giovedì 11 dicembre 2008

il mare in discesa



Ci sono mattine, quando piove e fa freddo, in cui ci si ricorda camminando di aver appena rivissuto in sogno un ricordo prezioso, che serve a scaldarci il cuore.

mercoledì 10 dicembre 2008

secondo appunto sul cinema di Melville

Un signor noir Lo spione (Le Doulos, Francia-Italia, 1962, 108'), chapeau! Ottimamente giocato sulle musiche e sulle luci che definiscono atmosfere cupe e inquietanti, il film, brillante nel suo essere di genere, è sorretto (e vive attorno) al mefistofelico personaggio di Jena-Paul Belmondo, Silien, sul cui volto è quasi sempre stampato un ghigno diabolico e seducente, che porta alla rovina chi lo circonda. Tiene fede all'epigrafe di Céline (da Viaggio al termine della notte) che apre il film:
il faut choisir, mourir ou mentir
(bisogna scegliere, morire o mentire).
(Melville ha però tagliato il seguito: "Moi, je vis", quanto a me, io vivo). A questa massima si adegua il delatore Silien: non conosciamo tuttavia i motivi che lo abbiano indirizzato a questa 'professione', a cui si dedica totalmente.


(ACHTUNG: RIVELERÒ IL FINALE DEL FILM)


Un criminale per i criminali, uno Iago che muore quasi per sbaglio, per mano di un killer che credeva di aver ucciso, come in un horror di serie z (sembra quasi uno stratagemma per chiudere il film): appunto, il suo fascino maligno seduce lo spettatore, che si trova a fare il tifo per lui. Memorabile è la telefonata prima di spirare che fa alla sua donna, dicendole solo "stasera non vengo".
Da ricordare anche un giovanissimo Michel Piccoli, molto bravo nella parte di chi capisce di essere condannato, la scena dell'interrogatorio con il lungo pianosequenza, alcune inquadrature di volti allo specchio.

lunedì 8 dicembre 2008

risposta: sì!

Tornando a casa, ieri sera, sotto i portici di via Irnerio, canticchiavi "scivola, scivola vai via, non te ne andare ...": "Ecco, questa canzone l'avevo dimenticata nel post precedente!" (II tempo, per la cronaca)

Tornando a casa dal Lumière, dopo la proiezione di Stella (di Sylvie Verheyde, Francia 2008, 102'), un bel film francese in tutto e per tutto: per l'atmosfera, la sensibilità e la delicatezza nel trattare situazioni familiari e personali molto difficoltose. Il grande pregio di questo film consiste nella scelta di girare tutto ad altezza protagonista, cioè ad altezza di bambina (molto espressiva la giovanissima Leora Barbara): e proprio sotto questo angolo di osservazione la regista sceglie di raccontare solo la sua sfida quotidiana alla vita e all'ambiente (non certo positivo) che la circonda. I problemi (e la crisi) di coppia vissuti dai suoi genitori, le difficoltà di vivere dentro e al piano di sopra del caffè gestito da loro, il rapporto con gli avventori (tra cui anche un inequivocabile 'orco'), tutto questo non è volutamente approfondito, drammatizzato, ma osservato, vissuto e raccontato attraverso gli occhi e i pensieri di Stella, ingenui e profondi allo stesso tempo. Ad esempio, quando si sta recando per la prima volta a casa della sua amica-compagna di banco Gladys (dal viso tondo e buffo), riflette sulla sua diversità (citazione a memoria con inevitabili omissioni): "so tutto del campionato di calcio, so come si scopa o come si fa un bambino, so tutto del biliardo e delle carte, ma nulla delle cose che contano nella vita". Stella si riferisce alla diversa estrazione culturale rispetto all'amica, a differenza della quale non conosce Fontainbleaux, Balzac o Cocteau, ma che per emulazione e curiosità decide di cominciare a frequentare, appassionandosi alla lettura (e attirandosi gli sguardi e le perplessità della madre, che vedendola leggere e rifiutare un giro di shopping le chiede se sia per caso innamorata). La critica non ha sbagliato a parlare di questo film come de I quattrocento colpi al femminile (aggiungendo anche il confronto con Il tempo delle mele): la differenza sta forse nel tocco ancora più leggero e femminile della regista, che lo distingue dal grande Truffaut e fa sì che non ne sia una copia in qualche modo attualizzata. E tanti sono i momenti da ricordare, come il dialogo tra madre e figlia dopo la convocazione in presidenza ("è a lei che bisognerebbe spaccare la faccia contro il termosifone"), al rapporto tra Stella e l'amica di campagna, il momento in cui Stella imbraccia il fucile e intima all'amante della madre di andarsene, le prime mestruazioni di Stella, la corsa all'uscita della libreria dopo l'acquisto di un libro di Cocteau ...
Insomma, un film che vorrei rivedere tra qualche anno, quando lo avrò quasi dimenticato: uno dei complimenti migliori per qualsiasi opera d'arte.

domenica 7 dicembre 2008

Un'altra volta, bionda ...

Concerto-spettacolo teatrale da urlo quello di Vinicio Capossela ieri al Teatro Duse (Solo show): più di due ore di musica travolgente (con cammeo di Bergonzoni nel finale) e non solo (lui è sempre più un'animale (un minotauro?) da palcoscenico, accompagnato da musicisti impeccabili e dal mago Christopher Wonder (la human pignatta).

I tempo, o "parte spirituale del concerto": Il gigante e il mago, In clandestinità (eseguita più veloce che nell'album), Parla piano, Una giornata perfetta, Il paradiso dei calzini (eseguita su un pianofortino per bambini; introdotta dalla storia dei guantini), Orfani ora, Vetri appannati d'America, Dall'altra parte della sera, La faccia della terra, Non c'è disaccordo nel cielo.

intervallo: intrattiene il mago Wonder

II tempo, o "parte corporale del concerto" (se ricordo bene): Bardamù (travolgente), Con una rosa, Marajà (hors categorie, inarrivabile, da far venire giù il teatro, con Vinicio in gabbia), Medusa cha cha, Canzone a manovella (con annesso palombaro, dedicata a chi si è perso per il Pratello, e con Vinicio che esce di scena con coda da sirena), medley con La marcia del camposanto e Pena de l'alma ad introdurre l'Uomo vivo accompagnato dal numero della human pignatta, chiusa da una strofa di Al colosseo, Brucia troia (ancora con Vinicio in gabbia e con l'ormai usuale maschera da minotaruro; alla fine discesa tra il pubblico della platea per prelevare due "ostaggi" da chiudere in gabbia).


III tempo, o appendice delle confidenze, al piano da saloon, fronte al pubblico: Sante Nicola, Case (in memoria della casa di via Centotrecento), All'1 e 35 circa (con presentazione della band) e chiusura con una strofa de Il gigante e il mago.

Dimentico nulla?

sabato 6 dicembre 2008

primo appunto sul cinema di Melville

Ieri sera in Cineteca proiezione di Tutte le ore feriscono l'ultima uccide! di Jean-Pierre Melville (Le deuxième souffle, Francia, 1966, 144'), considerato dalla critica uno dei suoi migliori polar (policier + noir). Il film comincia dove era terminato Un condannato a morte è fuggito di Bresson (1956), quasi una citazione-omaggio: dalla fuga dal carcere gli eventi si dipanano in modo rapidissimo (con flashback e forward), secondo un ritmo calante dalla metà in poi. Ogni personaggio ha una propria sfumatura, tanto positiva quanto negativa, ma resta sempre fedele al proprio ruolo/destino, che non può, o vuole, cambiare. Fotografia 'affilata', regia nervosa e frequente uso dello zoom, trama a volte confusa (soprattutto nel ricollegare nomi a volti), piacevolmente chandleriano.

mercoledì 3 dicembre 2008

Provaci ancora, Clint!

Changeling

(di Clint Eastwood, con Angelina Jolie, John Malkovich, Jeffrey Donovan; Usa 2008, '140)

Il buon vecchio Clint si merita la sufficienza, ma solo perché è lui (fosse stato un altro, lo ammetto, il voto sarebbe diverso). Rispetto allo stile essenziale dei precedenti Mystic River e Million Dollar Baby il film è caratterizzato da uno stile troppo pieno e 'americano' (nel senso peggiore, cioè ridondante ed enfatico): gli esempi non mancano, a partire dal ralenti della cenere di sigaretta, passando per il colloquio in cella tra madre e assassino, "alle scene nell'ospedale psichiatrico". Ricorda un po' lo stile di Mezzanotte nel giardino del bene e nel male, anch'esso a mio avviso imperfetto. E non giova il mescolare troppi stili, come nella prima scena al ranch, dove si passa dal poliziesco, al western, al noir in un batter di ciglia. È un peccato, perché la storia è davvero degna di essere raccontata: il dolore di una madre e le umiliazioni e discriminazioni subite, la lotta titanica contro un potere corrotto, lo sfruttamento di un caso personale per scopi politici, la ricerca e l'esigenza di giustizia, la pena di morte. Da ricordare, in poche scene, la luce che taglia il volto della Jolie.


Addendum al post precedente: nella fretta mi sono dimenticato di aggiungere (a futura memoria) che la rievocazione della sorte di un vecchio cacciato da una farm e costretto a peregrinare con la famiglia al seguito mi ha rievocato Furore, sempre però in un mood più leggero. E il racconto iniziale della vita di fabbrica il grande Paolini degli Album.

lunedì 1 dicembre 2008

Una tragicommedia sudafricana (quasi un blues)

C.I.C.T/ Thèatre des Bouffes du Nord

Sizwe Banzi est mort

di Athol Fugard, John Kani e Winston Ntshona; adattamento in francese di Marie Hélène Estienne; regia Peter Brook; con Habib Dembélé, Pitcho Womba Konga

Brook mette in scena con estrema intelligenza una tragicommedia di una township sudafricana del tempo dell'apartheid, che potrebbe essere tranquillamente una periferia di una qualsiasi città europea: il dramma degli invisibili (e perciò sempre sfruttati) è però narrato e agito con un registro comico e 'leggero', che diverte e coinvolge, grazie soprattutto all'estrema bravura dei due attori.
Il riso si rivela il solo modo per reagire ad una vita di sfruttati: in tal senso il racconto iniziale della visita alla fabbrica della Ford sudafricana da parte del proprietario americano è da antologia. Stupendo è anche il momento di training 'educativo' per appropriarsi dell'identità del defunto Robert Zwelinzima, cancellando il vecchio Sizwe, cui la polizia ha dato quello che da noi sarebbe il foglio di via. Scena spoglia, pochi oggetti, ma molto funzionale. Grandi applausi, meritati.