venerdì 9 luglio 2010

in affanno

Continuo ad essere in ritardo, e continuo con rapidi ricordi.

Lunedì, piazza Maggiore, La strada (Italia 1954) di Federico Fellini con poetica introduzione/divagazione di Capossela sul significato di 'strada' (e di 'on la strada' per Wonder): film un po' faticoso ma affascinante, commovente Gelsomina (Giulietta Masina), il mare che apre e chiude con significati differenti (homeland per lei, perdono per lui in un intenso finale), movimenti di macchina che ritornano (l'abbandono di Gelsomina come il finale dei Vitelloni), il mondo precario e disperato dei circensi, il Matto con il suo poetico sarcasmo e la sua fine violenta (che si predice: "morirò presto").

Mercoledì, piazza Maggiore (dopo la partita), I Vitelloni (Italia-Francia 1953) di Federico Fellini: piacevole seconda visione, alcune battute dimenticate ("onoratissimo"!); la provincia italiana, sempre uguale, quasi ciclica, con i suoi personaggi e le sue situazioni (e la fuga, solo per pochi però); drammmi piccoli e grandi (tradimenti, liti, carnevali che finiscono in ubriaca malinconia).

Giovedì, Parco della Zucca, museo della Memoria, Marco Baliani in Kohlhaas (di Remo Rostagno e Marco Baliani, tratto da Michael Kohlhaas di Heinrich von Kleist): bravissimo Baliani, sempre seduto su una sedia, riesce a incatenare alla storia con la sua voce e la sua gestualità intense (i cavalli al galoppo, il rumore degli zoccoli, il bussare alla porta, il cuore trafitto da spilli). Storia di una spirale di violenza, una sete di giustizia non ottenuta e perciò perseguita con altri illeciti mezzi (con redenzione finale). Un monologo dalle movenze omeriche (anche nell'uso delle similitudini), con la sua formularietà, la pluralità di voci che si fondono, confondono e rincorrono. Raccontare il passato (leggendario, ma accaduto) per parlare del presente, dell'impossibilità di accettare anche un minimo torto ("erano solo due morelli") da parte di chi è più potente per evitare che crollino le fondamenta della pacifica convivenza umana. Legge e giustiza, nomos basileus.

sabato 3 luglio 2010

8 film

Appunti sui giorni precedenti di Cinema ritrovato.

Lunedì, piazza Maggiore. Heureux anniversaire (Francia 1962, 12') di Pierre Etaix e Jean-Claude Carrière: un comico giustamente dimenticato e inutilmente ritrovato.

Singin' in the rain (Usa 1952) di Stanely Donen e Gene Kelly: molto piacevole (e lo dice uno che non ama il musical come genere, eccezion fatta per The Blues Brothers...), numeri musicali eccezionali (gli attori erano di un'altra categoria, e non sono un semplice laudator temporis acti, ma quando si vede il numero di Donald O'Connor che concentra tutto lo slapstick in 5 minuti, beh... divertente passeggiata nella storia del cinema.

Giovedì, Arlecchino: Pilgrimage (Usa 1933) di John Ford: educazione sentimentale di una madre verso il figlio, mandato al macello della prima guerra mondiale in Francia per strapparlo alle grinfie (nella prospettiva di lei) della ragazza che ama, per poi covare il proprio dolore rifiutando e osteggiando il bambino nato dalla loro unione. Il pellegrinaggio sulla tomba del figlio è il mezzo con cui riesce a elaborare il proprio dolore e a educare a sua volta un'altra madre, che potrebbe macchiarsi dello stesso 'crimine'. Con necessairo happy ending. Toni variegati tra tragedia, mélo e commedia, ben mescolati.

Youth runs wild (Usa 1944) di Mark Robson: sulla delinquenza giovanile statunitense in tempo di guerra, si riconoscono le parti origniarie (più crude) da quelle edulcorate imposte dalla produzione. Un ibrido.

Roma (Italia 1972) di Federico Fellini: splendido nel colore restaurato (ancora su supporto digitale, però) e soprattutto nella giustapposizione (tipicamente felliniana) di blocchi narrativi che mescolano presente, passato e momenti onirici. Una fenomenologia della caciaronaggine (e dell'evoluzione dei costumi della società italiana), echi di altre opere (Amarcord), con sullo sfondo gli scontri studenti-polizia a Trastevere. E la calata dei barbari in motocicletta per le strade notturne di Roma, a chiudere il film.

Giovedì, piazza Maggiore: Isole nella laguna (Italia 1948, 12') di Luciano Emmer e Enrico Gras: la laguna veneziana in chiave poeticamente funebre, eccellente fotografia. Intenso.

The African Queen (Usa-UK 1951) di John Huston: film dalla trama improbabile (adattamento da Forster), fatto per la coppia Humphrey Bogart-Katharine Hepburn. Piacevole ma si dimentica in fretta (o no, come Poppy?). In effetti, "faccio l'ippopotamo"... e tutto quel gin...

Venerdì, piazza Maggiore: Metropolis (Germania 1927) di Fritz Lang: finalmente nella versione più completa conosciuta (149'), potente e indimenticabile capolavoro, un apologo che mescola marxismo e cristianesimo, in puro stile espressionista tedesco. Colonna sonora (ben eseguita dall'orchestra del Comunale) non del tutto convincente, con i suoi echi di Wagner, varietà statunitense e Marsigliese.

lunedì 28 giugno 2010

maratona demonica

Appagati, soddisfatti e non stanchi, con molto da ricordare e raccontare, un giorno lontano: questo lascia il memorabile spettacolo che abbiamo visto ieri a Ravenna, la messa in scena dei Demoni di Peter Stein. Pressoché impossibile scriverne, dato che si tratta di uno spettacolo imparagonabile a nessun altro: se Anna Karenina di Nekrosius era giocato più sull'azione che sulla parola, questo è una narrazione scenica ottimamente messa in scena e recitata da bravissimi attori (e finalmente ho adorato Maddalena Crippa nel meraviglioso ruolo di Varvara Petrovna). Ha il ritmo di un racconto, e le pause 4 pause brevi più 2 lunghe sono ben calibrate, per riposarsi, assimilare la storia e attendere impazientti la ripresa per arrivare al catastrofico finale (gli evangelici maiali indemoniati che simboleggiano il popolo russso ricordano gli orwelliani pigs). Il ritmo è alterno, a momenti meno coinvolgenti - come la prima parte della festa o l'assemblea politica (comunque avvincente alla luce dei fatti del Novecento) - si alternano altri meravigliosi, come la confessione scritta di Nikolàj (Ivan Alovisio) sull'origine della propria diabolicità, al limite della ribalta con voce e volto indemoniato, il violento crescendo di Pëtr Stepànovič (Alessandro Averone), la sua confessione di essere caratterizzato da un'aurea mediocrità, l'assalto nel bosco stilizzato, la rivolta dopo la festa e la violenza seguente, il dialogo tra Lizaveta e Nikolàj dopo l'unica notte d'amore e la morte di lei e del suo futuro e paziente marito. Indimenticabile, unico.

sabato 26 giugno 2010

buona la prima

(In attesa di scrivere della Sicilia,) finalmente il Cinema ritrovato! Giorno 1, 3 film (con l'assenza, per la prima volta da un po' di tempo, dalla piazza serale: Il gattopardo, che non riusciamo a vedere...).

The black watch (Usa 1929) di John Ford: si può dimenticare, soprattutto la donna ritenuta dea da una tribù dell'India che si professa ariana discendente da Alessandro Magno... interessante solo lo spunto dello scontro di civiltà tra europei coloniali e islam.

Johnny Guitar (Usa 1954) di Nicholas Ray: finalmente in una bella pellicola, capolavoro western, dall'eccellente sceneggiatura e con una grandiosa Joan Crawford; splendidi giochi cromatici (il rogo, i vestiti della Crawford). Meravigliosi i dialoghi tra lei e Johnny ("un altro rispetto a quello di Surabaia"!), pungenti, ironici e malinconici (quello notturno su tutti), il duello finale tra le due donne.



Two for the road (di Stanley Donen (UK 1967), con Audrey Hepburn e Albert Finney: sorpresa, piacevole, "con alcuni eccessi macchiettistici" (condivido), moderno. Stupendo il montaggio, che incrocia almeno 5 momenti diversi di vacanza della coppia in Francia, sulle medesime strade a distanza di anni e in moods differenti, dallo sbocciare di un sentimento alla resa dei conti finale (?).

martedì 15 giugno 2010

leggerezza

Sabato sera, Arena Puccini (stracolma con lunga fila per entrare: sollievo e compiacimento dopo le 'minacce' di chiusura), Basilicata coast to coast (Italia 2010) di Rocco Papaleo, presente a presentare il film e a gigioneggare dopo la proiezione. Opera leggera e intelligente, che coinvolge e diverte, fin dalle prime inquadrature (la voce over di un poco credibile dio, l'assenza della Basilicata dalla cartina e 'vogliamo anche noi la nostra mafia!'). Ben scritto, fotografato, girato e interpretato (da segnalare Max Gazzè e le sue battute finali), geniali i momenti musicali: Il panino con la frittata che fa mia madre e il momento da video di mtv durante la canzone della Mezzogiorno.



E momenti di puro surrealismo, come l'arrivo a cavallo (con casco in testa) del fratello di una paesana. Un (apparentemente sgangherato) road movie a piedi per la Basilicata, tra paesini, solitudini, deserti, momenti popolareggianti e spruzzate sapienti di dialetto.

giovedì 10 giugno 2010

appunto notturno

Ringrazio Giammaria Testa (oltre alla bellezza delle sue canzoni) per aver citato in Solo. Dal vivo una meravigliosa poesia di Pier Mario Giovannone:

Avrei voluto baciarti
con la forza del vento,
urlarti che t'amo...

Con un filo di voce
ti salutai,
come si saluta il panettiere

venerdì 4 giugno 2010

mattone italiano

Di La nostra vita di Daniele Luchetti (Italia 2010) si lascia ricordare solo la grande prova di Elio Germano - un personaggio che vive dei soldi e per i soldi, che vive i sentimenti dopo la morte della moglie per loro tramite - e l'intenzione di raccontare lo squallido mondo dei palazzinari (con qualche spruzzata di sfruttamento dell'immigrazione, morti bianche e illegalità italiana diffusa). Onesta la regia, sceneggiatura invece risibile: al di là del personaggio di Germano, tutti gli altri sono pure macchiette. Non ci viene risparmiato nulla, dalla rumena a caccia di marito, perso proprio nel cantiere dove lavorava il protagonista, che poi si fa carico dell'orfano; sorella e fratello del protagonisti immacolati e senza difetti, quasi santi; la moglie che (prevedibilmente) muore di parto lasciando (pateticamente) vivo il piccolo Vasco (offerto come ostaggio a Zingaretti per i soldi avuti in prestito); la 'seduta spiritica' finale con i figli, con il ritorno della compagna di Zingaretti e del biglietto per la Sardegna prenotato dalla moglie (ma se non sbaglio, la coppia stava solo progettando il viaggio per l'anno venturo di ritorno da Ostia, proprio quando lei ha le doglie e prima del decesso: mah...).