Appunti di un domenica intensa: Make way for tomorrow di Leo McCarey (Cupo tramonto, Usa 1937, 91') è un ottimo film, molto in anticipo sui tempi (i dialoghi impressionano per modernità): all'inizio domina un registro amaramente ironico, mentre progressivamente il melò si impossessa della narrazione, sempre mantenendo un certo equilibrio. I due anziani genitori, divisi e lontani (mi ricorda molto alla lontana il racconto nel racconto di Principianti), sono in balia dei figli, che non sanno come disfarsene. Molto amara (e ben fatta) è la seconda luna di miele e il tristissimo addio alla stazione.
La versione restaurata e con audio originale inglese di Giù la testa di Leone (Italia 1971, 153') è un puro piacere per il palato e gli occhi, col suo stile barocco (e quasi autoparodico). A parte alcune lungaggini nella parte centrale e l'assurdo ricordo rallentato di una giovinezza irlandese felice e perduta (à la Jules et Jim), la storia dell'amicizia tra l'anarchico bandito messicano e il rivoluzionario bombarolo irlandese ha i contorni dell'epos.
Le feu Mathias Pascal (Francia 1925, 170') di Marcel L'Herbier, proiettato al Comunale, è invece parecchio noioso (e lungo), piacevole ma non entusiasmante la partitura di Timothy Brock.
lunedì 29 giugno 2009
domenica 28 giugno 2009
falsa partenza
L'entusiasmo del primo giorno di Cinema Ritrovato non ha incontrato film memorabili, purtroppo.
Dal film di Frank Capra Ladies of leisure (Femmine di lusso, Usa 1930, 99') non mi aspettavo molto: un Traviata con happy ending, leggero specie nella prima parte (la sequenza della festa iniziale) e dell'innamoramento, ma nulla di più.
Più cocente la delusione per Shanghai Gesture (I misteri di Shangai, Usa 1941, 99') di Von Sternberg: qualche momento da ricordare come il girone infernale del locale e la scena dell'appetizer (così lo definisce la perfida Mother Gin Sling) per gli uomini alla cena del capodanno cinese, con la vendita delle schiave. La figlia di Mother Gin Sling e di Sir Charteris, nelle prime inquadrature, ricorda Audrie Hepburn.
Quanto a Red Shoes (Scarpette rosse, Usa 1948, 133') della coppia Michael Powell-Emeric Pressburger, va reso merito al restaruro, davvero ottimo (ma i 4 bip del sonoro potevano essere tolti; l'audio in piazza era comunque troppo alto). Molto bella la sequenza centrale del balletto, ma nel complesso nulla di travolgente.
Dal film di Frank Capra Ladies of leisure (Femmine di lusso, Usa 1930, 99') non mi aspettavo molto: un Traviata con happy ending, leggero specie nella prima parte (la sequenza della festa iniziale) e dell'innamoramento, ma nulla di più.
Più cocente la delusione per Shanghai Gesture (I misteri di Shangai, Usa 1941, 99') di Von Sternberg: qualche momento da ricordare come il girone infernale del locale e la scena dell'appetizer (così lo definisce la perfida Mother Gin Sling) per gli uomini alla cena del capodanno cinese, con la vendita delle schiave. La figlia di Mother Gin Sling e di Sir Charteris, nelle prime inquadrature, ricorda Audrie Hepburn.
Quanto a Red Shoes (Scarpette rosse, Usa 1948, 133') della coppia Michael Powell-Emeric Pressburger, va reso merito al restaruro, davvero ottimo (ma i 4 bip del sonoro potevano essere tolti; l'audio in piazza era comunque troppo alto). Molto bella la sequenza centrale del balletto, ma nel complesso nulla di travolgente.
sabato 27 giugno 2009
il vecchio e il giovane
È tornata l'estate e con lei il cinema in piazza... ieri sera antipasto del Cinema Ritrovato con Il tempo si è fermato, primo lungometraggio di Ermanno Olmi (Italia 1960, 83'). Eccellente... Al di là della sceneggiatura molto studiata e degli accurati movimenti di macchina, quello che sorprende è la leggerezza del film, giocato tutto su un conflitto generazionale in chiave ironica (e sottilmente malinconica), sottolineato non solo dalla distanza anagrafica e culturale tra il vecchio e il giovane, ma anche e soprattutto dalla lingua (il primo usa il dialetto delle valli bergamasche, il secondo un fastidioso milanese). Una distanza che sfocia prima in diffidenza, poi in una curiosità reciproca per finire, sembra, in un rapporto più amicale. In ogni caso, la constatazione del fatto che "il mondo si è cambiato", che le nuove generazioni non siano all'altezza di quelle passate, ha un retaggio millenario e classico (con l'accennata condanna al denaro ed al suo potere corruttore). E il finale fa certo sorridere, ma comunica l'inesauribile pessimismo del regista, se letto in chiave metaforica.
venerdì 26 giugno 2009
senza età
Dopo una settimana di Salento tra Ionio e Adriatico e tanti obbrobri nazionali di cui qui tacer è bello, l'aperitivo del festival del Cinema Ritrovato è stato ieri Settimo cielo (Wolke 9) di Andreas Dresen (Germania 2008), visto all'Europa (una vita che non ci tornavo). Al di là del fatto che i protagonisti sono ultrasessantenni, la trama, la sceneggiatura e i dialoghi non sono nulla di speciale: un normale film di amore, tradimento, crisi coniugale con tragedia come lapide prima dei titoli di coda. Se i protagonisti fossero adolescenti o una coppia hollywoodiana bella e famosa nessuno avrebbe prestato troppa attenzione al film, che ha invece il suo focus proprio nel mostrare l'amore incanutito, nella decadenza fisica propria della vecchiaia. Se fosse un racconto morale di Romehr, sarebbe sottotitolato 'L'amore non ha età'. Lo stile e la fotografia ricordano i Dardenne (hai ragione), le situazioni Bergman (e il marito sembra un suo personaggio tipo), ma senza il suo spessore. Ritmo lento (adeguato alla vecchiaia), poche emozioni. Un po' sopravvalutato.
(Complimenti solo al direttore della fotografia per l'inquadratura che lascia un briciolo di cielo in alto a destra, nel momento in cui la coppia ormai scoppiata rievoca dopo la festa di compleanno dei nipoti il proprio passato: quel cielo sembra indicare ciò che resta del loro amore. Ma sulla volontarietà di ciò non ne sarei troppo sicuro...)
(Complimenti solo al direttore della fotografia per l'inquadratura che lascia un briciolo di cielo in alto a destra, nel momento in cui la coppia ormai scoppiata rievoca dopo la festa di compleanno dei nipoti il proprio passato: quel cielo sembra indicare ciò che resta del loro amore. Ma sulla volontarietà di ciò non ne sarei troppo sicuro...)
sabato 6 giugno 2009
film piemontesi
Tra papiri e traduzioni si riescono pure a rivedere un paio di film: curiosa la coincidenza del passaggio televisivo de I giorni dell'abbandono il giorno stesso in cui ho letto il libro (non c'è confronto: vince il libro 10-1, ma la Buy è molto brava). L'altra seconda visione è de L'homme qui amait les femmes di Truffaut in francese: l'ho apprezzato, a differenza della lontana estate del 2003, piacevole e leggermente elegiaco, specie nel finale (les temps qui vont changer, si direbbe, e la scena al cimitero). Quanto all'elogio reiterato delle gambe delle donne, beh... ça va sans dire!
venerdì 5 giugno 2009
di ninfee, ponti, glicini ed altro
Dopo alcuni manoscritti, un radicale cambio di prospettiva alla mostra Monet. Il tempo delle ninfee in corso a Palazzo Reale a Milano. Non molto grande, con alcuni quadri molto interessanti (un paio da urlo), giusti i confronti con l'arte giapponese di metà Ottocento, ben conosciuta e amata dal pittore. L'unica pecca è la mancata collocazione in ordine cronologico, che non permette un'immediata comprensione dell'evoluzione pittorica e poetica dell'artista, che passa da una maggiore adesione ad una realtà fenomenica più riconoscibile (come nell'immagine qui a fianco) per approdare ad un colorato astrattismo di ricerca, dove il soggetto (il famoso ponte, ad esempio) diviene puro pretesto per la sperimentazione cromatica. Pessimo il bookshop e scarse le didascalie (niente a che vedere con l'ottima mostra di Morandi a Bologna).
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