Nicola, Case (in memoria della casa di via Centotrecento), All'1 e 35 circa (con presentazione della band) e chiusura con una strofa de Il gigante e il mago.
Dimentico nulla?
I tempo, o "parte spirituale del concerto": Il gigante e il mago, In clandestinità (eseguita più veloce che nell'album), Parla piano, Una giornata perfetta, Il paradiso dei calzini (eseguita su un pianofortino per bambini; introdotta dalla storia dei guantini), Orfani ora, Vetri appannati d'America, Dall'altra parte della sera, La faccia della terra, Non c'è disaccordo nel cielo.
intervallo: intrattiene il mago Wonder
II tempo, o "parte corporale del concerto" (se ricordo bene): Bardamù (travolgente), Con una rosa, Marajà (hors categorie, inarrivabile, da far venire giù il teatro, con Vinicio in gabbia), Medusa cha cha, Canzone a manovella (con annesso palombaro, dedicata a chi si è perso per il Pratello, e con Vinicio che esce di scena con coda da sirena), medley con La marcia del camposanto e Pena de l'alma ad introdurre l'Uomo vivo accompagnato dal numero della human pignatta, chiusa da una strofa di Al colosseo, Brucia troia (ancora con Vinicio in gabbia e con l'ormai usuale maschera da minotaruro; alla fine discesa tra il pubblico della platea per prelevare due "ostaggi" da chiudere in gabbia).
III tempo, o appendice delle confidenze, al piano da saloon, fronte al pubblico: Sante Nicola, Case (in memoria della casa di via Centotrecento), All'1 e 35 circa (con presentazione della band) e chiusura con una strofa de Il gigante e il mago.
Dimentico nulla?
sabato 6 dicembre 2008
primo appunto sul cinema di Melville
Ieri sera in Cineteca proiezione di Tutte le ore feriscono l'ultima uccide! di Jean-Pierre Melville (Le deuxième souffle, Francia, 1966, 144'), considerato dalla critica uno dei suoi migliori polar (policier + noir). Il film comincia dove era terminato Un condannato a morte è fuggito di Bresson (1956), quasi una citazione-omaggio: dalla fuga dal carcere gli eventi si dipanano in modo rapidissimo (con flashback e forward), secondo un ritmo calante dalla metà in poi. Ogni personaggio ha una propria sfumatura, tanto positiva quanto negativa, ma resta sempre fedele al proprio ruolo/destino, che non può, o vuole, cambiare. Fotografia 'affilata', regia nervosa e frequente uso dello zoom, trama a volte confusa (soprattutto nel ricollegare nomi a volti), piacevolmente chandleriano.
mercoledì 3 dicembre 2008
Provaci ancora, Clint!
Changeling
(di Clint Eastwood, con Angelina Jolie, John Malkovich, Jeffrey Donovan; Usa 2008, '140)
Il buon vecchio Clint si merita la sufficienza, ma solo perché è lui (fosse stato un altro, lo ammetto, il voto sarebbe diverso). Rispetto allo stile essenziale dei precedenti Mystic River e Million Dollar Baby il film è caratterizzato da uno stile troppo pieno e 'americano' (nel senso peggiore, cioè ridondante ed enfatico): gli esempi non mancano, a partire dal ralenti della cenere di sigaretta, passando per il colloquio in cella tra madre e assassino, "alle scene nell'ospedale psichiatrico". Ricorda un po' lo stile di Mezzanotte nel giardino del bene e nel male, anch'esso a mio avviso imperfetto. E non giova il mescolare troppi stili, come nella prima scena al ranch, dove si passa dal poliziesco, al western, al noir in un batter di ciglia. È un peccato, perché la storia è davvero degna di essere raccontata: il dolore di una madre e le umiliazioni e discriminazioni subite, la lotta titanica contro un potere corrotto, lo sfruttamento di un caso personale per scopi politici, la ricerca e l'esigenza di giustizia, la pena di morte. Da ricordare, in poche scene, la luce che taglia il volto della Jolie.
Addendum al post precedente: nella fretta mi sono dimenticato di aggiungere (a futura memoria) che la rievocazione della sorte di un vecchio cacciato da una farm e costretto a peregrinare con la famiglia al seguito mi ha rievocato Furore, sempre però in un mood più leggero. E il racconto iniziale della vita di fabbrica il grande Paolini degli Album.
(di Clint Eastwood, con Angelina Jolie, John Malkovich, Jeffrey Donovan; Usa 2008, '140)
Il buon vecchio Clint si merita la sufficienza, ma solo perché è lui (fosse stato un altro, lo ammetto, il voto sarebbe diverso). Rispetto allo stile essenziale dei precedenti Mystic River e Million Dollar Baby il film è caratterizzato da uno stile troppo pieno e 'americano' (nel senso peggiore, cioè ridondante ed enfatico): gli esempi non mancano, a partire dal ralenti della cenere di sigaretta, passando per il colloquio in cella tra madre e assassino, "alle scene nell'ospedale psichiatrico". Ricorda un po' lo stile di Mezzanotte nel giardino del bene e nel male, anch'esso a mio avviso imperfetto. E non giova il mescolare troppi stili, come nella prima scena al ranch, dove si passa dal poliziesco, al western, al noir in un batter di ciglia. È un peccato, perché la storia è davvero degna di essere raccontata: il dolore di una madre e le umiliazioni e discriminazioni subite, la lotta titanica contro un potere corrotto, lo sfruttamento di un caso personale per scopi politici, la ricerca e l'esigenza di giustizia, la pena di morte. Da ricordare, in poche scene, la luce che taglia il volto della Jolie.
Addendum al post precedente: nella fretta mi sono dimenticato di aggiungere (a futura memoria) che la rievocazione della sorte di un vecchio cacciato da una farm e costretto a peregrinare con la famiglia al seguito mi ha rievocato Furore, sempre però in un mood più leggero. E il racconto iniziale della vita di fabbrica il grande Paolini degli Album.
lunedì 1 dicembre 2008
Una tragicommedia sudafricana (quasi un blues)
C.I.C.T/ Thèatre des Bouffes du Nord
Sizwe Banzi est mort
di Athol Fugard, John Kani e Winston Ntshona; adattamento in francese di Marie Hélène Estienne; regia Peter Brook; con Habib Dembélé, Pitcho Womba Konga
Brook mette in scena con estrema intelligenza una tragicommedia di una township sudafricana del tempo dell'apartheid, che potrebbe essere tranquillamente una periferia di una qualsiasi città europea: il dramma degli invisibili (e perciò sempre sfruttati) è però narrato e agito con un registro comico e 'leggero', che diverte e coinvolge, grazie soprattutto all'estrema bravura dei due attori.
Il riso si rivela il solo modo per reagire ad una vita di sfruttati: in tal senso il racconto iniziale della visita alla fabbrica della Ford sudafricana da parte del proprietario americano è da antologia. Stupendo è anche il momento di training 'educativo' per appropriarsi dell'identità del defunto Robert Zwelinzima, cancellando il vecchio Sizwe, cui la polizia ha dato quello che da noi sarebbe il foglio di via. Scena spoglia, pochi oggetti, ma molto funzionale. Grandi applausi, meritati.
Sizwe Banzi est mort
di Athol Fugard, John Kani e Winston Ntshona; adattamento in francese di Marie Hélène Estienne; regia Peter Brook; con Habib Dembélé, Pitcho Womba Konga
Brook mette in scena con estrema intelligenza una tragicommedia di una township sudafricana del tempo dell'apartheid, che potrebbe essere tranquillamente una periferia di una qualsiasi città europea: il dramma degli invisibili (e perciò sempre sfruttati) è però narrato e agito con un registro comico e 'leggero', che diverte e coinvolge, grazie soprattutto all'estrema bravura dei due attori.
Il riso si rivela il solo modo per reagire ad una vita di sfruttati: in tal senso il racconto iniziale della visita alla fabbrica della Ford sudafricana da parte del proprietario americano è da antologia. Stupendo è anche il momento di training 'educativo' per appropriarsi dell'identità del defunto Robert Zwelinzima, cancellando il vecchio Sizwe, cui la polizia ha dato quello che da noi sarebbe il foglio di via. Scena spoglia, pochi oggetti, ma molto funzionale. Grandi applausi, meritati.
sabato 29 novembre 2008
due giorni in sintesi
Si può fare, film di Giulio Manfredonia (Italia 2008, 111') è ben fatto e ruota attorno a un tema per poco conosciuto (almeno per me): basato su una storie vere degli anni '80 dopo la chiusura dei manicomi, mette in scena con un misto di leggerezza e di momenti dolorosi e tragici l'esperienza di lavoro con persone malate di mente (a volte un po' discontinuo e poco 'credibile, ma è un'altra storia). Interessante, ma ci devo ancora riflettere. Scena migliore: la ricerca i due nuovi 'operai' in un manicomio.
Ieri serata di improvvisazione teatrale: piacevole, divertente e rilassante.
Ieri serata di improvvisazione teatrale: piacevole, divertente e rilassante.
mercoledì 26 novembre 2008
de pulchritudine
Signor capitano, non te lo volevo dire,
ma in mezzo al mare c'è una donna bianca,
così enorme alla luce delle stelle, così bella,
che di guardarla uno non si stanca.
(F. De Gregori, I muscoli del capitano)
martedì 25 novembre 2008
habanerando ...
Richard Galliano Sextet
Richard Galliano (bandoneon e fisarmonica), Jean Marc Phillips (violino), Sebastien Surel (violino), Jean Marc Apap (viola), Ericmaria Couturier (violoncello), Stephane Logerot (contrabbasso).
Bologna, Teatro Manzoni, h. 21
Otoño Porteño, Vuelvo al sur, Escualo, Oblivion (A. Piazzolla)
Petite Suite Française (R. Galliano)
Aria, La Valse à Margaux, Habanerando, Opale Concerto (R. Galliano)
bis: Barbara + Tango pour Claude (R.Galliano)
Breve ma intenso, un vortice di emozioni (sublimi e travolgenti Escualo e Habanerando!).
Richard Galliano (bandoneon e fisarmonica), Jean Marc Phillips (violino), Sebastien Surel (violino), Jean Marc Apap (viola), Ericmaria Couturier (violoncello), Stephane Logerot (contrabbasso).
Bologna, Teatro Manzoni, h. 21
Otoño Porteño, Vuelvo al sur, Escualo, Oblivion (A. Piazzolla)
Petite Suite Française (R. Galliano)
Aria, La Valse à Margaux, Habanerando, Opale Concerto (R. Galliano)
bis: Barbara + Tango pour Claude (R.Galliano)
Breve ma intenso, un vortice di emozioni (sublimi e travolgenti Escualo e Habanerando!).
sabato 22 novembre 2008
Copii di Bucarest
Gara de Nord - Copii pe strada (di Antonio Martino di Antonio Martino, Italia,2007, 25')
Pa-ra-da (di Marco Pontecorvo, Italia-Francia-Romania, 2008, 100')
Cineteca di Bologna, 21 novembre, h. 21
Una bella serata tristemente educativa, uno sguardo su una realtà semisconosciuta, quella dei bambini di strada che vivono alla stazione nord di Bucarest e dormono nelle fogne (Europa, sia chiaro, non Marte). Quello di Martino è un documentario sconvolgente nella sua semplicità e nella sua denuncia: una sequenza di interviste a questi bambini e ragazzi, sfruttati dalle mafie e dai turisti occidentali (proprio per quello), frequentemente attaccati a dei sacchetti di plastica dai quali sniffano colla, prodotto cancerogeno che dona loro sollievo e stordimento.
Dello stesso problema si occupa il film di Pontecorvo, che racconta la storia vera del clown francese Miloud, fondatore di Parada: dopo la caduta del regime di Ceaucescu andò in Romania e decise di restare a Bucarest per cercare (con fatica, difficoltà, impegno personale) di fare qualcosa per i ragazzi di strada. Il film è ottimamente girato e montato (peccato solo averlo visto doppiato in italiano e non nell'originale francese-rumeno), coinvolgente, umano, profondo e commovente (soprattutto alla fine, con la scena dei ragazzini che svegliano Miloud, lo chiamano in strada e ripetono "rispetto", il primo e più importante insegnamento che hanno ricevuto da lui, senza dimenticare la bella ellissi temporale dal primo spettacolino nella piazza dell'università di Bucarest allo spettacolo al Centre Pompidou di Parigi). E giusta è la scelta del regista di accompagnare i titoli di coda con le immagini in bianco e nero della Bucarest odierna, dove il dramma di questi bambini di strada rimane.
Pa-ra-da (di Marco Pontecorvo, Italia-Francia-Romania, 2008, 100')
Cineteca di Bologna, 21 novembre, h. 21
Una bella serata tristemente educativa, uno sguardo su una realtà semisconosciuta, quella dei bambini di strada che vivono alla stazione nord di Bucarest e dormono nelle fogne (Europa, sia chiaro, non Marte). Quello di Martino è un documentario sconvolgente nella sua semplicità e nella sua denuncia: una sequenza di interviste a questi bambini e ragazzi, sfruttati dalle mafie e dai turisti occidentali (proprio per quello), frequentemente attaccati a dei sacchetti di plastica dai quali sniffano colla, prodotto cancerogeno che dona loro sollievo e stordimento.
Dello stesso problema si occupa il film di Pontecorvo, che racconta la storia vera del clown francese Miloud, fondatore di Parada: dopo la caduta del regime di Ceaucescu andò in Romania e decise di restare a Bucarest per cercare (con fatica, difficoltà, impegno personale) di fare qualcosa per i ragazzi di strada. Il film è ottimamente girato e montato (peccato solo averlo visto doppiato in italiano e non nell'originale francese-rumeno), coinvolgente, umano, profondo e commovente (soprattutto alla fine, con la scena dei ragazzini che svegliano Miloud, lo chiamano in strada e ripetono "rispetto", il primo e più importante insegnamento che hanno ricevuto da lui, senza dimenticare la bella ellissi temporale dal primo spettacolino nella piazza dell'università di Bucarest allo spettacolo al Centre Pompidou di Parigi). E giusta è la scelta del regista di accompagnare i titoli di coda con le immagini in bianco e nero della Bucarest odierna, dove il dramma di questi bambini di strada rimane.
mercoledì 19 novembre 2008
Il passato è una terra straniera
Il passato è una terra straniera
(di Daniele Vicari; con Elio Germano, Michele Riondino, Chiara Caselli, Valentina Lodovini, Daniela Poggi, Marco Baliani, Lorenza Indovina, Maria Jurado, Romina Carrisi, Federico Pacifici, Antonio Gerardi. Italia 2008, 120').
Un film senza soste né respiro, che trascina nell'abisso di corruzione morale del protagonista fino alla catarsi finale (un pathei mathos, un apprendimento con dolore) dolorosamente fisico. La regia sfrutta immagini anche sporche, sfocate, dalla fotografia imperfetta, montandole in modo serrato ed accompagnadole da un'ottima colonna sonora. Eccellenti i due protagonisti (Elio Germano e Michele Riondino) e gli altri attori del cast.
La parte migliore (di un ottimo film) resta la prima ai tavoli da poker, anche se tensione alla dissoluzione del bravo ragazzo borghese (Germano) comincia già con l'inattesa testata iniziale. Non è del tutto chiaro (ma non è poi un problema decisivo) se la dissoluzione sia del tutto gratuita, non consapevolmente cercata o se invece "sia dovuta ad un senso di ribellione al padre per il suo rapporto con la sorella" (e, se così fosse, hai ragione a dire che qui la sceneggiatura è troppo ellittica). Tremende la scena dello stupro e del pestaggio alla caserma di polizia.
Battute memorabili: "se è un altro libro, giuro che ti lascio!" "Ma a te piace leggere" "Sì, ma mi piacciono anche altre cose!"; "Che faccio, mamma? Niente, mi drogo, baro alle carte e scopo con donne sposate".
Da vedere!
(di Daniele Vicari; con Elio Germano, Michele Riondino, Chiara Caselli, Valentina Lodovini, Daniela Poggi, Marco Baliani, Lorenza Indovina, Maria Jurado, Romina Carrisi, Federico Pacifici, Antonio Gerardi. Italia 2008, 120').
Un film senza soste né respiro, che trascina nell'abisso di corruzione morale del protagonista fino alla catarsi finale (un pathei mathos, un apprendimento con dolore) dolorosamente fisico. La regia sfrutta immagini anche sporche, sfocate, dalla fotografia imperfetta, montandole in modo serrato ed accompagnadole da un'ottima colonna sonora. Eccellenti i due protagonisti (Elio Germano e Michele Riondino) e gli altri attori del cast.
La parte migliore (di un ottimo film) resta la prima ai tavoli da poker, anche se tensione alla dissoluzione del bravo ragazzo borghese (Germano) comincia già con l'inattesa testata iniziale. Non è del tutto chiaro (ma non è poi un problema decisivo) se la dissoluzione sia del tutto gratuita, non consapevolmente cercata o se invece "sia dovuta ad un senso di ribellione al padre per il suo rapporto con la sorella" (e, se così fosse, hai ragione a dire che qui la sceneggiatura è troppo ellittica). Tremende la scena dello stupro e del pestaggio alla caserma di polizia.
Battute memorabili: "se è un altro libro, giuro che ti lascio!" "Ma a te piace leggere" "Sì, ma mi piacciono anche altre cose!"; "Che faccio, mamma? Niente, mi drogo, baro alle carte e scopo con donne sposate".
Da vedere!
martedì 18 novembre 2008
lunedì 17 novembre 2008
Manoel de Oliveira in Cineteca
Douro, faina fluvial (Portogallo, 1931, 18')
I misteri del convento (O convento, Francia-Portogallo, 1995, 90')
Cineteca di Bologna, 16 novembre, h. 15.00
Douro è un cortometraggio ben fotografato e montato (alla Vertov, come ha ricordato anche il regista). O convento ha dei momenti emozionanti, molti oscuri; "divertente è la scena delle porte che si aprono e si chiudono" tra Malcowich e la Deneuve); Malcowich che scarta il regalo mi ha ricordato qualcuno (vero?); e il finale che il regista avrebbe voluto sarebbe stato apprezzato (la Deveuve/Héléne avrebbe dovuto uscire dall'acqua come la Venere di Botticelli, ma lei rifiutò: ci resta una lunga carrellata dei suoi piedi che escono dall'acqua fino al peplo (da Elena del mito, ubiqua) con il quale si riveste, per socmparire con il marito; come disse il regista, "la nudità della donna non è un male, anzi, sono gli uomini che le attribuiscono il peccato!").
Al termine l'incontro con Manoel de Oliveira e João Benárd da Costa, direttore della Cinemateca Portuguesa: chiacchierata cinematografico-filosofica (tempo e azione cinematografica, musiche e cinema, ricordi del set).
"Ti sarebbe piaciuto..."
I misteri del convento (O convento, Francia-Portogallo, 1995, 90')
Cineteca di Bologna, 16 novembre, h. 15.00
Douro è un cortometraggio ben fotografato e montato (alla Vertov, come ha ricordato anche il regista). O convento ha dei momenti emozionanti, molti oscuri; "divertente è la scena delle porte che si aprono e si chiudono" tra Malcowich e la Deneuve); Malcowich che scarta il regalo mi ha ricordato qualcuno (vero?); e il finale che il regista avrebbe voluto sarebbe stato apprezzato (la Deveuve/Héléne avrebbe dovuto uscire dall'acqua come la Venere di Botticelli, ma lei rifiutò: ci resta una lunga carrellata dei suoi piedi che escono dall'acqua fino al peplo (da Elena del mito, ubiqua) con il quale si riveste, per socmparire con il marito; come disse il regista, "la nudità della donna non è un male, anzi, sono gli uomini che le attribuiscono il peccato!").
Al termine l'incontro con Manoel de Oliveira e João Benárd da Costa, direttore della Cinemateca Portuguesa: chiacchierata cinematografico-filosofica (tempo e azione cinematografica, musiche e cinema, ricordi del set).
"Ti sarebbe piaciuto..."
domenica 16 novembre 2008
Vita di Galileo (II)
Vita di Galileo
di Bertolt Brecht, con Franco Branciaroli, regia di Antonio Calenda.
15 novembre, Arena del Sole, h. 21 (durata 2h20)
Spettacoli come questo rimettono in pace con il mondo e con il teatro: al di là del testo (geniale, divertente, ironico, sempre attuale o attualizzabile: sarà che lo stato della ricerca in Italia e nel mondo non è cambiato poi molto?) gli attori mostrano una gran presenza scenica (Branciaroli grande, ma utti gli altri non sono da meno!); la scenografia è sobria e funzionale; il ritmo è incalzante e il dramma scorre rapidissimo.
L'unico (piccolo, ma scenicamente comprensibile) dissenso riguarda il finale, con il taglio dell'ultimo quadro del testo di Brecht, quando Andrea riesce a varcare il confine tedesco ed a portare in salvo i Discorsi.
Da ricordare: su tutti il dialogo tra Galileo e Sagredo sulla scoperta delle stelle medicee; il momento in cui Galileo incomincia lo studio delle macchie solari; la scena carnevalesca.
di Bertolt Brecht, con Franco Branciaroli, regia di Antonio Calenda.
15 novembre, Arena del Sole, h. 21 (durata 2h20)
Spettacoli come questo rimettono in pace con il mondo e con il teatro: al di là del testo (geniale, divertente, ironico, sempre attuale o attualizzabile: sarà che lo stato della ricerca in Italia e nel mondo non è cambiato poi molto?) gli attori mostrano una gran presenza scenica (Branciaroli grande, ma utti gli altri non sono da meno!); la scenografia è sobria e funzionale; il ritmo è incalzante e il dramma scorre rapidissimo.
L'unico (piccolo, ma scenicamente comprensibile) dissenso riguarda il finale, con il taglio dell'ultimo quadro del testo di Brecht, quando Andrea riesce a varcare il confine tedesco ed a portare in salvo i Discorsi.
Da ricordare: su tutti il dialogo tra Galileo e Sagredo sulla scoperta delle stelle medicee; il momento in cui Galileo incomincia lo studio delle macchie solari; la scena carnevalesca.
sabato 15 novembre 2008
Un altro pianeta
Un altro pianeta
di Stefano Tummolini (Italia, 2008, 81') - Lumière, sala Scorsese, h 22.30
Un film dalla produzione minuscola, piccolo ma denso di emozioni, leggero e tracico/triste nello stesso momento (come tipologia di sensazioni provate mi ha ricordato Il pranzo di ferragosto, un film comunque diversissimo e anch'esso di produzione 'casalinga'). Ogni personaggio custodisce il proprio dolore, sofferenza o malattia nel proprio intimo, trovando la forza e il coraggio di confessarlo solo a estranei oppure mescolandolo alla rievocazione di un sogno: chi come il protagonista convive con il dolore di una perdita (la morte lontana, ma ancora pianta, del proprio compagno), chi confonde con un carattere esuberante e un po' svampito ("cosa volete ragazzi? caffè, tè" "mè") la malattia di un padre; e ancora i problemi di coppie etero e gay, gli stessi: tradimenti, scappatelle, ricerca di equilibri precari; chi invece convive con l'aids da due anni (Daniela) e cerca attenzioni e affetto. Tutto questo avvolto da un'atmosfera leggera, grazie anche all'ambientazione su una spiaggia di giugno (quasi un Kammerspiel all'aperto).
Note negative: una segretaria di edizione avrebbe potuto controllare le ombre: dato che il film è girato interamente su una spiaggia assolata, un po' più di attenzione non avrebbe guastato; bruttine le inquadrature che chiudono il film (aereo, i due corpi abbracciati in posa da calendario, il cielo): avrei terminato con il primo piano dei due ("sfumando").
Scene da ricordare: il libro che sventola alle spalle di Salvatore (il protagonista) e Cristiano; il secondo incrociarsi di sguardi tra i due, con la steady che 'li avvolge'; la scena del test letto dalla ragazza toscana.
di Stefano Tummolini (Italia, 2008, 81') - Lumière, sala Scorsese, h 22.30
Un film dalla produzione minuscola, piccolo ma denso di emozioni, leggero e tracico/triste nello stesso momento (come tipologia di sensazioni provate mi ha ricordato Il pranzo di ferragosto, un film comunque diversissimo e anch'esso di produzione 'casalinga'). Ogni personaggio custodisce il proprio dolore, sofferenza o malattia nel proprio intimo, trovando la forza e il coraggio di confessarlo solo a estranei oppure mescolandolo alla rievocazione di un sogno: chi come il protagonista convive con il dolore di una perdita (la morte lontana, ma ancora pianta, del proprio compagno), chi confonde con un carattere esuberante e un po' svampito ("cosa volete ragazzi? caffè, tè" "mè") la malattia di un padre; e ancora i problemi di coppie etero e gay, gli stessi: tradimenti, scappatelle, ricerca di equilibri precari; chi invece convive con l'aids da due anni (Daniela) e cerca attenzioni e affetto. Tutto questo avvolto da un'atmosfera leggera, grazie anche all'ambientazione su una spiaggia di giugno (quasi un Kammerspiel all'aperto).
Note negative: una segretaria di edizione avrebbe potuto controllare le ombre: dato che il film è girato interamente su una spiaggia assolata, un po' più di attenzione non avrebbe guastato; bruttine le inquadrature che chiudono il film (aereo, i due corpi abbracciati in posa da calendario, il cielo): avrei terminato con il primo piano dei due ("sfumando").
Scene da ricordare: il libro che sventola alle spalle di Salvatore (il protagonista) e Cristiano; il secondo incrociarsi di sguardi tra i due, con la steady che 'li avvolge'; la scena del test letto dalla ragazza toscana.
venerdì 14 novembre 2008
giovedì 13 novembre 2008
Anna Cappelli
Anna Cappelli
di Annibale Ruccello, con Alessandra Frabetti e Marinella Manicardi, regia Marinella Manicardi.
Bologna, Teatro delle Moline, 13 novembre, h. 21.15 (durata 50' circa)
Note rapide: piacevole e ben fatto, testo divertente (tragicomico al punto giusto, specie nel finale); attrici: la Frabetti = Anna Cappelli palese buona prova sia nella dizione che nella gestualità ("alla fine non sbatteva neppure le palpebre, ha cambiato espressione"), la Manicardi = Anna Cappelli segreta mi ha convinto meno nella parte finale, ma mi è piaciuta molto nella sua gestualità.
Da ricordare: la Manicardi che si accende una paglia mentre il ragioniere ci prova con la Frabetti; la sovrapposizione e la studiata e ben eseguita interazione tra le due attrici; la Manicardi che si scotta con il ferro da stiro; la dicotomia temporale tra la Frabetti che dialoga con il compagno alla fine della loro storia e la Manicardi che si sovrappone con un dialogo di 1 anno precedente (relazione di 2 anni contro 7 mesi).
"Poteva evitare il cervello e il cuore, bastava l'immaginazione": hai ragione!
di Annibale Ruccello, con Alessandra Frabetti e Marinella Manicardi, regia Marinella Manicardi.
Bologna, Teatro delle Moline, 13 novembre, h. 21.15 (durata 50' circa)
Note rapide: piacevole e ben fatto, testo divertente (tragicomico al punto giusto, specie nel finale); attrici: la Frabetti = Anna Cappelli palese buona prova sia nella dizione che nella gestualità ("alla fine non sbatteva neppure le palpebre, ha cambiato espressione"), la Manicardi = Anna Cappelli segreta mi ha convinto meno nella parte finale, ma mi è piaciuta molto nella sua gestualità.
Da ricordare: la Manicardi che si accende una paglia mentre il ragioniere ci prova con la Frabetti; la sovrapposizione e la studiata e ben eseguita interazione tra le due attrici; la Manicardi che si scotta con il ferro da stiro; la dicotomia temporale tra la Frabetti che dialoga con il compagno alla fine della loro storia e la Manicardi che si sovrappone con un dialogo di 1 anno precedente (relazione di 2 anni contro 7 mesi).
"Poteva evitare il cervello e il cuore, bastava l'immaginazione": hai ragione!
mercoledì 12 novembre 2008
Riflessioni altrui (sempre utili)
Pensieri e riflessioni di Concita De Gregorio da conservare:
Ieri abbiamo dibattuto molto se dare l'apertura del giornale a Miriam Makeba, simbolo di una battaglia che non si spegne. C'erano gli scioperi, c'era il traffico paralizzato. La grammatica ordinaria avrebbe chiesto altre priorità. Abbiamo fatto la scelta giusta, però, io credo. Makeba era una grande persona, una grande donna, un esempio. C'è bisogno di questo: respiro. Oggi fra i tanti temi ci è sembrato che la ragazzina aggredita sul treno, il senza tetto bruciato, l'immigrato denudato sull'autobus dal controllore fossero emblemi i cosa sta diventando questo paese ben più della quotidiana altalena delle borse e dell'eterno braccio di ferro nelle trattative su Alitalia. Ci stiamo sciupando, stiamo perdendo la capacità di difendere chi non può farlo da solo. Riguadagniamo le postazioni, restiamo fermi al nostro posto.
Fabio, un giovane ricercatore di fisica precario, scrive nel blog che sta partendo per la Francia dove gli hanno offerto un contratto di lavoro. Spero, dice, che prima o poi anche in Italia le cose migliorino che si riprenda a far concorsi che io possa tornare. Lo speriamo tutti, Fabio. Una vecchia amica della mia famiglia mi ha scritto una lettera di carta (una lettera scritta a penna messa in una busta col francobollo, che cosa pazzesca e commovente) per dire che piange la perdita dei suoi nipoti, figli di una figlia partita per l'America a studiare e mai più ritornata. Ci stiamo perdendo non una ma due generazioni, e la terza e la quarta che verranno: ci stiamo perdendo il futuro. Un Paese che non sa tenere qui figli e nipoti è un paese disperato e già morto. Non ci bastano le barzellette e le battute da cabaret a distrarci, anzi: ci fanno veramente una rabbia pazzesca. Ribelliamoci. Pretendiamo che ci ascoltino. Non smettiamo nemmeno un minuto di ripeterlo: è questo il nostro posto. E al diavolo i vostri soldi, i vostri sondaggi, le vostre minacce. Come diceva Miriam Makeba: Non vogliamo elemosina, vogliamo camminare da soli. Andiamo, dunque. Che qualcosa - guardatevi attorno, più lontano di questo stretto orizzonte - qualcosa nel mondo è già cambiato.
martedì 11 novembre 2008
Passaggio in India
Passaggio in India
di Santha Rama Rau, dal romanzo di Edward Morgan Forster, traduzione di Sandro Lombardi, drammaturgia Sandro Lombardi e Federico Tiezzi, regia Federico Tiezzi, scene Francesco Calcagnini, costumi Giovanna Buzzi, luci Roberto Innocenti
con (in ordine di apparizione) Sandro Lombardi,Graziano Piazza, Giulia Lazzarini, Debora Zuin, Massimo Verdastro, Giovanni Franzoni, Sandro Mabellini, Silvio Castiglioni, Daniele Bonaiuti, Ciro Masella, Fabricio Christian Amansi, Aleksandar Karlic, Andrea Carabelli.
produzione Teatro Metastasio Stabile della Toscana / Compagnia Sandro Lombardi
11 novembre 2008, h. 21.00
Il primo commento è algido, glaciale: lo spettacolo trasmette poche emozioni e non risulta chiaro il messaggio (o i messaggi) che intende comunicare (incontro/scontro di culture e civiltà? pregiudizio verso il diverso? tensione verso il divino o la divinità, come sembrano suggerire il monologo di Mrs. Moore e la chiosa di Lombardi prima del balletto bolliwoodiano finale, molto lynchiano? la ricerca di sé nell'altro e tramite il diverso da sé?).
Lo spettacolo di Tiezzi ricorda molto da vicino i due precedenti - Gli uccelli (molto bello) e I giganti della montagna (baf...) -, estremizzando però le soluzioni sceniche ed interpretative di quest'ultimo: utilizzo di video e filmati proiettati, ermetismo e straniamento nella recitazione, momenti di buio che fungono da ellissi temporali (con gli attori che rimangono come paralizzati prima dell'azione): tutte queste scelte mi sembrano pregiudicare un'immediata fruibilità dello spettacolo e risultano quasi come vuoto artificio più che intrinsecamente necessarie.
Attori nel complesso bravi ("Lombardi ha un tono da professorino", dici giustamente).
Momenti da ricordare: la grande cornice di quadro vuota presente in scena nella prima metà dello spettacolo; il risveglio dall'incubo di Mrs. Moore con i due attori immobili più distanti; l'eco e le sue conseguenze in Mrs. Moore.
di Santha Rama Rau, dal romanzo di Edward Morgan Forster, traduzione di Sandro Lombardi, drammaturgia Sandro Lombardi e Federico Tiezzi, regia Federico Tiezzi, scene Francesco Calcagnini, costumi Giovanna Buzzi, luci Roberto Innocenti
con (in ordine di apparizione) Sandro Lombardi,Graziano Piazza, Giulia Lazzarini, Debora Zuin, Massimo Verdastro, Giovanni Franzoni, Sandro Mabellini, Silvio Castiglioni, Daniele Bonaiuti, Ciro Masella, Fabricio Christian Amansi, Aleksandar Karlic, Andrea Carabelli.
produzione Teatro Metastasio Stabile della Toscana / Compagnia Sandro Lombardi
11 novembre 2008, h. 21.00
Il primo commento è algido, glaciale: lo spettacolo trasmette poche emozioni e non risulta chiaro il messaggio (o i messaggi) che intende comunicare (incontro/scontro di culture e civiltà? pregiudizio verso il diverso? tensione verso il divino o la divinità, come sembrano suggerire il monologo di Mrs. Moore e la chiosa di Lombardi prima del balletto bolliwoodiano finale, molto lynchiano? la ricerca di sé nell'altro e tramite il diverso da sé?).
Lo spettacolo di Tiezzi ricorda molto da vicino i due precedenti - Gli uccelli (molto bello) e I giganti della montagna (baf...) -, estremizzando però le soluzioni sceniche ed interpretative di quest'ultimo: utilizzo di video e filmati proiettati, ermetismo e straniamento nella recitazione, momenti di buio che fungono da ellissi temporali (con gli attori che rimangono come paralizzati prima dell'azione): tutte queste scelte mi sembrano pregiudicare un'immediata fruibilità dello spettacolo e risultano quasi come vuoto artificio più che intrinsecamente necessarie.
Attori nel complesso bravi ("Lombardi ha un tono da professorino", dici giustamente).
Momenti da ricordare: la grande cornice di quadro vuota presente in scena nella prima metà dello spettacolo; il risveglio dall'incubo di Mrs. Moore con i due attori immobili più distanti; l'eco e le sue conseguenze in Mrs. Moore.
lunedì 10 novembre 2008
Vita di Galileo (I)
da B. Brecht, Vita di Galileo, Einaudi, Torino 1994.
***
***
GALILEO - [...] io non sono una gran intelligenza come i dottori della facoltà di filosofia. Sono stupido, io. Non capisco niente di niente. Perciò sono obbligato a turare i buchi della mia conoscenza E quando ho il tempo di farlo? Quando posso compiere delle ricerche? Signor mio, la scienza è ancora assetata d sapere! Oggi come oggi, intorno ai massimi problemi, non esistono altro che ipotesi. Ma noi esigiamo di fornire prove! E come riesco a progredire se per sbarcare il lunario sono obbligato ad inculcare, in ogni testa di rapa che abbia soldi per pagarmi, che all'infinito le parallele si incontrano? [p. 27]
***
GALILEO - [...] Guarda qui dentro [scil. nel cannocchiale], Sagredo! Io credo nell'uomo, e questo vuol dire che credo alla sua ragione! Se non avessi questa fede, la mattina non mi sentirei la forza di alzarmi da letto.
SAGREDO - Allora stammi a sentire: io non ci credo. Quarant'anni passati tra gli uomini mi hanno insegnato come gli esseri umani siano refrattari alla ragione. Mostragli loro un pennacchio fulvo di una cometa, insinua in loro una paura inspiegabile e li vedrai correre fuori dalle loro case a una tale velocità da rompersi le gambe. Ma digli una frase ragionevole, dimostrala con sette argomenti e ti rideranno in faccia. [p. 59-61]
***
GALILEO - Con qualche speranza di dare le prove della rotazione del sole. Non mi importa di mostrare di aver avuto ragione, ma di stabilire se l'ho avuta. E dico: lasciate ogni speranza, o voi che vi accingete ad osservare! Forse [scil. le macchie solari] sono vapori, forse sono macchie; ma prima di affermare che sono macchie - la qual cosa ci tornerebbe a proposito - preferiamo dire che sono pesci fritti. Sì, rimetteremo tutto, tutto in discussione. E non procederemo con gli stivali delle sette leghe, ma a passo di lumaca. E quello che troviamo oggi, domani lo cancelleremo dalla lavagna e non lo riscriveremo più, a meno che non lo ritroviamo un'altra volta. Se qualche scoperta soddisferà le nostre previsioni, la considereremo con speciale diffidenza. E dunque, prepariamoci ora ad osservare il sole con l'inflessibile determinazione di dimostrare che la terra è immobile! E solo quando avremo fallito, quando, battuti senza speranza, saremo ridotti a leccarci le ferite, allora con la morte nell'anime cominceremo a domandarci se per caso non avevamo ragione, se è davvero la terra che gira! Ma se tutte le altre ipotesi, all'infuori di questa, ci si dovessero squagliare fra le dita, allora nessuna pietà per coloro che, senza aver cercato, vorranno parlare. [p. 177-179]
sabato 8 novembre 2008
un pomeriggio a Orta San Giulio


... sul 'mio' lago (strano!), in una delle piazze più belle che conosca (insieme a quella di Santo Stefano a Bologna...), una mostra all'aperto (ancora più strana)...
venerdì 7 novembre 2008
La Suda a Vercelli
Qualcuno di mia conoscenza direbbe "gli attidografi e gli storiografi nella Suda, ... giuro che non mi appassiona!", o sbaglio?
giovedì 6 novembre 2008
Labèque, Poulenc, Berlioz ...
Teatro comunale Luciano Pavarotti di Modena
Mercoledì 5 novembre, h. 21
ORCHESTRE NATIONAL DU CAPITOL DE TOULOUSE
Katia e Marielle Labèque - pianoforte
Tugan Sokhiev - direttore
Francis Poulenc, Concerto in re minore per due pianoforti e orchestra (straordinario! In platea, seconda fila, dalla parte di Katia, un'invasata che soffia, mormora, si agita, salta sui tasti... un'attrice)
Seguono due bis, Jazz Suite n. 25 (per festeggiare la nottata americana della notte passata) e una polka di Berio.
Hector Berlioz, Sinfonia fantastica op. 14
Hector Berlioz, Il corsaro, ouverture
bis 1: Leoncavallo, Pagliacci, intermezzo
bis 2: Bizet, Carmen, Habanera
Serata fantastica!
Mercoledì 5 novembre, h. 21
ORCHESTRE NATIONAL DU CAPITOL DE TOULOUSE
Katia e Marielle Labèque - pianoforte
Tugan Sokhiev - direttore
Francis Poulenc, Concerto in re minore per due pianoforti e orchestra (straordinario! In platea, seconda fila, dalla parte di Katia, un'invasata che soffia, mormora, si agita, salta sui tasti... un'attrice)
Seguono due bis, Jazz Suite n. 25 (per festeggiare la nottata americana della notte passata) e una polka di Berio.
Hector Berlioz, Sinfonia fantastica op. 14
Hector Berlioz, Il corsaro, ouverture
bis 1: Leoncavallo, Pagliacci, intermezzo
bis 2: Bizet, Carmen, Habanera
Serata fantastica!
mercoledì 5 novembre 2008
L'esecuzione
L’esecuzione
di Vittorio Franceschi
presentazione in forma di lettura con Vittorio Franceschi, Maria Paiato; drammaturgia acustica di Paolo Aralla; coordinamento di Marla Moffa.
1. Il testo di Franceschi (anche attore) non mi convince del tutto: mi sembra genericamente apocalittico e non del tutto coerente, con vertiginose discese dal misticismo al grottesco per essere convincente (su tutte la ricerca di un'interiorità fisica: l'uomo che immagina di essere mangiato dal proprio stesso corpo e di discendere per il proprio esofago alla ricerca della propria anima, trovando alla fine solo qualche nòcciolo e un maccherone non masticato! E, poco prima, immaginado di gridare "c'è nessuno?" come in una celebre pubblicità). La sovrapposizione di piani temporali inconciliabili è certo funzionale a trasmettere un'idea di umanità alla deriva e degradata (come in un cartone animato giapponese ambientato in un'età post guerra atomica), ma l'accumulo risulta più criptico e gratuito che sinceramente emozionante. Le emozioni, comunque, non mancano, ma sono in un certo senso discontinue, per quadri giustapposti, come istantanee legate da una comune situazione: il testo suggerisce, accenna a problematiche esistenziali, ma rimane irrisolto (come la maggior perte dell'arte contemporanea: a ciascuno la propria interpretazione soggettiva: "fruitore, così è, se ti pare!"). L'asettico ambiente in cui si svolge l'azione è ben ricostruito e comunicato agli spettatori dalle didascalie al testo, lette da una voce femminile fuori campo (la scenografia è assente: due sedie e due leggii per gli attori).
2. Splendida la perfrmance della Paiato e di Franceschi (sempre seduti e molto composti anche nella gestualità), che riescono a trasmettere emozioni anche solo con la sola intonazione. Bravi!
di Vittorio Franceschi
presentazione in forma di lettura con Vittorio Franceschi, Maria Paiato; drammaturgia acustica di Paolo Aralla; coordinamento di Marla Moffa.
1. Il testo di Franceschi (anche attore) non mi convince del tutto: mi sembra genericamente apocalittico e non del tutto coerente, con vertiginose discese dal misticismo al grottesco per essere convincente (su tutte la ricerca di un'interiorità fisica: l'uomo che immagina di essere mangiato dal proprio stesso corpo e di discendere per il proprio esofago alla ricerca della propria anima, trovando alla fine solo qualche nòcciolo e un maccherone non masticato! E, poco prima, immaginado di gridare "c'è nessuno?" come in una celebre pubblicità). La sovrapposizione di piani temporali inconciliabili è certo funzionale a trasmettere un'idea di umanità alla deriva e degradata (come in un cartone animato giapponese ambientato in un'età post guerra atomica), ma l'accumulo risulta più criptico e gratuito che sinceramente emozionante. Le emozioni, comunque, non mancano, ma sono in un certo senso discontinue, per quadri giustapposti, come istantanee legate da una comune situazione: il testo suggerisce, accenna a problematiche esistenziali, ma rimane irrisolto (come la maggior perte dell'arte contemporanea: a ciascuno la propria interpretazione soggettiva: "fruitore, così è, se ti pare!"). L'asettico ambiente in cui si svolge l'azione è ben ricostruito e comunicato agli spettatori dalle didascalie al testo, lette da una voce femminile fuori campo (la scenografia è assente: due sedie e due leggii per gli attori).
2. Splendida la perfrmance della Paiato e di Franceschi (sempre seduti e molto composti anche nella gestualità), che riescono a trasmettere emozioni anche solo con la sola intonazione. Bravi!
martedì 4 novembre 2008
Platonov
PLATONOV
di Anton Cechov
regia Nanni Garella
con Alessandro Haber, Susanna Marcomeni
Nanni Garella, Franco Sangermano
(Arena del Sole, 1 novembre 2008, h. 21)
Impressioni sparse: spettacolo piacevole (2h20 circa), diviso in quattro atti con un intervallo, che divide due luoghi e momenti diversi: la prima parte del dramma inizia dietro un "sipario-domopak" (così una signora dietro di noi), che si alza dopo pochi istanti, mostrando un ambiente spoglio di sedie e tavolini, che si rivela essere un locale/bar/anticamera di un ristorante; la seconda è ambientata nella classe di scuola dove vive (letteralmente) Platonov (un ottimo Haber).
Notevole il cambio di registro tra i primi tre atti e l'ultimo (dal tragicomico al tragico): per me il migliore resta il terzo, con i dialoghi del casanova Platonov con le rispettive tre amanti (molto brava Susanna Marcomeni), dai quali emerge il suo complesso e problematico carattere.
- "Mi ami?", - "Ma certo che non ti amo, solo avevo tempo da perdere (o qualcosa del genere: battuta rivelatrice di uno dei tanti aspetti del carattere di Platonov)
(Da ricordare il gesto di Haber che passa la mano destra sul viso di Sofia (?) per asciugarle le lacrime).
di Anton Cechov
regia Nanni Garella
con Alessandro Haber, Susanna Marcomeni
Nanni Garella, Franco Sangermano
(Arena del Sole, 1 novembre 2008, h. 21)
Impressioni sparse: spettacolo piacevole (2h20 circa), diviso in quattro atti con un intervallo, che divide due luoghi e momenti diversi: la prima parte del dramma inizia dietro un "sipario-domopak" (così una signora dietro di noi), che si alza dopo pochi istanti, mostrando un ambiente spoglio di sedie e tavolini, che si rivela essere un locale/bar/anticamera di un ristorante; la seconda è ambientata nella classe di scuola dove vive (letteralmente) Platonov (un ottimo Haber).
Notevole il cambio di registro tra i primi tre atti e l'ultimo (dal tragicomico al tragico): per me il migliore resta il terzo, con i dialoghi del casanova Platonov con le rispettive tre amanti (molto brava Susanna Marcomeni), dai quali emerge il suo complesso e problematico carattere.
- "Mi ami?", - "Ma certo che non ti amo, solo avevo tempo da perdere (o qualcosa del genere: battuta rivelatrice di uno dei tanti aspetti del carattere di Platonov)
(Da ricordare il gesto di Haber che passa la mano destra sul viso di Sofia (?) per asciugarle le lacrime).
lunedì 3 novembre 2008
cattivo pensiero per calciatori (e non solo)
Gianni Mura, Il rigore di luigi e le multe di Novellino
(Repubblica, 02 novembre 2008)
Una settimana a discutere se Gilardino è sleale o no. In assoluto, no. A Palermo lo è stato. Fine della trasmissione. Si è discusso meno su una new entry: i bastoni fasciati nel tricolore. Uso improprio di bandiera nazionale. O no? Si è perfino discusso sull'opportunità di dare agli scolari una copia della Costituzione. "Meglio un leccalecca verde", ha suggerito Borghezio, anche noto come il genio del turacciolo. Così ho deciso che si può discutere sul caso di Luigi M., per come lo riporta il "Mattino di Padova". Luigi gioca nella categoria Allievi, ha 15 anni, la partita è tra Virtus Villafranca e Albignasego. Sul 7-0 per l'Albignasego l'arbitro fischia un rigore contro la Virtus per fallo di mano in area di un difensore, che espelle. Il ragazzo continua a dire che ha toccato con la mano, ma il pallone era già uscito dal campo. Luigi è il rigorista. Cenno d' intesa con i compagni, poi prende la rincorsa e tira fuori. L' allenatore lo chiama a sé e subito dopo lo sostituisce. L' allenatore ha 45 anni, si chiama Antonio Veloce. «L' ho sostituito perché quando gli ho chiesto se l' aveva calciato fuori apposta lui mi ha detto di sì. Quando si è in campo ci sono delle regole da rispettare, e le decisioni dell' arbitro vanno rispettate. Andare contro è un atto improprio nei confronti dell' arbitro e della squadra avversaria che magari non vuole regali. Calciare fuori un rigore fischiato dall' arbitro può significare mancanza di rispetto verso il suo operato». Autodifesa di Luigi: «Per noi il rigore non c'era. L'ho tirato fuori per riguardo. A fine partita il mister ha spiegato il suo punto di vista nello spogliatoio e ora mi pento di averlo tirato fuori». Non pentirti, Luigi. Hai fatto la cosa più giusta e non esitare a rifarla, in casi del genere. Non conosco il tuo allenatore, non so se è di quelli che sbraitano per una rimessa laterale invertita, di quelli cui piace vincere anche 9-0, di quelli che dicono che voi non dovete pensare: arbitro fischia, rigorista segna. Non pentirti perché hai fatto due cose giuste, non una sola. E pazienza se l' arbitro non ti ha stretto la mano, come fanno i grandi arbitri, e pazienza se il tuo mister ti ha sostituito per punizione, così impari. La seconda cosa giusta è che hai ammesso di avere sbagliato apposta. Potevi anche dire che avevi calciato male, e il tuo mister non ti avrebbe tenuto lezioni su come ci si comporta in campo. Tu, a 15 anni, ti sei comportato da adulto, ti sei preso le tue responsabilità. Hai dimostrato, scusa il gioco di parole, un grande rigore. Hai deciso da solo, dopo un cenno coi compagni. Non hai chiesto niente alla panchina. Stavate anche sopra di 7 gol, ma voglio pensare che ti saresti comportato allo stesso modo con un punteggio diverso. Non ti affibbio un voto (che sarebbe alto), il che mi esime dall' affibbiarne uno (che sarebbe molto basso) al tuo mister. Però ti riscrivo alcune righe che sono uscite ieri su Repubblica, nell' intervista a Eduardo Galeano, un grande scrittore che ha scritto anche di calcio. «Quando io vinco, vinco io. Quando io perdo, siete voi a perdere. Così ragiona il Mercato. Questo mondo alla rovescia sta dimostrando in modo clamoroso che castiga l' onestà e ricompensa la mancanza di scrupoli». Si parla di una crisi mondiale, non di un rigore tra Virtus Villafranca e Albignasego, ma andare contro un'ingiustizia è sempre giusto. [...]
(Repubblica, 02 novembre 2008)
venerdì 31 ottobre 2008
In viaggio verso Roma con Brecht (martedì 28, mattina)
da Geschichten vom Herrn Keuner:
La fatica dei migliori
- A che cosa lavora? - fu chiesto al signor Keuner. Il signor Keuner rispose: - Sto faticando: preparo il mio prossimo errore.
***
Il signor Keuner incontrò il signor Wirr, l'alfiere della lotta contro i giornali. Io sono un grande avversario dei giornali, disse il signor Wirr, non voglio giornali. Il signor Keuner disse: Io sono un avversario ancora più grande dei giornali: io voglio giornali diversi.
***
Chi insegna non è il migliore. È utile. Insegna agli altri. Non che siano come lui, ma che siano diversi da se stessi - questo è loro utile.
La fatica dei migliori
- A che cosa lavora? - fu chiesto al signor Keuner. Il signor Keuner rispose: - Sto faticando: preparo il mio prossimo errore.
***
Il signor Keuner incontrò il signor Wirr, l'alfiere della lotta contro i giornali. Io sono un grande avversario dei giornali, disse il signor Wirr, non voglio giornali. Il signor Keuner disse: Io sono un avversario ancora più grande dei giornali: io voglio giornali diversi.
***
Chi insegna non è il migliore. È utile. Insegna agli altri. Non che siano come lui, ma che siano diversi da se stessi - questo è loro utile.
giovedì 30 ottobre 2008
Per ricordare questi giorni (e oggi in particolare)
"Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in un alloggiamento per manipoli; ma vuole istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia perfino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di stato. E magari si danno dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece cha alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo apertamente trasformare le scuole di stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tenere d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi, ve l'ho già detto: rovinare le scuole di stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico.Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico"
(discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III Congresso dell’ Associazione a difesa della Scuola nazionale (Adsn), a Roma l’11 febbraio 1950; pubblicato nella rivista Scuola Democratica, 20 marzo 1950)
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