sabato 31 gennaio 2009
un western deludente
Non fossi un cultore del genere, Appaloosa (Usa 2008, 116') potrebbe pure raggiungere la sufficienza: tuttavia, il film di Ed Harris (anche protagonsta) lascia ampiamente insoddisfatti. Ci sono tutti i topoi, gli elementi tipici del genere, come se volesse mostrare di conoscerlo e di svolgere un compitino per la maestra ("allora, bambini, per domani mi portate un tema di argomento western"), ma manca ritmo e personalità: l'unico momento davvero da ricordare sono i titoli di coda, per il resto... Anche una delle scene madri, il duello finale e ancora di più la sparatoria al carcere è troppo sbrigativa (come una sveltina, e in un western il pubblico non la gradisce). E fuori luogo è la colonna sonora con echi jazz!
venerdì 30 gennaio 2009
applausi a Sean Penn
Un gran film Milk di Gus van Sant (Usa 2008, 128'), con una eccellente interpretazione di Sean Penn nella parte di Harvey Milk, il primo politico gay ad essere stato eletto ad una carica pubblica negli Stati Uniti nel 1978. La storia (che si svolge tra il 1970 ed il 1978) è ben raccontata, montata e fotografata e impiega anche alcune immagini di repertorio (soprattutto nei titoli di testa).
Ciò che più colpisce sono certe affermazioni discriminatorie e razziste contro le minoranze considerate 'diverse', 'deviate', che assomigliano (troppo) a quelle di alcuni nostri politici o ecclesiastici, paladini della morale cattolica alla base (a loro dire) della nostra società e da difendere contro l'assalto del relativismo culturale portatore di corruzione della morale. Il valore della lotta di Milk consiste in questo, nel tentativo di estendere a tutti i diritti civili e l'uguaglianza sancita dalla costituzione americana, per mezzo dell'impegno attivo nella vita politica (notevole è la sua metamorfosi in vista della sua seconda campagna elettorale).
Sorprende (per mia personale ignoranza della vicenda) anche il fatto che sia stato assassinato non per motivi politici, ma quasi esclusivamente personali da un politico fallito. (E nel suo vagare per i corridoi del palazzo prima del duplice omicidio, il regista compie un'autocitazione da Elephant.)
Un film politico e prepotentemente attuale (la frequenza della parola 'speranza', l'esigenza di estendere i diritti e difendere quelli già acquisiti ma minacciati), qualcosa su cui riflettere, dopo aver digerito le emozioni.
Ciò che più colpisce sono certe affermazioni discriminatorie e razziste contro le minoranze considerate 'diverse', 'deviate', che assomigliano (troppo) a quelle di alcuni nostri politici o ecclesiastici, paladini della morale cattolica alla base (a loro dire) della nostra società e da difendere contro l'assalto del relativismo culturale portatore di corruzione della morale. Il valore della lotta di Milk consiste in questo, nel tentativo di estendere a tutti i diritti civili e l'uguaglianza sancita dalla costituzione americana, per mezzo dell'impegno attivo nella vita politica (notevole è la sua metamorfosi in vista della sua seconda campagna elettorale).
Sorprende (per mia personale ignoranza della vicenda) anche il fatto che sia stato assassinato non per motivi politici, ma quasi esclusivamente personali da un politico fallito. (E nel suo vagare per i corridoi del palazzo prima del duplice omicidio, il regista compie un'autocitazione da Elephant.)
Un film politico e prepotentemente attuale (la frequenza della parola 'speranza', l'esigenza di estendere i diritti e difendere quelli già acquisiti ma minacciati), qualcosa su cui riflettere, dopo aver digerito le emozioni.
giovedì 29 gennaio 2009
una fortunata anteprima
In un giorno 'di festa' (ein bisschen unruhig wegen einer Neuigkeit) c'è stata al Future Film Festival l'anteprima de Il curioso caso di Benjamin Button (The Curious Case of Benjamin Button) di David Fincher (Usa 2009, 166'), interpretato dagli ottimi Brad Pitt e Cate Blanchett. Il film è ben fatto ("pronto per sbancare gli Oscar", e hai ragione), commovente (c'è chi ha pianto dal primo minuto, come confessa una spettatrice davanti, o nell'ultima mezz'ora, come te), ma lontano dalla genialità e bravura del miglior Fincher. Piacevole. Da ricordare la sequenza di danza in controluce e la riflessione sulla casualità della vita che porta all'incidente della protagonista. Mostruosa la bravura dei truccatori, e la battuta rivolta a Pitt "sei perfetto".
martedì 27 gennaio 2009
il film vincitore del Torino Film Festival
Molto intenso, ma quanta sofferenza e fatica nel vedere Tony Manero (Cile-Brasile 2008, 98') di Pablo Larrain: un film che angoscia, inquieta e toglie ogni speranza nell'uomo e nella vita. Ambientato a Santiago del Cile nei primi anni della dittatura di Pinochetn (gli eventi storici sono solo accennati e contribuiscono al senso di precarietà che aleggia), il protagonista, interpretato ottimamente da Alfredo Castro (anche cosceneggiatore), fa della sua ossessione di interpretare il protagonista di Saturday night fever un mestiere, che lo porta a eliminare tutti gli ostacoli sul proprio cammino, divenendo così un indifferente angelo della morte (e agghiacciante è il finale sull'autobus dopo il concorso, ellittico ma chiarissimo nell'anticipare le intenzioni funeste del protagonista). La vita non ha alcun valore, e meno che mai gli affetti: angosciante è il lunghissimo piano-sequenza che porta Tony a sedurre sua figlia e a portarsela in camera; altrettanto vuoto è il rapporto con le altre due donne che affermano di amarlo. Disperato e disperante.
Leconte e Simenon
Ci sono poche inquadrature stonate (soprattutto nel finale) in L'insolito caso di Monsieur Hire (Monsieur Hire, Francia 1989, 81') di Patrice Leconte, che firma un buon film tratto dal romanzo Les fiançailles de monsieur Hire (Il fidanzamento di monsieur Hire) di George Simenon (che mi prometto di leggere). Tipica di Simenon è l'umanità derelitta, votata alla sconfitta e segnata dalla cattiveria: ogni personaggio, anche il più marginale, non è mai completamente buono, al di là delle apparenze, come la signora di cui si racconta desse da mangiare quotidianamente ai piccioni grano avvelenato. Molto bravi i due protagonisti, allora giovanissimi, Sandrine Bonnaire e Michel Blanc, l'una con la sua crudele ambiguità, l'altro con il suo isolamento e col suo voyeurismo che lo porta ad un amore disperato e fatale. Bello anche l'arrangiamento di Michael Nyman del quartetto op. 25 di Brahms.
Di bottiglie, sorelle e paesaggi ...
Dittico affascinante quello costruito tra sabato sera al Teatro delle Moline, con lo spettacolo Morandi (di Luigi Gozzi, regia Marinella Manicardi) con Marinella Manicardi, Alessandra Frabetti e Marina Pitta, tutte molto brave, e domenica sera al MAMbo alla splendida mostra Giorgio Morandi 1890-1964. (A seguire giro sotto la pioggia per l'Art White Night.) Dico affascinante perché lo spettacolo e la mostra si completano e si influenzano a vicenda, offrono chiavi interpretative sorprendenti e curiose: la ricerca dello straccio (giallo o verde?), la pallina (come l'hanno chiamata nello spettacolo?), Grizzana, l'ossessione per gli oggetti piccoli e semplici (che ne contengono altri al proprio interno), ma con valore trascendente nella forma e nel colore.
Lo spettacolo (in visione quasi privata: una ventina al massimo gli spettatori!) si ricorda per molti aspetti: su tutti l'affiatamento delle attrici in scena, che impersonano le tre sorelle di Giorgio Morandi, sempre nubili e votate alla sua cura (un po' come quelle di Pascoli). Molto carino è l'incipit, con le tre che si fanno oggetti di quadri ideali del pittore:

Uno dei momenti più intensi è certo il momento del caffè, quando sono rievocate le poche e scelte frequentazioni del 'maestro' (che rifiutava questo nome!), tra cui anche Monica Vitti, che lesse delle poesie proprio male. Ancora, le Alpi (troppo alte) e il loro 'colurazz', i gusti letterari e l'abitudinarietà della vita di Morandi, rievocata con grande delicatezza.
Lo spettacolo (in visione quasi privata: una ventina al massimo gli spettatori!) si ricorda per molti aspetti: su tutti l'affiatamento delle attrici in scena, che impersonano le tre sorelle di Giorgio Morandi, sempre nubili e votate alla sua cura (un po' come quelle di Pascoli). Molto carino è l'incipit, con le tre che si fanno oggetti di quadri ideali del pittore:

Uno dei momenti più intensi è certo il momento del caffè, quando sono rievocate le poche e scelte frequentazioni del 'maestro' (che rifiutava questo nome!), tra cui anche Monica Vitti, che lesse delle poesie proprio male. Ancora, le Alpi (troppo alte) e il loro 'colurazz', i gusti letterari e l'abitudinarietà della vita di Morandi, rievocata con grande delicatezza.
venerdì 23 gennaio 2009
guerra animata e memoria
Ali Forman con Valzer con Bashir (Waltz with Bashir, Israele-Germania-Francia 2008, 87') ha creato qualcosa di importante (e non solo per sé stesso, come terapia non so fino a che punto autobiografica, come si accenna nella battute iniziali): ha messo in scena le atrocità della guerra e ne ha comunicato l'orrore per mezzo dell'animazione in modo più vivo e 'vero' di quanto non avrebbe fatto un film tradizionale, con attori in carne ed ossa. Molto dice già Gabriele Romagnoli che mi segnali (Il mondo a fumetti, in La Repubblica, 13 gennaio):
Aggiungerei solo le numerose citazioni da Full metal jacket e Apocalypse now, omaggi sì, ma anche necessarie a creare il giusto mood nello spettatore. Certe parti narrative (come le parentesi olandesi) sembrano a volte ridondanti, ma hanno la funzione di pausare lo scavo nella memoria e di assimilare le emozioni e le immagini. Da ricordare anche la sequenza iniziale, l'incubo iniziale con i cani neri, e il ritorno a casa del protagonista durante una licenza, con la vita quotidiana che scorre velocissima rispetto a lui.
Quattro figure umane, nude e armate, emergono gialle accecanti dal mare nero e avanzano nella notte verso il lungomare di Beirut, traviata bellezza di palme spiumate e grattacieli deserti. Li accompagna una musica hard rock. Non sono irreali, sono iperreali. Come lo era la ragazzina bidimensionale inscritta a forza nel velo nero, in una Teheran sontuosamente claustrofobica. Come lo erano i topi nel lager. O le montagne di rifiuti che rappresenteranno un giorno l' unico paesaggio visibile sul pianeta Terra. Adesso che Valzer con Bashir ha vinto il Golden Globe per il miglior film straniero e si avvicina all' Oscar (niente patriottismi per Gomorra, si rispetti l' imbarazzo di chi dovrà scegliere), adesso è chiaro che la storia si può raccontare in un modo nuovo e più efficace: disegnandola. Oggi Bashir (e Wall-E), ieri Persepolis. Prima ancora Maus. Chiamarli fumetti o cartoni è diventato riduttivo. Se ne sono accorti perfino a Hollywood: due anni fa commisero l' errore di nominare Persepolis nella categoria "film animati" e il peccato capitale di preferirgli Ratatouille, variazione sul tema del topo fortunato. Quest' anno stanno per spedire Bashir dove gli compete: tra i film punto e basta. che le immagini siano disegnate anziché riprese è una geniale trovata di forma che non altera il contenuto, ma lo potenzia. Finita per sempre è l' epoca in cui fumetto e cartone erano sinonimi di storie a lieto fine, avventure di pura fantasia aventi per protagonisti animali umanizzati per incarnare virtù o, se proprio si doveva, blandi difetti. Art Spiegelman, con Maus ha infranto il tabù. Impadronendosi dell' invettiva nazista contro Topolino («Non è accettabile l' idealizzazione del più sporco e carico di batteri tra gli animali! Basta con le brutalizzazioni giudaiche! Basta con Topolino!») l' ha portata alle estreme conseguenze, disegnando i prigionieri nei lager come topi, i loro carnefici tedeschi come gatti (e cani gli americani, rane i francesi). Ha abbattuto una barriera e aperto una strada. Non a caso i giurati del Pulitzer, pur attribuendogli un premio speciale, lo trovarono «difficile da classificare». Non sapevano bene in quale categoria farlo rientrare, come se il lampo di genio non fosse proprio quello valica in un sol colpo tutti gli steccati e le divisioni messe giù a priori. Seduto nel suo affollato studio di New York, all' ombra delle Torri destinate a scomparire (e intitolare con la loro assenza un suo successivo lavoro), Spiegelman apriva due porte in contemporanea, facendo entrare la Storia nel fumetto e il fumetto nella storia. Perché fermarsi al passato quando è possibile, con lo stesso strumento, raccontare il presente, tentare la graphic novel in presa diretta? È quello che ha fatto poco dopo Joe Sacco con Palestina, reportage a strisce dal Medio Oriente, che proseguirà fino ad arrivare in Bosnia. Era lo spirito dei tempi. Era una scelta che si andava propagando. Uscita dall' adolescenza e dall' Iran, l' esule Marjane Satrapi voleva comunicare la sua esperienza. Ricordava soltanto l' oppressione, l' oscurità. L' inchiostro fu il suo modo di riprodurle. Un tratto semplice, come lo è la sopraffazione, rendeva ancor più intollerabile il regime. Nel passaggio dal fumetto al cartoon Persepolis ci guadagnava, accrescendo la forza di persuasione delle immagini e diventando un veicolo nascosto della contestazione, sfidando la censura più di qualunque altro prodotto culturale ("Leggere Lolita a Teheran" si è tradotto più diffusamente in "Vedere Persepolis" nella capitale iraniana). In qualche modo la linearità del tratto e il suo carattere monocromatico hanno reso universale una storia tanto particolare. E siamo al Valzer con Bashir, ultimo giro di pista della storia a fumetti. Il regista israeliano da anni spettacolarizzava i sensi di colpa, avendo scritto la versione originale della serie tv In treatment. Da altrettanto tempo ricostruiva la realtà in scala 1 a 1 attraverso la forma del documentario. Lo colse la rivelazione, gli si squarciò nella memoria il velo dipinto che aveva avvolto la sua partecipazione al massacro nel campo profughi libanese di Sabra e Shatila. Come rendere conto di questa infame epifania? Un documentario? Ne esisteva già uno. Si intitolava 2000 terroristi, titolo mutuato dall' espressione usata dal premier israeliano Sharon («Ci sono duemila terroristi in quel campo profughi»). Lo aveva girato una coppia di olandesi, cercando di metterci imparzialità e distanza, raccontando attraverso le parole dei sopravvissuti e le immagini del repertorio. L' ho visto a un festival del cinema a Beirut, nel 2004 e non aveva metà della forza di "Bashir". Impossibilitato a tornare sui luoghi l' israeliano li evoca e li colora. La storia diventa ancor più tremenda per due motivi: non è raccontata dalla parte delle vittime, ma da quella dei carnefici (volendo distinguere, dei loro complici). Ma soprattutto, come già l' Iran della Satrapi, il Libano di Folman trova nella sua rappresentazione animata una definitiva collocazione nel regno della ferocia. Non c' è più nessuna via di scampo: anche i personaggi disegnati non hanno riscatto, anche i loro gesti, per forza di cose limitati perché inscritti nelle limitate possibilità della struttura, sono gesti di morte. Più lontano dalla realtà significa, in questo come nel caso di Maus, più vicino alla follia. È un percorso senza ritorno che sdogana il fumetto e il cartone come forme d' arte, li sottrae alla provincia del giovanilismo, li rende universale messinscena del male della storia, tanto più efficace quanto in teoria incapace di essere feroce. Tutta la violenza che abbiamo sempre visto come irreale nei quotidiani massacri che infliggevano gli struzzi ai coyote, gli scoiattoli ai paperi, diventa qui reale, iperreale. Diventa storia a colori per generazioni che non hanno voluto saperne, che hanno sperato di dimenticare evitando qualche libro, un documentario, la pedante versione di superstiti da sempre confinati nel girone dei disperati. Invece, a tradimento, la verità li aspettava proprio dove aspettava Folman, a un soffio dal fondo del pozzo dell'oblio: in un sogno a tinte forti, con personaggi dalle facce smussate e un sottofondo di musica hard rock. In un cartone così animato, da potersi permettere di raccontare la perdita dell'anima.
Aggiungerei solo le numerose citazioni da Full metal jacket e Apocalypse now, omaggi sì, ma anche necessarie a creare il giusto mood nello spettatore. Certe parti narrative (come le parentesi olandesi) sembrano a volte ridondanti, ma hanno la funzione di pausare lo scavo nella memoria e di assimilare le emozioni e le immagini. Da ricordare anche la sequenza iniziale, l'incubo iniziale con i cani neri, e il ritorno a casa del protagonista durante una licenza, con la vita quotidiana che scorre velocissima rispetto a lui.
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