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mercoledì 1 settembre 2010

uno più uno più uno

Due film casalinghi nel weekend e uno al cinema (3 spettatori!) ieri:

1. Il diavolo è femmina ( Sylvia Scarlett, Usa 1935) di Cukor: grandi aspettative, ma deboluccio e molto, molto invecchiato. Ringraziamo la lingua originale del dvd, perché il doppiaggio italiano è ridicolo. Commedia di travestimenti, un po' menandrea con happy end inevitabile.

2. A proposito di tutte queste signore (Svezia 1964) di Ingmar Bergman è una piacevolissima seconda visione: leggero, iconoclasta, sarcastico nei confronti della critica, ispirato allo slapstik puro con gag semplici e da non sovrainterpretare, come spiega un cartello. Anche qui il doppiaggio italiano è ridicolo (la prima frase da "così diverso, eppure così uguale" è diventata "così genio, eppure così vivo").

3. Il Rifugio (Le refuge, Francia 2009) di François Ozon, certamente ovinato dal doppiaggio, è invece troppo fredo e privo di emozioni: da una morte ad una nuova vita donata alla famiglia che ha subito il lutto (con voce over finale orrenda e superflua). Passione passata e riversata su un presente fratello gay del defunto (la sceneggiatura è banalotta, i dialoghi pure). Da dimenticare.

venerdì 20 agosto 2010

Kammerspiel sessantottino

(Achtung: trama e finale)

Ultimo atto di questa parentesi piemontese: Fuoco! di Gian Vittorio Baldi (Italia 1968): racconto in medias res e in soggettiva di una follia domestica di un uomo che ha perso il lavoro e perciò si asserraglia in casa, uccide la suocera, spara deturpando la statua della Madonna durante la processione del paese, sopporta l'assedio dei carabinieri fino al dramma finale (omicidio della moglie incinta, ma salvataggio della figlia piccola). Tra neorealismo, provocazione, culto delle armi, disperazione lavorativa, povertà (lo stato della casa lo dichiara, e la presenza immancabile della tv lo conferma), il film - figlio del suo tempo - è caratterizzato da un rigoroso bianco e nero e da lunghi pianosequenza, che contribuiscono a comunicare un senso d'angoscia e di ineluttabilità. Le uniche parole sono per lo più quelle dei carabinieri (in particolare dell'appuntato, improvvisato psicologo) e di una giornalista che cerca lo scoop. Una piacevole scoperta.

venerdì 6 agosto 2010

quiete

Sembrano quasi strane due giornate di quiete, tra riposo, letture sul divano e (finalmente) il documentario sul Caimano, quasi da archeologia politica (che come tale ha tutta la sua attualità), con le riprese della Nicchiarelli (di Cosmonauta, che giustamente mi ricordavi per lo spettacolo dell'altro ieri).

sabato 15 maggio 2010

prima del crollo

Draquila (Italia 2010) di Sabina Guzzanti è un documentario ben fatto, ispirato allo stile del miglior Michael Moore (geniali le animazioni, specie quella del lettone). Desolante e veritiera indagine sull'Italia contemporanea che ruota attorno alla dolorosissima vicenda del terremoto aquilano e alla gestione affaristica della ricostruzione/decostruzione del territorio e del tessuto sociale. Dopo l'iniziale passeggiata notturna del sindaco per e vie deserte de L'Aquila, preda dell'erba e dell'incuria, con le luci di alcune case ancora accese, la narrazione indaga prima la condizione militarizzata dei campi (impossibilità di fare assemblee e di bere caffè o coca cola), la solitudine di chi ha resistito al tentativo violento di essere strappato alla propria casa, al senso di solitudine e smarrimento di chi è stato trasferito negli alberghi sulla costa; poi - o, meglio, contemporaneamente - il discorso si fa politico, come è naturale e giusto: come è stata gestita, (non) prevenuta e sfruttata l'emergenza per altri fini. Film preveggente sulla questione degli scandali della protezione civile e delle emergenze/grandi opere, strumento per fare affari aggirando ogni legge dello stato. Film sulla salute della democrazia in Italia (che nelle case consegnate - da restituire intatte alla fine della permanenza - le televisioni siano sintonizzate solo su raiuno o canale 5 è certo ricercato dalla Guzzanti, ma è il giusto sottofondo alle parole dei loro abitanti), sull'assenza di un'opposizione decente, sulla sfacciata mancanza di ogni scrupolo morale e edilizio. Un film civile, insomma. Molte cose sono ben note a chi legge e si informa ("lo so, lo so, lo so, questo no, lo so..."), ma sconosciute ai più: fuori dal cinema c'è chi parlando al telefono dice "sto andando a vedere un film sull'Aquila" o chi alla fine "pensavo di vedere un film sul terremoto, non un film contro...". Ma ormai non mi sorprende più (quasi) nulla... Si sente una sola mancanza (ma forse sono troppo debitore in questo dell'ottima puntata di Presadiretta sull'argomento: avrei gradito le didascalie per le immagini di telegiornali e altri documenti televisivi (almeno le date): semplicemente per maggiore chiarezza.

mercoledì 3 febbraio 2010

a little bit late

Causa ortografici pensieri dominanti ho ritardato il dovuto post (e sarò di ecessità sintetico).

Venerdì L'uomo che verrà di Giorgio Diritti (Italia 2009): confesso di avere dei problemi con la poetica del regista, che trovo fredda, un po' artificiosa e poco emozionante (nulla da dire sulle inquadrature e le luci: lo preferirei come semplice fotografo); hai ragione a dire che mancano adeguati riferimenti alla Storia (sarebbero state necessrie più date, o almeno una grande didascalia finale per spiegare cosa è accaduto a Marzabotto e perché); talvolta la narrazione e i dialoghi sanno di fiction televisiva; stupenda la colonna sonora.

Sabato, Imola, Teatro dell'Osservanza, La strana coppia di Neil Simon, con Mariangela D’Abbraccio e Elisabetta Pozzi (regia Francesco Tavassi): abbiamo capito che noi abbiamo qualche problema con Simon (i suoi testi sentono tutto il tempo che è passato, come A piedi nudi nel parco); dialoghi piacevoli un po' alla Sex and the city; molto piacevole il primo atto (adorabile il caos); bravi gli attori; piacevole (e forse chiediamo sempre l'eccellenza). Ma la cosa più bella è la chiacchierata nei camerini dopo lo spettacolo (con alcune gustose anticipazioni).

Domenica (partenza nevosa), Padova (sole), Teatro Verdi, Ute Lemper con lo spettacolo Last tango in Berlin. From Brecht in Berlin to the bars of Buenos Aires: travolgente, uno dei concerti più belli mai vissuti: brani di Bertolt Brecht e Kurt Weill, le canzoni di Edith Piaf e di Jacques Brel, tanghi di Astor Piazzolla e E la nave va di Nino Rota. La Lemper è un animale da palcoscenico, i musicisti sono molto bravi e meravigliose sono le contaminazioni jazz. Da ricordare Los pajaros perdidos, Maria de Buenos Aires, Mackie Messer (che inizia a tango con bandoneon solo, si trasforma in improvvisazione jazz e finisce in tango), Lili Marlene (che si trasforma in jazz con inserti dai Doors - show me the way to ne next whyski bar - con la Lemper sul pianoforte che imita con la propria voce il suono del sax). E straordinario il bis (sussurrato e sofferto) di Ne me quitte pas. E ho tralasciato tutte le emozioni provate! Uao!

sabato 26 dicembre 2009

tre

In ordine cronologico: mercoledì all'Europa cinema (finalmente) Dieci inverni (di Valerio Mieli, Italia-Russia 2009): 10 frammenti di una storia d'amore in dieci anni, uno per ogni inverno. Film piccolo, ben girato e fotografato (un bel grigio Venezia), un racconto che appassiona e in certi momenti commuove. Alcune citazioni sparse - all'inizio sulla spiaggia la separazione dei protagonisti Camilla (Isabella Ragonese) e Silvestro (Michele Riondino) ricorda il finale de La dolce vita - e con il cammeo di Capossela (peccato per il vistoso asincrono del suono non in presa diretta e del playback di Moskavalza). Un'amore talvolta al limite dell'amicizia e dell'odio, che impiega dieci anni a riconoscersi, e che verso il finale sembra dover finire come in Une liason pornographique, quando i due si trovano all'alba nello stesso campo a Venezia senza incrociarsi. Frammenti di nottate e di feste di fuorisede universitari, di una festa di laurea in maschera (disastrosa), intrecci con altre storie d'amore russe e 'sbagliate', di barche in laguna, di una casa e di più case, di incontri in vaporetto (con un albero di cachi, portato da Silvestro e dimenticato, che attecchisce e cresce nel giardino della casa di Camilla e che si vede anche nel finale). Una storia piccola ma bella.

Vigilia di Natale con un grande classico, La sposa cadavere di Tim Burton, sempre bello con le sue musiche e animazioni magnifiche, con le sue antitesi (anche coloristiche) tra degno dei vivi e dei morti, con le farfalle ad aprire e chiudere il film.

Ieri sera, invece, dvd de Il milione, spettacolo di Marco Paolini (con il significativo contributo di Mario Brunello al violoncello), tutto dedicato a Venezia (per stare in tema), alla ricerca di una fuga che si risolve nel comprendere il vicino, la meraviglia di Venezia e del suo delicato equilibrio (anche architettonico), o meglio microcosmo, minacciato dal turismo di massa mordi e fuggi.

E qui un video tratto dallo spettacolo del 1998 all'Arsenale di Venezia (rgazie youtube!):

domenica 20 dicembre 2009

il bellissimo, il bello e l'insignificante

Questo è l'ordine cronologico e di valutazione di ciò che ho visto da giovedì a oggi. Giovedì al Lumière la seconda puntata di Visconti, a distanza di pochi giorni, con Gruppo di famiglia in un interno: girato nel 1974, sorprende per l'assoluta modernità (sembra girato oggi) e per la profondità dell'analisi sociologica. Una galleria di orrori umani, a partire dal vecchio professore misantropo chiuso nelle sue buie stanze di intellettuale (di sinistra) polveroso e indifferente al mondo e alle sue lotte e miserie, incapace di confrontarsi con la realtà e con dei vicini (che gli si impongono) invadenti e invasori; la Mangano impersona una donna dell'altissima borghesia postfascista, grezza, gretta, cafona, sboccata e volgarissima nei modi e nei comportamenti; suo figlio e sua figlia (la sua copia) sono incestuosi e intrallazzano con il mantenuto della madre, un ragazzo di vita compromesso con la malavita, che sconvolge la vita di tutti (come lo Straniero di Teorema). (Alla scena in questione, nel salotto del professore, si è probabilmente ispirato Bertolucci per The dreamers, dici giustamente.) Il film è tutto giocato su antitesi tra il professore e gli invasori, i barbari (lessicali, ambientali, vestiarie). Persino lo straniero, un mefistofelico Helmut Berger, è conformista nel suo ruolo di disgregatore e distruttore dell'ordine che lo circonda e lo nutre. Pura e grande arte!

Sabato sera, al Teatro Comunale (dopo una fitta nevicata): Hommage aux Ballets Russes, con Petruska di Igor Stravinskij (coreografia Michel Fokine) - meraviglioso nel suo gioco di colori e di movimenti durante una festa in piazza, animata anche dalle evoluzioni di tre fantocci animati - L’Après-midi d' un faune di Claude Debussy (coreografia Vaslav Nijinskij) - messinscena già vista a spezzoni, divertente la ricerca insistita della bidimensionalità, come se si trattasse di pittura vascolare - e Les noces di Igor Stravinskij (coreografia Bron) - grandioso nella coralità che anima i testimoni di nozze e i loro movimenti 'meccanici' - con la compagnia di ballo CCN - Ballet de Lorrain (direttore David Levi) e con l'Orchestra e Coro del Comunale. Una bella scoperta e una serata 'istruttiva', anzi una bella occasione di imparare qualcosa di nuovo. Mette curiosità di saperne di più.

Oggi pomeriggio al Duse Otello di Arturo Cirillo: spettacolo insignificante, poco condivisibili le scelte di regia, come la scelta delle maschere e del tono da commedia dell'arte nel primo atto (il fatto di essere a Venezia è una ragione insufficiente), gli insistiti accenti napoletani, la voce di Desdemona (per cui meriterebbe di essere strangolata alla sua prima apparizione in scena), Bianca che diventa una transessuale (del tutto gratuito e ingiustificato). Scena spoglia e luci fredde (passabili), musiche brutte. Noioso e poco incisivo, senza emozioni. Che delusione!

giovedì 17 dicembre 2009

borghesi suicidi

Nel 1969 Luchino Visconti rilegge in chiave marxista il consolidamento ed il radicamento del nazismo nel suo La caduta degli dei (visto martedì al Lumière in una copia molto bella): tutto ruota attorno alla famiglia alto-borghese degli Essenberg e della loro acciaieria, la cui importanza è rimarcata dalla Ringkomposition, con le immagini in altoforno che fanno da sfondo ai titoli di testa e che chiudono il film. La saga familiare ricorda molto da vicino l'impianto della tragedia classica, con echi dall'Orestea di Eschilo e dall'Edipo Re di Sofocle, sapientemente riletti e ricombinati. Le esplicite, illecite e realizzate pulsioni sessuali del giovane Essembeck, Martin (immagini fastidiossissime, tremende e indimenticabili, che solo la grande arte riesce a creare) sono le debolezze e deviazioni umane che, secondo la lettura viscontiana, il nazismo sfrutta e irregimenta per consolidare il proprio potere, meglio controllare la società ed abbattere la struttura borghese. Altrettanto indimenticabile è la lunga sequenza dell'orgia delle SA (tutta in tedesco senza sottotitoli, cosa che mi ha fatto perdere alcuni snodi), che non può non aver influenzato Pasolini per il suo Salò. In ogni caso, tutto il film risente della temperie di quegli anni, ma non risulta affatto invecchiato: affascina e avvince, anche grazie ad un'eccellente fotografia (che ricorda certe atmosfere di Fassbinder, specie nell'orgia) e ad inquieti movimenti di macchina, con pianisequenza e insistiti zoom sui primi piani in lunghe carrellate (come ad indagare clinicamente la sintomatologia e l'evolversi del contagio). Oltre alle sequenze sopra menzionate, vorrei ricordare il momento in cui il figlio accende la radio in casa dell'amante e, quando la stazione sintonizzata trasmette un discorso di Hitler, cambia frequenza per ascoltare della musica; e il finale altamente allegorico, con il matrimonio borghese tra Friedrich e Sophie (ormai folle dopo aver subito l'incesto di Martin, ormai convertito al nazismo) circondato da un corteggio di nazisti e prostitute e la cui luna di miele sarà il suicidio coatto con il veleno somministrato dal figlio di lei.

domenica 13 dicembre 2009

sotto un cielo color grigio domenica

Il momento giusto per riassumere il weekend quasi finito. Venerdì: Nemico Pubblico di Michael Mann (Public enemies, Usa 2009): certamente meglio di Collateral, film di genere ben fatto, ma nulla di eccezionale (e si dimentica in fretta). Interessante la preoccupazione (molto attuale) di Dillinger per le public relations, per passare come eroe popolare che rapina solo i ricchi. Poco approfondita la sua storia d'amore e perciò drammaturgicamente non del tutto giustificata, anche se risulta coerente con la filosofia di vita del protagonista, tutta orientata sul qui e ora, sul presente a tutti i costi.

Sabato: all'Arena del Sole Cyrano di Bergerac (regia di Daniele Abbado), con un immenso Massimo Popolizio, capace di rendere tutte le diverse anime del suo personaggio. Bella messa in scena, molto ritmata e dall'incalzante tempistica nella prima parte, con alcune soluzioni ben riuscite (il dialogo nell'ombra tra Cyrano e Rossana sopraelevata al centro della scena, il duello iniziale a suon di poesie, la diversione durante il matrimonio con i racconti su come salire sulla luna). E bravi anche tutti gli altri attori.

giovedì 10 dicembre 2009

un film da domenica pomeriggio

... anche se era un martedì di festa... molto piacevole l'ultimo film di Ken Loach, Looking for Eric (GB-Italia-Francia-Belgio 2009), un commedia drammatica ben raccontato e girata; bravi gli attori e geniale l'impiego di Eri Cantona nel ruolo di se stesso, come angelo custode del protagonista. Cantona diviene pura icona e oracolo, con il suo argomentare amfibolico per sentenze che possono essere interpretate in modi diversi a seconda dei contesti e delle situazioni, che però (o proprio per questo) aiutano il protagonista Eric a uscire dalla depressione ed a risolvere la propria intricata situazione familiare (ritrova la sua prima moglie e dopo 30 anni riesce a risolvere i nodi del loro rapporto, riesce ad aiutare i figli a crescere a a liberarsi dell'ingombrante presenza del bullo di quartiere). Su tutto però il calcio come sostegno alla vita, il tifo come momento indispensabile di socialità (e saranno proprio gli amici tifosi ad aiutare Eric nella finale "Operation Cantona").
E da ricordare il dialogo tra Eric e Cantona sul suo ricordo calcistico più bello: non un gol, ma un assist ad un compagno. Il tutto condito dalle immagini dei gol...

domenica 29 novembre 2009

follia terrorista nel deserto

La prima linea di Renato De Maria (Italia-Belgio 2009) mi/ci ha fatto proprio un'ottima impressione: ben girato e fotografato, narrazione asciutta ed emozionante, per nulla apologetico nei confronti di una "storia sbagliata" (a proposito delle solite polemiche inutili e preventive): ormai in carcere e pentito il terrorista rosso Sergio Segio (convincente interpretazione di Riccardo Scamarcio) rievoca nel 1989, nei giorni della caduta del Muro di Berlino, la propria esperienza da terrorista nel gruppo armato Prima linea dagli anni Settanta ai primi anni Ottanta, ricorda la spirale di violenza ed il progressivo isolamento del gruppo rispetto alla propria base. A questo si aggiunge la sua storia privata, l'amore con Susanna Ronconi (Giovanna Mezzogiorno), narrato dallo sbocciare (durante le riunioni del gruppo) al suo epilogo (l'azione armata contro il carcere di Rovigo per farla evadere - molto bella la sequenza rallentata in cui i due amanti si scambiano lo sguardo durante la fuga - che coincide con quello dell'organizzazione).

La storia era pressoché ignota alla mia generazione, e l'averla riporata alla luce è uno dei principali meriti del film; coinvolge ma non giustifica, tutt'altro: la condanna di quella stagione è senza appello: obiettivi e mezzi sempre sbagliati, l'incapacità di comprendere di essere "la prima linea che ha il deserto dietro di sé", come più o meno un amico d'infanzia, disperato, cerca invano di spiegare a Sergio, pochi giorni prima che si macchi di sangue le mani e la coscienza. Film di alto impegno civile. Necessario in questo momento.

martedì 17 novembre 2009

passione cinematografica

Più passano i giorni (ormai sono tre), più Los abrazos rotos (Gli abbracci spezzati, Spagna 2009) di Pedro Almodovar "cresce alla distanza"... e già da subito mi/ci aveva convinto! Una storia d'amore, passione, dolore, cecità, raccontata con grande delicatezza e con una passione cinematografica rara. E mi trovo d'accordo con Mereghetti, quando scrive che questo film è un atto d'amore per il cinema: quasi ogni scena o situazione stuzzica la memoria e il cuore del cinefilo doc - tra i tantissimi e in ordine sparso: Penelope Cruz che viene chiamata Severine come Belle de jour, la (doppia) spinta giù per le scale ricorda Hitchock, l'autocitazione-rifacimento di Donne sull'orlo di una crisi di nervi nell'esilarante finale 'ritrovato' di Chicas y maletas (che termina lasciando allo spettatore una curiosità destinata a non essere soddisfatta), il film nel film come Effetto notte, con vicissitudini amorose connesse, la foto dalla scogliera a Lanzarote che, come in Blow up, una volta sviluppata, rivela una coppia di amanti che si baciano. Su tutto però voglio ricordare due scene: la prima è quella con la Cruz che doppia se stessa mentre il ricco compagno guarda le riprese fatte dal figlio-spia; l'altra è quella di Harry Caine che, nonostante la sua cecità, riesce a incorniciare con le proprie mani la sua amata (ormai defunta) sullo schermo della televisione. E ancora, sempre a proposito di finezza e grande mestiere del regista, mi viene in mente l'incipit del film: quando Judit García, la sergetaria di produzione di Harry, lo trova seminudo dopo che ha appena fatto sesso sul divano con una sconosciuta, basta uno sguardo di lei per capire che tra i due c'è stato qualcosa e che Diego sia loro figlio. Proprio un gran bel film!

domenica 8 novembre 2009

violenze private e aziendali

Lo spettacolo Festa di famiglia (drammaturgia e regia di Manuela Mandracchia, Alvia Reale, Sandra Toffolatti, Mariangeles Torres, collaborazione alla drammaturgia di Andrea Camilleri) visto venerdì sera al Duse è una piacevole sorpresa: prima di tutto è ben recitato dai sei attori (Fabio Cocifoglia, Manuela Mandracchia, Alvia Reale, Diego Ribon, Sandra Toffolatti e Mariangeles Torres); in secondo luogo la regia è ben fatta, calibrata nei tempi (alternanza di registro drammatico-comico con inserti di musical) e nella ricerca delle simmetrie sulla scena, specie nelle parti iniziale e finale (ripensandoci un po' troppo artificiose). La scelta di riutilizzare e risemantizzare passi di Pirandello può essere poco comprensibile come dici, e a due giorni di distanza mi pare che tu abbia ragione (sul momento non ci avevo dato peso). Il cuore dello spettacolo è la violenza sulle donne in contesto familiare e, a pensarci meglio, il legame con il drammaturgo ci può anche essere, ma forse è un po' troppo labile (secondo il ben noto adagio: chi cerca qualcosa in un testo letterario trova sempre quello che vuole), però in un certo senso funziona. Piacevole e (mi viene ora questo aggettivo) un po' furbo (il gag del cellulare, quello del foulard strappato). L'idea migliore (per quanto non originale, ma già usata da Castri nel recente Così è, se vi pare) è la scelta di far cominciare lo spettacolo con gli attori che risistemano la scena, che il finale rivela essere l'esito del dramma: come a sottolineare da un lato la metateatralità della situazione (sono 'persone' teatrali condannate dalla trama a ripetere sempre le stesse azioni), dall'altro il reale iterarsi della violenza sulle donne.

Di violenza pubblica parla invece Capitalism: A Love Story di Michael Moore (Usa 2009, 128'): molto pamphlet e poca spiegazione, come in Fahrenheit 9/11, ma distante dalla lucida e giustamente velenosa critica di Sicko. Agghiacciante la storia delle assicurazioni sulla vita dei dipendenti (dead peasants: come se si trattasse dei fanti di un videogame) stipulate dalle aziende; eccellenti alcuni momenti satirici, come l'inizio con il parallelo tra la vita della Roma imperiale e le immagini dell'America contemporanea, Gesù che predica il verbo capitalista o le scene a Wall Street. Ma chi non sa cosa sia un derivato capisce ben poco di quanto è avvenuto.

domenica 1 novembre 2009

una guerra, tutte le guerre

Il grande pregio di Lebanon (Israele-Germania-Francia-Libano 2009, 90') di Samuel Maoz risiede proprio in questo: come insegnano i grandi film sulla guerra (per lo più tutti radicalmente pacifisti), mostrano l'orrore e lo trasmettono nella sua dura crudeltà allo spettatore, trasformando una guerra ben precisa - il primo conflitto israelo-libanese del 1982 - in tutte le guerre che l'umanità ha combattuto. La prospettiva (autobiografica) di collocare la narrazione all'interno di un tank, il cui mirino del cannone si identifica con la macchina da presa, contribuisce al processo di immedesimazione dello spettatore, che è costretto a vedere ciò che vede il soldato: uomini dilaniati, macerie, una donna che piange straziata la perdita del proprio figlio e il cui abito prende fuoco (una delle sequenze migliori del film). Hai ragione a parlare di una scrittura troppo meccanica e in certi punti scontata: a posteriori è vero, ma sul momento non l'ho avvertito. Notevole anche la Ringkomposition del campo di girasoli.

venerdì 23 ottobre 2009

"metti uno spazio bianco e ricomincia"

La battuta della bravissima Margherita Buy vale per l'intero film di Francesca Comencini, Lo spazio bianco (Italia 2009): meglio ricominciare. Regia sciatta o ipercaratterizzata, "musiche spesso troppo presenti", il balletto delle mamme in attesa orribile e incomprensibile, ... Sciatteria somma: quando alla fine la Buy si sta recando in ospedale attraversando a piedi una Napoli deserta (citazione: Londra?), mentre percorre un viale il dolly si alza e nell'angolo a destra si vede il viale parallelo con persone e traffico (fastidiosissimo!).

Si salvano nel naufragio la Buy e la Paiato (nonostante il film, direi quasi), e il piano sequenza in cui la prima telefona al collega-amico prometendo di cambiare, di imparare a cucinare le pappe e di fare spazio tra i suoi libri per quelli della figlia. No more.

domenica 11 ottobre 2009

potere al cinema!

Geniale Tarantino! Inglourious basterds (Usa-Germania 2009, 160') è puro piacere per amanti del cinema! Al di là delle tarantinate doc - violenza, sangue, citazioni, inserti in puro stile b-movie, come la 'ressurrezione' del soldato-attore che spara a Shoshanna e il mettere il dito nella piaga (in senso concerto), colonna sonora eccelsa, montaggio e ritmo impareggiabili, ottimi dialoghi - si ha la chiara percezione di assistere all'opera di un regista che si diverte a fare il suo lavoro e vuole divertire il pubblico. E la dissacrante fantasia del potere della macchina da presa si presta allo stravolgimento e ricreazione della più drammatica Storia del Novecento, una postuma rivincita sull'orrore e la violenza. Non c'è morale in questa storia, i grandi temi morali passano del tutto in secondo piano (anche la Shoah), ma ciò non sembra una banalizzazione all'americana: solo arte, che sceglie un ben preciso punto di osservazione.

Memorabili alcune scene: il rogo nel cinema, la taverna, tutta la prima sequenza, e, in generale, tutte le parti di Christoph Waltz, magistrale interprete del colonnello Hans Landa.

Last but not least: visto in lingua ha un senso (mistione di inglese, francese, tedesco e italiano), altrimenti - immagino - incomprensibile.

venerdì 2 ottobre 2009

breve trattato sulla leggerezza

Semplice, leggero e molto divertente Whatever Works (Basta che funzioni, Usa-Francia 2009), l'ultimo film di Woody Allen: una commedia metacinematografica costruita su personaggi-chiché, cinica e ben sceneggiata, con alcune battute memorabili. Nessuna morale, nessun insegnamento da impartire, solo la voglia di divertire il pubblico che sceglie "di restare in sala a guardare", per parafrasare le parole del protagonista.

sabato 26 settembre 2009

un colosso di bontà e di meraviglia

Il mio vicino Totoro di Miyazaki (Giappone 1988), finalmente distribuito in italiano, consente un regresso all'infanzia, non certo spensierato, anzi, abbastanza strappalacrime: su tutto domina l'aria di infantile magia dei fantasmini della fuliggine iniziali e di Totoro, un gigante peloso e 'sofficioso' (più di Ponyo!), l'aiutante magico delle due bambine protagoniste, che subiscono l'assenza della madre ricoverata in ospedale. La leggera spensieratezza della presenza di Totoro (e dei due simili in scala ridotta) conquista il cuore: su tutto la scena dell'attesa dell'autobus, quando la sorella più grande gli presta l'ombrello del padre. E poi voglio anch'io un gattobus!

giovedì 24 settembre 2009

leggende rumene

Sono quattro le 'leggende' - così nelle didascalie - raccontate in Racconti dell'età dell'oro (Amintiri din epoca de aur, Romania-Francia 2009, di Ioana Uricaru, Hanno Höfer, Razvan Marculescu, Constantin Popescu, Cristian Mungiu), volte sul registro comico-surreale-grottesco, per rievocare con leggerezza alcuni momenti della vita (per nulla facile) durante il regime di Ceaucescu. Ben fatto, esilarante in alcuni momenti, ma svanisce presto, forse troppo. Qui la Storia è puro pretesto e il racconto non si eleva a satira, ma resta a livello barzelletta (certo di alto livello): una commediola piacevole, niente più.

lunedì 21 settembre 2009

un'adolescenza del secolo scorso

Cosmonauta di Susanna Nicchiarelli (Italia 2009) è preceduto da un meraviglioso corto in stop motion Sputnik IV (? ho delle incertezze sul numero), che rievoca gli esperimenti sovietici di invio di navicelle nello spazio, con topi, cani e un ragno che discutono sottotitolati dei progressi del comunismo: memorabile è la parodia di 2001, con i topi-cavia chiusi in una gabbia ‘capitalista’ che danzano il Bel danubio blu: vale da solo il biglietto!

È un film di formazione e di corsa: comincia e finisce con due momenti di riflessione della giovane Luciana. Il primo prelude alla sua fuga dalla chiesa dove dovrebbe ricevere la prima comunione, da cui evade e fugge come una sposa dall’altare verso casa propria (e le immagini ricordano la fuga liberatoria di Stella dopo l’acquisto del libro di Cocteau: sarà un caso che la signora anziana che la saluta al rientro la chiami proprio Stella?); il secondo segue alla sua corsa alla Antoine Doinel verso il fratello ritrovato, che la attende guardando il mare. Nel mezzo c’è la storia di una ragazzina tra 1957 e 1963, che cresce sullo sfondo di una precoce militanza nel Pci (passione ereditata dal padre scomparso), la ricerca di modelli di riferimento (la zia), i problemi familiari (secondo matrimonio della madre, l’epilessia del fratello maggiore), i tormenti d’amore (“un cuore matto”): la ricchezza del film, che pure ha momenti un po’ facili e prevedibili, mi pare stia proprio nel presentare una donna (come Luciana rivendica con orgoglio di fronte al suo innamorato) che cresce e si forma, con tutte le incoerenze, gli egoismi e le contraddizioni dell’adolescenza.

Sullo sfondo, oltre alla storia della conquista dello spazio che percorre il film e ne scandisce il tempo, c’è l’urgenza della questione femminile, la lotta contro il maschilismo interno al partito (e alla società, ovviamente), la conquista dello spazio anche da parte di una compagna sovietica, Valentina, la prima cosmonauta (che, va detto, è un sostantivo di gran lunga migliore di astronauta). Il suo successo nello spazio è una piccola conquista femminile in vista di quell’obiettivo doveroso e ancora oggi non raggiunto, la parità o, meglio, la non discriminazione (penso ai salari, ma non solo).