Quattro figure umane, nude e armate, emergono gialle accecanti dal mare nero e avanzano nella notte verso il lungomare di Beirut, traviata bellezza di palme spiumate e grattacieli deserti. Li accompagna una musica hard rock. Non sono irreali, sono iperreali. Come lo era la ragazzina bidimensionale inscritta a forza nel velo nero, in una Teheran sontuosamente claustrofobica. Come lo erano i topi nel lager. O le montagne di rifiuti che rappresenteranno un giorno l' unico paesaggio visibile sul pianeta Terra. Adesso che Valzer con Bashir ha vinto il Golden Globe per il miglior film straniero e si avvicina all' Oscar (niente patriottismi per Gomorra, si rispetti l' imbarazzo di chi dovrà scegliere), adesso è chiaro che la storia si può raccontare in un modo nuovo e più efficace: disegnandola. Oggi Bashir (e Wall-E), ieri Persepolis. Prima ancora Maus. Chiamarli fumetti o cartoni è diventato riduttivo. Se ne sono accorti perfino a Hollywood: due anni fa commisero l' errore di nominare Persepolis nella categoria "film animati" e il peccato capitale di preferirgli Ratatouille, variazione sul tema del topo fortunato. Quest' anno stanno per spedire Bashir dove gli compete: tra i film punto e basta. che le immagini siano disegnate anziché riprese è una geniale trovata di forma che non altera il contenuto, ma lo potenzia. Finita per sempre è l' epoca in cui fumetto e cartone erano sinonimi di storie a lieto fine, avventure di pura fantasia aventi per protagonisti animali umanizzati per incarnare virtù o, se proprio si doveva, blandi difetti. Art Spiegelman, con Maus ha infranto il tabù. Impadronendosi dell' invettiva nazista contro Topolino («Non è accettabile l' idealizzazione del più sporco e carico di batteri tra gli animali! Basta con le brutalizzazioni giudaiche! Basta con Topolino!») l' ha portata alle estreme conseguenze, disegnando i prigionieri nei lager come topi, i loro carnefici tedeschi come gatti (e cani gli americani, rane i francesi). Ha abbattuto una barriera e aperto una strada. Non a caso i giurati del Pulitzer, pur attribuendogli un premio speciale, lo trovarono «difficile da classificare». Non sapevano bene in quale categoria farlo rientrare, come se il lampo di genio non fosse proprio quello valica in un sol colpo tutti gli steccati e le divisioni messe giù a priori. Seduto nel suo affollato studio di New York, all' ombra delle Torri destinate a scomparire (e intitolare con la loro assenza un suo successivo lavoro), Spiegelman apriva due porte in contemporanea, facendo entrare la Storia nel fumetto e il fumetto nella storia. Perché fermarsi al passato quando è possibile, con lo stesso strumento, raccontare il presente, tentare la graphic novel in presa diretta? È quello che ha fatto poco dopo Joe Sacco con Palestina, reportage a strisce dal Medio Oriente, che proseguirà fino ad arrivare in Bosnia. Era lo spirito dei tempi. Era una scelta che si andava propagando. Uscita dall' adolescenza e dall' Iran, l' esule Marjane Satrapi voleva comunicare la sua esperienza. Ricordava soltanto l' oppressione, l' oscurità. L' inchiostro fu il suo modo di riprodurle. Un tratto semplice, come lo è la sopraffazione, rendeva ancor più intollerabile il regime. Nel passaggio dal fumetto al cartoon Persepolis ci guadagnava, accrescendo la forza di persuasione delle immagini e diventando un veicolo nascosto della contestazione, sfidando la censura più di qualunque altro prodotto culturale ("Leggere Lolita a Teheran" si è tradotto più diffusamente in "Vedere Persepolis" nella capitale iraniana). In qualche modo la linearità del tratto e il suo carattere monocromatico hanno reso universale una storia tanto particolare. E siamo al Valzer con Bashir, ultimo giro di pista della storia a fumetti. Il regista israeliano da anni spettacolarizzava i sensi di colpa, avendo scritto la versione originale della serie tv In treatment. Da altrettanto tempo ricostruiva la realtà in scala 1 a 1 attraverso la forma del documentario. Lo colse la rivelazione, gli si squarciò nella memoria il velo dipinto che aveva avvolto la sua partecipazione al massacro nel campo profughi libanese di Sabra e Shatila. Come rendere conto di questa infame epifania? Un documentario? Ne esisteva già uno. Si intitolava 2000 terroristi, titolo mutuato dall' espressione usata dal premier israeliano Sharon («Ci sono duemila terroristi in quel campo profughi»). Lo aveva girato una coppia di olandesi, cercando di metterci imparzialità e distanza, raccontando attraverso le parole dei sopravvissuti e le immagini del repertorio. L' ho visto a un festival del cinema a Beirut, nel 2004 e non aveva metà della forza di "Bashir". Impossibilitato a tornare sui luoghi l' israeliano li evoca e li colora. La storia diventa ancor più tremenda per due motivi: non è raccontata dalla parte delle vittime, ma da quella dei carnefici (volendo distinguere, dei loro complici). Ma soprattutto, come già l' Iran della Satrapi, il Libano di Folman trova nella sua rappresentazione animata una definitiva collocazione nel regno della ferocia. Non c' è più nessuna via di scampo: anche i personaggi disegnati non hanno riscatto, anche i loro gesti, per forza di cose limitati perché inscritti nelle limitate possibilità della struttura, sono gesti di morte. Più lontano dalla realtà significa, in questo come nel caso di Maus, più vicino alla follia. È un percorso senza ritorno che sdogana il fumetto e il cartone come forme d' arte, li sottrae alla provincia del giovanilismo, li rende universale messinscena del male della storia, tanto più efficace quanto in teoria incapace di essere feroce. Tutta la violenza che abbiamo sempre visto come irreale nei quotidiani massacri che infliggevano gli struzzi ai coyote, gli scoiattoli ai paperi, diventa qui reale, iperreale. Diventa storia a colori per generazioni che non hanno voluto saperne, che hanno sperato di dimenticare evitando qualche libro, un documentario, la pedante versione di superstiti da sempre confinati nel girone dei disperati. Invece, a tradimento, la verità li aspettava proprio dove aspettava Folman, a un soffio dal fondo del pozzo dell'oblio: in un sogno a tinte forti, con personaggi dalle facce smussate e un sottofondo di musica hard rock. In un cartone così animato, da potersi permettere di raccontare la perdita dell'anima.
Aggiungerei solo le numerose citazioni da Full metal jacket e Apocalypse now, omaggi sì, ma anche necessarie a creare il giusto mood nello spettatore. Certe parti narrative (come le parentesi olandesi) sembrano a volte ridondanti, ma hanno la funzione di pausare lo scavo nella memoria e di assimilare le emozioni e le immagini. Da ricordare anche la sequenza iniziale, l'incubo iniziale con i cani neri, e il ritorno a casa del protagonista durante una licenza, con la vita quotidiana che scorre velocissima rispetto a lui.
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