Riassunto delle puntate precedenti: dei due Godard - Weekend (Francia-Italia 1967) e Made in U.S.A. (Francia 1966) - c'è ben poco da dire, specie sul secondo, nominalmente un noir alla francese con Anna Karina come protagonista, "un film alla Walt Disney con del sangue" che scivola inevitabilmente nel politico (oggi molto stantio e superato); la seconda visione di Weekend invece mi ha fatto notare che ricordavo solo il primo quarto d'ora (peraltro nella versione tagliata, quindi privo del pornografico racconto-sogno di lei al marito, come in Doppio sogno). In effetti, proprio il primo quarto d'ora è l'unica parte oggi salvabile del film (il resto è quasi indigeribile, specie il finale nella foresta: si sente l'assenza di una vera sceneggiatura, che porta all'improvvisazione più totale): il cinismo assoluto della coppia (e quindi della società) borghese, la lunga carrellata di incidenti stradali (con gag sparsi alla Tati - è del resto l'anno di Playtime), la morte e il sangue parte integrante della vita quotidiana, l'urlo disperato della donna per aver perso nell'incidente la propria borsetta firmata. Il pamphlet politico (cioè quasi tutto il resto del film) è invece indigesta, specie nella forma (caotica).
Teatro: La badante (testo e regia Cesare Lievi) è uno spettacolo riuscito (unica nota negativa la luci, il cui uso è discutibile e non sempre giustificato); testo impegnato in tre quadri (il secondo non in ordine cronologico), con alternanza di momenti divertenti che si sovrappongono ad una situazione molto triste. L'anziana ricca signora, interpretata dalla bravissima Ludovica Modugno, cambia il proprio atteggiamento nei confronti della propria badante dell'est europeo, inizialemtne ostile fino a decidere di destinarle tutto il suo immenso capitale, invece che ai due propri figli che detesta (e di cui nel terzo quadro prevede la reazione che abbiamo visto nel secondo): il suo però non è il riscatto morale di una vita gretta (figlia di un gerarca fascista, ha vissuto a Salò per tutta la sua vita), solo una vendetta (un po' alla Dürrenmatt). Molto bravi anche gli altri attori (primo figlio: Leonardo De Colle; secondo figlio: Emanuele Carucci Viterbi; Inge: Paola Di Meglio; Ludmilla: Giuseppina Turra); stupendo il primo quadro, con il dialogo tra la signora e il primo figlio.
martedì 23 marzo 2010
mercoledì 17 marzo 2010
la guerra è roba da pazzi
Può essere questo il messaggio di The Hurt Locker di Kathryn Bigelow (Usa 2008), neovincitrice dell'oscar: sulla scia di Redacted di De Palma e con echi della seconda parte di Full Metal Jacket, hai ragione a dire che non sembra un film girato da una donna. L'assenza di un'evoluzione narrativa - il tempo è scandito solo dal countdown dei giorni restanti alla fine della missione - ricalca quella della realtà di guerra: non esiste alcun senso né possibile unità e coerenza, ma ogni giorno ha la sua pena. Il protagonista è un artificere, che si trova a suo agio solo su un campo di battaglia nella quotidiana e consapevole personale sfida adrenalinica con la morte: la sua pazzia (e studiata incoscenza) di fondo è evidente (e il suo caposquadra gli dice di aver capito che "è stato ripescato dalla spazzatura"), ma è l'unico modo per uscire vivi e tornare a casa sani e salvi. Tuttavia, la vita da americano medio è per lui più tremenda del fronte (l'immenso scaffale dei cereali annichilisce anche lo spettatore), e mentre gioca con il figlio neonato gli spiega la sua filosofia di vita: una progressiva e drastica riduzione delle cose che contano, che nel suo caso si riducono ad una sola. La guerra è per lui l'unica e vera ragione di vita, non la famiglia o il figlio, come invece gli confessa in lacrime il suo caposquadra l'ultimo giorno a Bagdad dopo aver rischiato la morte. Il finale con lui che avanza nel proprio scafandro antibomba verso il pericolo del primo dei 365 giorni della nuova missione è il giusto e tremendo finale.
(Da ricordare poi anche la scena nel deserto, quasi da western, che comunica davvero la sete, la precarietà e la sofferenza dei soldati americani.)
(Da ricordare poi anche la scena nel deserto, quasi da western, che comunica davvero la sete, la precarietà e la sofferenza dei soldati americani.)
sabato 13 marzo 2010
politica e rugby
Dopo una lunga parentesi anglopiemontese un po' di cinema: Invictus (Usa 2009, 133') è un distillato della poetica dell'ultimo Clint Eastwood. Un gran film, che racconta (in modo talvolta troppo retorico, specie nel finale) la storia di Nelson Mandela e del suo Sudafrica tra il 1994 e il 1995, tra la sua elezione a presidente della repubblica e conseguente fine dell'apartheid e la vittoria della nazionale di rugby ai mondiali. La costruzione di una nazione, che Mandela (interpretato da uno straordinario Morgan Freeman) riesce a ricompattare grazie allo sport, evitando la guerra civile. Nel far ciò ha bisogno della collaborazione del suo omologo sportivo, il capitano della nazionale, interpretato da un altrettanto bravo Matt Damon. La preparazione al mondiale della squadra non sarà squisitamente fatta di spot, ma di visite alle bidonville e al carcere dei prigionieri politici, mentre in parallelo la scorta del presidente diviene per sua volontà mista, composta cioè anche da afrikaneer un tempo aguzzini dei neri. Solo dalla pacificazione e dal perdono (mai facile e scontato da parte di chi ha sofferto) può scaturire una nuova nazione: e l'epica eastwoodiana riesce in pieno nell'intento didattico-celebrativo. Il racconto di un sogno, voluto e realizzato da un uomo e dalla sua volontà. Almeno per un momento.
mercoledì 3 marzo 2010
teatro e Godard
Un po' d'ordine, prima di una partenza: venerdì scorso al Duse un pessimo spettacolo: La caccia di e con Luigi Lo Cascio. Che sia liberamente ispirato alle Baccanti di Euripide non è certo un titolo d'onore per il tragico greco: lo spettacolo è povero di contenuti e inutile. L'identificazione di Dioniso e del dionisismo con il consumismo attuale (come suggeriscono anche i tre spot televisivi) è arbitrario e poco convincente (semmai si può pensare all'edonismo imperante, ma il discorso sarebbe troppo lungo e non ne vale davvero la pena). Grottesca la fine del saccente critico-bambino (che ripete interpretazioni fuorvianti), sbranato prima di rivelare "il vero e unico significato della tragedia" come negli Uccelli di Hitchcock. Da dimenticare. Ed era il terzo spettacolo orrendo consecutivo.
Sabato, invece, pace fatta con Dioniso: Filumena Marturano visto all'Arena interpretato da Lina Sastri e Luca De Filippo (regia di Francesco Rosi) è puro piacere taatrale. Ben orchestrato e ritmato, lo spettacolo è retto interamente dai due bravissimi protagonisti (al di là del testo meraviglioso), ben sostenuti dai personaggi minori (ad eccezione di uno). Tradizionale, ma molto ben fatto.
Ieri sera, Lumière: Le bel indifférent (Francia 1957) di Jacques Demy, tratto da una pièce di Cocteau, ricorda molto La besita umana (hai ragione): un kammerspiel con atmosfere alla Almodovar prima maniera (pareti della camera d'albergo rossissime, telefono, donna monologante sull'orlo di una crisi di nervi e di gelosia). Piacevole.
A seguire Bande à part (Francia 1964) di Jean-Luc Cinéma Godard (come si firma nei titoli di testa): divertentissimo rivisto la terza volta (e ad ogni visione si colgono nuove citazioni: stavolta la danza dei panini di Chaplin). Una scanzonata e disimpegnata parodia dei b-movies, una storia esile e traballante in cui sono inserite continue citazioni e allusioni da critico e amante del cinema. Un triangolo amoroso l'anno precedente di Jules et Jim, un po' meno tragico (e molto più comico). Sempre geniali il minuto di silenzio interrotto, la vista lampo al Louvre, il ballo dei tre nel bar con voce over che introduce la seconda parentesi, il riassunto di ciò che è successo nei primi 5 minuti di film per gli spettatori ritardatari. La prossima volta che lo vedo mi prometto di essere meno stanco!
Sabato, invece, pace fatta con Dioniso: Filumena Marturano visto all'Arena interpretato da Lina Sastri e Luca De Filippo (regia di Francesco Rosi) è puro piacere taatrale. Ben orchestrato e ritmato, lo spettacolo è retto interamente dai due bravissimi protagonisti (al di là del testo meraviglioso), ben sostenuti dai personaggi minori (ad eccezione di uno). Tradizionale, ma molto ben fatto.
Ieri sera, Lumière: Le bel indifférent (Francia 1957) di Jacques Demy, tratto da una pièce di Cocteau, ricorda molto La besita umana (hai ragione): un kammerspiel con atmosfere alla Almodovar prima maniera (pareti della camera d'albergo rossissime, telefono, donna monologante sull'orlo di una crisi di nervi e di gelosia). Piacevole.
A seguire Bande à part (Francia 1964) di Jean-Luc Cinéma Godard (come si firma nei titoli di testa): divertentissimo rivisto la terza volta (e ad ogni visione si colgono nuove citazioni: stavolta la danza dei panini di Chaplin). Una scanzonata e disimpegnata parodia dei b-movies, una storia esile e traballante in cui sono inserite continue citazioni e allusioni da critico e amante del cinema. Un triangolo amoroso l'anno precedente di Jules et Jim, un po' meno tragico (e molto più comico). Sempre geniali il minuto di silenzio interrotto, la vista lampo al Louvre, il ballo dei tre nel bar con voce over che introduce la seconda parentesi, il riassunto di ciò che è successo nei primi 5 minuti di film per gli spettatori ritardatari. La prossima volta che lo vedo mi prometto di essere meno stanco!
venerdì 26 febbraio 2010
"Genova di tutta la vita, mia litania infinita"
Rapito e commosso. Questo l'effetto di La bocca del lupo (Italia 2009) di Pietro Marcello, vincitore dell'ultimo TFF, un'opera che chiamare film è poco. Si tratta infatti di un'opera d'arte, molto poetica e profonda, che mescola parole, immagini e atmosfere con un intento lirico-poetico molto concreto e terreno, con un atteggiamneto che richiama la poetica Pasolini e De André. La sapiente mescolanza di filmati amatoriali novecenteschi della città di mare e di porto (vari di navi, smantellamento di cantieri, carrugi) contribuiscono a creare l'ambiente, a far sentire presente e vivo un mondo intero, quello dei più emarginati, degli ultimi, dal quale viene scelta come a caso una storia da raccontare (la scelta è nella contemporaneità, ma potrebbe trattarsi benissimo di una avvenuta un secolo prima: proprio questa mescolanza di presente e passato permette questa interpretazione). Le immagini generano e accompagnano le parole, inizialmente in voce over, dei due protagonisti, come se fosse fiction, per rovesciarsi brutalmente verso la fine in un'intervista in puro stile documentarista. E non mi interessa sapere se si tratti di verità o finzione: se la storia d'amore di Enzo, emigrato siciliano, e Mary, transessuale, non fosse stata raccontata, avremmo perso qualcosa. Le immagini ci portano come per mano per i carrugi e per il porto, dove cammina all'inizio Enzo; la m.d.p. si sofferma poi su altre storie possibili, come le transessuali di via del campo, persone reiette che vivono sotto un ponte della ferrovia, immigrati, emarginati e ubriachi di professione. Ma sono altre storie, possibili e tutte da raccontare, per chi avesse voglia di addentrarsi "lungo le calate dei vecchi moli, in quell'aria spessa carica di sale e gonfia di odori". Lascia una gran voglia di mare, e l'eco di molte parole (De André, ad esempio - dai diamanti... - e Caproni). Un atto d'amore per una città straordinaria e polimorfa.
lunedì 22 febbraio 2010
addendum
Stirando ho visto Bestiario italiano di Paolini: non male, bell'esempio di teatro-canzone, un atto d'amore per i dialetti e le diverse tradizioni italiane, pieno d'ironia verso la modernità.
domenica 21 febbraio 2010
riassunto (soprattutto Godard)
4 giorni, 5 film di Godard e 1 spettacolo teatrale. Nell'ordine:
La paresse (episodio di Les Sept Péchés Capitaux, Francia-Italia 1962): piacevolissimo corto con Eddie Constantine come geniale interprete del pigro protagonista, affaticato persino dal pensiero di doversi allacciare le scarpe, dal masticare un sanwich con pane bianco e maionese e soprattutto dal doversi rivestire dopo aver fatto l'amore: perciò, pigramente, desiste.
Il nuovo mondo (episodio di Ro.Go.Pa.G, Italia-Francia 1963): non può non venire in mente la Parigi e le atmosfere (notturne) di Alphaville. Il mondo è sconvolto da alcune (presunte?) esplosioni nucleari sopra Parigi, che causano un panico sopito, il ricorso a psicofarmaci (pillole ingerite in continuazione) e la morte dei sentimenti umani, quali l'amore: l'"io ti ex amo" che sarà poi ribaltato nel finale liberatorio di Alphaville. Anche qui le donne come la protagonista Alessandra girano armate di coltello negli slip, vanno in piscina ma non ammazzano uomini condannati, ma baciano sconosciuti senza sapere perché; si dimenticano parole, come "évidemment", che diviene "absolutement"; il linguaggio diviene artificoso e non serve più alla comunicazione, ma solo vuoto ripetuto.
Les carabiniers (Francia-Italia 1963): apologo sulla guerra e sugli ultimi dell'umanità che subiscono le guerre come carne da cannone; scenari da teatro minimalista e dell'assurdo (ma l'assurdo è la drammatica realtà); dialoghi talvolta surreali, ma nel complesso ricorda molto Brecht come intento didattico e di denuncia. Le cartoline che i Ulysses e Michelange mandano alle due donne (madre-moglie e figlia-sorella, se ho ben capito), il cui contenuto è espresso dagli inquietanti cartelli con cui i due raccontano gli agghiaccianti resoconti della guerra, ritornano nel finale come atti di proprietà dei beni conquistati sul campo, pronti per essere esatti alla fine del conflitto. Invano. Molto cervellotico, ma lascia molto su cui pensare (lignuaggio, simbolismi, politica, cultura e educazione).
Le grand escroc (Francia-Italia-Giappone 1963): episodio tagliato da Les plus belles escroqueries du monde, ha per protagonista la Seberg che si aggira da reporter americana per Marrakech armata di cinepresa per un documenatrio televisivo. L'intervista al falsario che regala banconote ai poveri è un trattato di filosofia politica, talvolta un po' involuto.
Le Mépris (Il disprezzo, Francia-Italia /1963): alla terza visione e alla prima al cinema, finalmente, sono stato travolto dal film e dalla sua storia, che pure mi aveva semre affascinato ma non avevo mi afferrato fino in fondo. La fine della storia d'amore di Camille (B.B.) e Paul (Piccoli) che finisce per identificarsi con quella di Penelope e Ulisse, come confermano, ad esempio, l'interpretazione autobiografica dell'Odissea spiegata a Friz Lang da Paul e il bagno finale di Camille nuda, così come nuotava la Penelope del fim in un giornaliero. La crisi improvvisa e violenta nasce da una colpa di lui, che a giudizio di lei la abbandona al produttore come se la inducesse al tradimento: la resa dei conti dura tutta la parte centrale del film, nella loro casa: qui avviene il duello, la resa dei conti divisa in due momenti dal meraviglioso intermezzo di monologhi interiori incrociati, su immagini di momenti cronologicamente precedenti e successive. Momenti di violenza, dolcezza, tenerezza, tutto con la sensazione che l'illusione del loro amore sarebbe potuta continuare se si fosse detta o non detta una sola parola. Ciò fatalmente non può avvenire, il vaso di Pandora si apre, Camille incalzata dalle domande di Paul confessa spietatamente la fine repentina del suo amore. Da lì, come in una tragedia greca, la loro storia non può che rovinare verso l'abisso, la fine tragica di lei in fuga e la triste partenza di lui verso un futuro incerto, mentre Lang gira la scena di Ulisse che scorge per la prima volta la sua patria all'orizzonte.
Osservazioni sparse: inserti metacinematografici, come i titoli di testa recitati in voce over, a cui Truffaut renderà omaggio (molto funzionale) in Fahrenheit nel 1966; feroce critica alla volgarità e idiozia del produttore: "quando sento la parola cultura metto mano al libretto degli assegni", corretto poi da Fritz Lang, che ricorda i tempi più bui; l'apprezzare la scena del bagno della sirena nuda; la necessità di modernizzare l'Odissea; la volgarità dei soldi e del potere; a Mullholland Drive fanno pensare la parrucca nera che indossa Camille in casa e poi nel teatro di posa (le coppie che danzano su sfondo bianco con ombre molto marcate fanno pensare anche ai titoli di testa di Lynch).
Oggi pomeriggio allo Storchi di Modena Il dio della carneficina di Yasmina Reza, con la regia di Roberto Andò, interpretato da Silvio Orlando, Alessio Boni, Anna Bonaiuto, Michela Cescon: molto deludente, prima mezz'ora noiosa e senza ritmo, poi un po' troppo prevedibile, nonostante alcune risate. Un po' troppo stirachciato il finale. Da dimenticare in fretta.
La paresse (episodio di Les Sept Péchés Capitaux, Francia-Italia 1962): piacevolissimo corto con Eddie Constantine come geniale interprete del pigro protagonista, affaticato persino dal pensiero di doversi allacciare le scarpe, dal masticare un sanwich con pane bianco e maionese e soprattutto dal doversi rivestire dopo aver fatto l'amore: perciò, pigramente, desiste.
Il nuovo mondo (episodio di Ro.Go.Pa.G, Italia-Francia 1963): non può non venire in mente la Parigi e le atmosfere (notturne) di Alphaville. Il mondo è sconvolto da alcune (presunte?) esplosioni nucleari sopra Parigi, che causano un panico sopito, il ricorso a psicofarmaci (pillole ingerite in continuazione) e la morte dei sentimenti umani, quali l'amore: l'"io ti ex amo" che sarà poi ribaltato nel finale liberatorio di Alphaville. Anche qui le donne come la protagonista Alessandra girano armate di coltello negli slip, vanno in piscina ma non ammazzano uomini condannati, ma baciano sconosciuti senza sapere perché; si dimenticano parole, come "évidemment", che diviene "absolutement"; il linguaggio diviene artificoso e non serve più alla comunicazione, ma solo vuoto ripetuto.
Les carabiniers (Francia-Italia 1963): apologo sulla guerra e sugli ultimi dell'umanità che subiscono le guerre come carne da cannone; scenari da teatro minimalista e dell'assurdo (ma l'assurdo è la drammatica realtà); dialoghi talvolta surreali, ma nel complesso ricorda molto Brecht come intento didattico e di denuncia. Le cartoline che i Ulysses e Michelange mandano alle due donne (madre-moglie e figlia-sorella, se ho ben capito), il cui contenuto è espresso dagli inquietanti cartelli con cui i due raccontano gli agghiaccianti resoconti della guerra, ritornano nel finale come atti di proprietà dei beni conquistati sul campo, pronti per essere esatti alla fine del conflitto. Invano. Molto cervellotico, ma lascia molto su cui pensare (lignuaggio, simbolismi, politica, cultura e educazione).
Le grand escroc (Francia-Italia-Giappone 1963): episodio tagliato da Les plus belles escroqueries du monde, ha per protagonista la Seberg che si aggira da reporter americana per Marrakech armata di cinepresa per un documenatrio televisivo. L'intervista al falsario che regala banconote ai poveri è un trattato di filosofia politica, talvolta un po' involuto.
Le Mépris (Il disprezzo, Francia-Italia /1963): alla terza visione e alla prima al cinema, finalmente, sono stato travolto dal film e dalla sua storia, che pure mi aveva semre affascinato ma non avevo mi afferrato fino in fondo. La fine della storia d'amore di Camille (B.B.) e Paul (Piccoli) che finisce per identificarsi con quella di Penelope e Ulisse, come confermano, ad esempio, l'interpretazione autobiografica dell'Odissea spiegata a Friz Lang da Paul e il bagno finale di Camille nuda, così come nuotava la Penelope del fim in un giornaliero. La crisi improvvisa e violenta nasce da una colpa di lui, che a giudizio di lei la abbandona al produttore come se la inducesse al tradimento: la resa dei conti dura tutta la parte centrale del film, nella loro casa: qui avviene il duello, la resa dei conti divisa in due momenti dal meraviglioso intermezzo di monologhi interiori incrociati, su immagini di momenti cronologicamente precedenti e successive. Momenti di violenza, dolcezza, tenerezza, tutto con la sensazione che l'illusione del loro amore sarebbe potuta continuare se si fosse detta o non detta una sola parola. Ciò fatalmente non può avvenire, il vaso di Pandora si apre, Camille incalzata dalle domande di Paul confessa spietatamente la fine repentina del suo amore. Da lì, come in una tragedia greca, la loro storia non può che rovinare verso l'abisso, la fine tragica di lei in fuga e la triste partenza di lui verso un futuro incerto, mentre Lang gira la scena di Ulisse che scorge per la prima volta la sua patria all'orizzonte.
Osservazioni sparse: inserti metacinematografici, come i titoli di testa recitati in voce over, a cui Truffaut renderà omaggio (molto funzionale) in Fahrenheit nel 1966; feroce critica alla volgarità e idiozia del produttore: "quando sento la parola cultura metto mano al libretto degli assegni", corretto poi da Fritz Lang, che ricorda i tempi più bui; l'apprezzare la scena del bagno della sirena nuda; la necessità di modernizzare l'Odissea; la volgarità dei soldi e del potere; a Mullholland Drive fanno pensare la parrucca nera che indossa Camille in casa e poi nel teatro di posa (le coppie che danzano su sfondo bianco con ombre molto marcate fanno pensare anche ai titoli di testa di Lynch).
Oggi pomeriggio allo Storchi di Modena Il dio della carneficina di Yasmina Reza, con la regia di Roberto Andò, interpretato da Silvio Orlando, Alessio Boni, Anna Bonaiuto, Michela Cescon: molto deludente, prima mezz'ora noiosa e senza ritmo, poi un po' troppo prevedibile, nonostante alcune risate. Un po' troppo stirachciato il finale. Da dimenticare in fretta.
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