venerdì 23 gennaio 2009

guerra animata e memoria

Ali Forman con Valzer con Bashir (Waltz with Bashir, Israele-Germania-Francia 2008, 87') ha creato qualcosa di importante (e non solo per sé stesso, come terapia non so fino a che punto autobiografica, come si accenna nella battute iniziali): ha messo in scena le atrocità della guerra e ne ha comunicato l'orrore per mezzo dell'animazione in modo più vivo e 'vero' di quanto non avrebbe fatto un film tradizionale, con attori in carne ed ossa. Molto dice già Gabriele Romagnoli che mi segnali (Il mondo a fumetti, in La Repubblica, 13 gennaio):

Quattro figure umane, nude e armate, emergono gialle accecanti dal mare nero e avanzano nella notte verso il lungomare di Beirut, traviata bellezza di palme spiumate e grattacieli deserti. Li accompagna una musica hard rock. Non sono irreali, sono iperreali. Come lo era la ragazzina bidimensionale inscritta a forza nel velo nero, in una Teheran sontuosamente claustrofobica. Come lo erano i topi nel lager. O le montagne di rifiuti che rappresenteranno un giorno l' unico paesaggio visibile sul pianeta Terra. Adesso che Valzer con Bashir ha vinto il Golden Globe per il miglior film straniero e si avvicina all' Oscar (niente patriottismi per Gomorra, si rispetti l' imbarazzo di chi dovrà scegliere), adesso è chiaro che la storia si può raccontare in un modo nuovo e più efficace: disegnandola. Oggi Bashir (e Wall-E), ieri Persepolis. Prima ancora Maus. Chiamarli fumetti o cartoni è diventato riduttivo. Se ne sono accorti perfino a Hollywood: due anni fa commisero l' errore di nominare Persepolis nella categoria "film animati" e il peccato capitale di preferirgli Ratatouille, variazione sul tema del topo fortunato. Quest' anno stanno per spedire Bashir dove gli compete: tra i film punto e basta. che le immagini siano disegnate anziché riprese è una geniale trovata di forma che non altera il contenuto, ma lo potenzia. Finita per sempre è l' epoca in cui fumetto e cartone erano sinonimi di storie a lieto fine, avventure di pura fantasia aventi per protagonisti animali umanizzati per incarnare virtù o, se proprio si doveva, blandi difetti. Art Spiegelman, con Maus ha infranto il tabù. Impadronendosi dell' invettiva nazista contro Topolino («Non è accettabile l' idealizzazione del più sporco e carico di batteri tra gli animali! Basta con le brutalizzazioni giudaiche! Basta con Topolino!») l' ha portata alle estreme conseguenze, disegnando i prigionieri nei lager come topi, i loro carnefici tedeschi come gatti (e cani gli americani, rane i francesi). Ha abbattuto una barriera e aperto una strada. Non a caso i giurati del Pulitzer, pur attribuendogli un premio speciale, lo trovarono «difficile da classificare». Non sapevano bene in quale categoria farlo rientrare, come se il lampo di genio non fosse proprio quello valica in un sol colpo tutti gli steccati e le divisioni messe giù a priori. Seduto nel suo affollato studio di New York, all' ombra delle Torri destinate a scomparire (e intitolare con la loro assenza un suo successivo lavoro), Spiegelman apriva due porte in contemporanea, facendo entrare la Storia nel fumetto e il fumetto nella storia. Perché fermarsi al passato quando è possibile, con lo stesso strumento, raccontare il presente, tentare la graphic novel in presa diretta? È quello che ha fatto poco dopo Joe Sacco con Palestina, reportage a strisce dal Medio Oriente, che proseguirà fino ad arrivare in Bosnia. Era lo spirito dei tempi. Era una scelta che si andava propagando. Uscita dall' adolescenza e dall' Iran, l' esule Marjane Satrapi voleva comunicare la sua esperienza. Ricordava soltanto l' oppressione, l' oscurità. L' inchiostro fu il suo modo di riprodurle. Un tratto semplice, come lo è la sopraffazione, rendeva ancor più intollerabile il regime. Nel passaggio dal fumetto al cartoon Persepolis ci guadagnava, accrescendo la forza di persuasione delle immagini e diventando un veicolo nascosto della contestazione, sfidando la censura più di qualunque altro prodotto culturale ("Leggere Lolita a Teheran" si è tradotto più diffusamente in "Vedere Persepolis" nella capitale iraniana). In qualche modo la linearità del tratto e il suo carattere monocromatico hanno reso universale una storia tanto particolare. E siamo al Valzer con Bashir, ultimo giro di pista della storia a fumetti. Il regista israeliano da anni spettacolarizzava i sensi di colpa, avendo scritto la versione originale della serie tv In treatment. Da altrettanto tempo ricostruiva la realtà in scala 1 a 1 attraverso la forma del documentario. Lo colse la rivelazione, gli si squarciò nella memoria il velo dipinto che aveva avvolto la sua partecipazione al massacro nel campo profughi libanese di Sabra e Shatila. Come rendere conto di questa infame epifania? Un documentario? Ne esisteva già uno. Si intitolava 2000 terroristi, titolo mutuato dall' espressione usata dal premier israeliano Sharon («Ci sono duemila terroristi in quel campo profughi»). Lo aveva girato una coppia di olandesi, cercando di metterci imparzialità e distanza, raccontando attraverso le parole dei sopravvissuti e le immagini del repertorio. L' ho visto a un festival del cinema a Beirut, nel 2004 e non aveva metà della forza di "Bashir". Impossibilitato a tornare sui luoghi l' israeliano li evoca e li colora. La storia diventa ancor più tremenda per due motivi: non è raccontata dalla parte delle vittime, ma da quella dei carnefici (volendo distinguere, dei loro complici). Ma soprattutto, come già l' Iran della Satrapi, il Libano di Folman trova nella sua rappresentazione animata una definitiva collocazione nel regno della ferocia. Non c' è più nessuna via di scampo: anche i personaggi disegnati non hanno riscatto, anche i loro gesti, per forza di cose limitati perché inscritti nelle limitate possibilità della struttura, sono gesti di morte. Più lontano dalla realtà significa, in questo come nel caso di Maus, più vicino alla follia. È un percorso senza ritorno che sdogana il fumetto e il cartone come forme d' arte, li sottrae alla provincia del giovanilismo, li rende universale messinscena del male della storia, tanto più efficace quanto in teoria incapace di essere feroce. Tutta la violenza che abbiamo sempre visto come irreale nei quotidiani massacri che infliggevano gli struzzi ai coyote, gli scoiattoli ai paperi, diventa qui reale, iperreale. Diventa storia a colori per generazioni che non hanno voluto saperne, che hanno sperato di dimenticare evitando qualche libro, un documentario, la pedante versione di superstiti da sempre confinati nel girone dei disperati. Invece, a tradimento, la verità li aspettava proprio dove aspettava Folman, a un soffio dal fondo del pozzo dell'oblio: in un sogno a tinte forti, con personaggi dalle facce smussate e un sottofondo di musica hard rock. In un cartone così animato, da potersi permettere di raccontare la perdita dell'anima.

Aggiungerei solo le numerose citazioni da Full metal jacket e Apocalypse now, omaggi sì, ma anche necessarie a creare il giusto mood nello spettatore. Certe parti narrative (come le parentesi olandesi) sembrano a volte ridondanti, ma hanno la funzione di pausare lo scavo nella memoria e di assimilare le emozioni e le immagini. Da ricordare anche la sequenza iniziale, l'incubo iniziale con i cani neri, e il ritorno a casa del protagonista durante una licenza, con la vita quotidiana che scorre velocissima rispetto a lui.

giovedì 22 gennaio 2009

un musical mancato

Jacques Demy aveva pensato ad un musical per il suo Lola, donna di vita (Lola, Francia 1961), un melò che fin dal titolo intende richiamare il personaggio interpretato da Marlene Dietrich. Un film scanzonato (anche nelle assurde illuminazioni: il sole di mezzogiorno alle otto di sera!), leggerissimo e a suo modo divertente (la sala ride), ma non entusiasmante. La Nausea di Sartre capovolta in registro comico, mescolato con un intreccio di commedia amorosa, così si può riassumere il film. Nulla di più, purtroppo.

lunedì 19 gennaio 2009

il fascino estetico di Resnais

Ed ecccoci ad Hiroshima, mon amour (Francia-Giappone 1959) di Alain Resnais, rivisto al Lumière ieri sera dopo ormai 4 o 5 anni (e fanno 3 volte, anche se la prima l'ho mezza dormita). Ogni volta questo film mi colpisce ed emoziona in modo differente: ieri ho notato l'affinità con il finale dell'Eclisse di Antonioni per quanto riguarda le riprese di Hiroshima, sempre semantiche ed evocative, non solo nella sezione documentaristica iniziale, ma anche e soprattutto nella parte centrale-terminale. (La recitazione antinaturalista e teatrale dei protagonisti, specie quella femminile, mi ha ricordato invece Isabelle Huppert in Psychosis 4.48 di Sara Kane visto anni fa al Piccolo.)
Mi chiedi: "non è difficile per un uomo comprendere il film e seguire i pensieri della protagonista?" Certo che sì, è molto difficile, anche perché la sceneggiatura della Duras è un piccolo capolavoro di densità, è estremamente evocativa e polisemantica, per cui non credo di aver afferrato tutto neppure stavolta. I sentimenti della protagonista, la sua follia d'amore (il graffiarsi le mani in cantina, il sangue, il grido), il suo terrore dell'inevitabile oblio della persona amata, il suo sovrapporre l'amore del passato con quello presente (la mano dei due che si sovrappongono nella dissolvenza incrociata) mi suscitano ogni volta sensazioni, pensieri ed emozioni sicuramente diverse dalle tue, che sento però complementari e profonde. Si tratta, in un certo senso, di umiltà: mi metto ad ascoltare e provo a capire con pazienza, ce la metto tutta, forse non ci arriverò e dovrai portarmi per mano fin là.
Resta su tutto la ricchezzaa e la potenza delle parole e delle immagini, l'emozione (fredda, anzi glaciale) della sovrapposizione di due amori diversi ed entrambi perduti, di piani di lettura molteplici, dalla pura contingenza amorosa dei protagonisti all'allegoria (la protagonista francese che impersona i vincitori della guerra si innamora perdutamente prima di un tedesco e poi di un giapponese, entrambi annientati dalla Storia; inoltre il fatto che Hiroshima e Névers, come si chiamano alla fine i due protagonisti, non si incontreranno mai più nella loro vita, a meno di una nuova guerra e i continui riferimenti all'oblio possono essere letti anche così, oltre che sul piano letterale).
Resta, anche questa volta, la fatica della visione, la sala religiosamente silenziosa, il problema della memoria che svanisce, il tempo che cancella e che ritorna diverso e uguale, l'uomo e la sua follia (bellica e amorosa), il dolore, la passione, l'amore.

domenica 18 gennaio 2009

appunti sulla Nouvelle Vague (Godard e Malle)

Al Cinema Lumière (a proposito, auguri in ritardo per la festa di ieri, 25 anni portati bene) è in corso una retrospettiva sulla Nouvelle Vague, un modo per rivedere alcuni film molto belli, vederne di mai visti e rifletterci sopra a distanza. Giovedì doppio Godard con Vivre sa vie (Questa è la mi vita, Francia 1962) e Une femme est une femme (La donna è donna, Francia 1961), mentre venerdì Le feu follet (Fuoco fatuo, Francia-Italia 1963) di Louis Malle, preceduto dall'inguardabile Le chant du styrène di Alain Resnais, un documentario avanguardista sulla plastica di cui "il tacer è bello".
La nota comune resta la perizia tecnica della regia, accurata e manierista (specie Godard, come nella sequenza della revolverata di Vivre sa vie), ma le differenze restano enormi: il vero denominatore comune dei registi della Novelle vague pare essere solo l'adesione alla critica cinematografica militante e la volontà di incidere sulla storia del cinema e di rivivificarlo: per raggiungere questo fine, però, ciascun regista agisce nel modo più personale e antidogmatico per eccellenza (e il riferimento a Dogma 1995 e tutt'altro che casuale). Malle (e Resnais, di cui dirò meglio dopo il film di stasera) lavora su un piano più freddamente intellettuale e filosofico, raccontando il premeditato suicidio del protagonista alcolista e malato d'amore con sofistiche inquadrature (mentre lo spettatore in sala soffre le pende dell'inferno, nel frattempo): sofistiche - ma non prive di bellezza - come quella al party in casa di amici, dove il suo sfogo da ubriaco è accompagnato dal ritmo franto delle inquadrature, o, all'inizio, la scena nell'hotel con l'altra donna amata (che ricorda l'incipit di Hiroshima mon amour), o ancora l'aggirarsi del protagonista nella sua stanza presso la casa di cura attraverso le foto della moglie e dell'amante ed attraverso tutti i suoi ricordi.
I due film di Godard, invece, pur nella loro diversità, mantengono un tasso tecnico decisamente più alto (proprio di un tecnico maniacale della moviola): in entrambi la scena è dominata da Anna Karina, che ha l'onore della pointe finale in Une femme est une femme (con gioco di parole annesso). Questo film, tra l'altro, mi sembra quasi una meteora nella seriosità della produzione del regista, dato che sceglie il registro comico da commedia musicale: divertentissimi sono l'invenzione di una grammatica amorosa tramita una combinatoria di titoli di libri (preludio a futuri giochi linguistici del Godard più criptico), il lancio dell'uovo al tegamino (da slapstik), i battibecchi tra i due innamorati e l'ingresso di Belmondo nel triangolo amoroso. Sempre comiche e metacinematografiche sono anche le sue battute su Au bout de souffle in televisione e il dialogo con Jeanne Moreau sul contemporaneo Jules et Jim.
Un processo analogo, ma su un registro più impegnato e serio, si verifica anche nella celeberrima scena di Vivre sa vie, quando la protagonista entra al cinema a vedere La passion de Jeanne d'Arc di Dreyer e si assiste ad una sovrapposizione tra le due protagoniste. O ancora nel passaaggio di fronte al cinema in cui proiettano proprio Jules et Jim. Nel complesso è un film a emozioni volutamente alterne, in cui momenti commoventi (come l'interrogatorio alla polizia e il finale) sono intervallati a squarci documentaristici sulla vita di una prostituta parigina. (La stessa disomogeneità si riscontra, tra l'altro, anche in Le mépris.) Film, in ogni caso, molto belli nelle loro differenze e nel loro voler essere sperimentali a tutti i costi.

a proposito di domenica scorsa

dopo il pomeriggio al Pratello, interpretazioni da conservare:



(con il testo originale non censurato)

mercoledì 14 gennaio 2009

Zotto!

Senza parole, pure emozioni, tango puro e acrobatango. Grazie, grazie, grazie! Come si possono descrivere simili magie e velocità di movimenti, senza sbavature? Due ore di ballo con Miguel Angel Zotto e la sua compagnia nello spettacolo al Manzoni accompagnate da un eccellente quartetto (anonimo). Divertenti, tra i momenti di ballo tra uomini (una simulazione di scuola) e il ballo a fil di palcoscenico.

domenica 11 gennaio 2009

duelli di parole

La verità non conta, conta solo vincere la causa per cui si viene pagati. Che James Stewart sia convinto della premeditazione del tenente nell'aver ucciso l'uomo che ha (forse) violentato sua moglie non ha alcun valore, dal momento che, in veste di avvocato difensore, è (meglio, sarebbe) pagato per scagionare il suo cliente. Anatomia di un delitto di Otto Preminger (Anatomy of a Murder, Usa 1959, 160'), ambientato prevalentemente nell'aula di un tribunale, è un film che celebra il potere della parola, utilizzato non al servizio del bene o dell'accertamento della verità dei fatti, ma solo come arma. L'aula è un teatro e un arena di gladiatori contemporaneamente, il sangue scorre in modo metaforico e la regia è ecellente nel ricercare e nel sottolineare il duello a fil di lingua. Da ricordare, ad esempio, è l'interrogatorio alla moglie del tenente fatto dall'avvocato accusatore, che si interpone tra la teste e Stewart, che si sporge e si sposta continuamente e protesta con il giudice.
Belle le musiche di Duke Ellington (con cammeo) e la fotografia, specialmente l'inquadratura notturna del dialogo tra Stewart e la moglie del tenente al campeggio delle roulotte.