In poche parole: grandi aspettative, tutte disilluse, per L'intervista di Natalia Ginzburg, con Valerio Binasco (anche autore della regia), Maria Paiato e Azzurra Antonacci. Brutto testo, noioso e inconsistente: il racconto di tre solitudini annoia e non trasmette alcuna emozione. Non male gli interpreti, regia insignificante (ma in effetti si può fare poco di un testo così). In prospettiva spiace essere andati fino a Ferrara.
Addenda al post precedente: a testimonianza della bravura della Asti e la bellezza della sua voce vorrei ricordarmi delle sfumature con cui declina "giorni felici" e "garantita, genuina, purissima". In La presidentessa esilaranti l'esito del neo di Gobette sul Guardasigilli (e la sua reazione quando lei "fa la gran dama") e la richiesta di matrimonio con interprete!
mercoledì 25 novembre 2009
lunedì 23 novembre 2009
comico e tragico
Dalla breve parentesi monacense si ritorna con due begli spettacoli: sabato sera al Testoni di Casalecchio La presidentessa (di Maurice Hennequin e Pierre Veber), messo in scena da Massimo Castri con Marco Brinzi, Giorgia Coco, Francesca Debri, Michele Di Giacomo, Federica Fabiani, Alessandro Federico, Vincenzo Giordano, Diana Hobel, Alessandro Lussiana, Davide Lorenzo Palla, Antonio Giuseppe Peligra. Dopo la straordinaria messa in scena di Così è, se vi pare ci siamo catapultati a teatro e ne è valsa la pena: vaudeville brillante e molto divertente, specie nel secondo atto; tempi rapidissimi e sempre azzeccati, molto bravi gli attori. L'unico appunto riguarda il personaggio di Gobette: sarebbe stato meglio un trucco e un abbigliamento più 'provocante', in modo da giustificare meglio il suo ruolo di femme fatale.
Domenica pomeriggio al Comunale di Ferrara per Giorni Felici di Beckett, regia di Robert Wilson con Adriana Asti, un'eccellente Winnie (tutti gli applausi sono meritati): la resa animalesca di Willie rende ancora maggiore la disperata condizione della donna, il suo deserto e la sua angoscia esistenziale. Una messa in scena molto differente da quella di Adriatico (più giocata sul comico), che privilegia e sottolinea la tragicità dell'esistere, della vita di coppia - "mi chai chiesto la mano: da allora non mi hai parlato più" - e del vuoto, da riempire con la sporta e il canto (ma al momento giusto), prima che finiscano le parole (che già vengono meno nella citazione di versi, con alcune parole sostituite da 'cose'). Scenografia scarna, con la Asti immersa in un monticello di roccia/cemento. E molto emozionante l'inizio, con il telo bianco mosso dal vento e poi fatto cadere.
Domenica pomeriggio al Comunale di Ferrara per Giorni Felici di Beckett, regia di Robert Wilson con Adriana Asti, un'eccellente Winnie (tutti gli applausi sono meritati): la resa animalesca di Willie rende ancora maggiore la disperata condizione della donna, il suo deserto e la sua angoscia esistenziale. Una messa in scena molto differente da quella di Adriatico (più giocata sul comico), che privilegia e sottolinea la tragicità dell'esistere, della vita di coppia - "mi chai chiesto la mano: da allora non mi hai parlato più" - e del vuoto, da riempire con la sporta e il canto (ma al momento giusto), prima che finiscano le parole (che già vengono meno nella citazione di versi, con alcune parole sostituite da 'cose'). Scenografia scarna, con la Asti immersa in un monticello di roccia/cemento. E molto emozionante l'inizio, con il telo bianco mosso dal vento e poi fatto cadere.
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martedì 17 novembre 2009
passione cinematografica
Più passano i giorni (ormai sono tre), più Los abrazos rotos (Gli abbracci spezzati, Spagna 2009) di Pedro Almodovar "cresce alla distanza"... e già da subito mi/ci aveva convinto! Una storia d'amore, passione, dolore, cecità, raccontata con grande delicatezza e con una passione cinematografica rara. E mi trovo d'accordo con Mereghetti, quando scrive che questo film è un atto d'amore per il cinema: quasi ogni scena o situazione stuzzica la memoria e il cuore del cinefilo doc - tra i tantissimi e in ordine sparso: Penelope Cruz che viene chiamata Severine come Belle de jour, la (doppia) spinta giù per le scale ricorda Hitchock, l'autocitazione-rifacimento di Donne sull'orlo di una crisi di nervi nell'esilarante finale 'ritrovato' di Chicas y maletas (che termina lasciando allo spettatore una curiosità destinata a non essere soddisfatta), il film nel film come Effetto notte, con vicissitudini amorose connesse, la foto dalla scogliera a Lanzarote che, come in Blow up, una volta sviluppata, rivela una coppia di amanti che si baciano. Su tutto però voglio ricordare due scene: la prima è quella con la Cruz che doppia se stessa mentre il ricco compagno guarda le riprese fatte dal figlio-spia; l'altra è quella di Harry Caine che, nonostante la sua cecità, riesce a incorniciare con le proprie mani la sua amata (ormai defunta) sullo schermo della televisione. E ancora, sempre a proposito di finezza e grande mestiere del regista, mi viene in mente l'incipit del film: quando Judit García, la sergetaria di produzione di Harry, lo trova seminudo dopo che ha appena fatto sesso sul divano con una sconosciuta, basta uno sguardo di lei per capire che tra i due c'è stato qualcosa e che Diego sia loro figlio. Proprio un gran bel film!
domenica 8 novembre 2009
violenze private e aziendali
Lo spettacolo Festa di famiglia (drammaturgia e regia di Manuela Mandracchia, Alvia Reale, Sandra Toffolatti, Mariangeles Torres, collaborazione alla drammaturgia di Andrea Camilleri) visto venerdì sera al Duse è una piacevole sorpresa: prima di tutto è ben recitato dai sei attori (Fabio Cocifoglia, Manuela Mandracchia, Alvia Reale, Diego Ribon, Sandra Toffolatti e Mariangeles Torres); in secondo luogo la regia è ben fatta, calibrata nei tempi (alternanza di registro drammatico-comico con inserti di musical) e nella ricerca delle simmetrie sulla scena, specie nelle parti iniziale e finale (ripensandoci un po' troppo artificiose). La scelta di riutilizzare e risemantizzare passi di Pirandello può essere poco comprensibile come dici, e a due giorni di distanza mi pare che tu abbia ragione (sul momento non ci avevo dato peso). Il cuore dello spettacolo è la violenza sulle donne in contesto familiare e, a pensarci meglio, il legame con il drammaturgo ci può anche essere, ma forse è un po' troppo labile (secondo il ben noto adagio: chi cerca qualcosa in un testo letterario trova sempre quello che vuole), però in un certo senso funziona. Piacevole e (mi viene ora questo aggettivo) un po' furbo (il gag del cellulare, quello del foulard strappato). L'idea migliore (per quanto non originale, ma già usata da Castri nel recente Così è, se vi pare) è la scelta di far cominciare lo spettacolo con gli attori che risistemano la scena, che il finale rivela essere l'esito del dramma: come a sottolineare da un lato la metateatralità della situazione (sono 'persone' teatrali condannate dalla trama a ripetere sempre le stesse azioni), dall'altro il reale iterarsi della violenza sulle donne.
Di violenza pubblica parla invece Capitalism: A Love Story di Michael Moore (Usa 2009, 128'): molto pamphlet e poca spiegazione, come in Fahrenheit 9/11, ma distante dalla lucida e giustamente velenosa critica di Sicko. Agghiacciante la storia delle assicurazioni sulla vita dei dipendenti (dead peasants: come se si trattasse dei fanti di un videogame) stipulate dalle aziende; eccellenti alcuni momenti satirici, come l'inizio con il parallelo tra la vita della Roma imperiale e le immagini dell'America contemporanea, Gesù che predica il verbo capitalista o le scene a Wall Street. Ma chi non sa cosa sia un derivato capisce ben poco di quanto è avvenuto.
Di violenza pubblica parla invece Capitalism: A Love Story di Michael Moore (Usa 2009, 128'): molto pamphlet e poca spiegazione, come in Fahrenheit 9/11, ma distante dalla lucida e giustamente velenosa critica di Sicko. Agghiacciante la storia delle assicurazioni sulla vita dei dipendenti (dead peasants: come se si trattasse dei fanti di un videogame) stipulate dalle aziende; eccellenti alcuni momenti satirici, come l'inizio con il parallelo tra la vita della Roma imperiale e le immagini dell'America contemporanea, Gesù che predica il verbo capitalista o le scene a Wall Street. Ma chi non sa cosa sia un derivato capisce ben poco di quanto è avvenuto.
venerdì 6 novembre 2009
gelida calligrafia
La sensazione che mi lascia Il nastro bianco di Michael Haneke (Das Weiße Band, Austria-Francia-Germania 2009, 144') è questa, molto simile a quella provata dopo Caché. E la struttura dei due film è molto simile: assenza quasi totale di musica, finale aperto (qui accentuato dalla dichiarazione iniziale di narrazione soggettiva e perciò priva di oggettivo - per quanto possibile - metodo storiografico), violenze psicologiche esplicite e solo accennate, ricerca di uno stile freddo e sottilmente inquieto.
Tuttavia, rispetto al proposito del regista - indagare le origini della generazione che accolse l'avvento del nazismo - la narrazione risulta insoddisfacente: l'atmosfera infernale del villaggio dovuta alle prevaricazioni ed ai soprusi familiari e comunitari pare una caratteristica comune alle piccole comunità rurali europee di fine Ottocento-inizio Novecento: che basti questo per chiarire il background di una tragedia europea e mondiale pare forse riduttivo.
Nel complesso il film, nel suo bianco e nero talvolta sovraesposto e dai voluti contrasti violenti, risulta un esercizio di stile talvolta noioso e incapace di coinvolgere ed emozionare: la vivisezione della violenza non appassiona e sembra invece una stanca variazione sul tema caro ad Haneke.
Tuttavia, rispetto al proposito del regista - indagare le origini della generazione che accolse l'avvento del nazismo - la narrazione risulta insoddisfacente: l'atmosfera infernale del villaggio dovuta alle prevaricazioni ed ai soprusi familiari e comunitari pare una caratteristica comune alle piccole comunità rurali europee di fine Ottocento-inizio Novecento: che basti questo per chiarire il background di una tragedia europea e mondiale pare forse riduttivo.
Nel complesso il film, nel suo bianco e nero talvolta sovraesposto e dai voluti contrasti violenti, risulta un esercizio di stile talvolta noioso e incapace di coinvolgere ed emozionare: la vivisezione della violenza non appassiona e sembra invece una stanca variazione sul tema caro ad Haneke.
martedì 3 novembre 2009
pioggia, vento, autostrada, musica
Gita fuori porta (a Firenze, Teatro della Pergola - molto carino) per il concerto di Katia e Marielle Labèque (ad un anno circa da quello di Modena), accompagnate nel Bolero dai percussionisti Fred Chambon, Thierry Biscary e Paxkal Indo. Programma:
I. Albeniz, Iberia, Libro I: Evocacion (arr. A. Decaux), El puerto (arr. A. Decaux), El Corpus Christi en Sevilla (arr. A. Decaux); Iberia, Libro II: Triana (arr. E. Granados); Iberia, Libro III: El polo (arr. J.A. Amargos); Iberia, Libro IV: Malaga (arr. J.A. Amargos); Iberia, Libro IV: El Albaicin (arr. J.A. Amargos).
C. Debussy, Nocturnes: Nuages, Fêtes (arr. M. Ravel).
M. Ravel, Bolero (versione originale per due pianoforti, con arrangiamento di percussioni basche di T. Biscary e P. Indo).
Bis dei bravissimi percussionisti baschi (che fanno partecipare il pubblico!). Bella serata.
I. Albeniz, Iberia, Libro I: Evocacion (arr. A. Decaux), El puerto (arr. A. Decaux), El Corpus Christi en Sevilla (arr. A. Decaux); Iberia, Libro II: Triana (arr. E. Granados); Iberia, Libro III: El polo (arr. J.A. Amargos); Iberia, Libro IV: Malaga (arr. J.A. Amargos); Iberia, Libro IV: El Albaicin (arr. J.A. Amargos).
C. Debussy, Nocturnes: Nuages, Fêtes (arr. M. Ravel).
M. Ravel, Bolero (versione originale per due pianoforti, con arrangiamento di percussioni basche di T. Biscary e P. Indo).
Bis dei bravissimi percussionisti baschi (che fanno partecipare il pubblico!). Bella serata.
domenica 1 novembre 2009
una guerra, tutte le guerre
Il grande pregio di Lebanon (Israele-Germania-Francia-Libano 2009, 90') di Samuel Maoz risiede proprio in questo: come insegnano i grandi film sulla guerra (per lo più tutti radicalmente pacifisti), mostrano l'orrore e lo trasmettono nella sua dura crudeltà allo spettatore, trasformando una guerra ben precisa - il primo conflitto israelo-libanese del 1982 - in tutte le guerre che l'umanità ha combattuto. La prospettiva (autobiografica) di collocare la narrazione all'interno di un tank, il cui mirino del cannone si identifica con la macchina da presa, contribuisce al processo di immedesimazione dello spettatore, che è costretto a vedere ciò che vede il soldato: uomini dilaniati, macerie, una donna che piange straziata la perdita del proprio figlio e il cui abito prende fuoco (una delle sequenze migliori del film). Hai ragione a parlare di una scrittura troppo meccanica e in certi punti scontata: a posteriori è vero, ma sul momento non l'ho avvertito. Notevole anche la Ringkomposition del campo di girasoli.
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