venerdì 30 aprile 2010
damnatio memoriae, pars altera
Patetico, scontato, noioso, furbamente strappalacrime, confezionato per piacere ad un pubblico occidentale: Departures di Yojiro Takita (Giappone 2008).
sabato 24 aprile 2010
documentario e un classico (al Lumière)
Mercoledì, necessità di diluire la tristezza di una previsione con qualcos'altro: il documentario La faccia della terra (Italia-USA 2009) di Gianfranco Firriolo. Non è un semplice back-stage dell'ultimo splendido album Da solo di Capossela, ma qualcosa di più. Parte come un documentario agiografico nella casa milanese del cantautore, impegnato a comporre la narrazione della propria voce over su una macchina da scrivere, per procedere nella ricerca e scoperta di alcuni degli strumenti più strani di cui l'album si sostanzia (come gli strumenti inconsistenti e il pianoforte Tallone sull'isola di San Giulio), per finire poi con tournée statunitense (geniale la versione folk della canzone popolare La rondinella, con coppie grassissime che balllano in quella che si direbbe una balera). Alle riflessioni di Capossela, si accompagnano abbozzi e stralci di canzoni (meravigliosa la versione di Piccoli soldati, con grande risalto al violoncello di Brunello), e soprattutto la genesi on the road del brano che dà il titolo al documentaro, tratto dai racconti Winesburg, Ohio di Sherwood Anderson. E poi l'incontro con Wonder e un minitour per la provincia americana (lunapark con fiera degli orrori) e i suoi motel. Si apre e si chiude, soavemente, con Sante Nicola. A seguire l'incontro con il regista (laconico), Paolo Nori, Alessandro Bergonzoni, Vinicio Capossela e il mago Wonder (con una sua breve esibizione, mentre Vinicio improvvisa al pianoforte su tema di Una giornata perfetta).
Ieri sera, Lo sceicco bianco (Italia 1952) di Federico Fellini, preceduto da una splendida lezione di Tatti Sanguineti sui tagli e rimaneggiamenti dello stesso Fellini, ad introdurre i materiali ritrovati(e proiettati in appendice). Storia drammatica ma in tono da sogno e comico, con la giovane sposa che senza accorgersene 'scappa' dal marito (e dai suoi onnipresenti zii) il primo gionro della luna di miele per inseguire il suo sceicco bianco (Alberto Sordi), che appare come in sogno su un'altissima altalena. Tragicomico nella scena del tentato suicidio della sposina, e nel marito consolato quella stessa notte da una prostituta giunonica (accompagnata dalla Masina nel ruolo di Cabiria, alla sua prima comparsa). Irriverente e attualissimo il rapporto di idolatria di un poersonaggio di provincia nei confronti di un divo dei fotoromanzi, un mondo di cartapesta che Fellini racconta divertito.
Ieri sera, Lo sceicco bianco (Italia 1952) di Federico Fellini, preceduto da una splendida lezione di Tatti Sanguineti sui tagli e rimaneggiamenti dello stesso Fellini, ad introdurre i materiali ritrovati(e proiettati in appendice). Storia drammatica ma in tono da sogno e comico, con la giovane sposa che senza accorgersene 'scappa' dal marito (e dai suoi onnipresenti zii) il primo gionro della luna di miele per inseguire il suo sceicco bianco (Alberto Sordi), che appare come in sogno su un'altissima altalena. Tragicomico nella scena del tentato suicidio della sposina, e nel marito consolato quella stessa notte da una prostituta giunonica (accompagnata dalla Masina nel ruolo di Cabiria, alla sua prima comparsa). Irriverente e attualissimo il rapporto di idolatria di un poersonaggio di provincia nei confronti di un divo dei fotoromanzi, un mondo di cartapesta che Fellini racconta divertito.
martedì 20 aprile 2010
gemelle in discesa

Sabato, Teatro delle Moline: Stanze. Il silenzio abitato delle case di Marcello Fois, regia di Marinella Manicardi, con la Manicardi, Alessandra Frabetti e Marina Pitta. Spettacolo coinvolgente e particolare, con una meravigliosa Pitta interprete di 4 differenti ruoli (vicina-amande del padre delle due gemelle; il loro padre; la loro madre; il marito della Frabetti, con maschera di coniglio). La scena, leggermente in discesa, rappresenta la stanza del padre delle due gemelle, morto da poco, dove giungono le due per decidere cosa fare di ciò che pensano spetti loro per eredità. La situazione innesca la schermaglia tra le due sorelle, una forte, spregiudicata e in carriera (Frabetti), l'altra succube, affettuosa e sognatrice (Manicardi), tra confidenze, ricordi d'infanzia, recriminazioni, ripicche.
Ricorderei alcune trovate: la Pitta che come madre o padre suggerisce le battute alle due sorelle; i momenti 'fantastici' della Manicardi, con le luci che cambiano e la realizzazione pratica di un pensiero che non si fa azione; l'idea che il padre abbandoni la famiglia non per un'altra donna, ma perché capisce di non voler fare più il padre di fronte alla malattia della Manicardi. Il finale, invece, pare un po' frettoloso (ma bella l'idea per cui la Manicardi debba non imporre la necessità di lasciare la casa all'amante del padre, ma far risultare ciò come inevitabile.
domenica 18 aprile 2010
dunque
Mercoledì, Lumière: Sauve qui peut (la vie) (Francia-Svizzera 1980), preceduto da Quelques remarques sur la realization et la production du film Sauve qui peut (la vie) (Svizzera 1980) di Godard. Molto interessante il secondo, un blob godardiano di introduzione al film, con un flusso di coscienza sull'uso della musica e dei rallentati nel film (per esplorare una diversa percezione e fruizione dell'immagine e della narrazione); molto poetico (in senso godardiano) il finale, con la sovrapposizione di un'ipotetica immagine finale del film, con dissolvenze incrociate su un prato verde e un'orchestra durante un concerto, con la musica che chiude il film e riporta noi spettatori "dans l'enfer" che ci circonda.
Lo stesso vale per il film vero e proprio, che ha più la forza di un esperimento, di un saggio sull'immagine e la narrazione cinematografica. Esiste una trama, ma è svuotata e ininfluente, ciò che conta sono la riflessione sul tempo (con i ralenti), sulla musica in opere cinematografiche (i personaggi che si domandano da dove venga la musica che sentono, che costituisce la colonna sonora; nel finale un'orchestra di violini suona nel vicolo dove passano madre e figlio, come già nel finale del corto precedente), sui rapporti umani, sulla condizione femminile (la prostituta Huppert) e sulla pornografizzazione-mercificazione inarrestabile della contemporaneità. Momenti bunueliani alla stazione ferroviaria: la macchina di formula uno col pilota che scende, imbuca una lettera e riparte; il treno che passa e copre le voci dei protagonisti.
Giovedì, Rialto: Il profeta di Jacques Audriard (Francia-Italia 2009). Film eccellente, coinvolgente e di denuncia della condizione carceraria (siamo in Francia, ma potrebbbe essere l'Italia). Malik El Djebena, ragazzo 19enne, arabo-francese cresciuto in orfanotrofio, scala la malavita francese servendosi prima della malavita còrsa (il cui boss Luciani lo sfrutta violentemente): un'"educazione sentimentale" che lo porta ad uscire di prigione atteso dalla sua nuova compagna ('ereditata' da un suo amico di carcere morto di tumore) e scortato da tre macchine di scagnozzi (una scena stupenda che mi ricorda il finale di Mystic River). Scene violentissime e agghiaccianti (penso alla cella d'isolamento), fotografia giustamente livida e cupa, istanti di vita carceraria, dove chi ha potere lo mantiene tramite la corruzione e l'esercizio quotidiano della forza. Peccato solo non averlo visto in lingua.
Lo stesso vale per il film vero e proprio, che ha più la forza di un esperimento, di un saggio sull'immagine e la narrazione cinematografica. Esiste una trama, ma è svuotata e ininfluente, ciò che conta sono la riflessione sul tempo (con i ralenti), sulla musica in opere cinematografiche (i personaggi che si domandano da dove venga la musica che sentono, che costituisce la colonna sonora; nel finale un'orchestra di violini suona nel vicolo dove passano madre e figlio, come già nel finale del corto precedente), sui rapporti umani, sulla condizione femminile (la prostituta Huppert) e sulla pornografizzazione-mercificazione inarrestabile della contemporaneità. Momenti bunueliani alla stazione ferroviaria: la macchina di formula uno col pilota che scende, imbuca una lettera e riparte; il treno che passa e copre le voci dei protagonisti.
Giovedì, Rialto: Il profeta di Jacques Audriard (Francia-Italia 2009). Film eccellente, coinvolgente e di denuncia della condizione carceraria (siamo in Francia, ma potrebbbe essere l'Italia). Malik El Djebena, ragazzo 19enne, arabo-francese cresciuto in orfanotrofio, scala la malavita francese servendosi prima della malavita còrsa (il cui boss Luciani lo sfrutta violentemente): un'"educazione sentimentale" che lo porta ad uscire di prigione atteso dalla sua nuova compagna ('ereditata' da un suo amico di carcere morto di tumore) e scortato da tre macchine di scagnozzi (una scena stupenda che mi ricorda il finale di Mystic River). Scene violentissime e agghiaccianti (penso alla cella d'isolamento), fotografia giustamente livida e cupa, istanti di vita carceraria, dove chi ha potere lo mantiene tramite la corruzione e l'esercizio quotidiano della forza. Peccato solo non averlo visto in lingua.
domenica 11 aprile 2010
0 su 2
E anche Simon Konianski (Belgio-Francia-Canada/2009) di Micha Wald si può dimenticare... umorismo grossolano, alcuni momenti divertenti, ma troppo, troppo debole di trama (e alcuni evidenti errori di montaggio). Un po' sit com sugli ebrei e l'olocausto. Ecco, ricorda per idiozia di situazioni The reader, altro obbrobrio cinematografico, specie quando padre e figlio si aggirano per il campo di concentramento del nonno ormai morto (per non parlare delle sue apparizioni come fantasma).
venerdì 9 aprile 2010
damnatio memoriae
Meriterebbe l'oblio assoluto, ma - hai ragione - almeno il titolo va menzionato: Io sono l'amore di Guadagnino fa schifo! Peggio de La terra degli uomini rossi perché più pretenzioso: un pessimo remake di Teorema contaminato con Antonioni a caso e altro.
(p.s. sul post precedente: la sequenza del concerto di Chopin è davvero ben fatta, ricorda l'incipit di Manhattan.)
(p.s. sul post precedente: la sequenza del concerto di Chopin è davvero ben fatta, ricorda l'incipit di Manhattan.)
lunedì 5 aprile 2010
commedia riuscita
Soppresso il film di Guadagnino per un'anteprima e superato l'ostacolo dell'affollamento della sala (che ci ha fatto cambiare spettacolo), i nostri eroi sono finalmente riusciti a gustarsi Happy family di Gabriele Salvatores (Italia 2010, con Fabio De Luigi, Diego Abatantuono, Fabrizio Bentivoglio, Margherita Buy, Carla Signoris), tratto dall'omonimo testo di Genovesi (spettacolo visto al Duse l'anno scorso). Il confronto con lo spettacolo teatrale è inevitabile: il film è molto più snello e ritmato, eper questo un po' più divertente; continuo (come nella pièce) è il gioco metacinematografico, con De Luigi creatore-narratore alle prese con le esigenze dei personaggi e contemporaneamente protagonista: geniale il momento in cui lo schermo del suo pc si fa nero e compaiono i singoli personaggi (in cerca d'autore), per non parlare del finto finale con i titoli di coda che bruciano, mentre i protagonisti si accampano in casa dell'autore per convincerlo a modificare il finale aperto. Gigioneggano (e molto bene) tutti gli attori, per raccontare una storia, anzi più storie semplici, solo per il gusto di intrattenere lo spettatore senza troppe pretese, ma con grande maestria del regista. E il film brilla anche per la fotografia: ogni ambiente e sequenza sono caratterizzati da un preciso colore (spesso quasi iperrealista, alla Almodovar) - ad esempio giallo per l'incidente in bici, beige la stanza d'ospedale. 90' di divertimento, giocando sulle paure e i tic contemporanei, come elenca la voce over di De Luigi nella sua prima passeggiata in bicicletta per Milano.
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