The Ghost Writer di Roman Polanski (L'uomo nell'ombra, USA-Germania-Francia 2010) è ben girato e montato, ma molto debole nella trama e assurdo nel finale (perché camminare in mezzo alla strada? L'essere sconvolti davvero non basta).
Il Ferrara Buskers Festival, invece, è degno della massima considerazione: atmosfera particolarissima e sorprese ad ogni angolo. Da rifare!
giovedì 26 agosto 2010
venerdì 20 agosto 2010
Kammerspiel sessantottino
(Achtung: trama e finale)
Ultimo atto di questa parentesi piemontese: Fuoco! di Gian Vittorio Baldi (Italia 1968): racconto in medias res e in soggettiva di una follia domestica di un uomo che ha perso il lavoro e perciò si asserraglia in casa, uccide la suocera, spara deturpando la statua della Madonna durante la processione del paese, sopporta l'assedio dei carabinieri fino al dramma finale (omicidio della moglie incinta, ma salvataggio della figlia piccola). Tra neorealismo, provocazione, culto delle armi, disperazione lavorativa, povertà (lo stato della casa lo dichiara, e la presenza immancabile della tv lo conferma), il film - figlio del suo tempo - è caratterizzato da un rigoroso bianco e nero e da lunghi pianosequenza, che contribuiscono a comunicare un senso d'angoscia e di ineluttabilità. Le uniche parole sono per lo più quelle dei carabinieri (in particolare dell'appuntato, improvvisato psicologo) e di una giornalista che cerca lo scoop. Una piacevole scoperta.
Ultimo atto di questa parentesi piemontese: Fuoco! di Gian Vittorio Baldi (Italia 1968): racconto in medias res e in soggettiva di una follia domestica di un uomo che ha perso il lavoro e perciò si asserraglia in casa, uccide la suocera, spara deturpando la statua della Madonna durante la processione del paese, sopporta l'assedio dei carabinieri fino al dramma finale (omicidio della moglie incinta, ma salvataggio della figlia piccola). Tra neorealismo, provocazione, culto delle armi, disperazione lavorativa, povertà (lo stato della casa lo dichiara, e la presenza immancabile della tv lo conferma), il film - figlio del suo tempo - è caratterizzato da un rigoroso bianco e nero e da lunghi pianosequenza, che contribuiscono a comunicare un senso d'angoscia e di ineluttabilità. Le uniche parole sono per lo più quelle dei carabinieri (in particolare dell'appuntato, improvvisato psicologo) e di una giornalista che cerca lo scoop. Una piacevole scoperta.
sabato 14 agosto 2010
passeggiate al chiuso (tra musica e cinema)
Tra temporali e scrosci (quasi continui) di pioggia sono riuscito a fare qualcosa: ieri sera, prima edizione delle Passeggiate musicali. Festival internazionale di musica antica a Mergozzo: primo tempo con Ayako Matsunaga (violino) e Takashi Kaketa (violoncello) ad eseguire le sonate k 46d e 46e e il duo in do maggiore k 423 di Mozart (interessante, nonostante il fastidioso brusio del pubblico, quasi un basso continuo nella chiesa di santa Maria Assunta); secondo tempo con Avi Avital al mandolino - la vera scoperta della serata - che ha eseguito la terza partita in do maggiore di Filippo Sauli, un'eccellente trascrizione della ciaccona della seconda sonata in re minore per violino solo di Bach e tre travolgenti canzoni tradizionali sefardite (Etra la suerta, Como la rosa e Moranica); terzo con Alessandro Tampieri (violino barocco) e Giorgio Dellarole (fisarmonica '415') su musiche di compositori italiani di fine Cinquecento-inizio Seicento (Cima, Castello, Frescobaldi, Rognoni e Merula) decisamente noioso.
Oggi Locarno! Pietro (Italia 2010) di Daniele Gaglianone è un ottimo film: violenza genera violenza, che lo spettatore subisce sia quando è perpetrata ai danni del protagonista, sia quando è il ragazzo 'handicappato' (così si definisce egli stesso) ad esercitarla sugli altri. Ottimo l'uso dei suoni e del montaggio (ad esempio la scena sotto i portici di Torino con suonatore di fisarmonica), con gli stacchi al nero che corrispondono in situazioni differenti a quelli del sonoro. Storia scandita in brevi capitoli (che prendono il titolo da frasi pronunciate nel corso di essi), poi condensati e ripercorsi dal monologo finale di Pietro, che ha la medesima struttura impressionistica del film nel rievocare la propria nascita e passato scolastico. Le angherie inflittegli dai compagni, dal fratello (tossicomane) e dagli amici di questo nel corso di anni e serate al pub esplodono dopo il tentativo di violenza alla sua 'fidanzata' ("se arriva a millecinque..."): la redenzione non può fare parte di questo mondo di emarginati. Ciò nonostante (o proprio per questo), è un'opera di grande umanità.
A seguire il meraviglioso Ich will doch nur, dass ihr mich liebt (Germania 1976) di Rainer Werner Fassbinder, in versione restaurata: agghiacciante apologo sul rapporto genitori-figli unito all'idea capitalista "produci, consuma, crepa": tentativo (destinato alla catastrofe) di un muratore di farsi amare dalla propria famiglia e di essere degno della loro attenzione, anche a costo di una rovinosa gara di emulazione nel raggiungimento di uno standard altoborghese di benessere e comfort. Il (troppo) lavoro non nobilita, ma spersonalizza, mentre il modello di sociatà lo costringe subliminalmente a acquistare elettrodomestici per la moglie indebitandosi fino al collo. Lapidari i cartelli (che illustrano il rapporto genitori-figlio) e il titolo finale, quasi un cartello godardiano.
Oggi Locarno! Pietro (Italia 2010) di Daniele Gaglianone è un ottimo film: violenza genera violenza, che lo spettatore subisce sia quando è perpetrata ai danni del protagonista, sia quando è il ragazzo 'handicappato' (così si definisce egli stesso) ad esercitarla sugli altri. Ottimo l'uso dei suoni e del montaggio (ad esempio la scena sotto i portici di Torino con suonatore di fisarmonica), con gli stacchi al nero che corrispondono in situazioni differenti a quelli del sonoro. Storia scandita in brevi capitoli (che prendono il titolo da frasi pronunciate nel corso di essi), poi condensati e ripercorsi dal monologo finale di Pietro, che ha la medesima struttura impressionistica del film nel rievocare la propria nascita e passato scolastico. Le angherie inflittegli dai compagni, dal fratello (tossicomane) e dagli amici di questo nel corso di anni e serate al pub esplodono dopo il tentativo di violenza alla sua 'fidanzata' ("se arriva a millecinque..."): la redenzione non può fare parte di questo mondo di emarginati. Ciò nonostante (o proprio per questo), è un'opera di grande umanità.
A seguire il meraviglioso Ich will doch nur, dass ihr mich liebt (Germania 1976) di Rainer Werner Fassbinder, in versione restaurata: agghiacciante apologo sul rapporto genitori-figli unito all'idea capitalista "produci, consuma, crepa": tentativo (destinato alla catastrofe) di un muratore di farsi amare dalla propria famiglia e di essere degno della loro attenzione, anche a costo di una rovinosa gara di emulazione nel raggiungimento di uno standard altoborghese di benessere e comfort. Il (troppo) lavoro non nobilita, ma spersonalizza, mentre il modello di sociatà lo costringe subliminalmente a acquistare elettrodomestici per la moglie indebitandosi fino al collo. Lapidari i cartelli (che illustrano il rapporto genitori-figlio) e il titolo finale, quasi un cartello godardiano.
giovedì 12 agosto 2010
terra e acqua (in alto)
Ricordo un lago (vero: Mergozzo), con sole, libri e cigno; di una cascata meravigliosa, che non vedevo da quando ero bambino (del Toce), di sole che va e viene sul sentiero per un altro lago (artificiale: del Morasco) seguito da una pausa tecnica e per torta ossolana (di pane con poco cacao e mela, notevole).

Ricordo uno spettacolo in dvd (Marco Paolini, I-Tigi a Gibellina: affascinante con coreografia naturale di furibondo temporale agostano, un racconto antidiluviano - prima dei voli low cost, dei cellulari e della tecnologia di oggi - di guerra fredda, di insabbiamenti, di 81 persone morte perchè si trovavano "nel posto sbagliato, nel momento peggiore"); ricordo pranzi, cene, pasticcini, tante parole e un treno che parte.
Ricordo uno spettacolo in dvd (Marco Paolini, I-Tigi a Gibellina: affascinante con coreografia naturale di furibondo temporale agostano, un racconto antidiluviano - prima dei voli low cost, dei cellulari e della tecnologia di oggi - di guerra fredda, di insabbiamenti, di 81 persone morte perchè si trovavano "nel posto sbagliato, nel momento peggiore"); ricordo pranzi, cene, pasticcini, tante parole e un treno che parte.
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domenica 8 agosto 2010
understatement piemontese
Ottimo prologo quello di ieri sera nel Chiostro di S. Martino: Camillo Olivetti. Alle radici di un sogno, scritto da Laura Curino e Gabriele Vacis. Articolato in epilogo, prima parte, seconda parte e prologo (in questo ordine) la Curino racconta in un divertente e divertito (bollito) misto di voci, personaggi e situazioni la saga familiare dell'irrequieto e geniale fondatore della Olivetti, in una sapiente mescolanza di spettacolo e educazione (con anche il momento di interrogazione al pubblico sui nomi degli inventori, come fece anche Paolini in Io e Margaret Thatcher. Concentrato di piemontesità e di idee di sinistra, o meglio di incivilimento e progresso sociale (teatro come lavoro, lavoro come parte integrante e indispensabile della vita di un uomo, puché sia a sua misura e non causa di alienazione). Sono ricordi di viaggi in America, di educazione laica dei figli (il fienile-chiesa, l'edicazione casalinga), di una mente irrequieta e tesa ad accompagnare l'umanità nel progresso materiale e spirituale, frutto di un'educazione 'femminile', priva di una minacciosa figura paterna, come ben si ricorda nel finale di questo spettacolo accuratissimo specialmente sotto il profilo storico. E la ricetta del bollito misto (accompagnato dal bagnetto) è da antologia!
venerdì 6 agosto 2010
quiete
Sembrano quasi strane due giornate di quiete, tra riposo, letture sul divano e (finalmente) il documentario sul Caimano, quasi da archeologia politica (che come tale ha tutta la sua attualità), con le riprese della Nicchiarelli (di Cosmonauta, che giustamente mi ricordavi per lo spettacolo dell'altro ieri).
giovedì 5 agosto 2010
due buone idee non rendono bello uno spettacolo
È bello vivere liberi di Marta Cuscunà non mi è piaciuto, non certo per la storia raccontata, quella di Ondina Peteani, poco conosciuta e giustamente da diffondere come imprescindibile testimonianza civile di un passato d'orrore tra guerra e lager alla luce di un presente di pericolosissimo e colpevole oblio. Le ragioni sono meramente tecnico-artistiche: la voce dell'attrice, innanzitutto (fattore quantomai soggettivo ma ineliminabile), l'azione scenica troppo insistentemente cinematografica (rigordi il bello From Medea e le mie riserve proprio allo stesso riguardo?), l'uso del sonoro e delle musiche (la colonna sonora di 007 è uno dei peggiori oltraggi che si possano immaginare alla storia e alla cultura partigiana), il gesto scenico ammiccante (che non coinvolge), il complessivo tono scanzonato e svagato della prima metà dello spettacolo. Le due buone idee sono l'uso delle marionette per rievocare l'assassinio della spia nazista e l'uso dei pupazzi (in stile Sposa cadavere di Tim Burton) per il campo di concentramento.
(visto ieri sera al Parco della Zucca, museo della Memoria)
(visto ieri sera al Parco della Zucca, museo della Memoria)
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