sabato 14 marzo 2009

"uno spettacolo sulla fisica? tu???"

Imperdibile la messa in scena di Copenaghen di Michael Frayn, regia Mauro Avogadro, con Umberto Orsini, Massimo Popolizio e Giuliana Lojodice: il testo è denso, difficile e sicuramente faticoso per un venerdì sera, ma la fatica vale tutta. I tre attori sono impeccabili, con Orsini nel ruolo di Niels Bohr, la Lojodice in quello di sua moglie e Popolizio che interpreta Eisemberg: molto sobri, anzi austeri, vestiti di grigio come si conviene ad un aldilà indefinito, si muovono attraverso la scena come elementi, anzi come elettroni e particelle, secondo orbite 'indeterminate' ma precise. Nella ricostruzione tripetuta dell'incontro avvenuto a Copenaghen nel 1941 emergono tuti i contrasti tra i due, le fatiche e i contrasti insiti nella ricerca scientifica, le rivalità e gli scrupoli morali sulla libertà di pensiero e di azione, una seduta psicanalitica (guidata spesso dalla Lojodice), un agone e una rievocazione di un'amicizia in apparenza solida. Appassionante è l'assidua e inesausta ricerca della verità (intangibile) delle azioni umane (tutto comincia con la domanda: "perché Eisemberg venne a far visita al suo maestro Bohr quel giorno del settembre 1941?"), per arrivare ad una versione condivisa, oggettiva, 'scientifica', anche se in fondo falsa, perché si tratta sempre di una ricostruzione post mortem rappresentata su di una scena.
Infine va menzionata anche la scena, anch'essa particolare: in leggera discesa, un emiciclo di un'aula universitaria delimitata da lavagne riempite di formule.

martedì 10 marzo 2009

nec satiati

Lascia un po' così, con le aspettative (forti) non del tutto soddisfatte, Le regole del saper vivere nella società moderna di Jean-Luc Lagarce visto domenica al Teatro delle Moline. Molto buone sono sia la regia di Marinella Manicardi che l'interpretazione di Alessandra Frabetti, in bilico tra cinismo, conformismo e momenti di finto smarrimento. Invece è proprio il testo a sembrare non del tutto graffiante: la critica feroce alla società ed alle sue vuote regole e cerimonie sociali resta quasi in sordina, sullo sfondo di un catalogo di occasioni e rituali codificati, che hanno, mi pare, il sapore di vecchio e di troppo lontano dall'attuale sensibilità. In un certo senso è un testo che suona oggi datato, non tanto nella critica alle convenzioni, ma proprio alle occasioni di cui si parla: esiste ancora ai giorni nostri un fidanzamento fatto così come viene descritto (e prescritto)? E il lutto di una vedova si porta ancora così? E proprio la distanza di tali eventi - sottolineata dalle immagini tratte dall'Archivio nazionale dei film di famiglia - contribuisce a depotenziare l'intento iconoclasta: da qui l'uscire dal teatro non completamente 'saziati'.

domenica 8 marzo 2009

rapsodia jazz

Gran concerto quello di venerdì 6 al teatro Manzoni con l'orchestra e coro del Teatro Comunale di Bologna diretto da Wayne Marshall: straordinaria la prima parte, con Rhapsody in blue di George Gershwin (suonata ad un ritmo indiavolato) e soprattutto la Nutcracker suite di Čajkovskij nella versione di Duke Ellington e Bill Strayhorn (adattamento orchestrale Jeff Tyzik). Belle anche le Danze Polovesiane da Il principe Igor di Aleksandr Borodin, più difficile la Sinfonia n. 2 in Si minore "Eroica". Sia lode ai last minute!

venerdì 6 marzo 2009

la terza (o quarta) delusione

Dopo La terra degli uomini rossi, Home e forse Happy go lucky ("ma ritorna troppo spesso, e ti ricorderai sempre di Poppy e di Erra-a") arriva l'ennesima delusione cinematografica della stagione: Il dubbio (Doubt, di John Patrick Shanley, con Meryl Streep, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams, Usa 2008). Debole, sciatto per quanto riguarda la regia e la sceneggiatura e non salvato dai pur bravi protagonisti. Da dimenicare in fretta.

domenica 1 marzo 2009

f.p. vs i.m.

Interessante la lettura fatta dal Teatro delle albe de La canzone degli F.P. e degli I.M. (capolavoro novecentesco di Elsa Morante) vista poco fa al Teatro san Martino. Pochi tagli al testo, che viene interpretato (a luci accese) da un matto di una casa di cura (un f.p.), tenuto (più o meno) a bada da due rudi infermieri e un medico (tre i.m.). Molto movimento (anche in mezzo al pubblico) e alcune situazioni divertenti, che sfruttano il testo per rappresentare nella pratica la continua sfida dei 'felici pochi' al grigiore degli 'infelici molti'. L'unica critica è proprio insita in questa scelta, che rischia forse di appiattire un testo molto complesso e vivo, facendo leva su di un'unica lettura, che, va detto, resta certamente interessante e stimolante: che sia un matto a farsi portavoce di questo canto di dolorosa speranza e di profonda e poetica utopia rende in qualche modo il messaggio ancora più disperato e non divertente, come invece è avvertito durante l'azione scenica.

parlare d'altro

Per reagire ad una domenica piovosa e fredda di brutte notizie, di tristezze, di parole amare, di sguardi spenti, di ospedali, di vita morente sento la necessità, quasi l'urgenza, di pensare ad un viaggio berlinese e a ripensare al nostro weekend, ai due spettacoli molto diversi visti all'Arena del Sole.

Venerdì L'accompagnatrice, tratto dal romanzo breve di Nina Berberova (che ricorda per certi aspetti la trama del film La voltapagine), con Micaela Esdra (regia Walter Pagliaro): uno spettacolo potenzialmente emozionante, ma reso in modo troppo freddo e schematico, con parole e musica (suonata al pianoforte live) che non riescono mai davvero a sposarsi, rimanendo quasi sempre estranee tra loro. Mi piace ricordare solo il palcoscenico pieno di spertiti spiegazzati e il momento in cui l'accompagnatrice Soniecka ricorda l'incontro furtivo tra la sua 'padrona' e l'amante in un locale di Parigi.

Molto differente è invece l'Enrico IV di Pirandello, con Ugo Pagliai e Paola Gassman (regia Paolo Valerio): una messa in scena tutto sommato classica, che fa risaltare l'eccellente performance globale di tutti gli interpreti, su tutti dei due sopradetti. Appunti sparsi: il quadrato di terra di 'proprietà' di Enrico IV, entro il quale dispiega per intero la sua lucida follia, la cavalcata con accenni erotici che precede lo svelamento della sua sanità mentale, il finale rapidissimo, con Enrico che prende coscienza della necessità di vivere 'forever crazy', imprigionato a causa della vendetta d'amore.

tristi (ma veritiere) riflessioni politiche

[...] Coloro che, dopo averlo votato un anno fa, oggi si dicono astensionisti, agnostici o molto incerti (circa il 30% della base PD) appaiono elettori consapevoli, istruiti, politicamente coinvolti. Rispetto agli elettori fedeli del PD, si collocano più a sinistra. Si riconoscono nei valori della Costituzione. Sono laici e tolleranti. Ça va sans dire. Oggi nutrono una sfiducia totale nei confronti della politica e dei partiti. Anzitutto verso il Pd, per cui hanno votato. Per questo, non si sentono traditori, ma semmai traditi. Perché hanno creduto molto in questo soggetto politico. Per cui hanno votato: alle elezioni e alle primarie. E oggi non riescono a guardare altrove, a cercare alternative.

La loro sfiducia, d'altronde, si rivolge oltre il partito di riferimento. Anzi: oltre i partiti. Oltre la politica. Si allarga al resto della società. Agli altri cittadini. Con-cittadini. Rispetto ai quali, più che delusi, si sentono estranei. Gli ex-democratici. Guardano insofferenti gli italiani che votano per Berlusconi e per Bossi. Quelli che approvano le ronde e vorrebbero che gli immigrati se ne tornassero tutti a casa loro. La sera. Dopo aver lavorato il resto del giorno nei nostri cantieri. Gli ex-democratici. Provano fastidio - neppure indignazione - per gli italiani. Che preferiscono il maggiordomo di Berlusconi a Soru. Che guardano Amici e il Festival di Sanremo, il Grande Fratello. Che non si indignano per le interferenze della Chiesa. Né per gli interventi del governo sulla vicenda di Eluana Englaro.

Non sono semplicemente delusi e insoddisfatti, come gli azzurri che, per qualche anno, si allontanarono da Berlusconi. Ma risposero al suo richiamo nel momento della sfida finale. Questi ex-democratici. Vivono da "esuli" nel loro stesso paese. Lo guardano con distacco. Anzi, non lo guardano nemmeno. Per soffrire di meno, per sopire il disgusto: si sono creati un mondo parallelo. Non leggono quasi più i giornali. In tivù evitano i programmi di approfondimento politico, ma anche i tiggì (tutti di regime). Meglio, semmai, le inchieste di denuncia, i programmi di satira. Che ne rafforzano i sentimenti: il disprezzo e l'indignazione.

Questa raffigurazione, un po' caricata (ma non troppo), potrebbe essere estesa a molti altri elettori di sinistra (cosiddetta "radicale"). Scomparsi anch'essi nel 2008 (2 milioni e mezzo in meno del 2006: chi li ha visti?). Non sarà facile recuperarli. Per Franceschini, Bersani, D'Alema, Letta. Né per Ferrero, Vendola, lo stesso Di Pietro. Perché non si tratta di risvegliare gli indifferenti o di scuotere i delusi. Ma di restituire fiducia nella politica e negli altri. Di far tornare gli esuli. Che vivono da stranieri nella loro stessa patria.


Ilvo Diamanti, La Repubblica, 1 marzo 2009