venerdì 31 dicembre 2010

Woody (2)

Lumière: You Will Meet a Tall Dark Stranger, (Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni, Usa-Spagna 2010) di Woody Allen: molto divertente, sarcastico e amaro, un mix tra Match point e Whatever works. Racconto morale sulla vanità dell'agire umano, teso alla felicità ma in balia costante del caso, "tutto un equilibrio sopra la follia". Si ride delle sventure dei protagonisti, che sono un po' quelle quotidiane. Si parla di noi, insomma... qui sta la catarsi... come ultimo film dell'anno non c'è male!

arte

Da una ricca gita a Milano:

- Palazzo Reale, Dalì. Il sogno si avvicina: allestimento molto deludente (mancano persino i titoli originali delle opere nelle didascalie...), poco coerente la collocazione del Salotto di Mae West, organizzazione interna delle sale apparentemente tematica ma molto discutibile (la scelta di analizzare l'uso del paesaggio nell'autore spagnolo a seconda di 'vuoti' e 'pieni' risulta debole). Notevole l'ultima sala su Destino, con la proiezione del corto e l'esposizione di alcuni disegni preparatori.

- Palazzo Marino, Donna allo Specchio di Tiziano: eccellente allestimento, semplice ma efficace (e buone le sintetiche ma accurate spiegazioni fornite da giovani studiose).

- Palazzo dell'Arengario, Museo del Novecento: ottimo allestimento, con in limine il Quarto stato. Quattro piani densi e ben organizzati, stupenda la struttura e il panorama dai piani alti su Milano e piazza Duomo.

lunedì 27 dicembre 2010

Woody (1)

Tra Lumière e dvd due piacevolissime seconde (o terze) visioni di Woody Allen: Io e Annie (Annie Hall, Usa 1977) e Manhattan (Usa 1979). Commedie simili e molto diverse, la prima dolceamara con decisa prevalenza del comico (le battute antologizzate non si contano), la seconda più equilibrata, tra elegia (cartoline newyorkesi con sottofondo di Gershwin, l'inizio che sembra una fine, richiamata appunto nell'ultima panormaica) e comicità (con alcune gustose citazioni, come la corsa finale che richiama quella di Buster Keaton in The cameraman). Psicanalisi, caso, intrecci d'amore, graffiante autoironia: tutti ingredienti mescolati alla perfezione.

domenica 19 dicembre 2010

Zusammenfassung (3)

...sempre peggio...

8.12.2010, Lumière: Giungla d'asfalto (The asphalt jungle, Usa 1950) di John Huston. Straordinario noir, che sembra riecheggiato da molti film successivi (da Le doulos a The touch of evil a The killing), uomini distrutti ciascuno dal proprio vizio ("ma un bravo poliziotto / che sa fare il suo mestiere / sa che ogni uomo ha un vizio / che lo farà cadere" scrive un poeta e un altro canta) e dal caso, che domina e rege le vite umane. Da segnalare una giovanissima Marylin, amante di un anziano uomo ricco e ormai fallito.

11.12.2010, Lumière: The social network (Usa 2010) di David Fincher: coinvolgente, nevrotico, incalzante fin dal primo scambio di battute tra il protagonista e la ragazza che inseguirà ossessivamente nella sua giovan vita, in attesa di un'amicizia, seppur virtuale (ma più reale del reale, secondo la sua visione del mondo). Vorticosi il montaggio e i dialoghi, efficaci il sonoro e la colonna sonora, altrettanto ossessiva. Ritratto spietato e veritiero della società di oggi.

12.12.2010, Reggio Emilia, Teatro Valli: Die Dreigroschenoper di Brecht, regia di Bob Wilson (ricorda molto il suo Giorni felici). Entusiasmante versione (quasi) integrale (mancano nel terzo atto l'incontro tra Polly e Lucy, la preparazione al funerale di Polly e più brevi sono i colloqui con Mackie incrcerato), eccellentemente interpretata dal Berliner Ensemble, che merita ampiamente il quarto d'ora di applausi finali. Scenografia molto efficace nella stilizzazione e nell'uso delle luci. Appassionante.

mercoledì 1 dicembre 2010

neve per il Duse

Una fitta nevicata ha accompagnato la riapertura per una sola sera del Teatro Duse, affittato dall'Itc Teatro di San Lazzaro per lo spettacolo di Ascanio Celestini, Il razzismo è una brutta storia: si tratta di satura, nel senso più etimologico del termine: una serie di monologhi (molti dei quali già conosciuti grazie a Parla con me) collegati da alcuni fili conduttori (razzismo, orrori contemporanei della società italiana, precariato, conformismo, politica), con l'accompagnamento musicale di una chitarra (il bravo Matteo D’Agostino). Geniale il momento 'americano', quando l'attore incarna un italiano medio, apparentemente di destra e razzista non con le parole, ma coi fatti. Necessario.

martedì 23 novembre 2010

"meglio porci"

E anche questa volta, con Porco Rosso (Giappone 1992), Miyazaki ci incanta. Meno magia del solito (ad eccezione della misteriosa metamorfosi del protagonista), disegni (apparentemente) più semplici, ma storia avvincente, densa di passione e ironia, del tutto in linea con l'immagine che si ha della fine degli anni '20 (la storia è ambientata nel 1929 in sul mare Adriatico che ricorda molto l'Oceano Pacifico). Un epoca in cui i 'baroni rossi' ed i loro valori sono sul viale del tramonto: la prima Guerra Mondiale si è portata via gran parte di loro, le cui anime sono perennemente in volo con i loro aerei in una Via Lattea degli aviatori (sequenza splendida).



Il nostro eroe è un cavaliere antico (la scazzottata dopo il duello aereo per onore e per salvare la ragazza da un matrimonio), che non si piega alla modernità (la riparazione del vecchio aereo da guerra), al fascismo e all'amore (ma il finale aperto lascia aperta ogni possibile interpretazione). Poesia pura!

domenica 21 novembre 2010

salvezza francese

Dopo il deludentissimo Sunset limited - spettacolo di Andrea Adriatico tratto dal testo (interessante dialogo 'socratico') di Cormac McCarthy visto sabato all'Arena del Sole (avrebbe bisogno di altri 6 mesi di studio e preparazione, dato che i monocordi attori Stefano Dionisi e Mambaye Diop non ricordano le battute e si sbagliano più volte; poco chiaro l'interno scenografato come esterno con foglie secche sulla banchina della metro) - François Ozon è venuto in nostro soccorso: Potiche (Francia 2010), visto in v.o. al Lumière, è una boccata di ossigeno. Nel complesso esile, è una commedia molto divertente nella sua semplicità, che vive della bella prova della Deneuve, donna-soprammobile (dal passato ricco di uomini) che prende in mano la propria vita con determinazione. Ambientata nel 1977/8, parla in realtà della società contemporanea, affrontando con molta ironia il ruolo della donna sul lavoro e nella famiglia, tra pregiudizi atavici e giuste rivendicazioni tuttora ingiustamente frustrate. Come mi fai notare, l'uso delle canzoni ricorda il teorema di Truffaut.

venerdì 19 novembre 2010

Zusammenfassung (2)

Domenica 7, Teatro Comunale di Ferrara: Donna Rosita nubile di F. Garcia Lorca, adattamento e regia Lluís Pasqual: testo datato (poco digeribile lo stile del grande letterato spagnolo sulla scena contemporanea), messa in scena tradizionale, incongruente il ruolo di Andrea Jonasson (per niente adatto a lei).

Mercoledì 10, Europa cinema: Gorbaciof (Italia 2010) di Stefano Incerti. Film dignitoso (ma nulla di più) costruito attorno a Toni Servillo; trama (non molto solida), regia e montaggio ricalcano Le conseguenze dell'amore.

Sabato 13, Arena del Sole: Il malato immaginario, regia di Gabriele Lavia, ist eine einzige Katastrophe! La prima volta che si fugge da teatro all'intervallo (ma già dopo la prima mezz'ora gli istinti fuggiaschi erano forti). Inconsistente e vanamente fastidioso. E gli inserti beckettiani che senso hanno? E la recitazione? Io con Lavia ho chiuso (dopo il Macbeth e le Memorie dal sottosuolo, che pure qualcosa di buono lo avevano...).

Domenica 14, Teatro Regio di Parma: Tutto su mia madre, regia di Leo Muscato, con Elisabetta Pozzi (Manuela), Alvia Reale (Huma Rojo), Eva Robin's (Agrado), Paola Di Meglio (madre di Rosa, Alicia, Isabel), Alberto Fasoli (dottore, Mario del Toro, Alex), Silvia Giulia Mendola (Suor Rosa), Giovanna Mangiù (Nina Cruz), Alberto Onofrietti (Esteban). Opera corale meravigliosa, ben orchestrata, coinvolgente, emozionante, regge il confronto con lo splendido film di Almodovar grazie all'utilizzo di un linguaggio diverso. Da rivedere ad ogni costo!



Martedì 16, Lumière: Noi credevamo (Italia 2010) di Mario Martone. Deludente, poco coinvolgente (a tratti noiosetto e comunque migliore il 4° episodio; barbaramente tagliato specie nel 1°), con alcuni voluti anacronismi non del tutto giustificati (se servono a rimarcare i probblemi contemporanei legati all'unità, beh, si poteva fare di meglio...).

Avrò dimenticato qualcosa?

Sì: Contracorriente di Javier Fuentes-León (Perù-Colombia-Francia-Germania 2009): sembra una soap, autogettizzante, orrendo.

sabato 6 novembre 2010

Tati è di nuovo tra noi

Da una sceneggiatura di Jacques Tati mai portata sullo schermo nasce L'illusionista (L'illusioniste, UK-Francia 2010) di Sylvain Chomet, già autore del meraviglioso Appuntamento a Belleville. Non poteva che essere il disegno l'unico modo per mettere in scena questa storia tanto triste, che ha in sé tutti gli elementi della poetica e della comicità del grande comico francese: la fine di un mondo e di un determinato tipo di comicità di fronte all'avanzare inesorabile di una modernità senza umanità, maghi e clown votati al fallimento, alla solitudine e alla strada, senza che nessuno li possa salvare (come non ricordarsi di Memorie di un clown?). Il consumismo (della ragazzina) che contagia ogni strato della società; l'alienazione della vita da ufficio (il mago è un pesce fuor d'acqua) o in officina.

Film meraviglioso con molte sequenze da ricordare, tra cui l'inizio, con l'ingresso sul palcoscenico della dinoccolata cantante subito dopo l'esibizione di Tatischeff (il vero cognome di Tati) che cerca di recuperare lo scorbutico (e ribelle) coniglio; i numerosi gag, come tutta la sequenza nell'officina, la zuppa cucinata dalla ragazzina (di coniglio?) o la nevicata (di piume); il mago che entra al cinema durante la proiezione di Mon oncle.

giovedì 28 ottobre 2010

semplice ed efficace

Descriverei così il documentario Parole sante (Italia 2007) di Ascanio Celestini; al di là di alcuni dettagli tecnici su cui si può sorvolare, il documentario racconta la storia del collettivo PrecariAtesia e, più in generale, fotografa un momento storico del lavoro precario in Italia. La storia è in un certo senso piccola (non nel senso delle donne e degli uomini coinvolti, ma nel senso che si tratta di una sola azienda), ma le conclusioni (drammatiche) non possono che valere in generale, come sintetizza giustamente la duplice versione dell'apologo recitato dal medesimo Celestini in incipit ed explicit:

domenica 24 ottobre 2010

delusioni e conferme

Des hommes et des dieux (Francia 2010) di Xavier Beauvois è una sorpresa in negativo (e ridicolo il titolo italiano Gli uomini di dio): debole, agiografico fino alla nausea, pessimo uso del sonoro, orrenda l'ultima cena con sottofondo del lago dei cigni e la scena dell'elicottero, storia poco comprensibile per un non francese o conoscitore dell'argomento. Almeno era in lingua (Lumière)...

Ma oggi, per fortuna, la sofficiosa Ponyo, necessaria conferma: aggiungo il sottofondo ecologista, che domina la prima parte; la seconda può perciò essere letta metaforicamente come ribellione della natura sull'uomo, che riprende i propri spazi (anche con gli animali preistorici che usano le strade sott'acqua). Magico nella sua semplicità e nei disegni a mano.

sabato 23 ottobre 2010

Zusammenfassung

Vienna: Kunsthistorisches Museum, Leopold Museum (collezione permanente, Cézanne, Picasso, Giacometti. Meisterwerke der Fondation Beyeler, Dauerleihgaben aus der Sammlung Thyssen-Bornemisza), Albertina (collezione permanente, Picasso: Frieden und Freiheit e Michelangelo: Zeichnungen eines Genies).

Bologna, 12.10.10, teatro San Martino (tristemente chiuso fino all'estate): Noosfera Lucignolo di e con Roberto Latini. Bello spettacolo, tipica drammaturgia del regista-attore, emozionante lavoro vocale-ossessivo prima (hai/ahi!) e fisico poi (in una mini-piscina, a cappio caduto), apparenti lunghezze costruttive e sceniche necessarie per arrivare a creare immagini forti e persistenti, specialmente nella seconda parte (la morte di lucignolo sdoppiata e rivissuta, prima come uomo e poi come asino), luci ben utilizzate (rosse per evocare il sangue e i neon geometrici ai lati).

19.10.2010, Lumière, Diario di una donna perduta (Das Tagebuch einer Verlorenen (Germania 1929) di Georg W. Pabst: rivisto dopo anni, appassionante, memorabili le scene nel bordello (i piedi delle due donne che ballano), nobiltà nella rovina, borghesia bigotta (la difesa dell'onorabilità e degli affari della famiglia, carità posticcia), suicidi (per la vergogna e per debolezza di carattere).

venerdì 1 ottobre 2010

pitagorismo contemporaneo

Tutto avrei immaginato, fuorché assistere ad un'opera dall'impianto pitagorico: è capitato con Le quattro volte (Italia-Svizzera-Germania 2010) di Michelangelo Frammartino, non un finto documentario, ma un film vero e proprio (pregevole), densamente sceneggiato e pensato secondo un impianto molto rigoroso. Un breve prologo sul lavoro dei carbonai calabresi precede le quattro volte del titolo: la vita di un pastore di capre e la sua morte; la nascita di una capretta, la sua breve vita, il suo smarrirsi nel bosco e la sua morte sotto un alto pino; la vita del pino, tagliato, usato come albero della cuccagna e, finita la festa, fatto a pezzi e portato dai carbonai; il lavoro dei carbonai, la nascita del carbone e la sua distribuzione in paese. Il fumo che esce da un camino (presente già in un'inquadratura della prima volta) conclude il film, circolarmente. Tutto ciò secondo la più classica teoria della metempsicosi del pitagorismo antico.

Film giocato sul montaggio, sull'uso di camera fissa (spesso in campo lungo), oppure mossa sul proprio asse, come nell'articolato pianosequenza che segna il passaggio dalla prima alla seconda volta, dalla processione pasquale che svuota il paesino, con l'incidente al furgone causato dal cane che causa la liberazione del gregge: l'invasione caprina del paese e la 'veglia' al pastore morente costituisce il preludio al primo snodo. Altrettanto importante il sonoro, come fa notare il regista presente in sala: proviene sempre da dietro lo schermo, tranne nelle dissolvenze in nero (che segnano il passaggio da una volta all'altra), quando è utilizzato il dolby 5:1.

Altre annotazioni: la sequenza dell'albero della cuccagna ricorre anche nel celebre documentario di Vittorio De Seta; da ricordare l'usanza arcaica della polvere di chiesa da assumere come farmaco (il pastore muore proprio in seguito alla sua mancata assunzione); gli aneddoti raccontati dal regista nel dibattito seguito alla proiezione (la direzione della troupe in dialetto calabrese; la durata delle riprese - 5 anni; il cane, la vera star del film; l'accoglienza ricevuta; le usanze dei pastori).

martedì 28 settembre 2010

"il peggio del manicomio è il manicomio"

Dopo aver visto negli anni passati il suo spettacolo e aver finito di leggere pochi giorni fa il relativo libro, mancava solo il film (presentato allo scorso Festival del cinema di Venezia), visto ieri sera al Rialto: La pecora nera di Ascanio Celestini (presente alla proiezione in anteprima e al dibattito successivo), va detto subito, è un film eccellente. Riadattando il testo teatrale ed il libro, frutto di anni di indagine sui manicomi italiani, il film è comunque un passo ulteriore, che aggiunge ben "22 pagine di sceneggiatura scritte vedendo le immagini montate". Proprio queste sono la parte migliore dell'opera dell'artista romano, che contribuiscono in misura decisiva a trasmettere nello spettatore la percezione della schizofrenia di Nicola, della separazione tra il mondo che ha nella testa e quello esterno (specie nella scena del supermercato). Differente rispetto ai lavori precedenti, al di là di singoli dettagli, è il montaggio dei blocchi narrativi, qui amalgamati in un sussegursi di presente e passato.

Celestini ha scelto di raccogliere e raccontare solamente le storie più verisimili che gli sono state raccontate durante le sue indagini, evitando quelle che sarebbero potute sembrare false: è così riuscito a costruire un film decisamente equilibrato e sensibile, che coinvolge ed emoziona, senza eccessi ideologici. (Nel dibattito, invece, la discussione si allarga: tuttavia, come mi si fa notare, La pars destruens nei confronti dell'istituzione-manicomio, assimilabile ad un lager o carcere e conseguentemente mero strumento repressivo-distruttivo che deve essere abolito senza se e senza ma, difetta però di una pars construens; non condivisibili le opinioni sulla scuola come mezzo di inculcare violentemente l'idea di autorità, ma il discorso sarebbe troppo lungo e 'fuori tema': si dovrebbe riflettere sulla differenza tra educazione e istruzione, ad esempio.)

La narrazione, come afferma Celestini, vuole essere "evocativa" e non passiva: lo spettatore (anche chi conosce già la trama) entra progressivamente nel manicomio insieme a Nicola, quasi senza accorgersene, ma ne subisce gli eventi, specie quelli più drammatici (il termosifone, ad esempio). Tra i momenti migliori ricordo quelli nel supermercato, dove la pazzia di Nicola è opposta a quella indotta dal consumismo sfrenato, e si riflette nella scena della dispensa: l'ordine all'interno del manicomio - sostiene Celestini - è analogo a quello di un supermercato. Ciascuno tragga le proprie conclusioni.

sabato 25 settembre 2010

ballad for a drowning man

Lumière, 21.9, Vivere! (Giappone 1952) di Akira Kurosawa (peccato che sia stata proiettata la versione in dvd più breve di 30'...): molti sono i temi che si intrecciano - anche grazie allo splendido montaggio tutt'altro che lineare - e si rincorrono, primo fra tutti quale sia il senso di una vita. Un uomo, meglio un grigio burocrate municipale invischiato e appiattito nella passività quotitiana del lavoro banausico d'ufficio, scopre (dopo lo spettatore, che ne è informato fin dal primo agghiacciante fotogramma) di avere un cancro incurabile allo stomaco (eccellente è la sequenza della sala d'aspetto, dove uno sconosciuto gli fornisce la chiave per decodificare il messaggio del medico). L'uomo, in preda alla disperazione, si assenta dal posto di lavoro per la prima volta dopo quasi 30 anni senza mai un'assenza, come nella barzelletta raccontata da una giovane collega ("perché non voleva sapere di non essere indispensabile"): dopo vani tentativi di porre fine alla propria esistenza (cui si allude soltanto), egli affoga la propria disperazione nell'alcol, prima di essere portato sulla via dello svago dissoluto da un giovane scrittore (il "suo mefistofele"). Cercherà poi di sentirsi nuovamente giovane e vivo perseguendo l'amore impossibile della giovane collega, per votarsi repentinamente - quasi una folgorazione dopo il secco rifiuto alle sue disperate avances - ad una causa giusta: accogliere le proteste di un gruppo di donne disperate per il degrado del proprio quartiere (rimpallate all'inizio del film da un ufficio comunale all'altro, senza ottenere nulla) e avviare la realizzazione di un parco, riqualificando l'area.

La seconda parte del film (artatamente bipartito) inizia con il funerale dell'uomo, dove per successivi racconti, punti di vista e flashbacks (un po' come in Rashomon) si cerca di ricostruire la verità sulla vicenda: emerge qui il rapporto controverso tra potere politico e cittadini, e soprattutto il contrasto tra iniziativa personale, riconoscimento pubblico e l'appropriazione a fini elettorali di un opera di un singolo, il cui nome è persino quasi cancellato, se non fosse per l'opera delle donne del quartiere risanato.

Un altro tema minore è il rapporto genitori-figli, cui si lega strettamente quello dell'educazione dei figli e la rinuncia ad una vita propria per il loro bene, ricambiato però da un interesse meramente materiale e legato a probelmi di eredità.

Fotografia meravigliosa (come nelle sequenze sul ponte, con il protagonista ridotto a mera silhouette). Un capolavoro, purtroppo non visto nella versione integrale.

venerdì 17 settembre 2010

finzione/realtà

A proposito di due film visti al Lumière: Il Cassanova di Federico Fellini (Italia 1976) non mi è piaciuto per nulla, va detto subito. Non so se ciò sia dovuto al suo essere invecchiato troppo in fretta, superato dalla contemporaneità televisiva e pornografica, alla dichiarata e programmatica finzione della scenografia (il mare, la Venezia iniziale), al tono eccessivamente e volutamente grottesco o a qualcos'altro che non so spiegare. La meccanicità del sesso (sottolineata da quella specie di cucù e dalla musica), la gara durante la festa romana (che ricorda molto Roma e il Satyricon), il generale vuoto d'amore dominante che produce disgregazione sociale sono, mi pare, i temi portanti, ripetuti in modo esasperato come in una catena di montaggio: proprio questo è l'aspetto più invecchiato del film (non meno attuale, comunque). Il finale, con Casanova invecchiato (di cui sono inquadrati in primissimo piano gli occhi - ricordo di alcune scene di Kubrik?) che sogna il robot-prostituta è a suo modo profetico, ma non emoziona (mea quidem sententia).

Focaccia blues (Italia 2009) di Nico Cirasola è una piacevole docufiction (con alcune ingenuità e esialranti interviste, arricchito da alcune comparsate: Banfi e Arbore in cucina, Vendola come maschera, Placido come proiezionista): il racconto ex post di come una corporation sia stata sconfitta da una radicata cultura del mangiare bene e sano, legato ai prodotti tipici della propria terra (madre, tanto per citare). Stupenda nella sua semplicità il gesto sprezzante e schifato di togliere i pomodorini dalla focaccia, poi mangiata con diffidenza e disgusto.

sabato 11 settembre 2010

bis

Anno ricco, "doppio bis, Ute Lemper e Fiorella Mannoia". Il bis del live di quest'ultima ieri sera alla festa dell'Unità: sempre coinvolgente e travolgente, specie con Il pescatore, Lunaspina e Via con me. Alcune variazioni rispetto al concerto del Manzoni, con in aggiunta Posso dire la mia sugli uomini e Belle speranze. E grandioso il mini fan-club alle nostre spalle!

venerdì 10 settembre 2010

d'amore e di guerra

A proposito di due film al Lumière: L'amore buio (Italia 2010) di Antonio Capuano (fuori concorso a Venezia) è un film decisamente imperfetto e sbilanciato: se il prologo è ben girato (con sovraesposizione notturna della pellicola e ellissi sulla violenza) e la parte sulla vita carceraria è molto interessante (con certo alcune banalità e cadute di stile), non altrettano può dirsi del coté femminile, troppo tendente ad una fiction di bassa qualità e con voragini di sceneggatura (ma la sorella, che fine ha fatto?). Inutili le citazioni cinematografiche sparse (Respiro, forse causa Golino?, Amarcord, und und und). Si può perdere.

I sette samurai (Schichinin no samurai, Giappone 1954) di Akira Kurosawa era uno di quei must che mi mancava: epico (e perciò saccheggiato dai registi di western) e grandioso, dilatato nelle attese e dettagliatissimo nella descrizione delle battaglie e della loro preparazione. Conflitto tra tre categorie, banditi, contadini e samurai. Solo questi ultimi sono perfettamente consapevoli di essere sempre gli sconfitti, pur sopravvivendo "anche a questa battaglia". Film di vita, morte, amicizia e amore (impossibile tra caste diverse). Inutile dirlo, ma ogni inquadratura ha una profondità di campo tipica di un maestro del cinema.

venerdì 3 settembre 2010

uff

Ennesimo film al di sotto delle aspettative: Le père de mes enfants (Il padre dei miei figli (Francia-Germania 2009) di Mia Hansen-Løve, ispirato ad una storia vera, "non decolla" mai, costruito com'è per giustapposizioni di blocchi narrativi successivi, concentrati sui diversi personaggi del film. Struttura complessiva bipartita (ante e post mortem), doppiaggio inascoltabile, musiche non sempre appropriate, uno dei pochi pregi è l'argomento, una casa di produzione cinematografica in crisi finanziaria (quasi un unicum). Per il resto ben poco.

mercoledì 1 settembre 2010

uno più uno più uno

Due film casalinghi nel weekend e uno al cinema (3 spettatori!) ieri:

1. Il diavolo è femmina ( Sylvia Scarlett, Usa 1935) di Cukor: grandi aspettative, ma deboluccio e molto, molto invecchiato. Ringraziamo la lingua originale del dvd, perché il doppiaggio italiano è ridicolo. Commedia di travestimenti, un po' menandrea con happy end inevitabile.

2. A proposito di tutte queste signore (Svezia 1964) di Ingmar Bergman è una piacevolissima seconda visione: leggero, iconoclasta, sarcastico nei confronti della critica, ispirato allo slapstik puro con gag semplici e da non sovrainterpretare, come spiega un cartello. Anche qui il doppiaggio italiano è ridicolo (la prima frase da "così diverso, eppure così uguale" è diventata "così genio, eppure così vivo").

3. Il Rifugio (Le refuge, Francia 2009) di François Ozon, certamente ovinato dal doppiaggio, è invece troppo fredo e privo di emozioni: da una morte ad una nuova vita donata alla famiglia che ha subito il lutto (con voce over finale orrenda e superflua). Passione passata e riversata su un presente fratello gay del defunto (la sceneggiatura è banalotta, i dialoghi pure). Da dimenticare.