Tre giorni che hanno come denominatore comune la musica, in tre diverse forme: martedì, Chiostro di San Martino (all'interno di MusicaInsieme), la prima delle tre serate di Cristina Zavalloni, Folk Songs, accompagnata dall'Ensemble Sentieri Selvaggi (Paola Fre, flauto; Mirco Ghirardini, clarinetto; Francesca Tirale, arpa; Andrea Dulbecco e Luca Gusella, percussioni; Paolo Fumagalli, viola; Giorgio Casati, violoncello; Andrea Rebaudengo, pianoforte; Carlo Boccadoro, direzione). Programma tutto novecentesco e molto suggestivo:
G. Ligeti, da Musica Ricercata per pianoforte solo (II. Mesto rigido e cerimoniale [quello di Eyes wide shut]; III. Allegro con spirito; IV. Tempo di valse (à l'orgue de Barbarie); VII. Cantabile, molto legato; VIII. Vivace. Energico)
X. Monstalvatage, Cinco Canciones Negras per voce e pianoforte (Cuba dentro de un piano; Punto de habanera; Chévere; Canciòn de cuna para dormir a un negrito; Canto negro)
W. Lutoslawski, Preludia Taneczne (Dance Preludes) per clarinetto e pianoforte
L. Berio, Folk Songs per flauto, clarinetto, arpa, viola, violoncello e due percussionisti [meraviglioso].
***
Mercoledì, parco della Zucca, Ballarini - studio (da trilogia degli occhiali, cap. III) di Emma Dante, con Manuela Lo Sicco e Sabino Civilleri: un'anteprima di uno spettacolo in costruzione, e il primo cui assistiamo della regista siciliana. Ottima impressione, sporattutto bravissimi gli attori nella loro fisicità scenica. L'impianto ricorda alla lontana 5 x 2 di Ozon: una coppia di anziani (molto grotteschi, forse un po' troppo, per quanto sia uno dei temi di tutta l'azione scenica) si prepara a festeggiare il capodanno, con coriandoli, una trombetta e un misero petardo, lei porge a lui quello che dev'essere l'abito migliore, si amano in piedi e estraggono dai due bauli in scena alcuni oggetti: una bottiglia di spumante, il velo da sposa, un carillon, che lei comincia a suonare. Si ode solo qualcosa, poi pian piano la musica sale, sono canzoni celeberrime e pop anni '50-'70. La coppia comincia a ballare, spogliandosi delle maschere e progressivamente di tutti i vestiti in una corsa all'indietro nel tempo, una storia d'amore lunga una vita rivissuta ballando ad un ritmo frenetico (e in margine ai testi delle canzoni, non si può non ricordare la frase di Fanny Ardant in La femme d'à côté): un figlio, il matrimonio, un capodanno passato, la richiesta di matrimonio, i giochi fatti da bambini. Sempre vorticosamente il passato svanisce, torna il triste presente, con la morte di lui, che la donna percepisce quando il suo gesto consueto di mostrare al marito il fazzoletto dopo un accesso di starnuti si perde nella sua assenza. Intenso e molto promettente.
***
Ieri sera, auditorium DMS (causa diluvio), terza puntata della Zavalloni, Per caso Aznavour, accompagnata da eccellenti strumentisti: Stefano De Bonis, pianoforte; Antonio Borghini, basso elettrico; Cristiano Calcagnile, batteria e percussioni. Tra musiche di Charles Aznavour e Cristina Zavalloni. Entusiasmante, specie il brano Solidago, la ricetta di una medicina omeopatica con incastonata all'interno il rembetico Kaigomai, kaigomai.
venerdì 30 luglio 2010
martedì 27 luglio 2010
1 e 1/2
Domenica, piazza Maggiore, Cous cous (La Graine et le Mulet, Francia 2007) di Abdellatif Kechiche: film interessante, ma faticosissima la regia, ossessiva nella ricerca dei primi piani (volutamente sgradevoli quelli del teso pranzo della domenica, con movenze che ricordano l'incipit di Giù la testa); scontato finale drammatico su una danza di morte (nell'intramontabile accoppiata con il sesso, rappresentato dall'estenuante scena della danza del ventre in montaggio parallelo con il vano inseguimento di Slimane al proprio motorino preda di tre monelli). Film decisamente bipartito, meglio comunque la prima parte, in cui si racconta di una famiglia da incubo ma apparentemente a posto, di amori fragili, di licenziamenti e questioni operaie.
Ieri sera, passaggio veloce per Waltz with Bashir (Israele-Francia-Germania 2008) di Ari Folman: poco da aggiungere, ma meritava una seconda visione (per le musiche, la lingua originale e alcune scene: l'emersione dal mare dei soldati a Beirut, l'inizio dell'invasione israeliana, la licenza del protagonista).
Ieri sera, passaggio veloce per Waltz with Bashir (Israele-Francia-Germania 2008) di Ari Folman: poco da aggiungere, ma meritava una seconda visione (per le musiche, la lingua originale e alcune scene: l'emersione dal mare dei soldati a Beirut, l'inizio dell'invasione israeliana, la licenza del protagonista).
domenica 25 luglio 2010
Zusammenfassung
...sempre peggio... quasi scandaloso nel ritardo...
Venerdì 16, piazza Maggiore: L'armata Brancaleone (Italia-Francia-Spagna 1966) di Mario Monicelli: divertentissima commedia, geniale pastiche (meta)linguistico, le avventure di una sgangherata compagnia in un fantastico medioevo contemporaneo, tra bizantine sadomaso, file longobarde, pestilenze, duelli esilaranti, orse concubine, assalti di pirati e profeti di crociate in Terra Santa. Non molto diverso dall'oggi...
Sabato 17, piazza Maggiore: Sedotta e abbandonata (Italia-Francia 1963) di Pietro Germi: da una commedia grottesca ad una tragicommedia, dove si ride moltissimo di un'Italia dalla mentalità arcaica nei rapporti amorosi (ma così tanto?). Una giovanissima Stefania Sandrelli è oggetto e soggetto di desiderio, difeso e ostentato dal padre-padrone Vincenzo Ascalone, sulla cui lapide, alla fine, campeggerà la scritta "Onore e famiglia", che ben riassume la lotta spietata per le apparenze e convenienze di paese. Questioni d'onore ferito, finti rapimenti, matrimoni combinati. Meravigliosa la scena iniziale di seduzione, operata dal fidanzato della sorella della Sandrelli, poi rovesciata nella ricostruzione di fronte al pretore. Meravigliosa sceneggiatura di Furio Scarpelli, anzi perfetta.
Lunedì 19, piazza Maggiore: Fargo (Usa 1995) di Joel ed Ethan Coen: niente di che, si dimentica in fretta, il trionfo del caso e dei dettagli nella provincia amreicana (alla tenente colombo). Inizia bene, ma si perde nel finale.
Giovedì 22, piazza Maggiore: The General (Usa 1926) di Clyde Bruckman e Buster Keaton, con musiche di Marco Dalpane, ben orchestrate ma talvolta tendono a sostituire il film e i suoi gag. Sul film, beh, poco da dire, se non che è un orologio comico, puntualissimo. Puro piacere.
Venerdì 23, Arena Puccini: Matrimoni e altri disastri (Italia 2010) di Nina Di Majo: se si parte con scarse pretese, non è malaccio (o "discretuccio" per riprendere una battuta dello studente sulla Silvia leopardiana), sostentuto dalla bravissima Margherita Buy.
Sabato 24, Teatro Comunale: due operette buffe, La serva padrona di Pergolesi e Pomme d'Api di Offenbach. Piacevoli, specie la prima, la seconda troppe discrasie tra cantanti e orchestra e inascoltabile pronuncia francese.
Dopo, piazza Maggiore, Italianamerican (Usa 1974) di Martin Scorsese, home-movie genale e profondo nella sua semplicità, denso di ricordi di immigrazione dei genitori del regista, i problemi di vicinato con irlandesi e cinesi arrivati prima a New York (un po' come i bambini, spiega lei, chi vede qualcosa per primo la vuole solo per sè, poi ci si integra...); ricordi di miseria siciliana e di espatrio necessario per sopravvivere. E stupendi i titoli di coda con la ricetta delle polpette cucinata dalla madre del regista.
Venerdì 16, piazza Maggiore: L'armata Brancaleone (Italia-Francia-Spagna 1966) di Mario Monicelli: divertentissima commedia, geniale pastiche (meta)linguistico, le avventure di una sgangherata compagnia in un fantastico medioevo contemporaneo, tra bizantine sadomaso, file longobarde, pestilenze, duelli esilaranti, orse concubine, assalti di pirati e profeti di crociate in Terra Santa. Non molto diverso dall'oggi...
Sabato 17, piazza Maggiore: Sedotta e abbandonata (Italia-Francia 1963) di Pietro Germi: da una commedia grottesca ad una tragicommedia, dove si ride moltissimo di un'Italia dalla mentalità arcaica nei rapporti amorosi (ma così tanto?). Una giovanissima Stefania Sandrelli è oggetto e soggetto di desiderio, difeso e ostentato dal padre-padrone Vincenzo Ascalone, sulla cui lapide, alla fine, campeggerà la scritta "Onore e famiglia", che ben riassume la lotta spietata per le apparenze e convenienze di paese. Questioni d'onore ferito, finti rapimenti, matrimoni combinati. Meravigliosa la scena iniziale di seduzione, operata dal fidanzato della sorella della Sandrelli, poi rovesciata nella ricostruzione di fronte al pretore. Meravigliosa sceneggiatura di Furio Scarpelli, anzi perfetta.
Lunedì 19, piazza Maggiore: Fargo (Usa 1995) di Joel ed Ethan Coen: niente di che, si dimentica in fretta, il trionfo del caso e dei dettagli nella provincia amreicana (alla tenente colombo). Inizia bene, ma si perde nel finale.
Giovedì 22, piazza Maggiore: The General (Usa 1926) di Clyde Bruckman e Buster Keaton, con musiche di Marco Dalpane, ben orchestrate ma talvolta tendono a sostituire il film e i suoi gag. Sul film, beh, poco da dire, se non che è un orologio comico, puntualissimo. Puro piacere.
Venerdì 23, Arena Puccini: Matrimoni e altri disastri (Italia 2010) di Nina Di Majo: se si parte con scarse pretese, non è malaccio (o "discretuccio" per riprendere una battuta dello studente sulla Silvia leopardiana), sostentuto dalla bravissima Margherita Buy.
Sabato 24, Teatro Comunale: due operette buffe, La serva padrona di Pergolesi e Pomme d'Api di Offenbach. Piacevoli, specie la prima, la seconda troppe discrasie tra cantanti e orchestra e inascoltabile pronuncia francese.
Dopo, piazza Maggiore, Italianamerican (Usa 1974) di Martin Scorsese, home-movie genale e profondo nella sua semplicità, denso di ricordi di immigrazione dei genitori del regista, i problemi di vicinato con irlandesi e cinesi arrivati prima a New York (un po' come i bambini, spiega lei, chi vede qualcosa per primo la vuole solo per sè, poi ci si integra...); ricordi di miseria siciliana e di espatrio necessario per sopravvivere. E stupendi i titoli di coda con la ricetta delle polpette cucinata dalla madre del regista.
sabato 17 luglio 2010
Appunti (ritardatari) da un viaggio in Sicilia
Forse stavolta ci riesco... si parla di cibo, teatro e luoghi da ricordare. Comincerei dal teatro, quello greco di Siracusa, vero motivo (o pretesto) del viaggio.
Aiace, nella messa in scena di Daniele Salvo, ha un impianto che definirei hollywoodiano, molto spettacolare - alla 300 o alla Troy, entrambi mai visti, ma bastano i trailer - e d'impatto (soprattutto nell'idea dello specchio d'acqua, ben utilizzato come spazio scenico, specie nella parodo, i funerali finali e la carneficina compiuta). Alcune scelte decisamente non condivisibili, come l'arrivo su baldacchino di Menealo; troppo enfatico (fino alla caricatura) l'Aiace di Maurizio Donadoni, molto brava (ma sa va sans dire) Elisabetta Pozzi nella parte di Tecmessa.
Fedra (o Ippolito) è invece molto più discutibile (e nel complesso meno riuscito), sia a livello registico (ad eccezione delle parti corali e delle musiche di Daniele D'Angelo) che testuale: la traduzione del compianto Sanguineti è affascinante e da studiare, ma inadatta al contesto (sarebbe più da lettura scenica, o da teatro di ricerca). Brava comunque la Pozzi nel ruolo di Fedra e anche Massimo Nicolini in quello di Ippolito (ma penosa la scena finale, con lui che si rialza, zampetta qua e là e battezza il padre...).
***
Di cibo, di acque e di luoghi
Dove mangiare? Alla "Gazza ladra" a Ortigia (antipasto misto di verdure, penne alla palermitana e penne alle mandorle d'Avola: ottimo); "Da Andrea" a Palazzolo (deliziosi cucchiaini di benvenuto, ravioli di ricotta con pistacchi di Bronte, cavati con pomodorini, assaggio di olio e di formaggi); "La locanda del castello" a Modica Alta (antipasto misto, tagliatelle di farina di carrube con ragù di coniglio, arrosto di maiale con crema di lenticchie e patate); "La taverna del pescatore" ad Avola (cozzze marinate; ravioli di ricotta con gamberoni e crema di asparagi; triglie; sorbetto di limone).
Di spiagge: Eloro (la prima, non la seconda dove sfocia un fiume che si dice non troppo 'pulito'), proprio sotto l'acropoli (il parco archeologico è sempre chiuso, ma evidenti sono i punti privi di recinzione); Calamosche; Calafarina-Marzamemi; spiaggia di S. Lorenzo; Fontane Bianche.
Di luoghi: Palazzolo Acreide, il cui parco archeologico è delizioso, specialmente il teatro e il minuscolo odeion (non guasterebbe se fosse scavato di più e illustrato meglio, ma poteva andare peggio); Modica; Ragusa (impagabile la vista quando si arriva dalla statale); Isola delle correnti, Portopalo di Capo Passero; oasi di Vendicari; Noto; Cava Grande del Cassibile (meravigliosa).
***
Sembra incredibile, ma ce l'ho fatta...
Aiace, nella messa in scena di Daniele Salvo, ha un impianto che definirei hollywoodiano, molto spettacolare - alla 300 o alla Troy, entrambi mai visti, ma bastano i trailer - e d'impatto (soprattutto nell'idea dello specchio d'acqua, ben utilizzato come spazio scenico, specie nella parodo, i funerali finali e la carneficina compiuta). Alcune scelte decisamente non condivisibili, come l'arrivo su baldacchino di Menealo; troppo enfatico (fino alla caricatura) l'Aiace di Maurizio Donadoni, molto brava (ma sa va sans dire) Elisabetta Pozzi nella parte di Tecmessa.
Fedra (o Ippolito) è invece molto più discutibile (e nel complesso meno riuscito), sia a livello registico (ad eccezione delle parti corali e delle musiche di Daniele D'Angelo) che testuale: la traduzione del compianto Sanguineti è affascinante e da studiare, ma inadatta al contesto (sarebbe più da lettura scenica, o da teatro di ricerca). Brava comunque la Pozzi nel ruolo di Fedra e anche Massimo Nicolini in quello di Ippolito (ma penosa la scena finale, con lui che si rialza, zampetta qua e là e battezza il padre...).
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Di cibo, di acque e di luoghi
Dove mangiare? Alla "Gazza ladra" a Ortigia (antipasto misto di verdure, penne alla palermitana e penne alle mandorle d'Avola: ottimo); "Da Andrea" a Palazzolo (deliziosi cucchiaini di benvenuto, ravioli di ricotta con pistacchi di Bronte, cavati con pomodorini, assaggio di olio e di formaggi); "La locanda del castello" a Modica Alta (antipasto misto, tagliatelle di farina di carrube con ragù di coniglio, arrosto di maiale con crema di lenticchie e patate); "La taverna del pescatore" ad Avola (cozzze marinate; ravioli di ricotta con gamberoni e crema di asparagi; triglie; sorbetto di limone).
Di spiagge: Eloro (la prima, non la seconda dove sfocia un fiume che si dice non troppo 'pulito'), proprio sotto l'acropoli (il parco archeologico è sempre chiuso, ma evidenti sono i punti privi di recinzione); Calamosche; Calafarina-Marzamemi; spiaggia di S. Lorenzo; Fontane Bianche.
Di luoghi: Palazzolo Acreide, il cui parco archeologico è delizioso, specialmente il teatro e il minuscolo odeion (non guasterebbe se fosse scavato di più e illustrato meglio, ma poteva andare peggio); Modica; Ragusa (impagabile la vista quando si arriva dalla statale); Isola delle correnti, Portopalo di Capo Passero; oasi di Vendicari; Noto; Cava Grande del Cassibile (meravigliosa).
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Sembra incredibile, ma ce l'ho fatta...
giovedì 15 luglio 2010
uno-due
Martedì, Imola, Rocca Sforzesca, apertura di Emilia Romagna Festival: stupendo concerto di Ute Lemper accompagnata dalla Filarmonica Arturo Toscanini diretta da Jan Latham-Koenig. Merita citare il programma per intero (con commenti tra parentesi):
I tempo, Nino Rota, medley della sola orchestra da Amarcord, La dolce vita e 8 1/2 (per restare in tema felliniano, il vento - quantomai gradito - gioca con gli spartiti: scene alla Keaton-Chaplin del finale di Limelight); Weill-Brecht, Moritat (puro piacere); Weill-Fernay, Youkali (tradizionale nell'esecuzione, anni '30; a me ricorda inevitabilmente il meraviglioso Max Gericke della Pozzi); Weill-Brecht, Der Song der Mandelay (travolgente); Weill-Deval, J'attend un naivre (piacevole scoperta); Weill-Nash, Speak low; Weill-Ira Gershwin, Saga of Jenny.
II tempo: Piazzolla, Oblivion (solo archi, eccellente); Marguerite Monnot-Moustaki, Milord (meravigliosa); Brel, Amsterdam e Ne me quitte pas (arrangiamenti simili a quelli sentiti a Padova, commoventi); Glanzberg-Contet, Padam (la vera scoperta, novecentesco, la voce del vento che ti insegue per Parigi); Piazzolla, Libertango (solo orchestra, non male, ma mi manca un bandoneon...); Kander, All that jazz (cabaret puro, con la Lemper che sfoggia il suo migliore repertorio di animale da palcoscenico: vale tutto lo spettacolo!); Kander-Ebb, Cabaret (degna chiusura di uno splendido concerto).
Bis: La vie en rose e All that jazz.
***
Ieri sera, Parco della Zucca, museo della Memoria, Maggio '43 di e con Davide Enia, accompagnato alla chitarra e carillon da Giulio Broccheri (e preceduto da inatteso sound-check in scena (h. 20.50) chiuso con My funny Valentine). Un cunto che nasce da (e finisce con) un altro, una storia privata (della famiglia dell'attore) che si fa saga e leggenda nel racconto. Il giovane Gioacchino racconta alla tomba del fratello ciò che è successo attorno a quel maggio, quando la sua famiglia sfollò fortunatamente da Palermo prima che venisse bombardata a tappeto dagli alleati. Tra italiano e palermitano (con alcune indispensabili glosse), scandito dal movimento dei piedi e delle gambe di Enia (sempre seduto), il cunto procede con una sapiente mescolanza di pianto e riso, di momenti esilaranti (il gioco delle carte dello zio, la bicicletta, i limoni: ma è un riso che nasce da una situazione drammatica, è un riso liberatorio a posteriori) e drammatici, come il racconto del rastrellamento al mercato nero: la violenza sessuale di un gerarca fascista travestito da prete ad una donna, cui assiste dall'alto Gioacchino, che poi mente di fronte alle richieste di notizie del figlio di quella: "non ho visto niente" è il suo grido, che ripete anche alla donna cui ha sottratto le 10 lire che aveva lasciato sotto un sasso e che sarebbero servite a sfamare il proprio figlio. Da menzionare anche l'apporto di cicale e aerei che passano al momento giusto. Stupendo e da rivedere.
I tempo, Nino Rota, medley della sola orchestra da Amarcord, La dolce vita e 8 1/2 (per restare in tema felliniano, il vento - quantomai gradito - gioca con gli spartiti: scene alla Keaton-Chaplin del finale di Limelight); Weill-Brecht, Moritat (puro piacere); Weill-Fernay, Youkali (tradizionale nell'esecuzione, anni '30; a me ricorda inevitabilmente il meraviglioso Max Gericke della Pozzi); Weill-Brecht, Der Song der Mandelay (travolgente); Weill-Deval, J'attend un naivre (piacevole scoperta); Weill-Nash, Speak low; Weill-Ira Gershwin, Saga of Jenny.
II tempo: Piazzolla, Oblivion (solo archi, eccellente); Marguerite Monnot-Moustaki, Milord (meravigliosa); Brel, Amsterdam e Ne me quitte pas (arrangiamenti simili a quelli sentiti a Padova, commoventi); Glanzberg-Contet, Padam (la vera scoperta, novecentesco, la voce del vento che ti insegue per Parigi); Piazzolla, Libertango (solo orchestra, non male, ma mi manca un bandoneon...); Kander, All that jazz (cabaret puro, con la Lemper che sfoggia il suo migliore repertorio di animale da palcoscenico: vale tutto lo spettacolo!); Kander-Ebb, Cabaret (degna chiusura di uno splendido concerto).
Bis: La vie en rose e All that jazz.
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Ieri sera, Parco della Zucca, museo della Memoria, Maggio '43 di e con Davide Enia, accompagnato alla chitarra e carillon da Giulio Broccheri (e preceduto da inatteso sound-check in scena (h. 20.50) chiuso con My funny Valentine). Un cunto che nasce da (e finisce con) un altro, una storia privata (della famiglia dell'attore) che si fa saga e leggenda nel racconto. Il giovane Gioacchino racconta alla tomba del fratello ciò che è successo attorno a quel maggio, quando la sua famiglia sfollò fortunatamente da Palermo prima che venisse bombardata a tappeto dagli alleati. Tra italiano e palermitano (con alcune indispensabili glosse), scandito dal movimento dei piedi e delle gambe di Enia (sempre seduto), il cunto procede con una sapiente mescolanza di pianto e riso, di momenti esilaranti (il gioco delle carte dello zio, la bicicletta, i limoni: ma è un riso che nasce da una situazione drammatica, è un riso liberatorio a posteriori) e drammatici, come il racconto del rastrellamento al mercato nero: la violenza sessuale di un gerarca fascista travestito da prete ad una donna, cui assiste dall'alto Gioacchino, che poi mente di fronte alle richieste di notizie del figlio di quella: "non ho visto niente" è il suo grido, che ripete anche alla donna cui ha sottratto le 10 lire che aveva lasciato sotto un sasso e che sarebbero servite a sfamare il proprio figlio. Da menzionare anche l'apporto di cicale e aerei che passano al momento giusto. Stupendo e da rivedere.
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martedì 13 luglio 2010
parabola da Kammerspiel
Definirei così Prova d'orchestra (Italia-RFT 1979) di Federico Fellini, un film che nasce come pseudo-documentario televisivo girato nel chiuso di un vecchio oratorio medievale, con Fellini stesso a intervistare gli orchestrali, un campionario dell'Italia di fine anni '70 (ma non troppo difforme dall'oggi, per volgarità e menefreghismo individualista). Il direttore d'orchestra, germanofono, si scontra con la riottosità degli orchestrali, la cui ribellione esplode dopo una pausa tecnica, quando salta la luce: scritte ingiuriose sui muri, slogan violenti e volgari, violenza, il direttore in disparte circondato da pochi fedelissimi mentre il suo ruolo viene sostituito da un metronomo gigante (e bello il movimento di macchina alle spalle di questo). Solo la demolizione di una parete (che chiarisce il senso dei sordi colpi che si sentivano in precedenza), la morte di una donna, le macerie e il panico riescono a riportare l'ordine, con il direttore che ricompone questa umanità alla deriva sotto la propria autorità: crea sì armonia nel caos, ma nel fading in nero la sua voce ritorna dittatoriale, e gli ordini ora solo in tedesco si fanno minaccicosi, da Fuehrer. Un apologo in cui non c'è salvezza tra dittatura e distruzione: l'unica, apparente, riposa solo nel breve istante dell'arte.
venerdì 9 luglio 2010
in affanno
Continuo ad essere in ritardo, e continuo con rapidi ricordi.
Lunedì, piazza Maggiore, La strada (Italia 1954) di Federico Fellini con poetica introduzione/divagazione di Capossela sul significato di 'strada' (e di 'on la strada' per Wonder): film un po' faticoso ma affascinante, commovente Gelsomina (Giulietta Masina), il mare che apre e chiude con significati differenti (homeland per lei, perdono per lui in un intenso finale), movimenti di macchina che ritornano (l'abbandono di Gelsomina come il finale dei Vitelloni), il mondo precario e disperato dei circensi, il Matto con il suo poetico sarcasmo e la sua fine violenta (che si predice: "morirò presto").
Mercoledì, piazza Maggiore (dopo la partita), I Vitelloni (Italia-Francia 1953) di Federico Fellini: piacevole seconda visione, alcune battute dimenticate ("onoratissimo"!); la provincia italiana, sempre uguale, quasi ciclica, con i suoi personaggi e le sue situazioni (e la fuga, solo per pochi però); drammmi piccoli e grandi (tradimenti, liti, carnevali che finiscono in ubriaca malinconia).
Giovedì, Parco della Zucca, museo della Memoria, Marco Baliani in Kohlhaas (di Remo Rostagno e Marco Baliani, tratto da Michael Kohlhaas di Heinrich von Kleist): bravissimo Baliani, sempre seduto su una sedia, riesce a incatenare alla storia con la sua voce e la sua gestualità intense (i cavalli al galoppo, il rumore degli zoccoli, il bussare alla porta, il cuore trafitto da spilli). Storia di una spirale di violenza, una sete di giustizia non ottenuta e perciò perseguita con altri illeciti mezzi (con redenzione finale). Un monologo dalle movenze omeriche (anche nell'uso delle similitudini), con la sua formularietà, la pluralità di voci che si fondono, confondono e rincorrono. Raccontare il passato (leggendario, ma accaduto) per parlare del presente, dell'impossibilità di accettare anche un minimo torto ("erano solo due morelli") da parte di chi è più potente per evitare che crollino le fondamenta della pacifica convivenza umana. Legge e giustiza, nomos basileus.
Lunedì, piazza Maggiore, La strada (Italia 1954) di Federico Fellini con poetica introduzione/divagazione di Capossela sul significato di 'strada' (e di 'on la strada' per Wonder): film un po' faticoso ma affascinante, commovente Gelsomina (Giulietta Masina), il mare che apre e chiude con significati differenti (homeland per lei, perdono per lui in un intenso finale), movimenti di macchina che ritornano (l'abbandono di Gelsomina come il finale dei Vitelloni), il mondo precario e disperato dei circensi, il Matto con il suo poetico sarcasmo e la sua fine violenta (che si predice: "morirò presto").
Mercoledì, piazza Maggiore (dopo la partita), I Vitelloni (Italia-Francia 1953) di Federico Fellini: piacevole seconda visione, alcune battute dimenticate ("onoratissimo"!); la provincia italiana, sempre uguale, quasi ciclica, con i suoi personaggi e le sue situazioni (e la fuga, solo per pochi però); drammmi piccoli e grandi (tradimenti, liti, carnevali che finiscono in ubriaca malinconia).
Giovedì, Parco della Zucca, museo della Memoria, Marco Baliani in Kohlhaas (di Remo Rostagno e Marco Baliani, tratto da Michael Kohlhaas di Heinrich von Kleist): bravissimo Baliani, sempre seduto su una sedia, riesce a incatenare alla storia con la sua voce e la sua gestualità intense (i cavalli al galoppo, il rumore degli zoccoli, il bussare alla porta, il cuore trafitto da spilli). Storia di una spirale di violenza, una sete di giustizia non ottenuta e perciò perseguita con altri illeciti mezzi (con redenzione finale). Un monologo dalle movenze omeriche (anche nell'uso delle similitudini), con la sua formularietà, la pluralità di voci che si fondono, confondono e rincorrono. Raccontare il passato (leggendario, ma accaduto) per parlare del presente, dell'impossibilità di accettare anche un minimo torto ("erano solo due morelli") da parte di chi è più potente per evitare che crollino le fondamenta della pacifica convivenza umana. Legge e giustiza, nomos basileus.
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