lunedì 15 febbraio 2010

domenica in crescendo

Pomeriggio all'Arena per un'orripilante Andromaca con insulsa e raccapricciante regia di Alessandro Maggi, priva di qualsiasi idea teatrale e drammaturgica e capace di far recitare male anche Mascia Musy.

Sera con Il concerto (Le Concert, Francia-Italia-Romania-Belgio 2009) di Radu Mihaileanu: piacevole intrattenimento tipico di una commedia di caratteri (stavolta ebero-russi), senza pretese, giustamente inverosimile e leggera fin dalla fine dei titoli di testa, con la ricezione del fax; alti e bassi ce ne sono, ma diverte e coinvolge. Ricorda molto da vicino la struttura e la scrittura di Train de vie, specie per gli inserti gitani e per un certo stile yiddish che mette alla berlina la Russia contemporanea di oligarchi ed ex comunisti nostalgici (e certe manie dei teatri occidentali).

venerdì 12 febbraio 2010

La prima cosa bella

il tuffo finale liberatorio, con il primo sorriso di Bruno (Valerio Mastandrea) insieme alla sua 'coinquilina'
l'abbraccio di Valeria (Claudia Pandolfi) al suo vero amore, mentre il marito, petulante vigile urbano, viene accompagnato a casa dai genitori
il passato che si intreccia con il presente, la piccola storia di una famiglia, di una madre (Stefania Sandrelli) e dei suoi figli, cui cerca di nascondere tutto ciò che non va bene, tutto ciò che i bambini non devono sapere
l'adolescenza di Bruno, la solitudine a scuola (la scena della classe ricorda Ovosodo)
la scoperta di un fratello - "così potrai conoscere la mamma: una donna che ha rovinato la vita a me, a lei e potrebbe rovinarla anche a te"
un matrimonio e un funerale
il difficile rapporto tra due sorelle, tra una madre e un figlio, tra fratello e sorella
molte risate (il pallone da basket in faccia a Mastandrea che lo sveglia dal sonno drogato) e molte emozioni dolciamare

(di Paolo Virzì, Italia 2009)

lunedì 8 febbraio 2010

roaster & roasted

Weekend teatrale all'Arena del Sole, un alto e un basso. Orson Welles's roast di Michele De Vita Conti (anche regia) e Giuseppe Battiston, interpretato dallo stesso Battiston è stata una piacevole sorpresa: nel fumo denso del suo sigaro e avvolto da un accappatoio bianco il fantasma di Welles si muove sulla scena, prepotente, egocentrico ed esuberante come lo era in vita. Gli episodi salienti della sua vita artistica sono narrati come in una serata per un roasted (e non per persone bollite, o fritte, o lesse...) con accento italoamericano (molto convincente), con un ritmo incalzante e con un registro comico quasi irresistibile, fin dalla battuta iniziale: "il dottore mi ha vietato di preparare cene per quattro persone, se a tavola non ci sono le altre tre". La scena è pressoché spoglia, ma i pochi oggetti sono utilizzati molto bene (il panino con sola verdura, la melanzana che diventa bambolina voodoo e poi microfono!). Uno spettacolo molto ben fatto, che mette molta curiosità.

Le signorine di Wilko, invece, di Alvis Hermanis (tratto dal romanzo di Jaroslaw Iwaszkiewicz) lascia un po' perplessi (come stile ricorda Nekrosius, senza però raggiungerlo). Lo spettacolo alterna pochi momenti belli (la scena della tomba, la scottatura della mano, il fantasma sulla scena), a troppi momenti da dimenticare (il ballo, l'impiccagione). Anzi, talvolta è molto più bello il testo recitato dell'azione scenica, che vuole essere molto evocativa, senza però riuscirci sempre. Gioverebbe una scorciata. Come se si fosse andati in scena troppo presto...

sabato 6 febbraio 2010

come fosse un film muto

Esperienza strana, ma avvincente il film-concerto Aphaville Suite: il film di Godard (Alphaville, une étrange avventure de Lemmy Caution, Francia 1965) proiettato muto e sottotitolato mentre una band jazz suona la composizione di William Parker, come se si trattasse di un accompagnamento ad un fil muto (penso per atmosfere jazz a The crowd visto quest'estate). Questa la composizione della band: Lewis Barnes, tromba; Rob Brown, sax alto; William Parker, contrabbasso; Hamid Drake, batteria; Emanuele Parrini, violino; Paolo Botti, viola; Stefano Amato, violoncello; Francesco Guerri, violoncello; Cristina Zavalloni, voce. L'atmosfera ricreata è stupenda, alcuni eccellenti momenti di jazz (oltre al contrabbasso e alla batteria meravigliosi, un assolo della Zavallone - che duende! - e uno di violino sul finale), ma su tutto è il film che ne guadagna di più. Lo vidi anni fa in tv e mi piacque il giusto, ma giovedì sera l'ho molto rivalutato: la riflessione sul linguaggio nel mondo di Alphaville (ma siamo a Parigi) è notevole (il Ministero della Semantica, i dizionari cambiati di frequente, dove si eliminano parole 'obsolete', "nuove parole, nuovi pensieri"). E poi la ricerca cromatica - il bianco e nero rivoltato in negativo, gli inserti cromatici, i tipici cartelli colorati godardiani, le virature in rosso e blu (come negli anni '20) -, la sgangheratezza del b-movie parodico, à la 007, con il tipico "je t'aime" finale durante la fuga finale da Alphaville (come in Blade runner).

mercoledì 3 febbraio 2010

a little bit late

Causa ortografici pensieri dominanti ho ritardato il dovuto post (e sarò di ecessità sintetico).

Venerdì L'uomo che verrà di Giorgio Diritti (Italia 2009): confesso di avere dei problemi con la poetica del regista, che trovo fredda, un po' artificiosa e poco emozionante (nulla da dire sulle inquadrature e le luci: lo preferirei come semplice fotografo); hai ragione a dire che mancano adeguati riferimenti alla Storia (sarebbero state necessrie più date, o almeno una grande didascalia finale per spiegare cosa è accaduto a Marzabotto e perché); talvolta la narrazione e i dialoghi sanno di fiction televisiva; stupenda la colonna sonora.

Sabato, Imola, Teatro dell'Osservanza, La strana coppia di Neil Simon, con Mariangela D’Abbraccio e Elisabetta Pozzi (regia Francesco Tavassi): abbiamo capito che noi abbiamo qualche problema con Simon (i suoi testi sentono tutto il tempo che è passato, come A piedi nudi nel parco); dialoghi piacevoli un po' alla Sex and the city; molto piacevole il primo atto (adorabile il caos); bravi gli attori; piacevole (e forse chiediamo sempre l'eccellenza). Ma la cosa più bella è la chiacchierata nei camerini dopo lo spettacolo (con alcune gustose anticipazioni).

Domenica (partenza nevosa), Padova (sole), Teatro Verdi, Ute Lemper con lo spettacolo Last tango in Berlin. From Brecht in Berlin to the bars of Buenos Aires: travolgente, uno dei concerti più belli mai vissuti: brani di Bertolt Brecht e Kurt Weill, le canzoni di Edith Piaf e di Jacques Brel, tanghi di Astor Piazzolla e E la nave va di Nino Rota. La Lemper è un animale da palcoscenico, i musicisti sono molto bravi e meravigliose sono le contaminazioni jazz. Da ricordare Los pajaros perdidos, Maria de Buenos Aires, Mackie Messer (che inizia a tango con bandoneon solo, si trasforma in improvvisazione jazz e finisce in tango), Lili Marlene (che si trasforma in jazz con inserti dai Doors - show me the way to ne next whyski bar - con la Lemper sul pianoforte che imita con la propria voce il suono del sax). E straordinario il bis (sussurrato e sofferto) di Ne me quitte pas. E ho tralasciato tutte le emozioni provate! Uao!

venerdì 29 gennaio 2010

spettacolo incerto

Ieri sera al teatro Dehon abbiamo assistito allo spettacolo Dall'Inferno... all'infinito di Monica Guerritore: sulla sua bravura e sulla bellezza della sua voce non si discute - fantastica quando si porta le mani alle orecchie e ricrea L'urlo di Munch per evocare i dannati dell'inferno dantesco - ma nel complesso non convince il filo conduttore utilizzato nella scelta dei brani: amore, poesia, musica e psicanalisi sono davvero temi troppo enormi e generici per questi testi: Dante, Inferno, I, II (parte), III (parte), V, XXXIII, la fine del XXXIV; Pasolini, Supplica a mia madre; Elsa Morante, Menzogna e sortilegio; Patrizia Valduga, La tentazione [ben recitato, per un non amante di questa poetessa]; Giacomo Leopardi, L’infinito. La cornice narrativa è davvero troppo esile per non comunicare l'impressione di essere davvero posticcia, al solo fine di poter recitare questi classici. e non convince davvero il finale ammiccante al pubblico, con un'interpretazione stravolta del 'testamento' di Cesare Pavese. Peccato davvero...

mercoledì 27 gennaio 2010

tutto per un bacio

Nevicata e improvvisata nel loggione del Comunale per Salome di Richard Strauss: se non posso dire molto sui cantanti (che comunque non mi hanno fatto una brutta impressione), la regia di Gabriele Lavia mi ha convinto. Il palco molto profondo è un pavimento di marmo rosso, sventrato nel mezzo come da un meteorite, con le crepe che si propagano fino alla buca; sulla sinistra della catene scendono dall'alto fin dentro ad un'altra fossa, dove è incatenato Giovanni, di cui Salome si incapriccia, fino alle conseguenze più tragiche. La decapitazione è rappresentata da un'ascia bipenne enorme che cala dall'alto, la cui ombra vola su tutta la platea (si apprezza solo dall'alto, ma geniale!): il corpo decapitato viene poi sollevato esanime dalla fossa appeso per i piedi, mentre la testa gigante sale dal buco al centro della scena, che diventa l'enorme vassoio da portata. Su di essa Salome si adagia insaziata e insaziabile (l'immagine ricorda la sequenza onirica di Parla con lei), e su di essa muore. E da ricordare anche la trovata della gigantesca lente d'ingrandimento (deformante) dietro cui Salome si spoglia alla fine del suo ballo.